Ricercario
di Luigi La Rosa
Questa
settimana ho incontrato…
Antonella Cilento
 |
a
colloquio con una delle nuove voci
più interessanti
della narrativa napoletana,
impegnata a mettere a nudo con la
scrittura
anime,
ombre, luci di una città incantata
ma difficile e piena di contraddizioni
un romanzo che cerca di legare
il presente della protagonista
a un passato di sogni e ossessioni,
attraverso uno stile magnetico e fluente
che fa della parola il suo bulino
|
Cari
amici di
Antonella Cilento ho insieme un bellissimo
ricordo e grande affetto. Il ricordo si lega
alla meravigliosa giornata in cui fui invitato
a parlare di alcuni miei racconti presso
il suo laboratorio di scrittura creativa
napoletano. L’affetto è invece
in qualche modo figlio dell’amicizia
e della stima che sono reciprocamente maturate
negli anni.
Seguo
il suo lavoro fin dai primi libri e dal singolare
precedente romanzo “Una lunga notte”,
uscito due anni addietro.
Proprio
in questi giorni Antonella Cilento torna
in libreria con un nuovo libro, “Neronapoletano”,
apparso tra le ultime uscite di Guanda.
Una
storia dalle atmosfere noir, una vicenda
che vive dell’ innesto fantastico
tra presente e passato, in una Napoli contemporanea
ma al tempo stesso storica, vagamente gotica,
dove la memoria sembra trasformarsi continuamente
in voce, in immagine, sfumatura, sogno, ossessione.
Elide
Sorano, adesso impiegata ai beni culturali
e un tempo bambina sognatrice e divoratrice
di libri, soffre di tremendi attacchi di
panico durante i quali viene come catapultata
nel ventre oscuro e magmatico dei secoli,
rivivendo momenti, situazioni, paradossi
di altre epoche e di violento impatto emotivo.
La
sua vita un po’ annoiata
entra improvvisamente in contatto con esistenze
consumate ma intensissime, come quella di
Luis de La Cerda e del suo giovane amante.
Il mistero si svela lentamente e le cose
assumono connotati profili forme di stagioni
perdute.
Il
ritmo del racconto è denso,
incalzante, appassionante, la scrittura magnetica
e vivace come sempre. Veramente brava Antonella,
e incredibile la sua giovane età.
A soli 34 anni ha già all’attivo
quattro libri di narrativa, vari di saggistica
e uno dei più affermati laboratori
di scrittura presenti in Italia.
Inoltre,
come rivela nel pamphlet “Non è il
paradiso” (Sironi editore),
la Cilento combatte quotidianamente per valorizzare
la scelta di rimanere nella sua città,
scontando quella condizione di “periferia
culturale” che pure una città visionaria
ma difficile come Napoli finisce per imporre
ai suoi abitanti.
Antonella
Cilento sa raccontarsi con simpatia, onestà e disponibilità,
mettendo nelle parole tutto quello che anima
il suo impegno e le sue scelte intellettuali.
Ecco cosa significa per lei scrivere
e raccontare storie.
Ancora
un romanzo in qualche misura legato al passato
e alla memoria della tua città. Da
dove nasce questa passione per la Storia?
In
questo romanzo quel che mi interessava mostrare è il
rapporto schizzato che noi viviamo con il
tempo: esiste una Storia, con la maiuscola,
ed esistono mille storie di poveri cristi,
cioè le nostre. Tuttavia, camminando
per Napoli (ma questo mi succede in tutti
i posti dove vado) non riesco a fare a meno
di vedere nelle facce delle persone i loro
ascendenti. Sono tracce biologiche, genetiche,
storiche. Così, trovo ironico che
sotto una faccia di contadino e venditore
di broccoli (i “friarjelli” è il
termine napoletano) del Seicento ci sia oggi
il vestito Armani di un avvocato… Credo
che capiti anche ad altri notare queste rassomiglianze.
Ad Elide, la protagonista di “Neronapoletano”,
capita in continuazione, è quasi una
malattia. Non è che la Storia lei
la cerchi nei libri, anche se per mestiere è costretta
a farlo lavorando per i Beni Culturali, è la
storia che cerca lei. Il punto del romanzo
(e anche di ciò che penso io) è che
la Storia sia ferma nel tempo e noi ne siamo
una eterna ripetizione. Elide cerca di sfuggirle
andando a teatro, uscendo a spasso, ma ciò che
lei è, la sua essenza, la rintraccia
e la perseguita…
Quanto
hai impiegato per scrivere “Neronapoletano”?
Fra
la nascita dell’idea e la
scrittura di getto sono passati pochi mesi.
Ero a Galleria Toledo, un teatro napoletano
che è fra i prototipi del Teatro dei
Quartieri inventato per il libro, e vedevo
questo spettacolo che avevo contribuito a
scrivere, “Il funambolo”, un
omaggio a Genet. E guardavo gli attori. E
vedevo le facce antiche che avevano questi
ragazzi del tutto pop che facevano uno spettacolo
del tutto sperimentale nel buio nerissimo
di questo teatro immerso nel quartiere del
Cinquecento più pericoloso d’Europa… L’idea è nata.
Poi ci sono voluti due anni di scrittura
e un po’ di riscrittura a causa dell’attesa
editoriale.
Elide,
il personaggio principale della storia, possiede
un candore che avvince. E’ una donna del nostro tempo, ma qualcosa
fa sì che diventi portatrice di un
messaggio e un valore passati. Di esistenze
ormai trasmigrate. Quanto c’è di
tuo in lei?
Oh,
molto. Insomma, è una delle
mie parti. Le ho consegnato gli attacchi
di panico di cui ho sofferto per un periodo
della mia vita rendendoli utili al comico
e alla suspence della storia. In effetti,
sia mentre li vivevo sia mentre mi relazionavo
con gli altri, oltre al disagio e al malessere,
vivevo l’aspetto ridicolo e potenzialmente
narrativo di quel problema. Forse ne ho riso
un po’ troppo e così mi sono
passati… Ma a parte queste cose, non
so se Elide sia come dici tu portatrice di
un messaggio del passato. Credo che cerchi
di capire se stessa e il perché si
trovi al mondo. E ha la sensazione che qualcosa “voglia” che
lei sia lì, come credo nella vita
succeda almeno in certi momenti a tutti.
E a furia di guardarsi intorno scopre una
relazione segreta tra le cose che la circondano,
un nesso, una ragione… Sì,
il messaggio arriva dal passato e complica
orribilmente il suo presente.
Cos’è la
scrittura per Antonella Cilento?
Una
vocazione. Una necessità.
Esisto per fare questo, indipendentemente
da tutto. Almeno, così ho sempre creduto.
Non
possiamo leggere nel tema della reincarnazione
affrontato dal romanzo una metafora della
condizione stessa dello scrittore, capace
di incarnarsi e vivere numerose esistenze
parallele alla sua?
Oh,
può essere! Perché no.
In fondo, poter dar vita a tante storie e
a tante vite è un modo per reincarnarsi.
Ma se nel processo di rinascita si perde
la memoria del passato, nella scrittura questo
non accade. O forse sì? Quante volte
si riscrivono gli stessi personaggi e si
fanno gli stessi errori… In effetti,
se passiamo tutta la nostra vita a scrivere
sempre la stessa storia sotto varie forme,
come si dice sia la scrittura dei romanzi,
in fondo ci stiamo accanendo per raggiungere
il Nirvana: la finiremo prima o poi!
Tu
affronti l’esperienza
di rimanere legata a una città bella
ma difficile. Anche il tuo pamphlet precedente
ne è testimonianza. Il tuo laboratorio
di scrittura creativa è segno di un
impegno e una volontà di cambiamento.
E’ mutata in questi ultimi tempi la
dimensione culturale di Napoli?
No,
e non ha molte intenzioni di cambiare. Ci
sono brutte recrudescenze in questo periodo.
E’ un momentaccio sotto ogni profilo
per Napoli. Ma anche per tutta l’Italia.
Come ho sempre fatto, continuo a fare il
mio lavoro e aspetto. A distanza di pochi
mesi non vedo differenze (e come potrei?)
da quel che ho scritto in “Non è il
paradiso” per Sironi.
Cosa
c’è nel tuo
immediato futuro narrativo? Stai lavorando
a un nuovo libro? E soprattutto: racconterai
ancora la tua città e la dimensione
di un Sud misterioso, incantato e pieno di
difficoltà?
Ho
vari progetti ma mi sto concentrando sulla
scrittura di reportage per giornali, in questo
momento. Sono minireportage che sto scrivendo
per Il Mattino: abbiamo realizzato una collana
che si chiama “Diario di bordo”,
una serie di osservazioni, dai mezzi di trasporto
napoletani (autobus, funicolari, metropolitane
e treni vari…) ora passeremo, probabilmente,
ai mercati rionali della città. E’ un’esperienza
molto divertente, specie andando in giro
con i fotografi…
Luigi La Rosa |