Ermanno Rea(Napoli 1927) vive tra Milano e Roma. Giornalista, ha collaborato con numerosi quotidiani e settimanali. Ha pubblicato: Il Po si racconta: uomini, donne, paesi, città di una Padania sconosciuta (1990; nuova edizione rivista, 1996); L'ultima lezione (1990), sulla vicenda dell'economista Federico Caffè; e Mistero napoletano (1995, Premio Viareggio per la narrativa 1996), storia di una comunista della Napoli della guerra fredda. Nel 1998 è uscito presso Rizzoli Fuochi fiammanti a un'hora di notte (Premio Campiello 1999).
"Noi amavamo Bagnoli. Perché rappresentava mille cose insieme ma, prima di tutto, perché incarnava ai nostri occhi un salutare contro-cartolina della città. L'amavamo perché introduceva in una città inquinata - la Napoli della guerra fredda, dell'abusivismo selvaggio, del contrabbando - valori inusuali: la solidarietà; l'orgoglio di chi si guadagna la vita; l'etica del lavoro; il senso della legalità..."
Dopo circa un secolo di vita l'Ilva, la grande acciaieria di Napoli, è condannata a scomparire e Vincenzo Buonocore, ex operaio diventato tecnico delle Colate Continue, viene invitato a sovrintendere allo smontaggio del "suo" impianto, venduto alla Cina. Buonocore non si sottrae, decide anzi di buttarsi a corpo morto in questa impresa sino a farne il proprio "capolavoro", l'appuntamento più importante della sua vita professionale. Storia di un'ossessione tutta privata, dunque? Nient'affatto. La dismissione intreccia fili di ogni genere, e se è vero che la nevrosi di Buonocore si colloca al centro del vasto ordito, altrettanto certo è che essa vi sta soprattutto come riverbero di un dolore collettivo, come specchio di una più generale nevrosi che investe la metropoli nel suo insieme, da sempre alla ricerca di una modernizzazione mai raggiunta; da sempre in bilico tra la sua passione per il lavoro e una sorta di biblica condanna all'arte di arrangiarsi. Ferropoli avrebbe dovuto essere lo strumento del grande riscatto di Napoli; avrebbe dovuto entrare nel vicolo e bonificarlo; avrebbe dovuto essere l'antidoto contro tutte le malattie, distillato dal sacrificio e dall'esempio di generazioni di operai: nonni, padri, figli, un corteo senza fine. Invece... La fabbrica che lentamente si disfa e scompare - un rumore ostinato, quasi una marcia, un basso continuo che accompagna questo libro dal principio alla fine - è il suggello del fallimento. Cent'anni di storia in fumo. La stessa ossessione di Buonocore - smontare le Colate Continue "a regola d'arte" senza provocare il benché minimo danno all'impianto - inquieta come un tagliente atto d'accusa. Sin qui la struttura del libro, il suo scheletro, ciò che si nasconde sotto il formicaio. In primo piano gli operai, i riti dell'altoforno, le beghe, le solidarietà, le grida di rabbia, l'angoscia che si fa in parecchi casi di malattia, di depressione. In primo piano soprattutto lo sgomento di Bagnoli, il quartiere che perde di colpo tutte le sue sicurezze e che per noi ha principalmente il volto di una giovane donna, Marcella, che con la sua gioventù la sua bellezza e la sua malinconia rischia di sconvolgere ancora di più la vita di Buonocore. Ma se Marcella sta al centro del palcoscenico schiacciata dal peso del suo amaro destino, vastissima è la folla di uomini e di donne che la circondano, personaggi reali ma anche di fantasia, che fanno di questo libro, oltretutto, un caso quasi senza precedenti di incrocio di generi. Con La dismissione Ermanno Rea conferma la sua vocazione al romanzo civile rivelandoci, controcorrente, che un libro di narrativa può ancora scommettere con l'impegno e aprire la letteratura alla storia contemporanea.