nomi di città
Jaipur.
Ricordo di aver comprato quel profumo perché mi piaceva il nome. Allora sapevo vagamente che esistesse una città chiamata Jaipur.Era il suono cha mi aveva affascinato.Ricordo poi di essere andata a Jaipur per seguire l’essenza del profumo fino alla sua origine.
Mi trovavo in India , per uno di quei miracolosi casi della vita che decidono che devi andare in India. Ero in Tamil Nadu, altro nome che appresi per caso. Ero già da un mese nel sud dell’India quando decisi di seguire il nome Jaipur. Mi fermai prima una notte a Delhi, poi presi l’aereo alla volta di Jaipur. Andavo all’avventura, non sapevo infatti dove avrei dormito quella notte, ma il caso volle aiutarmi. Sull’aereo conobbi un signore di nome Atal. Parlammo un po’, poi mi chiese se sapessi dove alloggiare a Jaipur, gli dissi di no, si offrì di darmi un passaggio dall’aeroporto fino ad una pensione tenuta da un suo amico, dove mi sarei trovata a mio agio. Fu così che mi trovai all’Achrol Lodge. Era una villa antica, stile coloniale, con un patio che dava sul giardino. Mi venne incontro il proprietario, dai modi gentili. Mi fece servire subito un tè mentre cominciava a piovere. Mi resi conto che la villa era stata una dimora di nobili indiani, come mi aveva spiegato in macchina Atal, il suo amico apparteneva ad una di quelle famiglie che erano state costrette a cedere le proprietà allo stato ed ora prendeva dei pensionanti nella sua casa.
Dimenticavo di dire che Atal aveva un fratello che era stato ambasciatore indiano in Italia ed ora si trovava a Jaipur.
Andai nella mia camera: era una sala molto grande, tappezzata di azzurro, c’era il camino in marmo, un tempo doveva essere molto bella, ora era in stato di decadenza. Dopo aver fatto la doccia scesi per la cena : mi trovai in una sala occupata da un tavolo lunghissimo, pensai che forse in passato vi si erano tenuti dei banchetti di nobili.
Il padrone di casa, il signor Achrol, mi tenne compagnia mentre io cenavo, era un vero gentleman.Il giorno seguente avrei finalmente visto Jaipur. Venne a prendermi un taxi, uno di quei furgoncini Ape di cui l’India straripa. L’autista Ramesh mi avrebbe condotto nei posti più interessante tutto il giorno. Entrammo nella cittadella antica.Il colore dominante è il rosa: ricordo per strada c’erano dei dromedari che tiravano dei carretti, bellissime donne che vendevano mercanzie. Comprai un completo come quelli delle donne pakistane: pantaloni larghi e una lunga casacca , con i colori del nuovo abito ero in tinta con la città.
Visitai il palazzo reale, l’osservatorio astronomico del maharaja Jai Sing, vidi sui marciapiedi incantatori di serpenti. Entrai nel merlettato Palazzo dei Venti, poi Ramesh mi portò a Fort Amber.
Nel piazzale sottostante il forte, si respirava un’aria di pura allegria indiana: gli elefanti salivano al forte bardati di turisti euforici, i guardiani del palazzo con le loro divise ci riportavano indietro nel tempo. Ero felice anch’io.
Di pomeriggio sul tardi andai a visitare il negozio di stoffe dove lavorava il fratello di Ramesh: tutti i colori del Rajastan si erano dati appuntamento in quel negozio. avrei comprato tutto se avessi potuto: presi dei copri divano, una tovaglia e varie tovagliette per la colazione da regalare ai miei amici. Usciti dal negozio, andammo in un altro: comprai orecchini e anelli d’argento con delle pietre dure, un medaglione con la testa di Ganesh, il dio dalla testa di elefante ed un bracciale di lapislazzuli per mia madre. Quella splendida giornata era finita o quasi, di sera andai a vedere uno spettacolo di danze del Rajastan in un bellissimo albergo vicino alla mia pensione.
Il giorno seguente Ramesh venne ancora a prendermi: di nuovo turista poi nel pomeriggio andai a salutare il signore Atal e suo fratello.
L’ambasciatore fu di una gentilezza squisita con me: fece portare del tè e mi chiese come avessi trascorso quei due giorni a Jaipur, poi mi chiesero dove avessi pranzato, quando scoprirono che quel giorno non avevo avuto tempo di mangiare, quasi mi ordinavano il pranzo.
L’ambasciatore mi versava il tè e mi incoraggiava a mangiare dei dolcetti.Ricordo il cameriere che aveva portato il vassoio aveva un turbante e un brillantino al naso, la moglie dell’ambasciatore sedeva altera con noi senza rivolgermi la parola, forse seccata per tutta quelle gentilezza prodigata per una sconosciuta. Sedevamo in giardino, c’era un pavone che io volli fotografare. Con l’ambasciatore parlammo dell’Italia, lui e sua moglie vivevano sei mesi a Roma e sei mesi a Jaipur, beato lui , pensai.
Quella sera ripresi l’aereo per tornare a Delhi.
Sono passati cinque lunghi anni da allora. L’ambasciatore non rispose alla mia breve lettera dall’ Italia, in compenso qualcuno mi pensa a Jaipur: Ramesh volle a tutti i costi il mio indirizzo e ogni anno mi invia una cartolina invitandomi a tornare a Jaipur. Ogni anno gli rispondo, in attesa di tornare a Jaipur.
C.I.
caterina imbelloni
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