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A tu per tu con i nostri autori:
  • Tobias Jones
  • Gian Antonio Stella
  • Beppe Severgnini
  • Dacia Maraini


    Finestre:
  • Mandaci qualche pillola dei tuoi viaggi

  • I concerti della vostra vita. Raccontate

  • Tolkien, Il Signore degli Anelli e la Terra di Mezzo
  • -partecipa al sondaggio

  • A tavola con gli Hobbit: scarica gratis le "ricette degli Hobbit " e... dicci cosa ne pensi!

  • I racconti di San Francisco: parliamo di San Francisco ma anche di noi, single o accoppiati, qui ed ora.

  • La Cina tra tradizione comunista e logica capitalista: cosa ne pensi?

  • Le classifiche dei libri più venduti. Cosa ne pensate?

  • I premi letterari. Che valore hanno?

  • A chi daresti il Nobel per la letteratura?

  • Come ad Hyde Park racconta ciò che vuoi...

  • Una sfida per diventare un paese di lettori.

  • Parliamo di classici

  • E-book

  • Panta Editoria: la rivista si fa libro e il libro si legge anche on line.

  • Guerra: sei contro o a favore?






















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    Visiant Outsourcing
    Speaker's Corner
    Mandaci qualche pillola dei tuoi viaggi.
    Sei stato/a un posto esotico e sconosciuto? Informa il mondo sul visto e sul vissuto.
    Sei stato/a a Rimini: mandaci la giustificazione.

      nomi di città
      Jaipur. Ricordo di aver comprato quel profumo perché mi piaceva il nome. Allora sapevo vagamente che esistesse una città chiamata Jaipur.Era il suono cha mi aveva affascinato.Ricordo poi di essere andata a Jaipur per seguire l’essenza del profumo fino alla sua origine. Mi trovavo in India , per uno di quei miracolosi casi della vita che decidono che devi andare in India. Ero in Tamil Nadu, altro nome che appresi per caso. Ero già da un mese nel sud dell’India quando decisi di seguire il nome Jaipur. Mi fermai prima una notte a Delhi, poi presi l’aereo alla volta di Jaipur. Andavo all’avventura, non sapevo infatti dove avrei dormito quella notte, ma il caso volle aiutarmi. Sull’aereo conobbi un signore di nome Atal. Parlammo un po’, poi mi chiese se sapessi dove alloggiare a Jaipur, gli dissi di no, si offrì di darmi un passaggio dall’aeroporto fino ad una pensione tenuta da un suo amico, dove mi sarei trovata a mio agio. Fu così che mi trovai all’Achrol Lodge. Era una villa antica, stile coloniale, con un patio che dava sul giardino. Mi venne incontro il proprietario, dai modi gentili. Mi fece servire subito un tè mentre cominciava a piovere. Mi resi conto che la villa era stata una dimora di nobili indiani, come mi aveva spiegato in macchina Atal, il suo amico apparteneva ad una di quelle famiglie che erano state costrette a cedere le proprietà allo stato ed ora prendeva dei pensionanti nella sua casa. Dimenticavo di dire che Atal aveva un fratello che era stato ambasciatore indiano in Italia ed ora si trovava a Jaipur. Andai nella mia camera: era una sala molto grande, tappezzata di azzurro, c’era il camino in marmo, un tempo doveva essere molto bella, ora era in stato di decadenza. Dopo aver fatto la doccia scesi per la cena : mi trovai in una sala occupata da un tavolo lunghissimo, pensai che forse in passato vi si erano tenuti dei banchetti di nobili. Il padrone di casa, il signor Achrol, mi tenne compagnia mentre io cenavo, era un vero gentleman.Il giorno seguente avrei finalmente visto Jaipur. Venne a prendermi un taxi, uno di quei furgoncini Ape di cui l’India straripa. L’autista Ramesh mi avrebbe condotto nei posti più interessante tutto il giorno. Entrammo nella cittadella antica.Il colore dominante è il rosa: ricordo per strada c’erano dei dromedari che tiravano dei carretti, bellissime donne che vendevano mercanzie. Comprai un completo come quelli delle donne pakistane: pantaloni larghi e una lunga casacca , con i colori del nuovo abito ero in tinta con la città. Visitai il palazzo reale, l’osservatorio astronomico del maharaja Jai Sing, vidi sui marciapiedi incantatori di serpenti. Entrai nel merlettato Palazzo dei Venti, poi Ramesh mi portò a Fort Amber. Nel piazzale sottostante il forte, si respirava un’aria di pura allegria indiana: gli elefanti salivano al forte bardati di turisti euforici, i guardiani del palazzo con le loro divise ci riportavano indietro nel tempo. Ero felice anch’io. Di pomeriggio sul tardi andai a visitare il negozio di stoffe dove lavorava il fratello di Ramesh: tutti i colori del Rajastan si erano dati appuntamento in quel negozio. avrei comprato tutto se avessi potuto: presi dei copri divano, una tovaglia e varie tovagliette per la colazione da regalare ai miei amici. Usciti dal negozio, andammo in un altro: comprai orecchini e anelli d’argento con delle pietre dure, un medaglione con la testa di Ganesh, il dio dalla testa di elefante ed un bracciale di lapislazzuli per mia madre. Quella splendida giornata era finita o quasi, di sera andai a vedere uno spettacolo di danze del Rajastan in un bellissimo albergo vicino alla mia pensione. Il giorno seguente Ramesh venne ancora a prendermi: di nuovo turista poi nel pomeriggio andai a salutare il signore Atal e suo fratello. L’ambasciatore fu di una gentilezza squisita con me: fece portare del tè e mi chiese come avessi trascorso quei due giorni a Jaipur, poi mi chiesero dove avessi pranzato, quando scoprirono che quel giorno non avevo avuto tempo di mangiare, quasi mi ordinavano il pranzo. L’ambasciatore mi versava il tè e mi incoraggiava a mangiare dei dolcetti.Ricordo il cameriere che aveva portato il vassoio aveva un turbante e un brillantino al naso, la moglie dell’ambasciatore sedeva altera con noi senza rivolgermi la parola, forse seccata per tutta quelle gentilezza prodigata per una sconosciuta. Sedevamo in giardino, c’era un pavone che io volli fotografare. Con l’ambasciatore parlammo dell’Italia, lui e sua moglie vivevano sei mesi a Roma e sei mesi a Jaipur, beato lui , pensai. Quella sera ripresi l’aereo per tornare a Delhi. Sono passati cinque lunghi anni da allora. L’ambasciatore non rispose alla mia breve lettera dall’ Italia, in compenso qualcuno mi pensa a Jaipur: Ramesh volle a tutti i costi il mio indirizzo e ogni anno mi invia una cartolina invitandomi a tornare a Jaipur. Ogni anno gli rispondo, in attesa di tornare a Jaipur. C.I.
      caterina imbelloni 
      emozioni africane
      La prima volta che andai in Africa fu un viaggio di lavoro e benche' non fossi preparata a toccare la poverta' con "mani proprie" ..la mia reazione fu liberatoria, fu come se quel posto mi avesse richiamato per tanto tempo ..come se avessi sempre avuto bisogno di tornare alle origini . E' stata un'esperienza unica , ma forse questo termine è troppo banale e riduttivo, si forse le parole non bastano per descrivere le emozioni , c'è bisogno degli occhi e dell'anima. Grandi occhi neri che ti sorridono e ti chiedono solo un sorriso , la loro umilta' in ogni piccolo gesto che ti fa ricordare come noi europei abbiamo perso di visto quei pochi elementi semplici della vita nella societa', il primo :il rispetto altrui. Sono ritornata dopo un anno , le altre mete suggeritemi erano belle ma lAfrica sentivo che ancora mi chiamava, questa volta non piu' per caso ma per passione e l'ho vissuta diversamente ...e mi sono veramente lasciata andare ai colori , agli odori ed ai sapori di questo posto ancestrale . Madagascar, Kenya le regioni dove si è sviluppata la mia maturita' emotiva. Dove poter piangere per gli altri mentre loro ti sorridono . Angela Lombardo c/o angeli@libero.it
      ANGELA LOMBARDO BRINDISI 
      yemen, un ricordo
      ...Il sole stava tramontando e come tutte le città del mondo anche Sana'a al calare del sole dava un'immagine di sè magica e surreale. Le sue case d'altri tempi mi facevano sentire al centro di un presepe ricco di personaggi strani, uomini vestiti di kefia e jambya, donne cancellate da baltu neri sensuali ed avvolgenti. Alla luce del tramonto i tantissimi minareti disegnavano i contorni di questa città uguale soltanto a sè stessa. Era l'ora della preghiera della sera e le voci dei muezzin iniziavano a salire dalle moschee, intonando il suono più bello che il medioriente mi ha fatto conoscere. Il richiamo alla preghiera ti scava dentro e ti fa sentire forte quel legame che unisce tutte le religioni; sentivo contemporaneamente l'amore per questa terra a me sconosciuta e la nostalgia forte di casa mia. Lentamente le voci dei tanti muezzin si unirono in un canto solo, rincorrendosi dai vari punti della città. Dal tetto di una delle case di Sana'a avevamo un punto di vista privilegiato; pian piano era sceso il buio e dei cento minareti non erano rimaste che piccole luci.
      lara, medioriente 
      dalla parte di Sancho Panza
      Sono stata l'anno scorso a Salamanca per un incontro culturale di tutto rispetto con latinisti ,studiosi di Cicerone. Dovete sapere che il grande oratore fa il suo ingresso in tutti i paesi della terra dove è riverito e ricordato con grande interesse. Anni fa l'ho seguito a Varsavia e persino a New York,oltre naturalmente che in molte città italiane. Certo i paesi si distinguono in imperialisti e democratici, ma non c'è posto in cui gli scritti di Cicerone non si adattino in positivo o in negativo.A Salamanca sono stati sciorinati moltissimi aspetti della sua cultura con influssi diretti ed indiretti fino all'età cristiana ed oltre. A prescindere comunque da questo grande interesse che ha occupato noi congressisti per alcuni giorni nella prestigiosa antica università,culla del sapere medievale,la mia attenzione è stata polarizzata dal paesaggio di quelle zone con ampi squarci di pianure ondulate a perdita d'occhio ed un vivere quotidiano raccolto intorno alla chiese superbe ed alle piazze quadrangolari delimitate da edifici a sviluppo continuo ,con strette vie ed andirivieni di botteghe tipiche. Prima ancora di curiosare al di dentro di esse,la vista di quelle terre mi ha fatto vagheggiare i due protagonisti del Don Chisciotte che mi sembrava di vedere cavalcare lungo le pianure deserte in cerca di avventure. Soprattutto Sancho è la mia simpatia con la sua figura che è metà di quella del cavaliere pallido.Il suo realismo e la sua bonomia fanno naturalmente da contrappunto alla seria e tragica visione della vita del suo compagno che rappresenta il sogno,l'ideale. Ecco li ho ritrovati per tutto il percorso tra i soubenirs costantemente riproposti in tutte le forme e in ogni dimensione,segno della costante attenzione degli abitanti del luogo e dell'amore per la loro letteratura.Non ho potuto fare a meno di portarli in dono agli amici. Una curiosità ancora conservo riguardo quel viaggio :l'incredibile riproduzione di ranocchie verdi ,nelle boutiques ,che sembra fossero il portafortuna dei giovani universitari provenienti da tutte le parti del mondo.Davano proprio l'idea del mondo agreste e genuino dove fantasia e realtà convivono ,un miscuglio insomma d'ironia e di piacevoli ricordi letterari che non guastano mai.
      Gae- Reggio Calabria 
      ...che strano momento è questo per New York
      Che momento strano e’ questo per l’Amerika… Ieri, dopo un volo breve (8 ore, che paragonate ai miei viaggi per Hong Kong di solito via Amsterdam o Francoforte non sono che meta’ del tempo, ossia poco!) sono arrivato fresco fresco in NewYorkCity: ho notato quanto la polizia sia vigile al JFK… Tutti con il cellulare in tasca (oramai i cellulari fanno le foto e dunque nessuno qui gradisce foto in zona Immigration agli sbarchi)… Mi prendono le impronte digitali, mi fanno la foto digitale e mi chiedono come mai i miei 2 passaproti pieni di visti di paesi come il Vietnam (con la stella rossa bene in evidenza), il Pakistan, il Kuwait e altri paesi medio orientali… Insomma tra i tanti visti (India, Indonesia, Filippine, China ecc ecc), anche quelli di paesi in cui gli USA hanno combattuto guerre piu’ o meno recenti (forse questo era il messaggio). E chiaramente rispondo che ho fatto viaggi di lavoro, il tipo sorride amichevole e saluta. Il folkloristico taxista che trovo e’ la chiave di letture di questo ritorno in America dopo qualche anno. Sulla 50ina, egiziano. Ipotizza che io sia spagnolo e ci si mette a parlare (si mette a parlare) di quando lui, con una Fiat 132 ha guidato da Milano a Venezia ubriaco 30 anni fa o giu’ di li’, appena prese la patente… Chiedo come mai, da mussulmano lui bevesse alcool: risponde chiaramente sghignazzando e dice che in fondo si fa di tutto, perche’ quelle cose li’ “restrittive” dei mussulmani sfigati e’ meglio lasciarle agli altri. Da 20anni vive a NewYork, e’ sposato 3 volte, e’ mussulmano perche’ me lo ripete 3 volte e solo la sua prima e terza moglie sono egiziane, la seconda era tedesca (lui dice fosse “fredda”). Faceva l’antiquario, lui, quando il grano (dice) si faceva a palate a NewYork: lui importava semplicemente cose che dall’Egitto pagava nulla e qui rifilava per antiquariato (oggetti etnici immagino)… Eran pochi a fare tale business, soprattutto dall’Egitto. Un sacco di soldi e poi se li è persi perche’ s’e’ ammalato. Lui dice che s’e’ ammalato, io dico che s’e’ giocato anche la camicia… Dice che ha perso tutto al casino’ di Atlanta, andando a giocare alla slot-achine, quelle pero’ da 100 dollari a puntata,mica da un dollaro eh… E cosi’ s’e’ flambato un paio di milioni di dollari in un anno… Posso intuire ora almeno una delle cause di divorzio. Mi racconta che s’e’ messo a guidare le limosine, quelle con cui scarrozzavano i miliardari quando ancora il telefono cellulare non c’era e le “Limo” erano gli unici mezzi che ti permettevano (a 3 dollari al minuti) di parlare al telefono mentre in viaggio… Lì ha imparato un po’ di strade, ma lentamente, e soprattutto, ha imparato male e molto in ritardo quella dell’aeroporto JFK dove sono sbarcato io: perche’ mi racconta che appena prese il taxi, conosceva malissimo le strade e gli e’ occorso di prendere uno spagnolo da portare all’aeroporto. Prende la HighWay e non esce all’uscita giusta… Dopo un’ora e mezza il sospetto si fa realta’, lo spagnolo poco ci manca che si metta a piangere e la sfiga la fa da padrona. Persa l’uscita giusta, lo spagnolo ha perso l’aereo: ma la sfortuna vuole che quell’aereo era un diretto per l’Europa che volava una sola volta la settimana. Perso quel volo, lo spagnolo poteva aspettare solo la settimana successiva se non voleva comprare un altro biglietto. Disperato, il passeggero casigliano dice che e’ senza soldi e non puo’ piu’ permettersi di stare in NYCity: il taxista, dimostrando l’uomo che e’, si assume le sue responsabilita’ e lo invita a rimanere 7 giorni a casa sua. Mi specifica infatti che era fresco fresco di secondo divorzio e quindi aveva ancora una bella casa (che gli portarono prontamente via quelli del fisco appena la legge si mosse nei confronti della sua bancarotta) ed era solo senza donne e dunque non c’era problema ad ospitare lo straniero. Non solo il conduttore offre casa ma scarrozza lo spagnolo ogni giorno a fare il turista e al tipo non sembrava vero, tanto che ancora adesso sono amici e si scrivono. Fatto e’ che questo narrare e’ un po’ l’immagine dell’America: proprio quando a te passeggero in America, sembra che tutto stia andando a rotoli perché ti sei perso l’ultimo volo (a causa di un incredibile taxista che ti potrebbe ridurre a barbone) ecco che ti viene offerta la settimana della tua vita, gratis, si ribalta la sfiga nella migliore delle fortune, e ti senti un vincente (salvo poi perdere tutto alle slot machines)… L’Amerika delle fortune e delle sfighe, dove racconti del genere sono “normali”… Gia’ dico che un taxista cosi’ logorroico e’ difficile da trovare, ma ancora piu’ incredibile e’ che abbia parlato solo lui, e ben piu’ di me. Naturalmente, arrivati al commiato il taxista dice che, per qualunque cosa, lo posso chiamare e se ho problemi mi aiuta lui a risolverli. Inoltre se voglio un taxi per tornare al JFK (adesso che lui la strada la sa…) mi fa un prezzo da amico ben al di sotto delle tariffe dichiarate (45 dollari: pero’ se fa cosi’ non puo’ farmi ricevuta…). Ci si saluta come fossimo amici e mi presento alla Madison Ave e 31esima dov’e’ l’Hotel. Check in e la tipa mi dice che c’e’ un sistema WireLess di connessione ad internet, peccato solo che sara’ il mio PC a non trovarlo questo segnale della rete senza fili. Allora la tipa mi mette in stanza dove “dice” che c’e’ la presa internet a muro via cavo, peccato pero’ che, nonostante le piu’ buone intenzioni, tale presa per cavo di rete internet non ci sia… E dopo ispezione da parte di quelli della manutenzione, effettivamente la presa risulta NON esserci. Problema: 1 la presa europea della corrente ha bisogno di un adattatore! Di fatto non mi rimane che agire di saggezza, scendere al front desk e chiedere una spina adattatrice. A Singapore, per ovviare a cio’ ho quasi dato fuoco alla stanza facendo un collegamento a cavi scoperti (utilizzando e distruggento il cavo del bollitore in camera) per collegare il PC alla presa a muro: alle 2 di notte la security dell’hotel singaporegno e’ venuta a bussarmi alla porta rilevando un corto circuito in camera mia e chiedendo come potessi io avere la camera con la luce e tutto funzionante! Fresco come una rosa, scendo dunque, sveglio come un grillo, alle 4 e un quarto del mattino, al front desk dell’Hotel: questa disperata impiegata, da sola, risponde che lei pensava di aver una spina adattatrice, ma ora non la trova e quindi chiama la manutenzione. Nel mentre mi cade l’occhio su un pc portatile che nella lobby e’ a disposizione dei clienti, a meta’ tra la reale utilita’ e la voglia dell’hotel di esprimere modernita’. Fortuna vuole che sia un PC Acer molto simile al mio e quindi penso: il cavo alimentatore sara’ senza dubbio uguale… Mentre la tipa, si allontana per discutere con quelli della manutenzione riguardo la mia presa, io “prendo in prestito” il cavo che dalla presa a muro che va fino all’alimentatore del PC nella lobby… Non e’ un furto: al check-out prometto che lo lascero’. Nel frattempo, l’impiegata desolata dice che non può aiutarmi ed io con il cavo in tasca che ha risolto i miei problemi sono arrivato ormai in camera alle 4 e 20 ed ho finalmente collegato il mio PC… L’Amerika inizia ad essere forse cosi’, una via di mezzo tra Europa e Asia. Gli USA sono forse il tentativo di darti il miglior servizio possibile, la buona volonta’ di farlo, i limiti delle persone che (alla fin fine) il servizio non riescono a dartelo (ma almeno pare ci provino)… E tutto si può ora condire con la goliardia, la buona cordialita’ degli statunitensi che, in viaggio come in patria, si trattano come fratelli perche’ si considerano come fratelli (forse?). L’Europa e’ dall’altra parte, il servizio non fa ancora parte del suo bagaglio culturale… E poi c’e’ l’Asia dove il servizio e’ sempre al primo posto, eccezionale e di rado in errore! Su NewYork, saro’ breve: il mondo qui e’ in vendita ed i tanti che a New York ci sono passati avranno percepito come sia forte la pressione nell’indurti a spendere… Spendere di tutto, dal dollaro pro hotdog ai migliaia per il lusso… Ma in questo esordio NewYork non è il fulcro, tutti sanno tutto su NY e troppo acerba e’ per me questa grande mela. Faccio forse dei paragoni con la mia Asia, quella che ho letto e vissuto negli ultimi 2 anni ed ecco subito l’evidenza... Ieri, sabato pomeriggio, a rigor di logica avrebbe dovuto esserci il caos di gente “a spasso”… Ed invece NewYork e’ “tutta stesa al sole”, ampia e spaziosa se paragonata ad HongKong alle metropoli asiatiche, al punto che, la 5 strada sembrava “poco frequentata” a confronto con il deliro del fine settimana di CauseWay Bay a HongKong. NewYork e’ ampia, e forse per cio’ puo’ apparire solitaria, gli edifici sono “bassi”, addirittura storici o vecchiotti, insomma, umani. I grattaceli invece si lasciano osservare, sembrano pochi se contati rispetto all’Asia delle capitali e poi il cielo, che fa loro da cappello, ed il sole, che li illumina, si riescon sempre a vedere, a differenza di HongKong dove le ombre ti accompagna senza sosta e senza sole. E il clima di luglio non e’ poi cosi’ male: certo NewYork e’ dura, d’inverno glaciale e d’estate caliente, ma ieri, a spasso tutto il giorno, vestito di nero al sole, non ho mai avuto l’esigenza di ripararmi dallo stare all’aperto, segno che non fa poi cosi’ drammaticamente caldo… Ad HongKong per piu’ di 15 minuti non e’ proprio possibile camminare a luglio, all’aperto! NewYork e’ leggibile, “piuttosto semplice”, decifrabile, se paragonata all’Asia, forse addirittura scontata, arieggiata sebbene passi l’idea di esser dura e isolante, ma antitetica ormai all’Asia. E’ però la meta di centinaia di migliaia di asiatici che la vivo senza neppure il bisogno di parlare inglese, proprio come i sudamericani che ieri sentivo in giro e che non hanno isogno che di biasciare un po’ d’inglese… Insomma il mondo puo’ apparire ormai davvero piccolo piccolo e NewYork ne è per il momento un breve riassunto…
      Emilio Paschetto - NewYork 
      sono tornata
      Eccomi. Sono tornata, dopo ventiquattro anni Sono tornata in questa splendida città che mi ha rubato il cuore. Ho viaggiato, in questi anni. Ho provato a tradirti. Ho cercato di sminuire le emozioni che ho vissuto passeggiando lungo i tuoi viali alberati, mentre osservavo con stupore infantile i romantici lucernai dei tuoi antichi palazzi, semplici e maestosi. Attraverso le grandi finestre avvolte dalle piccole ringhiere, io scrutavo con curiosità quasi morbosa, cercando di intravedere il profilo di un mobile, la sagoma di un lume. Altrove ho cercato la grandiosità dei tuoi monumenti, l’immensità dei tuoi boulevard, la magnificenza delle tue cattedrali. La seduzione incomparabile di Place Vendome e di Place des Vosges, che si schiudono dinanzi agli occhi come i preziosi ventagli di mature dame ricche di fascino e di mistero. In nessun luogo ho percorso le gallerie della metropolitana con tale sensazione di spensierata allegria. Come la trama sotterranea di un ragno, quei passaggi nascosti sono pervasi di suoni e musica che sembrano avere origine dalle viscere della terra. La mia visita sta per volgere al termine, questa manciata di giorni è già alle mie spalle. Come un gustoso boccone che consumiamo alla fine del pasto perché è quello che preferiamo, così ho lasciato per ultimo il luogo che più emozioni suscitò in me, quel lontanissimo giorno di ventiquattro anni fa. Ho un po’ di timore ad entrare, a varcare il portale di questa facciata che, per un fantastico effetto prospettico, t’inganna sulle reali proporzioni di ciò che è celato all’interno. Entro. E la paura svanisce d’incanto. Adesso come allora, lo spirito divino che magicamente pervase i cuori di coloro che edificarono questo luogo tocca le corde più profonde della mia anima. Adesso come allora i miei occhi si riempiono di lacrime. Sono tornata. Sono di nuovo qui, nella cattedrale di Notre Dame de Paris.
      Daniela - Roma 
      A Carcassonne......
      Per chi ama perdersi tra strade acciottolate, bastioni e mura, torri e barbagianni, respirare l’aria di cinquecento anni fa, immaginare eserciti accampati in attesa dello scontro con gli invasori saraceni oppure dame che passeggiano per i giardini del castello, e per tutte quelle persone che amano pensare ai cavalieri ed alle mirabolanti imprese per proteggere la bella principessa, la città di Carcassone non può non lasciare un segno indelebile. Della sua storia millenaria rimane, per fortuna intatto, l’intera struttura dell’alto medioevo e questa lungimirante operazione di conservazione la dobbiamo allo storico Jean-Pierre Cros-Mayrevielle ed allo scrittore Prosper Mérimée, che guidarono una campagna per preservare la fortezza come monumento storico; in seguito l'architetto Eugene Viollet-le-Duc venne incaricato del rinnovamento del luogo ed a lui dobbiamo l’aspetto dell’odierna città alta. Prima di questo intervento, iniziato nel 1849, la città aveva vissuto una continua fase di ascesa ed espansione dai tempi neolitici in poi, trovandosi in una posizione strategica, tra Francia ed Aragona e qui si sono consumate alcune storiche ed ahimè tristi e violente vicende, come la crociata contro gli eretici albigesi. Nel 1659 il Trattato dei Pirenei trasferì il confine francese molto più a sud-ovest, diminuendone l'importanza militare, riconducendola così ad una città come tante, riducendo, negli anni, la parte fortificata ad un cumulo di rovine. Per fortuna oggi possiamo ammirare la doppia cerchia di mura, le 53 torri, il Castello Comitale e la Basilica di Saint-Nazaire, le botteghe che riescono a vendere qualsiasi oggetto con l’immagine della città in bella evidenza, i ristoranti e le trattorie, gli alberghi e le locande che ospitano ogni anno un numero spropositato di turisti. Tralasciando gli errori di ricostruzione effettuati dal nostro ottimo architetto, il flusso turistico a volte insopportabile, non riesce a rovinare l’atmosfera sospesa che pervade il visitatore appena superato il ponte levatoio; le strette stradine riportano ad un tempo dove solo cavalli e poi carrozze percorrevano simili itinerari e l’unico mezzo di trasporto alternativo erano le proprie gambe, molto allenate ai tempi nel percorrere chilometri. Ma se il turista un po’ curioso riuscirà ad abbandonare in tempi ragionevoli quella che si può considerare l’asse principale di passaggio e lascerà che una finestra, un passaggio tra una casa ed un'altra, una bifora o un giardino nascosto guidino il suo vagare, troverà il silenzio ed il necessario clima per godere della maestosità e della forza delle torri e delle mura che hanno resistito a chissà quali assedi e battaglie. E se tenderà l’orecchio, trattenendo il fiato, sentirà, portato dal vento, il rumore del martello del fabbro che batte il ferro rovente sull’incudine, il lento procedere dell’aratro nel campo lì vicino, i bambini che giocano a rincorrersi nel cortile affianco, il canto gregoriano nella vicina cattedrale, il galoppare imperioso di un messo che velocemente si dirige al castello per consegnare un messaggio, il nitrire dei cavalli nella stalla ed il leggero pigolio dei pulcini.
      Fabio Pellerano Pianezza (To) 
      Non per forza ma per amore
      Non avendo soldi per andare in vacanza quest'anno siamo rimasti a firenze a goderci la nostra nuova casa, visti tutti i sacrifici...Per passare il tempo abbiamo iniziato delle zingarate in giro per la toscana. Oggi è toccato all'abbazia di San Galgano. E' un posto splendido. Al di là della campagna toscana che già e meravigliosa, l'abbazia h in se una bellezza mistica. L'intero è conservato molto bene nonostante si tratti di un sito aperto e la mancanza del tetto sembra fatta apposta per non porre limiti architettonici fra la terra e Dio. Il rosone, o meglio quello che ne resta al tramonto da origine ad uno spettacolo degno di spiagge esotiche, per non parlare poi della famosia spada nella roccia conficcata dal santo a prova della sua fede in cima al colle. Credo che tutti noi italiani, prima di andare a girare il mondo dovremmo andare a scoprire le bellezze che ci offre il nostro paese. Sono felice che il mutuo altissimo mi abbia dato l'occasione di scoprire le nostre bellezze. Vi aggiornerò sulle prossime zingarate nostrane !!!
      Valentina Patechi 
      Arrivo a Borough Park
      Così arrivò il mio primo lunedì a Brooklyn. Uscii verso le dieci per andare sulla Tredicesima Avenue dove avrei trovato tanti negozi con Anna Maria nel passeggino e Nazario accanto a me; si moriva dal caldo e ci incamminammo piano piano. Davanti casa c’era un gran trambusto di ambulanze, macchinoni, limousine, medici in tuta verde da chirurgo o in camice bianco, infermiere, spazzini, portantini... insomma il solito via vai che si trova davanti ai grandi ospedali. Ma ecco che, al primo incrocio, mi vedo sbucar fuori un passante eccezionale. Era un signore alto e magro, vestito pesante tutto di nero: completo nero, cappotto nero lungo, scarpe nere e un cappello nero sotto il quale penzolavano, al posto delle basette, due lunghissimi boccoli freschi di ferro da parrucchiere. - E questo chi è? - mi domandai - guarda un po', come va conciato con questo caldo! Ma, pochi istanti dopo... eccone un altro: stessa divisa, stessi boccoli; poi un altro ed un altro ancora. Man mano che mi avvicinavo alla Tredicesima Avenue le strade si popolavano sempre più di questi signori vestiti tutti uguali, tutti di nero. Le donne invece, elegantissime, indossavano abiti fino al polpaccio con maniche lunghe, calze, scarpe chiuse e sfoggiavano bellissime pettinature. - Ma come faranno? - mi domandai - andranno tutti i giorni dal parrucchiere. Mi sentivo un po' spaesata con il mio vestitino tutto scollato, i miei ricci ribelli, le mie braccia e gambe nude; mi aspettai fischi e commenti. Certo che se qualcuno, a Roma, sotto il sole cocente di luglio, fosse andato vestito tutto di nero con un cappotto lungo e due bei boccoli penzolanti sopra le orecchie, come minimo si sarebbe preso un bel po' di fischi. Ma...niente...nessuno mi fischiò, nessuno, di fatto, mi guardò. La Tredicesima Avenue, una strada formicolante con tanti negozi dalle vetrine piene d' articoli messi spesso alla rinfusa, mi ricordò un po' il Ghetto di Roma. Le insegne erano in inglese ed in ebraico e si trovava di tutto a prezzi ottimi: dai ricambi per il fornello alle scarpe “made in Italy”. C’erano tanti signori boccolati ma, soprattutto, tante mamme eleganti con appresso sfilze di ragazzini; una addirittura, spingeva una carrozzina enorme anni ‘50 sulla quale, con uno strano marchingegno, era fissato un seggiolino: nella carrozzina dormiva un neonato, sul seggiolino una pupetta si ciucciava il dito, ai lati, attaccati al manubrio, due bambini con papalina, basette lunghe e lecca-lecca seguivano strascicando i piedi. - Bè, almeno qui nessuno si meraviglierà del fatto che ho due figli piccoli e ne aspetto un terzo - conclusi ricordando di come, quasi tutti in Italia, avessero accolto la notizia della mia terza gravidanza come una cosa eccezionale. Tra i tanti ristorantini e tavole calde c’era pure una “kosher pizzeria” dove, per 99 centesimi comprai una fetta di un’enorme pizza tonda. Malgrado il caldo, nei negozi si stava benissimo grazie all’aria condizionata; spesso, quando vi entravo con il passeggino, qualcuno apriva le porte per aiutarmi. Sui prodotti alimentari si leggeva sempre la parola “kosher” - una marca molto comune - pensai. Sentivo parlare inglese, ebraico ed anche un’altra strana lingua che aveva però dei suoni familiari. - Scusi, che lingua parla? - chiesi ad una cassiera sentendo che parlava questa strana lingua. - Yiddish - rispose. - E che lingua è? - Ma Yiddish! - esclamò meravigliata. - Ah! - non insistetti. Trovai quasi tutto quello che mi ero proposta di comprare: tante stampelle, detersivi vari, pentole... ma mi fu impossibile trovare uno stendino, niente da fare, non vendevano stendini in questo quartiere. Si era fatta quasi l’una, Anna Maria dava segni d’impazienza e Nazario era stanco; ritornammo a casa. Come arrivai, telefonai ad Umberto: - Ma sei sicuro che stiamo a New York? - Come, che dici? - Ma, hai visto in che quartiere stiamo? - No, che quartiere? - mi rispose cascando dalle nuvole. - Ma come, non hai visto tutti quei signori vestiti pesanti tutti di nero con i boccoli sopra le orecchie? - No. - E che hai fatto per quindici giorni? - Ma che ne so, ho sempre lavorato. Insomma, Umberto non aveva visto niente ma si informò e, ben presto, scoprimmo che gli Ebrei del nostro quartiere si chiamano ortodossi, un gruppo molto osservante delle regole scritte nella Bibbia. Non possono usare metodi anticoncezionali, hanno regole strettissime per il mangiare e le donne non vanno tutti i giorni dal parrucchiere, ma portano delle parrucche. La Bibbia dice che la donna sposata si deve coprire la testa ma non dice con che cosa e tutte queste signore, pur essendo osservanti, vogliono rimanere belle e attraenti così, coprono i loro capelli con altri capelli. Lo yiddish è un dialetto ebraico che si parlava in una regione della Prussia, ecco perché ha dei suoni familiari: è un miscuglio di ebraico e di tedesco arcaico e, per finire, “kosher” non è la marca dei prodotti bensì il cibo preparato secondo le regole della Bibbia. Mi sembrava proprio impossibile che a New York, dico a New York, ci fossero dei quartieri così religiosi, ma non avevo ancora visto niente. Quando, il Sabato seguente, uscii per andare a comprare del latte, non ci riuscii. Non c’era un negozio aperto o una macchina per la strada; sui marciapiedi passeggiavano intere famiglie: le donne, più eleganti del solito, camminavano accanto ai mariti che, alla divisa settimanale, avevano aggiunto uno scialle bianco e nero ed un visone intorno alla falda del cappello, dietro seguivano sei o sette figli. Mamma mia! Dove sono? Com’è possibile! Mi fossi trovata a Gerusalemme in pieno inverno, ma a New York, quasi nel duemila! Non ci potevo credere, eppure era una realtà. Ero partita con idee sbagliate o Borough Park era l’eccezione che confermava la regola?
      Claudia - Bracciano 
      Saluti e baci dalla Finlandia
      Basta con le grandi capitali affollate da turisti assetati di foto di monumenti ritriti e di souvenir di pessimo gusto in stile salotto di Nonna Speranza, sotto il fuoco dell'infernale sole d'agosto! Basta con le scarpinate lungo corridoi di musei e pinacoteche che lasciano nella memoria solo una vaga sovrapposizione di facce, colori e di preziosissimi reperti archeologici e un ben piu' chiaro ricordo delle fitte causate dalle vesciche ai piedi! E ancora basta con le spiagge sovraffollate da bambini urlanti e mamme isteriche o con i terribili ritmi dei villaggi vacanze, nostalgico retaggio dell'organizzazione dei lager nazisti (per la serie Urlaub Macht frei ). Quest'anno abbiamo scelto la vacanza alternativa, tutta natura e relax, nell'estremo nord Europa, oltre il Circolo polare artico, nella Lapponia finlandese. "Certo che ‘sta Finlandia me l'aspettavo un tantino diversa” - pensavo, mentre percorrevo in autobus il centro di Helsinki per andare dall'aeroporto alla stazione. Continuavano a susseguirsi vetrine di negozi e fast food e poi palazzi, palazzi, palazzi, bellissimi, per carità, ma pur sempre palazzi. Beh, ma del resto ogni capitale è simile ad un'altra. Il bello doveva ancora venire. Macche', la piccola delusione di Helsinki si andava trasformando in frustrazione man mano che il treno ci portava verso il profondo nord: Riihimaki - Tampere - Seinajoki - Kokkola - Oulu. Fabbriche, uffici, strade e ancora palazzi, palazzi, palazzi. Certe volte mi verrebbe di attaccare il ritornello che ripeteva il nonno Orazio per spiegare la sua avversione ai viaggi: "Perché dovrei andare in giro? Case ci sono là, case ci sono qua, strade ci sono là, strade ci sono qua, persone ci sono là, persone ci sono qua...'' Sagge parole, nonnino, sagge parole. Dopo circa dodici ore di viaggio, eccoci a Rovaniemi, qualche chilometro a piedi trascinando borse e valige e, manco a dirlo, troviamo ancora negozi e palazzi che non hanno dalla loro nemmeno i pregi estetici di quelli della capitale. Ma Rovaniemi non era stata ridisegnata dal grande architetto Alvar Aalto? Sara', ma a me sembra di percorrere strade di periferia anche in pieno centro. Prendiamo l'auto, ci mettiamo in marcia verso nord e, appena fuori Rovaniemi, cosa leggo? ''SANTAPARK''. Wow, finalmente qualcosa di unico al mondo, il parco di Babbo Natale. Usciamo dall'autostrada e ci troviamo davanti l'ingresso di una caverna. Leggiamo che ci vogliono circa 40.000 lire per entrare. Non faccio una piega: ci sara' da divertirsi come a Disneyland per una cifra del genere. E invece è stata la prima, grossa fregatura. Non c'era anima viva, qualche negozio di souvenir e due o tre attrazioni di poco conto. Mi sforzavo di farmi piacere tutto, dovevo uscire almeno un po' soddisfatta da quella finta caverna. Siamo rimasti circa un'ora, abbiamo ripercorso il ''PARCO'' (bah!) in lungo e in largo una decina di volte per cercare di scoprire qualcosa di interessante che magari ci era sfuggito, e invece ce ne siamo andati mogi mogi, con le pive nel sacco e la ferma volontà di fare più attenzione a questi finlandesi furbini. Dopo qualche metro, ci imbattiamo nel Santa Village. Ah, ah, ci riprovano i volponi. Ma da questo momento è scattata la natura italiana: non ci fregano più. E invece non si paga l'ingresso, sbalorditivo, un evento quasi unico, come avremo scoperto nostro malgrado nei giorni successivi. Suggestivo il villaggio emozionante la striscia che segna il passaggio del circolo polare artico, commovente conoscere finalmente l' uomo dei miei sogni di bambina mentre nell'aria si diffondono le note delle musiche di Natale. Mi sento ad un tratto immersa nell'atmosfera natalizia, peccato che questa sensazione non sia durata a lungo. Ho scritto queste parole in proposito ad una mia amica: ''Hai ricevuto la mia cartolina dall'ufficio Postale di Babbo Natale? Beh, ho scoperto che qui il Babbo le letterine le riceve sul serio e passa gli ordini alla fabbrica degli gnomi che, poverini, si levano la salute a costruire giocattoli tutto l'anno senza nemmeno essere messi in regola. Non c'e' un Contratto Nazionale e nemmeno un sindacato per gli gnomi schiavizzati da quel negriero di panzone barbuto che passa tutto il giorno stravaccato su una sedia a dire ''OH OH OH'' e a farsi fotografare con i bambini dietro compensi astronomici (manco fosse la Schiffer). Ed io, ingenua, che da piccola mi chiedevo dove prendesse i soldi Babbo Natale per portare i doni a tutti i bambini del mondo...'' E che non mi si parli più della corruzione consumistica dello spirito natalizio dal momento che ho visto con i miei occhi Babbo Natale in persona crogiolarsi nel consumismo più sfacciato, speculare alla grande sul giorno del compleanno di nostro Signore e non solo su quello. Mi aspettavo un villaggio incantato in cui ritornare bambina per qualche ora, in cui vivere in pieno agosto le emozioni che provo ogni Natale insieme alle persone alle quali voglio bene, davanti all'albero addobbato. E invece mi sono trovata persa in un dedalo di negozi di chincaglieria per turisti dove, al posto degli elfi, delle fate, dei mitici, orribili, simpatici troll, stavano appostati sciacalli e avvoltoi. Non voglio essere cattiva, non ce l'ho con i negozianti che fanno soltanto il loro lavoro, più o meno onestamente, è che proprio lo giudico l'ambiente meno adatto ad un mercato. Un po' scottati, riprendiamo la nostra strada verso nord, verso Pyha. Non ci posso credere una renna, una renna vera, non impagliata come quelle al villaggio di Santa Claus, ma in carne, pelliccia e corna! Da qui è cominciata la vera Finlandia, la Finlandia che mi aspetto, quella che ho sempre immaginato, quella che ho studiato sui libri di geografia. E' la Finlandia che appartiene alle renne pacifiche, ai conigli paurosi, agli scoiattoli curiosi, elle eleganti volpi rosse, ai corvi grandi come aquile. E' la terra dei Sami, è la terra dei boschi, dei parchi immensi (quelli veri! ), dei tunturi che dipingono i loro morbidi profili arrotondati su laghi azzurri pieni di vita, è la terra del silenzio, della pace. E' stato dinanzi al lago di Pyha che ho provato una commozione intensa, mi sono nutrita di silenzio, di bellezza pura, assoluta. Mi sono sentita parte di quel cielo, creatura di quel lago, una canna che affiorava dall'acqua, carezzata dalla brezza, senza tempo, senza storia, in un'armonia perfetta. Le cellule del mio corpo in sintonia con le molecole dell'aria, la vita che penetrava dai miei occhi, dalle narici, dalle orecchie e scorreva in me a rinvigorire ogni organo, ogni muscolo, ogni centimetro di pelle. E nel vento solo l'eco della mia preghiera - "Dio, se un giorno deciderai di far sparire per sempre la Terra, di cancellare ogni nazione, ogni citta', ti prego, salvo questo scorcio di paradiso e tutte le sue creature perché da qui possa ricominciare la vita, perché dalla purezza di queste acque possa rinascere un mondo nuovo, un mondo migliore" - e sono sicura che mai Dio mi sia stato così vicino nome in quel momento. Ho sentito in quell'istante di volermi più bene e ho compreso che in quei luoghi, persino la sauna non e' solo un trattamento di bellezza, ma e' una vera cerimonia di purificazione, un grande gesto d' amore verso se stessi. E' straordinaria la sensazione dei pori che si aprono, dei muscoli che si rilassano, gli occhi si chiudono e la mente diventa leggera, mentre si prende pian piano coscienza dal proprio corpo. E poi la scrosciante doccia finale che lava via ogni impurità e infonde una grande energia fisica. Ho percepito distintamente un rinnovato rispetto nei confronti del mio corpo, la voglia di curarlo, di viziarlo, di coccolarlo in tutti i modi. Altro che beauty farm, altro che pomposissimi centri termali, io mi sono sentita così piena di salute da scoppiare. E' stato un vero piacere sentire finalmente di nuovo attivi i muscoli doloranti per le chilometriche passeggiate nei boschi, su tappeti di morbido muschio, attraverso i cespugli di mirtilli e le famiglie di funghi tutti buoni da mangiare. Mi sembrava di vivere dentro una fiaba, mi aspettavo che da un momento all'altro potesse spuntare da dietro un albero Cappuccetto rosso o Hansel e Gretel o i sette nani che andavano a lavorare in miniera fischiettando. Più nulla mi ha potuto deludere nel corso della mia breve vacanza, Nemmeno le somme esose sborsate per spaccare pietre in cerca di minuscole ametiste o per congelarmi le mani nella speranza di trovare qualche scaglia d'oro nelle gelide acque di un fiumiciattolo fangoso. Sono felice della mia vacanza alternativa, felice di aver vissuto questa Finlandia e di aver portato via con me, oltre ai magnifici ricordi, un sole d'argento con al centro un'ametista. Quel sole, nella tradizione dei Sami, è il sole della felicità, dell'amore più caldo, significa cura e attenzione per la famiglia, aiuta ad infondere e a preservare i buoni sentimenti, simboleggia affetto, gentilezza, gioia. E questo sole è un dono prezioso della persona che ha diviso con me questi preziosi giorni. Grazie di cuore Mamo.
      Raffaella - Catania 
      Provenza in primavera
      Provenza in primavera di Marina Torossi Tevini L’inconscio fa capolino tra gli scarti del pensiero dove le logiche muoiono. Sul terreno devastato la notte avanza. Giornata tremenda ieri: pianura padana e mal di denti. Il sonno però deve aver ricomposto qualche frammento scompaginato del mio inconscio, penso, passeggiando in una piovosa mattina ligure. Camminiamo lungo il mare, un mare scuro dal fondale subito alto; dall’altra parte della strada un bordo di terra e pietra in cui si radicano piante grasse frammiste a oleandri, pitosfori fioriti, tamerici che crescono selvatiche un po’ dappertutto. Anche le case si arrampicano e, come le piante, contendono gli spazi, si creano gli spazi, usando fantasia e violenza (e anche un po’ di amore per il rischio). “Tra le sciagure dell’Italia sono da annoverare la tangenziale di Mestre, il tratto autostradale Barberino di Mugello-Roncobilaccio e i campeggi liguri”, commenta mio marito che si sente come un elefante in un negozio di porcellane: la Liguria è tutta piccoli spazi… Penso: ogni cosa dobbiamo accettarla con tutti noi, non solo con la nostra parte razionale, quella è ben poca cosa, la mia parte razionale era più che convinta di questo viaggio, ma evidentemente non mio inconscio. Per fortuna qualcosa dev’essere successo stanotte nei miei sogni… e il mal di denti è scomparso. La luce appare dove non splende il sole. (Sono versi di Dylan Thomas che come una colonna sonora accompagneranno il mio viaggio). E luce è stata. Ripenso ai chilometri di ieri, seicento, più o meno, con uno strano senso di claustrofobia e il desiderio solo di arrivare prima possibile al mare, un altro mare, diverso dal mio, ma pur sempre un mare, un’intera giornata prigioniera di uno stretto abitacolo con pensieri che non prendevano il volo, ma si incapsulavano e s’avviticchiavano su se stessi, fino a sfociare in questo dolore. L’alba appare dietro gli occhi. Le raffiche di vento sono ancora forti. Guardo mio marito che guida e continuo a pensare: mio caro, tu che ti ritieni così razionale (e quale uomo non ritiene di esserlo?) solo perché comunemente riesci a zittire il tuo inconscio… credi di controllarlo, di avergli messo la museruola… vedrai che zampata ti può dare, se vuole, all’improvviso… è sempre bene stare in guardia… trattarlo con prudenza… fa i capricci come un bambino… è un bambino… Ma bisogna lasciargli spazio, non si può presumere di ignorarlo… Bisogna venire a patti (non servono le sberle). Dentro c’è la nostra ferocia, la nostra sconsideratezza, il nostro cupio dissolvi, dentro ci sono paure e incoscienza. Dentro ci sono oscure piante e intricati sentieri. Ogni tanto va disboscato… Ogni tanto vanno percorsi questi sentieri… Chi non lo fa, si porta dentro un’ignota foresta tropicale che da un momento all’altro può esplodere in un uragano di infernali farfalle e di belve inferocite. I think, almeno. I paesi della Liguria arroccati nell’entroterra sono molto più belli del litorale stretto tra strada autostrada e ferrovia. Si stendono morbidi nel loro esistere fuori dal tempo. La Liguria non è terra da tenere il broncio a lungo e difatti il cielo si apre a larghe chiazze e il sereno si impone su di noi prima di avvistare il suolo francese. La parte antica di Antibes è circondata da vecchie mura che corrono parallele al mare. Piccole case con balconi, minigiardini pensili e soprattutto agavi e piante grasse di ogni tipo che spuntano dalle rocce. Dal promontorio di Antibes, tra ville multimiliardarie affondate tra i pini, guardiamo le luci della città e le stelle. Una coppietta si è allestita tra gli scogli una cenetta a lume di candela. Il museo oceanografico di Monaco ci strega coi suoi fondali variopinti ondeggianti di attinie. Ci passano vicino pesci variopinti, grandissimi e anche degli squaletti. Credo che quando Dio o la natura hanno fatto i pesci erano particolarmente di buon umore: è tutto uno svariare di colori, un giocare di linee, una fantasia sbrigliata e felicissima. Nizza con i suoi viali pieni di palme e di alberghi inizio secolo è una città che, come Montecarlo o Monaco, racconta con i suoi edifici fasti d’altri tempi, ed evoca un turismo d’élite che ora non ha più senso. (Orde di turisti sciamano dappertutto, hanno imposto le loro esigenze di fast food e di shopping che rendono per qualche aspetto simili tutte le città d’Europa). Città di contrasti, come possiamo apprezzare, Nizza: panfili plurimiliardari e gente di colore, alberghi iperlussuosi e mendicanti a terra, bande giovanili e giovani molto belli, signore eleganti sedute sul lungomare con un libro in mano e vecchie con troppe collane. Tutte le cittadine dell’entroterra sono interessanti se depurate dal loro obbrobrio di periferie, marciapiedi sporchi, negozi per turisti. Arrampicandosi si arriva al loro cuore antico (piccole vie che si inerpicano, qualche casa che è una festa per gli occhi, con gradini fiori rampicanti e balconi). Grasse, oltrepassata una periferia orrenda, ci stordisce col suo cuore antico e i suoi profumi. Tra Vence e S. Paul la campagna è densamente popolata di ville e di casali. S. Paul ci gratifica con una miriade di colori e di atelier; alcuni quadri sono davvero molto belli. Molti artisti anonimi siedono ad aspettare. Non sono Mirò né Chagall (forse), e i loro quadri non finiranno mai (probabilmente) nel territorio privilegiato della fondazione Maegh. (Uno siede accanto a un rotolo di carta igienica e dipinge). I colori dei negozi dei quadri e delle stoffe mi frastornano, e mi regalano una piacevole euforia. Fa caldo. Camminiamo nel sole. Cammino nel fuoco gettando a terra un granchio d’ombra. Arriviamo a S.Remy de Provence in un giorno di mistral (visto che soffia per quasi tutto l’anno non si poteva sperare...) S.Remy ci accoglie con i suoi resti romani, le viti basse e l’ottima cucina provenzale. Attraversiamo la campagna, campagna amata da Van Gogh, l’attraversiamo tra campi di grano non ancora maturo, platani che si alzano al cielo con i loro rami spogli e sterminati campi di papaveri. Che l’aria di Provenza fosse profumata lo sapevamo, ma che potesse esserlo anche l’acqua è una vera e propria sorpresa. Eppure è così. Non sappiamo se lavanda rosmarino o timo, comunque è un profumo. A Roussillon, tra le crete che svariano in diversi colori di ocra, vediamo rocce che sembrano grondare sangue. Andiamo verso la cittadina di Gordes che si erge su una roccia. Strana storia di peste, spopolamento e poi di improvvisa fama dovuta - sembra incredibile - alla venuta di un pittore cubista, tale André Lhote, che se ne innamorò, e poi di un altro, Vasarely. Curioso e inusuale episodio all’interno del nostro mondo che dell’arte non sa che farsene. Una società, la nostra, che dell’arte se ne infischia, e poi magari usa Mozart come attrazione, Picasso come marchio, il genio come affare rivalutabile… Un giro in Camargue si impone. Da Arles scendiamo verso Stes Maries de la mer. Paesaggisticamente parlando la Camargue è fenicotteri aironi cavalli bianchi bufali zanzare brughiera tramonti stupendi sugli stagni (e, a novembre, anche montagne di sale). Gastronomicamente parlando la Camargue è conquillages e toro (ovviamente per me le conquillages…) Il cielo è limpido, anche se non soffia il mistral, e le dune di sabbia danno al luogo un sapore vagamente di costa del nord. La prua scivolava sull’acqua e la costa / nera d’uccelli… Avignone. Come sempre splendida. Splendida l’acustica della piazza dove si esibiscono giovani variopinti e tamburellanti che creano un’atmosfera da “suono Mozart nella giungla”, per nulla sgradevole. Purtroppo non è luglio (e festival) come altre volte ma, ciononostante, sono piacevoli gli spettacoli che si susseguono per le strade ad ogni svoltare d’angolo, piccoli spettacoli di ragazzi che si improvvisano giocolieri e si lanciano in ruote e in altri esercizi di abilità, oppure tamburellano su improvvisati strumenti che stranamente, nella disarmonia, creano un’eco che travolge e annienta il pensiero (mi lascio conquistare da quell’andante ciondolante con moto). L’atmosfera di musica improvvisata e stradaiola continua nei vicoli più o meno tortuosi, e dappertutto c’è una gioia e un’allegria che solitamente non si vede. Avignone mi è sempre piaciuta ( ci passerei la vita) ( forse). Una deviazione per l’abbazia di Senanque si impone. Andiamo a riempirci gli occhi al Pont du gard , ponte romano vicino a Nimes, di cui rimangono in ottimo stato di conservazione numerose arcate. Megaparcheggio e branchi di turisti (è domenica) che, muniti di grandi frighi variopinti e di sacchetti da cui sbucano enormi baguette, avanzano e prendono possesso di un prato tra il fiume e la strada che serve ad attraversare, e improvvisano un déjeuner sur l’herbe dal vago sapore archeologico. Dove l’ancora vola ferma come un gabbiano/miglia sopra il lunatico battello/un turbine d’uccelli precipitò mugghiando/ la gola di una nuvola soffiò pioggia come vento.. Ma l’Irlanda non c’entra: il tempo è splendido e noi arriviamo in un tratto di costa ampiamente umanizzato tra Hyeres e S. Tropez, e lì ci insediamo(la densità degli umani in questa stagione è sopportabile). Piante grasse con fiori gialli e rosa che sembrano di carta, agavi grandi come due persone e soprattutto pini, tantissimi pini e poi palme cornioli e querce e, in mezzo alla boscaglia, uccelli variopinti, e soprattutto cuculi, che ripetono all’infinito la loro colonna sonora. Una coppia di vecchietti sta facendo colazione davanti al loro camper. Mentre passo affondano un cucchiaio nella marmellata e, al mio ritorno, venti minuti dopo, ancora mangiano(per la sciagura dei conti pubblici sembra proprio che parecchi di questi vecchi godano ottima salute…) Scegliamo tra passeggiate sulla spiaggia, con tentativi da parte mia estemporanei di balneazione, inerpicamenti lungo un sentiero e penzolamenti all’interno di una fitta boscaglia che percorriamo ampiamente. Poi ritorniamo all’ovile. Mi fa compagnia Lanchester con il suo Gola. Lanchester è un autore che mi è simpatico per le sue osservazioni amabilmente scorrette, e talvolta acute. Un esempio? Eccolo. “Tutti gli artisti sanno che quanto danno alla loro creazione e al mondo non è mai uguagliato dalla risposta del mondo, l’intimo solitario e mostruoso travaglio della creazione fa sì che l’artista si senta in credito dell’attenzione dell’universo, in credito del suo amore. Ma il mondo non se ne cura. È troppo occupato a fare il mondo per degnarlo di qualcosa di più di un barlume occasionale della sua approvazione, del suo interesse. L’adulazione di un gruppetto di ammiratori, il dono di un mecenate, le lodi e lo sguardo del pubblico, ciò non può mai avere l’effetto desiderato, non esaudisce mai la richiesta fondamentale dell’artista che è quella di una semplice universale incondizionata adorazione. L’artista dice al cosmo: tutto ciò che chiedo è un amore infinito, che male c’è? e il cosmo non si cura di rispondergli. Nessuno degli artisti vissuti nella storia del mondo si è mai sentito abbastanza onorato per la sua opera. Risultato finale: rabbia rancore amarezza”. Chiudo il libro e penso: in un certo senso è vero, almeno in parte. Certo che Lanchester, come sempre, ama inanellare paradossi spingendosi a un quanto meno discutibile parallelo tra artista e assassino, e sostenendo, per gusto di stupire, la naturalezza dell’assassinio contro l’innaturalità del lavoro dell’artista e ricordando che sotto il codice napoleonico uccidere una moglie bisbetica dopo che il mistral soffiava da sette giorni non era considerato delitto capitale, e altre amenità di questo genere. In Provenza le ore della mattina sono le migliori. “La sensazione di aria leggermente mossa che qui non manca mai, preludio a venti più forti, il cielo cristallino e ceruleo che accompagnano le prime ore della giornata riempiono sempre di gioia. Sembra che i profumi siano più intensi, l’aria più aromatica”. Sono parole di Lanchester, ma è anche la mia impressione. Di solito. Oggi però è una giornata di cielo velato e anch’io non sono d’umore. Esco per la passeggiata mattutina lungo la quale constato che i fiori che chiamavo di carta si sono chiusi con l’umidità della notte, la coppia dei vecchietti olandesi continua a fare affondi nel barattolo di marmellata, gli uccelli continuano la loro colonna sonora e dei ragazzini, muniti di tamburelli, ne improvvisano un’altra. Avrei voglia di rimettermi a dormire. Comincia a piovere e la nostra sosta sul mare perde significato. Allora addio mormorarono/ la sabbia affettuosa e i parapetti/neri d’uccelli… Io propongo un altro giro nel retroterra di Antibes dove potremmo vedere deliziosi paesini come Auribeau o Mongins. Attraversiamo nuovamente la periferia di Antibes tra cartelloni luminosi che ci minacciano con gli enormi panini di McDonald’s, cartelloni pubblicitari con enormi bocche fragole e seni, passiamo vicino a un intermarché e un bricomarché… nonché a un punto vendita di pneumatici Pirelli e di automobili usate (Achat immediat de touts vehicules… Promotion pneu… Affaires Renault). Piove, anzi diluvia… deviamo infine verso la zona collinare, in cerca di qualche affondo nella luce.
      trieste 
      I Giardini del Re Sole
      Versailles è la tappa obbligata di un viaggio a Parigi. La metropolitana e poi la RER (strapiena) per un tragitto di circa un’ora, e finalmente eccoci arrivati nel paese del re Sole. Tutto qui ruota intorno alla reggia: l’impressione è quella di un paesino che viva solo grazie alla presenza di una straordinaria attrazione turistica. Il grande cancello dorato, la statua equestre del re che campeggia al centro del grande piazzale e, sullo sfondo, il palazzo di color giallo chiaro: la grandiosità di questo posto si preannuncia già a prima vista. Anche la grandiosità della coda che ci aspetta: una fila di un centinaio di persone che si snoda dal cancello fino all’ingresso laterale ci prospetta l’ennesima, lunghissima, estenuante attesa. Ma grazie alla nostra Paris musèe scavalchiamo la lunga fila e lasciamo tutti a soffrire! Che soddisfazione! Almeno aver speso tanti euro sarà valso a qualcosa. Le sale interne della reggia sono bellissime, specialmente il corridoio degli specchi: è facile immaginare le luci delle candele dei lampadari riflettersi a migliaia illuminando a giorno l’ozio lussuoso dei nobili che vivevano qui. Un enorme salone è dedicato alle battaglie gloriose della Francia, dalle sue origini fino a Napoleone. Ovviamente non c’è traccia di una cosa tanto straordinaria per tutto il mondo come la Rivoluzione Francese: i re e i nobili non dovevano essere sfiorati nemmeno dal ricordo di un evento per loro così traumatico. Dopo aver visitato gli appartamenti pubblici rinunciamo a visitare quelli privati e preferiamo visitare i famosi giardini che abbiamo già intravisto dalle finestre del palazzo: non si può arrivare fino a Versailles e non entrare nei giardini, se non altro per capire perché sono tanto famosi. Alcune persone che li avevano visitati me ne avevano parlato come di un posto non troppo esaltante; e infatti, prima delusione: le fontane sono pochissime e senz’acqua. Proviamo a girovagare senza seguire un itinerario preciso; e intanto il caldo comincia a farsi sentire, insieme alla prima stanchezza. Scopriamo come per caso sentieri che si intersecano in una sorta di labirinto: si cammina in mezzo alle siepi e all’improvviso appaiono fontane dorate con statue di tritoni, sirene, figure mitologiche, e tutte desolatamente senz’acqua. Ci serviamo della nostra guida per raccapezzarci e scopriamo che il parco è tutto un incrociarsi di sentieri in forma geometrica che culminano in una statua o in un gioco di fontane. Girovaghiamo per il giardino da circa due ore: siamo stanchi e abbiamo quasi voglia di andar via, ma qualcosa ci trattiene, uno strano incantesimo che pervade l’aria assolata e ci lascia come in attesa di un evento. All’improvviso, inattesa, la magia: da tutte le fontane all’unisono comincia a sgorgare l’acqua. E’ uno spettacolo sconvolgente! E intanto, come sottofondo di quella straordinaria visione, parte una trionfale musica barocca. Ed eccomi trasformata in una dama del seicento che attraversa i giardini incantati in un’atmosfera di fiaba: gli angoli più lontani nascondono giochi di zampilli e grotte con piccole cascate, ed è una continua scoperta; anzi, è una riscoperta: la stanchezza è di colpo sparita, voglio rivedere tutte le fontane che ho già visto, ma stavolta con l’acqua! Sono incomparabilmente più belle e suggestive. Resterei nel giardino di Versailles fino a sera, per godere della bellezza delle fontane illuminate nel buio, per sentirmi ancora immersa in quell’atmosfera incantata. Chiudo gli occhi, cercando di farla penetrare il più possibile dentro il mio cuore, per poterla rivivere anche quando mi sarò allontanata, anche quando sarà tornata a casa mia e la vita di tutti i giorni avrà ripreso a frastornarmi.
      Palma G. 
      Mi linda Puerto Rico
      Puerto rico (La Isla del encanto) Informazioni generali: per i cittadini italiani non e’ necessario il visto per una permanenza di 90 giorni come gli Stati Uniti. Si trova a 5 ore indietro dell’Italia. Costi per vitto e alloggio variano da; Pasto economico (chioschi, ecc.): US$5-15 Pasto in un ristorante di categoria media: US$15-25 Pasto in un ristorante di categoria elevata: US$25 e oltre Albergo economico: US$40-75 Albergo di categoria media: US$75-150 Albergo di categoria elevata: a partire da US$150 p.s. Avviso per tutti i viaggiatori, non ai turisti, Puerto rico non e’ poi cosi‘ economica come vogliono farci credere, sicche’ state attenti ai prezzi, girate prima di fermarmi ad un posto. L’esperienza personale mi ha insegnato che i ristoranti locali dove i portoricani mangiano, sono sicuramente i migliori di quelli piu’ chic. Trasporti: il modo migliore per conoscere quest’isola e’ sicuramente affitare una macchina dai $30 al girono in su dipende dalla grandezza, cilindrata ecc. Noi s’e’ affittato con la compagnia Budget ubicata un po’ dapertutto nei piu’ grandi alberghi. Dall’aeroporto all’hotel se non avete affittato la macchina prima il costo per arrivare nel vostro albergo e’ di circa 21 dollari prendete i taxi bianchi che fanno servizio appena uscite dal terminal, chiedete sempre quanto costa. La lingua ufficiale e’ lo spagnolo, l’inglese e’ ampiamente diffuso. Quando andare? Decisamente prima di Natale quando sono andata io da fine novembre fino a massimo il 14 dicembre. L’alta stagione aperta da meta’ dicembre a fine aprile, da maggio a novembre e’ quella bassa. Da giugno a fine novembre c’e’ la stagione degli uracani occhio al meteo. L’aria di Porto rico e’ balsamica tutto l’anno, con temperature che variano dai 24 ai 30C. Letture consigliate? Tutte le guide dei caraibi con destinazione Puerto Rico. Ho trovato questa storia interessante dell’isola su un sito internet che parla della Isla del encanto interessante leggete: Il Portorico, il più antico sito popolato dei Caraibi, fu abitato da diverse tribù di indiani americani ma, quando nel 1493 arrivò Colombo, l'isola era abitata dai taínos. Questo pacifico popolo aveva sviluppato una cultura, un linguaggio e un sistema religioso piuttosto sofisticati. I capi dei taínos potevano essere sia donne sia uomini, una cosa piuttosto rara, come il fatto che le donne potevano avere più di un marito il quale, quando la moglie moriva, spesso veniva bruciato insieme a lei. I taínos ricevevano profezie dai loro dei e dai morti attraverso pratiche di alterazione mentale come l'inalazione di una polvere allucinogena fatta di semi di cohoba e conchiglie frantumate. I taínos erano molto abili nei giochi col pallone: infatti furono loro a inventare la palla di gomma; i risultati delle loro partite avevano addirittura valore di oracolo. I posti piu’ interessanti: Le migliori spiagge di San Juan sono l'Isla Verde e Condado, nonche’ playa Escambron vicino la vecchia San Juan Isla Verde e Condado sono due delimitate da una barriera di alti palazzi. Se volete evitare la città (ma non la folla) provate la pittoresca Luquillo, 30 km a est della capitale, dove alle vostre spalle avrete soltanto palme e tranquillita’. Cosa vedere? Decisamente ed e’ un “per forza” La foresta pluviale di El Yunque, nella regione nord-orientale del Portorico, è l'orgoglio e la gioia del paese. Alberi gigantesci di bambu’, felci enormi e altri alberi che possono vivere all'ombra, come l'ausubo e il tabonuco, vivono sotto il baldacchino formato dalla foresta. Se andrete a spasso nella foresta sentirete il canto della rana coquì (che è anche l'emblema nazionale del Portorico) San Juan la ridente capitale, con le sue stradine di ciottoli, lo stile coloniale. Las palomas park con vista sulla baia. Il paseo de la princesa, la fortaleza, Castilo di San Felipe del morro. Qualche galleria d’arte che offre uno spettacolo di dipinti creazione di artisti locali. . Isola Culebra e Vieques due mete ambite che non ho avuto il piacere di visitare ma stando ai racconti degli stessi portoricani ne vale la pena soprattutto Vieques con le sue spiaggie bianche e dorate e le magnifiche visioni marine che riempiono gli occhi di chi viaggia in questi luoghi. Cosa mangiare? La cucina portoricana e’ piuttosto speziata. Tra i piatti tradizionali si trovano la zuppa di verdure, cipolla, mais e peperoncino (sancocho); la zuppa di granchio (calalou); un insieme di verdure locali con il frutto dell’albero del pane, papaia, radici di igname e cassava; e il pollo piccante in umido (asopao de pollo). Mofongo piatto abbastazna diffuse è servito come piatto laterale, come i tostones (platani Verdi fritti) , o da piatto principale, come nel piatto farcito dal plantano, "Mofongo de Camarones con churasco. Fagioli stufati (guisada de abichelas). Minestra del pisello arboreo ( sopon de gandules) e alter varieta’ di pesce e diavolerie isolane. Lasciatevi travolgere dalla varieta’ della cucina e buon appetito. 2 dicembre 2005 Aeroporto di Newark 6:25 Partenza e nel brusio nuovi… Quattro amiche in viaggio verso la “Isla del encanto” (Puerto Rico) , assaporano l’anticipazione di un nuovo volo libero. E’ presto, i primi caffe’ fumanti vengono serviti nel movimentato chiosco poco distante la gate 23 del terminal A. Volti assorti, visi ancora impastati nel sonno che con difficolta’ si distaccano dalle braccia di Morfeo. Seduta in meditazione mi accompagnano le emozioni prima di ogni partenza. Albeggia fuori, i rumori della citta’ circostante si ritrovano a fare quattro salti con la compagna euritmia. Mi vengono a trovare le esuberanze del cuore. Ascolto altre conversazioni. C’e’ chi dialoga sulle fantasie umane, chi non vede l’ora di partire, chi sonnecchia. Robert a quest’ora sara’ tornato a casa, e’ rimasto sveglio tutta la notte per accompagnarci all’aeroporto. Lo ritrovero’ tra quattro giorni al nostro rientro. Il volo 891 per San Juan dovrebbe essere in orario sulla tabella di marcia. La partenza e’ prevista per le 7:15. Stop siamo in aria il decollo e’ avvenuto alle 7:35 11:00 a Puerto Rico 10:00 in N.J. Sull’aereo, viaggiamo libere accarezzate dal sole. Qualcuno russa, scorrono le immagini del film: “Charlie and the chocolate of factory” con Johnny Depp. Kathy legge un libro sull’arte del ciclismo, racconti brevi che esaltano questo sport. Regina sonnecchia sognando qualche attore. Io rifletto sui panorami, su questo sentirsi cosi’ viva e eufonica, laddove i passaggi da vivere sono fonte di precedenti cause, che concatenate agli effetti producono benefici senza fine. Beth da qualche parte del cielo viaggia “per via fisica” verso la stessa meta. Mentre lascio andare le tensioni dello sperimentare, mi ritrovo in un dedalo animico, dialogo con due hostess sulle bellezze di San Juan. Dalle loro voci scopro che ogni luogo serba meraviglie da denudare. Per Ruth la foresta pluviale e’ decisamente un “must” un da vedere per forza, nonche’ la visita alla spiaggia di Luquillo. Playa Escanbron vicino il nostro hotel “Normadie” 14:05 davanti a una veduta armoniosa, albeggiano le mie parole dove il suono apprende l’arte di comunicare. Beth ci ha raggiunto, mentre nuota osservo l’orizzonte, mi perdo nel rumore delle onde, Regina passeggia, Kathy prende il sole. 22:57 E’ sera, la stanchezza di questa giornata mi fa strada, Beth e Kathy leggono le guide dell’isola riflettendo su dove andare domani 3 dicembre. La spiaggia di Luquillo con la foresta pluviale zone limitrofe sembrano avere la meglio sul resto. Ho ancora nella mente la splendida veduta da una delle piazzette vicino il parque de las Palomas nella vecchia San Juan, mentre il tramonto ci salutava dopo aver camminato tra viuzze angolose, lastricate di ciottoli color blu-grigio (“adequines” in spagnolo). Non rammento il nome della via, catturata pero’ da una forza energetica nel piacevole sentimento antico che danza con la vita. L’hotel dove risiediamo per i prossimi quattro giorni e’ dichiarato un istorico monumento nazionale, in stile Art Deco’ inagurato il 1 maggio 2001 rimodellato e ricostruito al suo splendore originale con un costo di 18 milioni di dollari nel 2004 . La storia incomincia quando l’ingegnere Feliz Benitez Rexach, un portoricano nato nell’isola di Vieques si innamoro’ di una francese Lucienne Moineau-Dhotelle. Si incontrarono sul transatlantico SS Normadie che viaggiava dalla Francia a N.Y. L’amore fra i due fu incomparabile. La forma dell’hotel colpisce l‘occhio, visto che rappresenta una nave da crociera. 3 Dicembre 2005 Risveglio 7:55 del mattino, trenta mimuti di daimoku ieri sera. Beth ed io s’e’ condiviso il letto. Regina e Kathy invece hanno dormito rispettivamente sull’altro letto e sul divano. E’ avvenuto qualcosa di straordinario sono riuscita a rilassarmi nonostante l’eccitazione dal viaggio, controllando la mente raggiungendo la quiete. Sono in fila davanti il computer per controllare le email (e’ un servizio che in questo hotel offrono gratis). La colazione mi e’ costata 4 dollari il buffet continentale non vale la pena fa ridere costa 8 dollari, per quello che offrono e’ abbastanza caro. Alle 13:00 dobbiamo tornare, per ritirare la macchina affittata con la compagnia Budget. Kathy ha voluto offrire la spesa (regalo di compleanno) la dobbiamo riconsegnare martedi’ all’una, giorno della nostra partenza. Fuori e’ un po’ nuvolo, trenta minuti di daimuku mi hanno regalato la vitalita’ giusta per iniziare la giornata. Tra poco andiamo a farci un giro in citta’, la vecchia San Juan. L’autobus chiamato Guaga costa 25cents per gli ultra sessantenni e 50 centesimi per tutti gli altri. Aspettando il numero uno alla fermata del bus esce il sole, perduto nelle linee trasversali del tempo tra musiche e ricerche dell’essere. Osservo il movimento dei miei riccioli castani che ondeggiano con meraviglia accarezzati dal vento di questa isola dei caraibi. Beth e’ rimasta in camera a lavorare, le geometrie di un simbolo si fregiano di intensita’. Vedo albe sensuali e abiti che si riproducono. Le mie rappresentazioni mentali si uniscono al rumore del traffico. E’ un sabato portoricano in questo pezzo di mondo, voila raggiungo in un secondo le alate bellezze che si amalgamano al tempo. A breve saro’ in Italia tra le braccia calde di Roma e il sorriso contagioso di Germana. Percepisco che amore e condivisione si sposano bene con cio’ che la mente puo’ concepire nelle memorie da vivere. Mezzanotte 4/12 stamattina giro nella vecchia San Juan con pioggia, scattato diverse foto alle 13:00 ci aspettava la macchina. Ora passo e chiudo mentre mi perdo nelle braccia di Morfeo. 4 dicembre Daimoku 30 minuti al mattino telefonata a casa. Sole e nuvole colazione condita di chimera. Sylvia la nostra cameriera ci ha servito un trattamento speciale da vera mamma, praticamente non s’e pagato quasi nulla per la colazione. Visitato Luquillo, (un’ora circa di macchina da San Juan seguendo la carretera 3) playa Azul balneario Montserrate ecc. Prendo il sole, mi rilasso immaginado estensioni dell’anima. Speso 4 dollari, un tamal piu’ pina colada senza rum mmm deliziosa visto e considerado che e’ una delle bevande nazionali, in un chiosco davanti il mare. Vibrazioni oscure di canzoni che riflettono voci spirituali, ritrovo le altre energie e trasformazioni senza spazio. Corrono infinite le esultanze , dove danzano le sinergie di un cuore aperto. Battiti climatici donate alla magia di una nota. Puerto Rico mi balla dentro, gustando un’emozione raffinata di voli pindarici ed eleganze a iosa. Il cielo e’ un po’ nuvoloso ora, vedo palme altissime, si sollevano come colli di giraffe incuriosite su che cosa si estende al di la’ della montagna. Ho ancora nella mente l’immagine della foresta pluviale di ieri pomeriggio, dove ho raccolto mille goccie preziose di esperienza. Mi sono ritrovata dentro un cd di musica rilassante. Camminavo per l’unica via, porta d’accesso verso la distesa varieta’ di felci, alberi di bamboo, scoprendo passaggi dorati e silenzi e rumori che solo la pioggia sa emettere. San Juan Puerto Rico Tra il 4/12 e il 5/12 Ore 23:47 Altalene del sereno che si estendono nel cerchio delle meraviglie sui tratteggi dorati laghi di unione che ricoprono con un sorriso l’intera valle. Auguri Gohonzon, auguri Francesca, oggi si rinasce un’altra volta, veleggiando per vie abbronzate e mari che si sorprendono di esistere in questa parte interna. Rinnovo la vecchia magia sorprendendomi a ogni panorama arabescato, nel sapore di una tinta, sorrido a cio‘ che sono ora… Meno sei minuti alla prossima partenza – 6 all’arrivo, il traguardo finale. 5/12/05 Cinque passaggi d’intesa Sul varco del sogno, cinque movimenti stellati che si uniscono al sereno variabile. Cinque sensi distesi di luci semicircolari e amache del tempo, senza aspettarsi nulla se non un tocco poetico. Auguri… 5 dicembre mi perdo in un occhio tra perle e fantasie di una mente libera. Qui nel vivo momento. “Auguri Fra” Sul molo ad attendermi un’anima antica che sa di peccati di gola, piccoli passi. Poche le parole molte le idee. In un silenzio che si concatena con la fonte di un saggio uomo. Vengo da te amico poeta, vengo per incontrare la parte piu’ verde del tuo raggio, e quella piu’ rosa di una mia passione. 5/12/05 In gita all’ospedale reparto pronto soccorso. 5:30 del mattino Beth ha accusato un forte dolore muscolare, uno spasmo. Kathy ed io siamo venute con lei dall’hotel in taxi 10$. In questo momento la dottoressa la sta controllando. 17:53 Dopo una doccia rinfrescante, mi metto a mollo nei pensieri gai dell’invenzione. Passato la giornata a Isla verde e la zona di Condado camminato a lungo con Regina nella spiaggia mentre le onde sinuose si disperdevano sulla battigia gioiosa. Sculture regali di voli aperti massaggi faithiani (alla Fathi) ristoranti che dominano la distesa del mare dove una serie infinita di gar scintillavano nell’acqua , pesci dal color verde pastello dal corpo lunghissimo ed un naso degno di Pinocchio. Al ritorno in hotel memorie del cuore e la mia scrittura che scorre, anticipando le stupefazioni di un nucleo magico parlato con la mitici Ciki-Maxwell. E’ mancata molto in questo viaggio, con lei compagna di mille avventure ho condiviso un gran pezzo di vita, la sua presenza mi e’ necessaria… e poi i bachi e Gugli nonche’ telefonata della cugina Ancela. Daimoku totale 45 minuti 6/12/05 daimoku 5 minuti mattina Gia’ 35 enne nei fondali aperti e le anime selvaggie che acquisiscono panorami diamantati. Beth e’ partita questa mattina con l’aereo della Delta airline delle 7:15, per noi c’e’ ancora tempo. Dopo una puntura e qualche antidolorifico sta un po’ meglio ma si deve rilassare… Sorseggio un caffe’, dibatto sui giorni appena vissuti nella; “Isla del encanto” mi ritrovo con piacere in questo viaggio che sta per concludersi anticipando nuove stagioni del cuore. La musica di sottofondo di questa nave turistica, ricrea emozioni e suoni della mente, cari come un arcobaleno di nomi che si incrociano. Aueroporto di San Juan 6/12/05 Con lo stomaco pieno concepisco un nuovo raggio poetico per apprendere l’arte antica della conoscenza. Mi incontro con altri intensi sguardi. Traduco con la musica della natura un sentiero ricco di unioni e cappelli a cilindro. 13:00 circa l’aereo parte alle 15:15 l’arrivo a Newark e’ previsto per le 18:22. Le attese negli aeroporti dovrebbero essere delle chance per riflettere o studiare la parti nascoste di cio’ che siamo. Come impiegare il tempo e produrre delle magnifiche esplorazioni. Cosa portero’ indietro dalla mia vacanza? Sicuramente i tratteggi del mare, le palme mosse dal vento, l’allegria del clima, la cordialita’ dei portoricani ogni volta che ho chiesto un’informazione. Sull’aereo ore 15:30 : un panorama rubato con l’occhio di chi si affaccia in un luogo nuovo per la prima volta. Le luci colorate di Natale, i tostones fritti, un piatto di mofongo con mariscos o churasco. I chioschi lungo la carretera 3 dove mangiano i locali della zona. La pioggia fitta, fitta nella foresta pluviale. Il suono della natura che con dolcezza mi parlava di anime in movimento e danze che si fermano nel cielo intenso di un sabato pomeriggio. I Nam-myoho-renge-kyo della cnosapevolezza. Voila siamo in fila per decollare hasta la viasta Puerto Rico fue un placer.
      Francesca R. Nastasi 
      da "A testa in giù - un anno e 22.725 km
      south australia, 20 SETTEMBRE Due settimane, dall’ultima volta che ho scritto il diario, eppure ne abbiamo fatte di cose e ne ho avuti di momenti critici! Nico mi ha fatto letteralmente impazzire quando, in the middle of nowhere, mi diceva di andarmene lontano da lui: ho dato proprio prova di pazienza e crescita! Abbiamo guidato per quattromila chilometri, passando da Alice Spring e il centro rosso. Abbiamo viaggiato su strade dritte, a malapena asfaltate, nel silenzio del deserto e nella polvere rossa. Road train, tir lunghi cinquanta metri, che non si fermano, né rallentano, ma ti obbligano a deviare sullo sterrato di sassi riarsi dal sole cocente, nella speranza di non bucare le gomme. Aquile in cerca di carogne sul ciglio della strada, emù in corsa, mucche, cavalli, cammelli selvatici, grosse lucertole immobili: questo è il loro regno, puoi solo limitarti ad osservare, tra lo stupore di scoprire tutto un mondo di equilibri ai limiti della sopravvivenza, nello stato apparente di mancanza d’acqua e cibo. Grandi, illimitati spazi, l’occhio sembra aprirsi al massimo per poter vedere a distanza di chilometri. Tra un villaggio e l’altro, alla meglio, duecento chilometri, per poi trovare, con sorpresa, almeno un supermarket, un internet point, un benzinaio e fare scorta d’acqua potabile. Cowboys, camionisti, minatori e le loro famiglie: difficile comprendere la scelta di abitare queste zone, lavorando una terra dura come la roccia o governando migliaia di mucche selvatiche. Sono davvero tutti molto gentili, disponibili, e, nonostante qualche difficoltà nel capire il loro accento di parole spezzate, accettiamo volentieri tutti i consigli sul come viaggiare e su quali luoghi visitare. Pare che tutto valga la pena di essere visto, tra l’ironia di chi sembra saperla lunga sull’avventura on the road. Furgoni, camper, autobus degli anni settanta, giovani coppie e famiglie, backpackers da tutto il mondo o pensionati con grandi roulotte, complete di tutti i comforts. Incontriamo più e più volte le solite facce, lungo le tappe forzate delle oasi di rifornimento, percorrendo l’unica strada asfaltata, la Stuart Highway. Il sole è sempre là, accecante, puoi solo cercare riparo nelle Road Houses con aria condizionata o sotto gli eucalipti, ancora spogli in questa stagione: siamo all’inizio della primavera, si spera in qualche pioggia, per assistere al miracolo di veder spuntare fiori dalle crepe della terra, così, dalla notte al giorno, mi hanno detto. Le mosche ti si appiccicano addosso a centinaia, nel tentativo di liberarti dalle impurità, mentre ti entrano nel naso, nella bocca e negli occhi! Sono piccolissime, in modo da infilarsi bene e non darebbero cosi fastidio, se non fosse per il troppo solletico e così, alla fine, le caccio via! Tra le “Uova del Serpente Arcobaleno” abbiamo camminato e riposato, al fuoco comune di un camping nel bush. Sono i Devil’s Marbles (le biglie del diavolo), così chiamati, invece, dai colonizzatori bianchi: una distesa di rocce rotondeggianti, disseminate per chilometri, come piovute dal cielo. Misteri geologici, frammenti di una storia ancestrale che aspetta di essere riletta, partendo da altri punti di vista: la Natura ha le sue leggi, a cui lei sola può ribellarsi, creando fenomeni meravigliosi. Poi, nella notte, è arrivato un temporale: nessun riparo e noi chiusi dentro il furgone, a pregare di non essere fulminati da una saetta! Intorno altri accampamenti, tende assicurate a fatica al terreno, mentre un gigante australiano se la dormiva tranquillamente, avvolto nel sacco a pelo, sotto una tettoia di lamiera! Ogni genere di persona può assaporare l’esperienza di un accampamento nell’outback, famiglie o viaggiatori solitari, più o meno attrezzati...diventiamo tutti uguali, mentre cuociamo bistecche alla brace dei fuochi, pisciamo nelle toilette a compostaggio naturale, respiriamo la polvere. Ancora cinquecento chilometri, sulla deviazione che da Alice Spring si dirige verso ovest. All’orizzonte, fin da cinquanta chilometri prima, il Monte Condor, Uluru e Kata Tjuta, ma sembra di non raggiungere mai quelle enormi rocce, più simili ad astronavi, che a montagne emerse dalla terra. Uluru, meglio nota come Ayers Rock, in onore di Sir Ayers, premier del South Australia alla fine dell’ottocento, è, ovviamente, assalita dal turismo di massa e quello mordi e fuggi di coppie in luna di miele. Qualcuno si cimenta anche come scalatore, sui trecentottanta metri della montagna sacra, ignorando le richieste delle popolazioni aborigene che abitano questi territori e che ne sono, quindi, i proprietari naturali; un po’ come calpestare un altare di una chiesa, con scarpe e tutto! E’ vero, comunque, che è uno spettacolo vedere come questo monolite, il più grande del mondo, alla luce del tramonto, cambi di colore più volte, dall’arancio al rosso scuro, con sfumature blu e viola. In una lunga fila, come in un raduno tra agnostici, con automobili allineate a lisca di pesce, nell’area del look out, il punto panoramico migliore, abbiamo atteso il miracolo; appollaiati sul tettuccio dei fuoristrada o con sedie e attrezzatura da picnic, si stappano bottiglie di champagne, e foto e filmati e molte frasi fatte, in mezzo a qualche pensiero profondo e, spero, qualche punto interrogativo sulla nostra esistenza. Un trekking, di più di sette chilometri, si snoda in mezzo a Kata Tjuta, i Monti Olgas, per l’uomo bianco, in onore, questa volta, della moglie del premier del South Australia! E’ un insieme di trentasei monoliti, alti più di cinquecento metri, da cui il nome aborigeno che significa “molte teste”. Tra un chilometro e l’altro, camminando tra le pareti del canyon, un cartello ricorda di bere, ogni quarto d’ora, per evitare di disidratarsi. Abbiamo camminato a piedi nudi, sulle rocce lisce e rosse, ormai perfettamente calati nell’atteggiamento di “esperti del bush”, quando mi sono ferita, sbattendo l’alluce, su una pietra che non sembrava al suo posto; ho dovuto camminare zoppicando, per gli ultimi tre chilometri, mentre il sangue usciva a flutti, d’altronde è un luogo sacro agli uomini… E’ stata la nostra fortuna, comunque, raggiungere la fine del trekking al tramonto: il sole era rosso come un’arancia e i turisti se ne erano già andati, a bordo dei loro pullman; il tutto sembrava riacquistare, pian piano, il silenzio sacro del deserto roccioso. Le lucertole, i canguri, hanno cominciato ad uscire dai loro nascondigli, incrociando il nostro sentiero, tra spinifex, cactus e terra d’ocra, mentre gli uccelli sembravano parlare, tanto è complessa la melodia e la tonalità dei loro canti. Nico aveva perso il cappello, durante il trekking, dimenticato, probabilmente, su una qualche roccia dove avevamo sostato; raggiunto il parcheggio, un corvo ha chiamato insistentemente dietro di noi. Ci siamo voltati entrambi e l’uccello era là, su un tronco di un alberello secco, dove qualcuno aveva appeso il cappello ritrovato! Ho incontrato di nuovo Roberta! Ha trovato lavoro come guida turistica e si trovava all’Uluru National Park, dove noi eravamo accampati. Ci siamo date appuntamento per una birra e non abbiamo mai smesso di parlare! Quanto avevo bisogno di una voce amica! Nico è un compagno difficile e solo certe volte posso comprendere le sue ansie. E’ una situazione estrema, affascinante, ma anche pericolosa, per cui è facile perdere la calma e sentirsi sperduti. Spesso, ci siamo seduti davanti al fuoco del nostro accampamento, alla sera, per decidere se fosse il caso di proseguire o rischiare di rimanere completamente in panne, con il motore che perdeva olio. Poi la curiosità e la soddisfazione di portare a compimento il nostro sogno rosso, ha sempre prevalso su tutte le paure e le estreme razionalizzazioni. francegipsy.blogspot.com
      gipsy 
      in Egitto d'inverno
      Il caldo. L'odore della paglia e di zafferano, misto a lerciume e odori d'animali. Misto all'odore di nafta e di the verde alla menta. Il nilo, largo, lento e bellissimo. I bambini sulle sponde che ci salutano. GLi adulti che da sorrisi sgangherati sventolano tutto quello che hanno. Io cerco di dar loro attenzione e risventolo il mio braccio all'aria. La combriccola tedesca - sono immersa in tedeschi e austriaci - tirati fanno finta di niente. Io sventolo ancora di più perchè mi infastidisce quel far finta di niente. Due culture a confronto..non si sa chi è quella che vale di più. Almeno questo è quello che mi è sventolato nel cervello davanti a quello stridente diversità. Buon viaggio a tutti!
      lara trieste 
      Un Tombolino in America
      UN TOMBOLINO IN AMERICA Eh sì, quest’estate ho passato delle vacanze davvero diverse. Infatti sono andato negli Stati Uniti ed in Canada, che non stanno proprio qui dietro a via Candia. Il tutto è nato una sera qualunque a casa a Roma, mentre stavo giocando dopo cena con le mie moto in salotto. Papà cercava di battere il record di velocità nel cambiare il numero dei canali sul telecomando (da quando abbiamo Sky ci sono circa 900 canali ed a volte si stressa un po’…)mentre mamma sgranocchiava il cedrato abbarbicata sul divano sfogliando un paio di chili di depliants di agenzie di viaggio. - Elio, perché ad Agosto non andiamo a New York? – dice mamma- Ci sono stata tanti anni fa e mi farebbe piacere tornarci. Magari facciamo un giro che comprende anche Washington e qualche altra città? - Beh, sì è un idea…- risponde papy. - Il solito entusiasmo…Elio che ne dici? - Che dicevi, scusa? - Elio, ma dove c’hai la testa, mi stai a sentire? - Sì, sì, che ti sento, vuoi andare a Boston. - A New York ho detto!, lo vedi che non mi stai a sentire? - No scusa è che sembra che stasera in coppa non gioca Sheva. - E ti pare… E vanno avanti così per un po’. Poi nell’intervallo della partita mamma torna all’attacco ed aggiunge le cascate del Niagara, allora papà, mentre si collega ad internet e sfoglia le mail sul black-berry, dice: - Ma lo sai che è una buona idea?, potremmo allora proseguire fino a Toronto ed andare a trovare Pierino, quel mio vecchio amico d’infanzia emigrato in Canada. Sono anni che mi invita… - Va bene, dice mamma,è un’idea. Ora mi studio il percorso. Intanto, mentre lei organizza il tutto papà ne approfitta per comprare un paio di radio su e-Bay… Io non sapevo cosa fossero “Nuiorch” e “le cascate della signora cara”, però sono andato a dormire sognando di comprarmi qualche nuovo giocattolo in vacanza. Devo dire che con papà e mamma faccio abbastanza spesso dei viaggi, anche lontano, ma la novità di quest’anno è stata il coinvolgimento di zia Tetta e Stefano che, dopo un po’ di titubanze, hanno accettato la proposta, con mia grande gioia. Io non ho ancora quattro anni e non so quanto ho capito e quanto ricorderò di questo viaggio, infatti molte cose che abbiamo visto già mi sfuggono, ma cercherò di fare una specie di racconto delle nostre vacanze d’oltreoceano come se fosse un diario di viaggio. Personaggi e interpreti: IO: cioè Tommaso, detto Tommy, detto anche Tombolino. A detta di tutti, bambino molto bello e simpatico, ho quasi quattro anni, vado all’asilo, ma già conosco l’inglese e guido il trattore, riconosco le zucchine e il rumore della Ducati e sto imparando a giocare bene a nascondino. MAMMA VANESSA: esemplare di longilinea ed atletica femmina determinata che sa raggiungere risultati di un certo livello (guardate me!..), con capacità organizzative direttamente proporzionali ai suoi famosi sbalzi umorali. Conosciuta per i suoi misteriosi fioretti, è fortemente dipendente da una nuova sostanza stupefacente chiamata “Duplo”. PAPA’ELIO: Simpatico dirigente d’azienda, diretto a sua volta dalla moglie nell’”azienda” familiare, cioè a casa. Grande mezz’ala, fa ancora la sua porca figura sui campi polverosi e non, di calcio a undici. La sua filosofia è sdrammatizzare anche le situazioni più delicate, come una partita persa dal Milan. ZIA TETTA: Esemplare di prima zia di primo nipote, con tutto quello che ne consegue. Materna, ma anche “collega” in molti giochi che facciamo, dove credo che si diverta anche più di me. Pregi: i regali, l’altruismo e il tiramisù. Difetti: frequente astrazione dalla realtà dovuta forse ad influssi lunari, disordinata, ma solo in alcuni luoghi (quelli che danno più fastidio a zio). ZIO STEFANO: Poeta (spesso incompreso, da zia soprattutto) e narratore di favole che mi fanno addormentare (lui non ha ancora capito se è una cosa positiva o meno…). Fotografo della domenica e delle vacanze, fa concorrenza ai giapponesi per scatti e rullini usati (mi sa che gli conviene la digitale…). Mi sembra una persona seria… PS: Una menzione speciale merita ZIO POPPO, senza l’abnegazione del quale questo viaggio non sarebbe stato possibile. Egli infatti si è dedicato per oltre due dico due settimane a Nonna Nina e a zio Vincenzo a Gesualdo e zone limitrofe, avendo quindi una sindrome da regressione post irpina, che ha comunque comportato una tessitura di trame di relazioni interpersonali a vari livelli, spaziando da medici a infermiere, a vecchie fiamme che si sono riaccese in un attimo e a badanti a cui più o meno badare, da sindaci a volontari, da giornalisti a politici, per finire con qualche inevitabile chilo dovuto a fusilli e panzetta. 1° giorno: Partenza Le partenze a casa mia sono sempre molto frenetiche. Nonostante io li svegli molto presto, i miei due simpatici genitori fanno a gara a dimenticarsi le cose e a darsi la colpa l’un l’altro, per poi fare tardi e quindi correre per arrivare in tempo. Con il taxi passiamo a prendere zia Tetta e zio Stefano a casa loro a Roma (più di una volta mi hanno spiegato che anche casa mia è Roma e pure quella di zio Poppo, ma io questa cosa qui ho ancora un po’ di difficoltà a capirla) i quali si fanno trovare pronti (ma non tanto svegli) davanti al portone in compagnia di Pierina, la mitica portiera con i capelli da marine americano con la scopa in mano e che parla una strana lingua chiamata Viterbese. La signora ci saluta dicendo “arrivederLe” mentre il tassista si procura un’ernia nel caricare nel bagagliaio l’enorme valigia degli zii che potrebbe contenere tranquillamente me e Francesco Sacco insieme. Tralascio le solite raccomandazioni che mi fanno, di dare la mano sempre e di non allontanarmi (sospetto che mi facciano portare uno zaino per farmi sentire importante e, calato nel ruolo di passeggero, non farmi allontanare), e vi dico che subito trovo un nuovo gioco da osservare, dove due signori avvolgono con un cellophane colorato che esce da un nastro rotante le nostre valigie e papà e zio Stefano poi li pagano, però le valigie se le devono portare da soli… mah.. Comunque io mi avvio con mamma e zia a fare il “cecchino” (anche se mi dicono di non dirlo ad alta voce di questi tempi perché siamo in aeroporto). Mentre zia Tetta mi tiene in braccio e mi spiega un sacco di cose, mamma parla con alcuni signori, poi, mentre papà e zio arrivano con una dozzina di bagagli, mamma di corsa e un po’ agitata va verso alcuni operatori aeroportuali. Ora, da quello che ho capito, c’erano problemi per il mio passaporto, infatti mancava un visto dell’ambasciata americana, che nessuno ci aveva detto di fare, tanto più che di voli con mamma e papà io ne ho già fatti diversi. Quindi mamma, un po’ perché a stomaco vuoto, un po’ per il caldo, un po’per l’agitazione di poter partire, ad un certo punto sviene e cade a terra. Subito qualcuno ci avverte e, mentre zia Tetta prontamente mi allontana per non farmi preoccupare, papà e zio corrono da mamma, la quale però, ancorché sdraiata a terra, è fortunatamente già rinvenuta. Gli altri passeggeri, molto gentili, le offrono acqua e zucchero per farla riavere, altri chiamano l’ambulanza perché le hanno visto battere la testa per terra e quelli del “cecchino” sono bloccati nel fare i biglietti perché hanno appoggiato in alto le gambe di mamma. Mentre arrivano quelli della compagnia aerea che spiegano meglio cosa bisognerebbe fare per la partenza, arriva anche l’ambulanza e mamma spiega che ogni tanto le succede e che non è niente. Intanto zio Stefano da lontano saluta me e zia per farci capire che è tutto a posto, mi sorride pensando che questo possa nascondermi l’accaduto, ma non sa che io ho quasi quattro anni e non sono un poppante che non capisce niente, sono preoccupato, ma comunque un po’ l’abitudine, un po’ la fiducia in mamma, mi fanno stare tranquillo e poi sono un uomo di mondo (anche se non ho il visto dell’ambasciata sul passaporto!)e quindi è inutile che mi spavento e continuo a stare in braccio a zia Tetta per farla stare tranquilla. Infatti a questo punto, essendo per forza di cose bloccata la mia partenza, i due zii dovrebbero partire da soli, e poi essere raggiunti da noi entro un paio di giorni o addirittura dopo una settimana. Il panico e la preoccupazione per tutto quello che sta succedendo si legge sul volto della mia dolce zietta che, comunque, prende il coraggio a quattro mani (e una buona dose di Lexotan)e parte con il suo compagno per questa avventura nell’avventura, mentre noi corriamo all’ambasciata per farci rilasciare questo benedetto visto. Se possiamo trovare una cosa divertente in tutto questo, è che mamma non si smentisce mai, infatti continuava a parlare anche da svenuta! All’ambasciata USA si svolge un’altra scena da “Miami Vice”, infatti, un po’ perché agitati da quel che era successo, un po’ arrabbiati con la questura, un po’ rincoglioniti insomma, io e mamma saliamo a quattro a quattro i gradini dell’ambasciata, incuranti delle guardie appostate e dei divieti di accesso, correndo verso l’entrata. E’a questo punto che ci troviamo un paio di mitra puntati alla tempie e dei militari che strillano in una lingua incomprensibile (vorrei spiegargli che io alla “Mary Mount” ho imparato a contare in inglese fino a dodici e a dire bye e three years old, ma mi sa che non è il momento più adatto). Insomma ci rimproverano aspramente, ci conducono dentro un ufficio e ci interrogano severamente (qui comincio a pensare che questo viaggio negli States non sarà proprio una passeggiata…). Per farla breve, sono comunque comprensivi e alla fine ci rilasciano il famoso visto, noi ringraziamo con la voce di Fantozzi, andiamo via e chi si è visto si è visto (beh, bisognerà pure un po’ sdrammatizzare o no?)! Intanto zia Tetta e Stefano s’imbarcano e si coprono subito con le orribili coperte gentilmente offerte dall’Eurofly, la compagnia dove non senti caldo mai! Infatti, arrivati a bordo tra gli ultimi a causa degli imprevisti di cui sopra, vengono loro assegnati i posti centrali, bersagliati per nove ore da getti di aria condizionata gelata provenienti da ogniddove. Comunque, mi racconteranno poi, che il viaggio è comunque abbastanza piacevole, tra film, quiz, sonnellini e musica, terribili lasagne e gattò di patate, gentilmente offerti dall’Eurofly, la compagnia dove è meglio che non mangi mai! Arrivo a New York degli zii Dopo l’applauso al pilota che atterra dolcemente sul suolo statunitense, gli zii si avviano a ritirare i loro bagagli. Prima però c’è un passaggio obbligato per chi arriva negli States: il riconoscimento col passaporto e la schedatura nei computeroni con tanto di foto e impronte digitali (uhhh, come nei film!). Con il taxi che attraversa il traffico della periferia newyorchese, zia e zio sono finalmente all’albergo nella 7h Avenue. A parte cercare di non prendersi una broncopolmonite per l’eccessiva aria condizionata all’interno della hall, l’impresa più difficile per i miei due paesani e cercare di spiegare che delle cinque persone (o quattro più un Tombolino, fate voi) previste,ne sono arrivate solo due e che le altre presumibilmente arriveranno dopo un paio di giorni. Preso per stanchezza dall’inglese maccheronico dei nostri eroi, il ragazzo della reception (per fortuna di origine italiana) rilascia le chiavi della stanza e fa una specie di prenotazione per la stanza dove alloggeremo io, mamma e papà. L’albergo è bello, la stanza grande con un mega schermo LCD che subito zio Stefano misura per vedere se entra nella sua nuova trolley, rimproverato da zia, la quale nota subito che il bagno è sprovvisto di bidet, ma soprattutto comincia ad avere problemi con il caricabatteria del cellulare. E questa sarà una delle note dolenti di tutto il viaggio, per cui zio accumulerà un discreto stress (zia è piccola, ma certe volte è pesante, eh?). Il problema è che i nostri simpaticoni cow-boys, non si sa perché, hanno un sistema elettrico diverso da quello europeo, con prese elettriche e spine un po’ particolari, dette appunto “americane”. L’adattatore necessario per i vari elettrodomestici era stato fornito da Pino (il papà di zio Stefano che nella sua casa al mare ha tanti sassi che mi ha detto che gli servono per schiacciare le formiche, però non mi ha convinto molto…), ma siccome il telefonino di zia non si ricarica i due danno per scontato che è un po’ vecchiotto e si precipitano al primo negozio a comprarne un altro. Dopo un tentativo di sòla da 50$ di uno yankee della 7h Avenue, gli zii comprano la spina, ma il cellulare di zia non si ricarica, mentre quello di zio va bene. Zia comincia ad innervosirsi e prova anche il suo super-mega-ultra phòn professionale a prova di riccio e questo funziona, ma va piano piano che sembra il trattore de “Lu Tuopo” a Gesualdo. Zia è talmente nervosa che non si è ancora accorta che in camera la temperatura è a 5 o 6 gradi, vista questa strana usanza americana. Da lì in poi zia ogni giorno si farà dare il telefonino di zio, cambiando la scheda con la sua per fare e ricevere sms e messaggi e poi ricambiare scheda nel pomeriggio, dicendo sempre che purtroppo il caricabatteria non va bene e lo racconterà pure in Canada, a quelli in fila sull’Empire state Buiding e anche a qualche cameriere, ne cercherà uno compatibile negli alberghi, se ne vorrebbe comprare un altro, ma chiaramente l’attacco è americano e poi in Italia che ci farebbe, al che zio Stefano (che a volte non è molto perspicace)si fa venire il dubbio che magari vorrebbe che lui le regalasse un telefonino nuovo…mah, le donne spesso valle a capire… Un’altra curiosità riguarda il cibo. Anzi sul cibo degli americani ci sarebbe da scrivere un trattato, visto le schifezze che si mangiano e la difficoltà per capire cosa ti portano da mangiare. Comunque oltre alle tasse aggiunte al prezzo (questo succede anche nei negozi) c’è l’obbligo di pagare la TIP, che non è uno dei nipoti di Topolino, ma la mancia che si deve dare ai camerieri. Ebbene trattasi del 15% di quello che ti sei mangiato. Penso che a NY un tirchio farebbe una dieta fantastica. Insomma gli zii anche senza di noi prendono confidenza con l’America, con i dollari, con bus, i taxi, l’aria condizionata (zio Stefano ogni volta che entra in un negozio, bar, albergo, ecc. si infila la sua felpa proteggi congestione e dice sottovoce un po’ stranito “w gli indiani!”) notando sempre più le stranezze degli yankees. Dopo la prima mattina di scarpinata per la 5°strada e la 56°strada, dove ci sono negozi prestigiosi, dopo un’ora di ricerca di un posto dove farsi un panino (chiaramente i negozianti sono tutti extracomunitari che capiscono e parlano un inglese tutto loro e Stefano, che a sua volta parla un inglese tutto suo, viene scambiato anche per spagnolo…ola,zio!), mezzi distrutti i due “turisti per caso” vanno a papparsi gli orrendi panini in albergo al fresco dell’aria condizionata praticamente alle 4 del pm, crollando nel sonno più profondo dopo l’ultimo morso. Circa cinque ore dopo zia Tetta riesce a comunicare con zio, caduto praticamente in coma da jet-lag, dopo avergli assestato un gancio, un dritto e un pizzico sulla pancia. I due si guardano, si chiedono che ore sono, se hanno fame, se devono cenare oppure dormire. La scelta è sull’ultima opzione e si svegliano direttamente il giorno dopo, pronti per ripartire all’assalto della Grande Mela (a proposito 2 $ l’una nei market, manco fossero caviale!). 2° giorno: In giro per Manhattan: E’ il giorno delle foto, dopo la lunga dormita e i due reporter si scatenano tra scatti ai grattacieli, alle limousine, ai venditori di hot dogs, ecc. Intanto io, papà e mamma ci riproviamo: di nuovo all’aereoporto di Fiumicino per imbarcarci per New York. Solita trafila, impacchettamenti di valigie, giocattoli che non mi comprano perché è tardi e perdiamo l’aereo (sarà una scusa?), “cecchini”, panini, ritardi e arrabbiature dei miei due parents. Finalmente, dopo cinque ore di attesa (avrei potuto fare chissà quanti giochi con le moto nel frattempo)ci imbarchiamo, ma l’aereo non decolla ancora, ma che succede pure oggi?, è una vacanza proprio sudata!(ed in effetti il concetto sarà ribadito arrivati in USA con 38° gradi ed un’umidità incredibile). Papà invia di continuo sms a zia Tetta aggiornandola sulle ore di ritardo e lei e Stefano salgono sul palazzo della General Electrics del “Rockfeller Center” e, dall’alto, cominciano ad apprezzare di più la città, che fino a quel momento aveva dato loro, con i suoi innumerevoli ed altissimi grattacieli, un senso un pochino di soffocamento. Poi si recano a “Central Park”, ribadendo come quasi tutti i romani che ci vanno: “sembra Villa Borghese” e si fanno scarrozzare per 45$(crepi l’avarizia!)su un risciò da un ragazzo che gli illustra i luoghi del parco dove sono stati girati molti film famosi, gli indica le residenze di attori e registi e gli racconta un sacco di cose alle quali zio Stefano sorride e commenta compiaciuto, anche se zia tetta dubita fortemente che lui abbia capito più del 20 % di quello che gli è stato detto. Finalmente, nel tardo pomeriggio, atteso da uno stuolo di giornalisti e fotoreporter all’ingresso della hall dell’albergo (scherzo naturalmente, ci sono i miei zii ormai mezzi americani che ciondolano sul marciapiede)faccio il mio ingresso ufficiale a Manhattan. Racconti veloci, baci e abbracci, curiosità e quasi “carramba che sorpresa”, e poi qualcosa da mangiare e di nuovo a ninna. 3° giorno: il bus a due piani: Dopo la colazione facciamo il punto della situazione. Dopo l’inconveniente del posticipo della partenza, abbiamo solo due giorni prima di prendere l’auto a noleggio. Data la vastità del territorio e le tante cose da vedere, mamma, pratica come tutte le donne femmine, suggerisce di fare il tour con l’autobus scoperto, che fa il giro della città, toccando i punti più importanti, con varie soste e la possibilità di girare con lo stesso biglietto anche nel tour serale e il giorno successivo. Votata all’unanimità questa proposta, andiamo in cerca dei “negroni” che fanno i ticket agli angoli delle strade(corner, dicono qui, più o meno come in Sicilia). Dopo aver cercato di interpretare come funzionano i vari tours, saliamo sul bus al piano scoperto e partiamo. Speriamo bene… Io mi alterno tra le ginocchia di zia Tetta e di zio Stefano e devo dire che mi diverto, perché vediamo un sacco di posti, di grattacieli di strade, di gente che cammina, saluta, e c’è un signore in piedi sull’autobus che spiega tutto quanto (peccato però che lui non sa che io alla Mary Mount sono arrivato a twelwe e al traffic light)ai vari passeggeri che ogni tanto fanno “wow” o “yeah” in segno di approvazione (tranne gli zii e papà che fanno finta di fotografare o leggere la guida). La singolarità di questi bus è che sono alti quasi quanto alcuni tunnel e i semafori ed in alcuni punti bisogna stare veramente attenti a non sbattere la testa, ma non c’è nessuno che te lo dica e l’autista corre come un matto! Con zio cerco di toccare con la mano i semafori e i rami sporgenti degli alberi e mi diverto un mondo. Anche zio sembra divertirsi molto, poi quando un ramo gli sbatte sul collo procurandogli dei graffi, dice prima una parola che io non conosco (e neanche la guida)e poi dice che capisce sempre più perché gli americani votano Bush: perché sono veramente stupidi! Ci fermiamo poi su una banchina, ma non ci sediamo perché la banchina non è come le nostre che stanno nei giardini, ma ha negozi, bar e sta sul fiume e, dopo aver fatto una passeggiata e ravvivato i capelli sconvolti dalla velocità del mitico bus, risaliamo, convinti di fare un altro giro di una mezz’oretta per Brooklin e poi mangiare qualcosa. Prima però zio si accorge definitivamente di aver perso gli occhiali da sole e se ne compra un paio da un ambulante che gli certifica (a voce e in inglese!) che sono buoni e polarizzati; così lui li compra e non rompe più dentro tutti i negozi… Ma quella di fare un giretto è solo una pia illusione, pia nel senso che se la pia…mo in… perché il bus ci porta a Brooklin e gira lì per due ore!, facendoci visitare tutta la città, passando due volte sul Manhattan Bridge, parallelo al suo più famoso collega, prontamente fotografato da tutto il pullman. Qui zia Tetta non si capacita perché non ci fanno passare col bus sul famoso “ponte dei bruchi”, ma comunque poi si adegua. Il tour sembra non finire mai, il sole comincia a darci alla testa e una mamma spagnola chiama a ripetizione il proprio figliolo sei o sette file più avanti: Pablo, Pablo, ecc. strillando nelle orecchie di papà e zio Stefano che, appena appena straniti, dopo la decima volta chiamano in coro Pablo e lo minacciano di seguire subito le indicazioni della madre, pena un tuffo dal Manhattan Bridge. Dopo un meritato pranzo non ricordo neanche più dove, dopo qualche mio capriccio (oh, ma io ho solo tre anni e mezzo!)ci prendiamo un’oretta di riposo prima di affrontare l’emozionante visita al mitico “Empire State Building”, il grattacielo più alto di New York. Zio Stefano, che dopo tre giorni sembra essere entrato perfettamente in sintonia con l’ambiente e la città, suggerisce di non affrettarsi e di andare verso le 19,30, in modo da vedere il tramonto con il passaggio dalla luce al buio della notte e la città che si illumina dall’alto, perché gli hanno detto che è una cosa spettacolare. Puntualmente arriviamo sull’Empire alle nove di sera… Infatti la coda per salire è mostruosa e l’ascensore iperveloce è uno solo, quindi zio non perde occasione per evidenziare ancora una volta i contrasti che ci sono in questa città e per ribadire che nei vecchi western avrebbero dovuto vincere gli indiani… Mentre facciamo la fila vediamo gente di tutti i tipi e di tutte le razze. Ad un certo punto mi sento sfiorare da dietro, mi giro e mi appaiono due cinesine ultrasorridenti che mi vogliono carezzare. “Ma pussa via brutta bertuccia”, avrebbe detto Alberto Sordi, ma chi sono queste e che vogliono da me? Va bene la bimba bionda americana di prima, ma ‘ste due jene ridens no, eh? Insomma mi inseguono e ridono per metà fila, poi prendono il coraggio a quattro mani e chiedono a papà: “potele fale foto con bimbo bellissimo?”. Papà, fiero come qualunque genitore, acconsente anche senza consultarmi; comunque tutto sommato a me piace farmi fotografare perché mi sento al centro dell’attenzione e poi all’asilo mi hanno detto che sono fotoiggienico. E poi visto che hanno detto che sono bellissimo, forse sono pure un po’ meno bertucce… Comunque lo spettacolo dalla vetta del grattacielo è bello, si ammira una città unica, poi illuminata è ancora più suggestiva. La mia delusione però è quella di non avere potuto vedere l’”Uomo Ragno” arrampicarsi sull’Empire, come zio mi aveva promesso durante le mie scorribande nell’ora e mezza di fila per salire, raccontandomi le sue gesta in modo devo dire convincente. Però che fico l’ascensore-razzo! 5° giorno: la Statua della libertà: L’ultimo giorno a New York è dedicato principalmente alla visita alla famosa statua della libertà. A me non è che mi vada tanto di andarci, però zio e zia mi raccontano che è un monumento gigantesco dove si sale sopra e si vede il mare (o il fiume?)dall’alto e la città da lontano ed allora mi convinco come sempre del resto, visto che mi dicono che poi mi compreranno un giochino (qualcuno una volta mi ha detto che nella vita nessuno fa mai niente per niente ed io allora seguo questo precetto). Prendiamo un battello ed attraversiamo il fiume (o il mare, boh?)ed arriviamo a “Liberty Island”, un isolotto dove si erge la statua donata alla città dai francesi (ma tutti questi soldi non li potevano spendere per mettere i bidet nei bagni?). Ci mettiamo in fila (ma guarda un po’)e dopo poco cominciamo a sospettare che c’è qualcosa che non va. Infatti ci spiegano che per noi non sarà possibile salire sulla statua perché non abbiamo prenotato. Ma noi che ne sapevamo? Alla biglietteria non ce l’hanno mica detto! Zio Stefano che sta con me un po’ distante, cercando di distrarmi con le moto che ci siamo portati appresso, quando viene informato da mamma e zia della cosa si arrabbia e dice che non è giusto e che bisogna farsi sentire con questi ciccioni obesi guerrafondai. Allora va da una vigilante con i biglietti e l’aria un po’ da coatto romano (sapete, occhiale scuro, cappelletto, andatura alla Tony Manero, ecc.) e comincia a parlare con la guardia. Qui cominciamo un po’ a temere, primo perché non ci spieghiamo in quale modo si esprimerà e si farà capire, poi perché lui di queste cose ne fa una questione di principio e ci si arrabbia sul serio e, soprattutto, perché la stazza da wrestling della negrona con tanto di pistola non promette niente di buono. I due confabulano per un bel po’ (mi sa che zio quattro parole di seguito in inglese in fondo le sa mettere), lui gesticola, la vigilante scuote il capo e gli fa vedere il depliant. Gli spiega che avremmo dovuto prenotare la vista due giorni prima, come c’è scritto, e zio le chiede come facevamo a saperlo e poi che il depliant te lo danno quando paghi il biglietto e che quindi sono scorretti e che è ingiusto. La guardia gli risponde che non può farci niente, zio punta su di me dicendo che abbiamo anche un bimbo piccolo(ogni tanto funziona, l’ho visto pure in aeroporto), ma la “Mamy” col revolver non si impietosisce anche perché se no dovrebbe fare entrare centinaia di persone con lo stesso problema. Comunque non gli spara e questa è già una buona cosa e zio torna da noi imprecando contro questi sottosviluppati che vanno avanti ad hamburger e bibite gassate… Dopo tante foto e tantissimo caldo, ci reimbarchiamo e torniamo a “Battery Park”, dove c’è un parco con un po’ d’ombra, ma soprattutto un gioco fichissimo con fontanelle zampillanti dal terreno, dove insieme ad altri bimbi mi spoglio e gioco e mi diverto come un pazzo. Anche i miei quattro accompagnatori adulti ne approfittano per rinfrescarsi e addirittura papà e Stefano si comprano due magliettacce stile “I love New York” sulla bancarella per cambiarsi le loro, zuppe di sudore dei 40° gradi all’ombra di oggi. Nel tardo pomeriggio, dopo la consueta doccia + pennica con aria condizionata in camera, non appagati dalle ore passate sul bus turistico di ieri, i nostri gringos si rifanno un altro giro per la città (tanto è gratis) ed ammirano altre bellezze newyorkesi (Stefano e papà ogni tanto si danno delle gomitate credo perché vedono delle bellezze di cui mamma e zia forse non si accorgono…). Poi la sera come al solito una bella cenetta a base di carne, patate fritte, insalata, aglio, cipolla e ghiaccio a volontà e poi via tutti di nuovo sul famigerato bus turistico per il tour notturno e per l’ennesima volta l’attraversamento del Manhattan Bridge + Brooklin (io sfinito mi addormento, ma forse non solo io…)! non se ne può più……poi a dormire che domani si lascia la “Grande mela”. 5° giorno: Philadelphia Prendiamo alla Hertz una Toyota Sienna sette posti, ci infiliamo dentro di tutto di più e partiamo alla volta di Philadelphia, ma non per mangiare il formaggio che a me piace tanto, ma per visitare la città dove più di duecento anni fa gli Stati Uniti dichiararono la propria indipendenza. Per andare verso la nostra meta sbagliamo strada e una volta imboccata finalmente quella giusta rimaniamo bloccati nel traffico… Certo le attrattive di questa città non sono molte e, non conoscendo molto bene la pianta della città, ormai entusiasti delle gite sul bus turistico a new York, decidiamo di provare a seguire un piccolo autobus per turisti che incrociamo per strada. Certo, le bellezze newyorchesi qui non ci sono, non c’è neanche il negretto che che ti allunga la bottiglietta d’acqua fin sopra l’autobus con il bastone col gancio, però vediamo un po’ la città, fermandoci dietro il bus ogni volta che questo fa una fermata per far salire o scendere i turisti. Il giro va avanti un bel po’, facciamo anche delle fermate un po’ improbabili, nel senso che per stare dietro al pullman ci accostiamo in punti dove non c’è niente da vedere. Ad un certo punto, all’ennesima fermata a dieci metri dall’autobus, su un ponte bruttissimo ed isolato, vediamo l’autista di colore alzarsi e farci dei cenni. Un misto di risate e preoccupazione ci assale, mentre l’uomo lascia i passeggeri sull’autobus, scende e viene verso la nostra auto. Quando arriva (comprensibilmente per accertarsi su chi siano i suoi “inseguitori” da 45 minuti a questa parte)ci trova che ci sbellichiamo dalle risate e ci dice qualcosa in inglese che probabilmente potrebbe essere tradotto così: “a regà, se me state a seguì pe vedè gratis la città va bene pure, ma se c’iavete brutte intenzioni vedete d’annavvene!, intesi?”). Papà allora lo rassicura dicendogli che era solo un modo per girare Philadelphia senza perdere troppo tempo con guide, cartine e musei, d’altronde l’autista quando si accorge che il sinistro equipaggio è composto anche da due ragazze e un bimbo (io!)si tranquillizza e se ne va “quasi” sorridente. Dopo questo divertente episodio decidiamo di lasciare questa town, che non sembra offrire molte altre cose interessanti e non vediamo neanche la famosa campana, tanto, dice zio Stefano, semmai facciamo cantare zia Tetta… Ci mettiamo un secolo ad arrivare, perché lungo la strada troviamo un incidente che blocca il nostro tragitto per due ore sotto il sole a 38° (w l’aria condizionata in auto!). Semidistrutti ci fermiamo in un Holiday Inn sulla strada alle 7 di sera ed è il primo albergo non prenotato e situato lungo la strada. Alle 8 ci facciamo il bagno in piscina e lì mi scateno dopo i tanti allenamenti a Campo Antico. Poi andiamo a cena da un certo Danny’s…. Qui al momento delle ordinazioni, zio Stefano ripete la scena quotidiana della sua ardua scelta del pietanza. Infatti alla sorridente signorina che ogni volta si presenta al nostro tavolo, lui comincia a fare delle facce strane e, in un inglese quanto mai maccheronico, con la fronte imperlata di sudore cerca di scegliere un piatto che possa andargli bene. Il suo esordio col coloratissimo ed incasinatissimo menù in mano è:”I am allergiccccchhhh, i am allergic to the eggs! Into this indicando con this la foto della pietanza)are there eggs? E chiaramente la ragazza, che non ha capito niente gli risponde che se vuole ce le fa mettere le uova (zio ha una forte forma allergica alle uova da quando era anche lui un tombolino)e zio allora diventa paonazzo e comincia a balbettare e, nel momento in cui riprende in mano la situazione con l’aiuto di mamma e del “Collins”, zia Tetta, tempestiva come tutte le donne, comincia a rimproverarlo perché ha sbagliato a dire qualche parola. Così zio si arrabbia ancora di più ed ordina sempre bistecca ai ferri con patate fritte…(e non vi racconto quanti minuti ci vogliono per far capire alle varie “Calamity Jeane” di turno che non ci vuole sopra nessuna salsa, tanto meno contenente uova…). Insomma un teatrino ogni sera, ma va bene così, perché tanto non frequentiamo posti dove c’è chissà quanta vita e la televisione c’è in tutte le lingue tranne l’italiano (ma se lo sono già dimenticato tale CRISTOFORO Colombo da Genova, con le tre caravelle, ecc., ec.???!!!). 6° giorno: Baltimora Il giorno dopo ci rimettiamo in macchina e piano piano (visti i limiti di velocità delle strade in America) ci avviamo verso Baltimora. La cittadina è carina, con il porticciolo e i negozietti, c’è anche un posto dove zia fa scaricare su cd le foto della digitale (ammazza quanto sono cari!), mentre io e zio Stefano facciamo la gara a chi lancia più lontano il mio passeggino. Ripartiamo per andare a Washington, la capitale, sede della Casa Bianca e del Pentagono (io a scuola sono arrivato al triangolo e quindi non so cosa sia un pentagono, perciò sono molto curioso) 7° giorno: Washington Dopo vari outlet di cui i miei quattro compagni di viaggio sembrano non poter proprio fare a meno (addirittura zia Tetta si compra degli occhiali da sole che cercava da mesi per la gioia di Stefano che ne ha subìto negli ultimi mesi le lamentele per la ricerca infruttuosa), approdiamo nella capitale USA, dove abbiamo una prenotazione per due notti fatta già dall’Italia. L’albergo è bello e per nostra fortuna ha la piscina, che ci salva per due giorni dall’ondata di eccezionale caldo che sta colpendo l’America in questi giorni. Giriamo comunque, anche se le difficoltà incontrate a New York per mangiare le ritroviamo anche qui; poi riposino e bagnetto dove mi esibisco con un salvagente che esalta le mie doti natatorie ancora più dei braccioli. Conosco anche qualche bambina (zio in questi casi mi suggerisce sempre di farmi dare un numero di telefono, non si sa mai…), mi tuffo, nuoto anche dove non si tocca (vabbè io non tocco quasi mai…)e starei lì le ore, ma si fa sera e dobbiamo andare a mangiare per poi fare un tour notturno della città. A sorpresa questa si dimostra piuttosto “morta”, anche perché forse noi ci aspettavamo chissà cosa da una capitale così importante. E poi cerchiamo di “avvistare” la “Casa Bianca” (di notte dovrebbe essere più facile col buio…) e il “Campidoglio” (sperando di non incontrare Veltroni, quello che non fa mettere a posto le buche a Roma). Da lontano invece vediamo sempre un obelisco altissimo e, gira che ti rigira, la cupola di “Capitol Hill”. Ma non c’è traccia della “White House” e, ad ogni palazzo bianco grande che incontriamo, i miei quattro esperti conoscitori del mondo gridano: “eccola, eccola”, chiaramente rimanendo poi delusi perché magari è solo una grande banca o edificio più o meno imponente. Allora rimandiamo tutto al giorno successivo rimanendo inquieti e preoccupati per il “Mistero della Casa Bianca”… La mattina successiva però partiamo sparati e decisi verso il luogo che ci ha turbato il sonno e chiediamo al primo passante dove si trova. Questi sembra neanche conoscerla ed allora ci viene il dubbio che abbiamo sbagliato città, ma poi, duri e determinati, raggiungiamo il luogo da dove si può scorgere attraverso una recinzione e lì diventiamo giapponesi, facendo foto pure ai cecchini che stanno sul tetto (non sono gli stessi dell’aereoporto mi sa…). Come già successo per la Statua della Libertà non è possibile visitare il sito se non previa autorizzazione rilasciata almeno quaranta giorni prima dall’Ambasciata Americana. Riflettiamo che se a Roma dovessimo fare così col Colosseo e San Pietro creeremmo un casino inenarrabile. Mentre passeggiamo per il grande viale pedonale che costeggia l’appartamento presidenziale familiarizziamo con uno scoiattolo, che non sembra per niente impaurito dalla nostra presenza, infatti ci racconta che negli anni ne ha viste di peggio, da Condoleeza Rice a Berlusconi, per non parlare di Monica Lewinsky… Rinfrancati dal successo ci spingiamo fino alla collina del Campidoglio, dove però fanno salire in cima sulle scale solo in alcuni orari. A noi toccherebbero le tre del pomeriggio, ma all’unanimità decidiamo che a quell’ora ci sarà la “pennica” pre-piscina. La sera andiamo a mangiare in un altro “Hard Rock Cafè” (eravamo stati in quello di Baltimora, il più bello)e zio Stefano scatta qualche altro centinaio di fotografie alle chitarre e alle locandine, ai dischi e alle bacheche con oggetti firmati dai grandi artisti della musica rock. Bisogna dire che a zio piace molto la musica, soprattutto quella inglese anni ’70 e in questi posti ritorna adolescente, rivive i momenti di esaltazione ai concerti con gli amici o quando suonava (male) la chitarra e cantava con le conseguenti lamentele del vicinato. E quindi scatta tante foto, come del resto è solito fare quando si va in giro e lui sembra veramente un giapponese, perché fotografa in continuazione, zoomma di qua, un panorama di là, un dettaglio curioso, spesso con lo stesso soggetto fotografato più volte, perché, a suo dire, con diverse esposizioni è sicuro di avere un buon risultato sulle foto che gli interessano di più (ma a quanto dice zia non sempre è così, anzi secondo lei, sono tutte uguali!). Comunque zio fa tante foto anche a me e io sono contento perché mi piace essere fotografato e poi rivedere subito l’immagine sulla macchina digitale. 8° giorno: in viaggio verso Niagara – tappa a Somerset Il giorno dopo lo passiamo in viaggio, accompagnati ancora da quella strana puzza di formaggio che c’è nella nostra auto a noleggio fin dal primo giorno e che non riusciamo a debellare (zio Stefano dice che sono i caciocavalli n° 35 di zia Tetta, ma mi sa che lo dice per farla arrabbiare). Nel pomeriggio ci fermiamo in un alberghetto in una località chiamata Somerset, che giriamo prima con l’auto per vedere se c’è qualcosa di interessante da vedere ma, nonostante papà sia particolarmente entusiasta del posto (chissà perché), non indugiamo a tuffarci in piscina. Poi vedo con grande interesse alcune Harley-Davidson con alla guida un nugolo di omaccioni tatuati, pieni di anelli e muscoli e dall’aria aggressiva. Il rombo dei loro motori mi mette paura e voglio starne lontano, ma non posso fare a meno di guardarle… A cena ci ritroviamo in uno dei caratteristici locali “on the road” tutte luci e cameriere gentili (mi danno un sacco di fogli e di colori e io gioco, disegno, scrivo, mentre aspetto i ninni. Sì infatti stasera hanno deciso tutti di imitarmi. Stanchi delle solite bistecche e patatine, insalate e salse e fritti, i nostri quattro cow-boys dell’Italia centro-meridionale si lasciano andare tutti quanti ad uno spaghetto burro e parmigiano, degno del miglior “menù San Camillo”, tra lo stupore della cameriera, per giunta di origine italiana, che non si spiega come mai con tutta la scelta che c’è questi qui si vadano a mangiare la pasta (in America!) e pure in bianco! Dopo questa botta di vita si rientra in albergo. Dopo un po’ sento nella stanza degli zii accanto alla nostra Stefano che dice improperi vari contro qualcuno, tipo: Ma magari gli indiani li ammazzavano tutti, speriamo che gli crolli la Statua della libertà, ecc. L’indomani veniamo a sapere che dopo la piscina lo zio aveva lasciato ad asciugare fuori della porta della sua stanza d’albergo al primo piano (le stanze sono disposte in corridoi all’aperto intorno alla piscina) i sandali bagnati, e, al ritorno dalla scorpacciata di ninni americani non li aveva più trovati. Insomma la sua teoria sulla stupidità degli americani prendeva sempre più corpo… 9° giorno: Cascate del Niagara Il mattino seguente ci avviamo verso le “Patampufete Falls” a Niagara. Lungo la strada troviamo un’agenzia che ci prenota albergo e tour tutto compreso. Quindi arriviamo nella città lato statunitense ed alloggiamo nell’albergo prenotato. Mangiamo, con grande fantasia, all’Hard Rock Cafè e poi passiamo il confine attraversando a piedi il ponte che unisce i due stati, collegandoli con una frontiera quanto mai singolare. Per passare dalla parte USA a quella canadese ci fanno mille domande e sono molto seriosi, il contrario dei loro colleghi canadesi. Lo spettacolo serale della cascate è magnifico. Dal ponte cominciamo a vedere i fasci di luci colorate che dal Canada illuminano le immense cascate d’acqua. Scattiamo foto a più riprese nonostante il forte vento che c’è sul ponte, poi arriviamo a Niagara lato canadese e ci godiamo anche i fuochi d’artificio. Non avevo mai visto niente del genere, dei bum da paura, come si dice a Roma e come c’ho paura davvero pure io, ma le luci sono bellissime e i disegni nel cielo fantastici, peccato che dopo un po’ vanno via, non come le scritte che faccio con i pennarelli sui muri… Al rientro negli States ci chiedono se è la prima volta che andiamo negli Stati Uniti, allora io gli dico: “aho, guarda che siamo quelli di mezz’ora fa”, ma fortunatamente non mi capiscono… Ma la cosa più divertente è che per rientrare si deve passare una sbarra che si apre se ci metti 50 centesimi, se no non ti fanno rientrare!!! Potete immaginare quello che ridice Stefano sugli Americani… 10° giorno Il tour Ore 9 appuntamento nella hall dell’albergo per la partenza della visita alle cascate che durerà presumibilmente quattro o cinque ore. Vediamo arrivare un signore dinoccolato di mezza età di nome Jerry, che ci dice che penserà a tutto lui, ci dà dei cartellini con scritto Jerry (che megalomane!)da appendere sulle magliette e ci spiega (spiega a chi capisce l’inglese, chiaramente)come si svolgerà il tour. Poi ci raccomanda soprattutto di non allontanarci mai da lui e a noi Italiani ci affida a due simpatici signori americani, che ci faranno da balie (non asciutte vista l’acqua che prenderemo). Ci imbarchiamo ed arriviamo piano piano fin sotto le cascate, dove il getto dell’acqua è talmente forte che ad un certo punto c’è una nebulizzazione che non fa vedere più niente (lì zia Tetta per un attimo “spera” di perdersi zio Stefano, ma poi le riappare con tanto di macchina fotografica al collo…). Lo spettacolo è fantastico, meno male che ci hanno dato degli impermeabili per ripararci dagli schizzi fortissimi perché sennò dovevo farmi un’altra doccia (tanto me la dovevo fare pure la sera prima di andare a ninne…). Successivamente il mitico Jerry ci porta su una torre, da cui possiamo ammirare dall’alto il formarsi delle cascate ed il paesaggio circostante: davvero bello (chissà se quando torniamo a Campo Antico Nonno Lallo mi organizza un tour così per le Cascate delle Marmore…). Una cosa importante da dire è che i miei due zietti ieri sera hanno avuto la felice idea di comprare anche a me una mimi macchina fotografica e così anch’io da oggi posso essere annoverato tra i fotografi del viaggio (ma che ficata!!!). Tra una sosta e l’altra, in un parco o ai negozi di souvenirs, Jerry non transige, ci dà delle pause brevissime che cronometra. Chi non le rispetta resta a piedi. Lui fa il simpaticone, fa molte battute, scherza (ma che se rideranno tutti ‘sti babbioni americani poi?), però devi fare quello che dice lui e nel tempo che dice lui(Ah Jerry, è inutile che fai tanto lo spiritoso, tanto la mancia te la poi scordà). La sera andiamo a cena da Denny’s, un ristopub di una catena che va per la maggiore e che già abbiamo sperimentato (remember le quattro paste in bianco?). Stavolta però abbiamo un problema con le mance, infatti ci capita una cameriera decisamente scortese, la quale non solo ci mette un bel po’ a capire cosa vogliamo mangiare, ma quasi prende in giro mamma, correggendola ironicamente su alcuni vocaboli inglesi. Voi mamma la conoscete, è tanto buona e cara, ma quando s’incazza sono dolori…In questo caso manda giù con signorilità sia le parole della cameriera che la bistecca, poi, acompagnata da Stefano (uh, lui poi con queste cose ci va a nozze!)si reca a pagare il conto alla cassa e spiega al “capoccia”(antipatico ed arrogante pure lui)che non lascerà un cent di mancia alla “sciacquetta” che ci ha servito, perché maleducata e poco professionale (tiè!, brava mamma!). 11° GIORNO Toronto Da Niagara a Toronto ammiriamo i verdi paesaggi canadesi, favoriti dall’enorme quantità di bacini lacustri di cui questo paese è ricco. Le strade sono simili a quelle USA, con la differenza che i limiti di velocità sono indicati in chilometri anziché in miglia e questo ci riporta un po’ ad usi più casalinghi. E più casalingo troviamo il Canada, con persone più affabili, più alla mano rispetto agli statunitensi. Ci diamo appuntamento con Pierino, l’amico d’infanzia di Gesualdo di papà, che da tanti anni si è trasferito con un fratello ed una sorella nella regione del lago Ontario. Anche se quasi ogni anno si incontrano d’estate a Gesualdo, i due ci tengono molto a vedersi, erano molto legati infatti da ragazzi al paese e ci racconteranno tanti aneddoti di quando erano piccoli (uh, quante cose non conoscevo di papà!). Arrivato Pierino (ma perché poi lo chiamano Pierino se è alto almeno 1,80 e ha due spalle così?!, io sono Tombolino perché sono piccino…bah, questi adulti) scendiamo dall’automobile e lì baci e abbracci tipo “Carramba che sorpresa”, manca solo la Carrà… Uè paesà comme staje, te truov tuost, pure tu stace bbuone, ecc. Poi ci rechiamo a casa sua, dove finalmente mangiamo qualcosa di commestibile che Piero ci cucina, un po’ intontito dal jet-lag (è tornato ieri dalle ferie fatte in Italia) e dalle figlie un po’ ribelli, che gli parlano/urlano in americano (e io non capisco niente, ma non solo io…). A cena arriva anche il fratello più grande, il mitico Dante, personaggio singolare e simpatico con passioni calcistiche ed automobilistiche e da un passato burrascoso. Dopo tre minuti che ci siamo presentati ci sta già raccontando la sua vita, partendo dal matrimonio fatto da giovanissimo, dall’emigrazione in Canada, passando per trascorsi in giro per il mondo un po’ per lavoro un po’ per evasione dalla realtà quotidiana e familiare, finendo con le corse con la Ferrari e le foto con i campioni del mondo di Spagna ’82, conosciuti spacciandosi per giornalista. Io e miei “parents” dormiamo per due notti a casa di Piero, mentre Dante e la sua gentilissima moglie ospitano zia tetta e Stefano a casa loro, dove gli continuano a raccontare fino all’una di notte di tutto di più, mentre gli zii cercano di addormentarsi seduti sulle sedie della cucina… 12° giorno tour di Toronto Come mio solito, sono mattiniero e quindi mi alzo presto, faccio colazione con mamma e papà, ma non trovo Pierino, che non capisco dove sia finito. Ieri sera mi è sembrato di capire che avesse una lezione di spagnolo dalla sua insegnante (che strane usanze che hanno qui, vanno a scuola di notte, bah…)e forse, siccome era lontano, magari lei sarà stata così gentile da ospitarlo. Una volta raccattati i due zii partiamo all’assalto della città. La giornata è completamente dedicata al giro turistico di Toronto che, pur avendo 2,5 m.ni di abitanti, è molto estesa e con strade larghe,lunghe e case grandi e grattacieli, un po’ sullo stile USA. Percorriamo con la macchina la strada più lunga del mondo, pienissima di negozi che sembrano non finire mai ed arriviamo al porto, una delle attrazioni del luogo. Dopo aver fatto un po’ di foto ci avviamo a “scalare” la torre più alta del mondo, dalla quale si domina la città, una parte della regione del grande lago Ontario e sembra veramente di stare in cielo per quanto è alto. Mi diverto un sacco a fare le foto sul pavimento trasparente a 400 metri da terra, dove le persone sembrano formichine e le macchine sono più piccole delle mie “Hot wheels”! La sera mangiamo la pasta (w i ninni in bianco!), poi riaccompagnamo gli zii a casa di Dante and his wife, mentre Piero biascica ogni tanto qualcosa, mezzo addormentato e papà ad ogni incrocio lo sveglia per chiedergli dove dobbiamo girare. Certo che le lezioni di spagnolo mi sa che sono un po’ pesanti… io continuerò a studiare inglese! Decidiamo comunque che il giorno dopo ripartiremo, un po’ per lasciare tranquilli i nostri ospiti che devono anche lavorare, un po’ perché dobbiamo cominciare ad avviarci a piccole tappe verso New York, da dove poi ripartiremo per l’Italia. 13° giorno partenza, sosta all’outlet La mattina, prima della partenza andiamo nella camera delle figlie di Pierino per scaricare le foto della macchina digitale degli zii su un cdrom, perché la memoria è piena Ora, queste parole non sono farina del mio sacco, le ho sentite dire da loro e non voglio neanche sapere cosa significano. So solo che ci fanno perdere quasi un’ora di tempo perché i quattro geni dell’USB hanno problemi col pc. Considerando che gli zii lavorano in un’azienda di telecomunicazioni e che le due ragazze sono proprio nella fascia di età in cui i giovani d’oggi sono dei maghi dell’informatica, mi sa che c’è qualcosa che non va… Mah, datemi un paio d’anni di tempo e vi farò vedere io! Dopo aver ripreso il cammino, arriviamo allo Zoosafari che avevamo visto lungo la strada all’andata. I quattro adulti (anche se io su Stefano qualche dubbio ce l’ho sempre)sostengono che è una tappa necessaria per me, così anch’io potrò svagarmi, divertirmi e non solo girare per città e negozi. Il posto è davvero fantastico. Giriamo con la macchina tra zebre e bisonti, giraffe e leoni, vediamo le tigri, gli ippopotami e i “bambi” e soprattutto le scimmie che ci salgono sopra la macchina! Che forza, vorrebbero entrare, giocano con l’antenna della radio e si fanno fotografare (anche da me!)senza problemi. Che mattacchione. Poi vediamo lo spettacolo con gli elefanti, facciamo un giro sul trenino e andiamo io, zia e zio sull’elefante! Che alto che è! Infine mi metto in costume e al parco giochi acquatico sfodero il mio fisico atletico per rimorchiare quattro o cinque pischelle (zio dopo mi ha detto che dovevo farmi lasciare il numero di telefonino, ma io non ce l’ho, ho al massimo la macchina fotografica!). Dopo queste splendide ore (secondo me gli è piaciuto tanto pure a loro quattro, altro che “facciamo contento Tombolino!”)ci rimettiamo in auto e “stranamente” troviamo un altro outlet che sembra destino. Stavolta però non gliela faccio passare liscia a questi spendaccioni, pienamente calati nell’era del consumismo più sfrenato. Loro infatti andando in questi centri con negozi perennemente in saldo pensano di risparmiare, e sarebbe anche vero se si limitassero a comprare le cose che gli servono. Ma siccome i prezzi sono convenienti ed in più anche il cambio è favorevole, va a finire che si comprano un sacco di cose inutili, spendendo molto più del previsto (ma con quei soldi quanti giochi mi potrebbero comprare?). Insomma per ripicca, appena arrivati, mi addormento e quindi sono costretti a girare per negozi a turno, mentre mamma o papà girano con la mitica Toyota Sienna a formaggio, finchè non si stufano e ce ne andiamo via! Troviamo lungo la road, a “Lundsay Lane”, un “Knight Inn”, una copia dell’Holiday Inn, con in meno il prezzo (più basso, of corse), ma con in più una discreta puzza di muffa. 14° giorno Buffalo – pizza beneventana Per pranzo il giorno successivo ci fermiamo a Buffalo, cittadina caratteristica più per il nome che rievoca miti western che altro. Girovagando in questa amena località c’imbattiamo in una pizzeria italiana (mi pare “Enzo e Joe” o qualcosa di simile) e decidiamo di entrare. Sulle pareti ci sono molti dipinti di città italiane e questo ci fa ben sperare. Ordiniamo i nostri tranci e un omone, che dalle movenze e dalla stazza sembra essere il proprietario, ci saluta e ci chiede se va tutto ok. Zio Stefano, un po’ sincero ed un po’ ruffiano, gli dice che la sua pizza è la migliore che abbiamo mangiato finora in America. Non l’avesse mai fatto. L’omone ci prende in simpatia, ci viene a trovare al tavolo e comincia a chiacchierare in un misto di slang e similitaliano, che comunque riusciamo ad interpretare. Quando ci dice di essere di un paese vicino Benevento e scopre che papà e zia sono di lì vicino scatta l’apoteosi. Manca solo che i camerieri facciano la ola nel locale. Da quel momento non ci lascia più. Ci offre il caffè (italiano) in locale vicino e ci racconta la sua vita. Ci chiede di noi, fatica un po’ per capire come sono formate le coppie e chi sono i miei genitori (per fortuna siamo solo in cinque!) e poi ci racconta di Buffalo e dintorni. Su nostra esplicita richiesta se c’è qualcosa di interessante da visitare in città ci fa capire che oltre alla sua pizzeria non c’è nient’altro e poi trova una simpatica metafora per farci capire quanta poca vita ci sia in città. Infatti ci dice: “Se tu nel pomeriggio spari con una pistola non ammazzerai mai nessuno”, e lì capiamo che la nostra sosta nella cittadina può dirsi conclusa. Senonchè ci chiede che lavoro facciamo (io vado all’asilo, gli altri te lo spiegano loro!)e quando Stefano gli dice che lavora in Telecom, un’azienda di telecomunicazioni, lui gli risponde: “E’ tua?”. Lì capiamo che non c’è molta chiarezza e gli diciamo che papà invece ha una società di servizi che si occupa soprattutto di fare le buste paga per altre aziende. A quel punto Enzo(?)il beneventano lo abbraccia, se lo porta dentro e gli regala le buste paga dei suoi camerieri per fargli vedere se sono fatte bene… 15° giorno di nuovo a New York Dopo la nottata in un “Comfort Inn”, dove veramente confortevole, o meglio utile, è la consultazione gratis di Internet, prenotiamo tramite pc l’albergo che ci dovrà ospitare per le due ultime notti del viaggio a New York. Dopo difficili ricerche (sono tutti pieni!)decidiamo di Prendere due stanze al “Marriott Hotel”a 200$ a notte, senza colazione più 80 $ di parcheggio, perché ci siamo stufati e poi perché come dicono mamma e Stefano “ormai abbiamo fatto 30, facciamo 31” (solo loro conoscono il significato di questa oscura frase. Per me danno solo i numeri!). Il Marriott è un albergo piuttosto famoso, anzi, per la precisione, è una catena di alberghi, questo infatti trae in inganno i nostri eroi, ognuno dei quali si ricorda di averlo visto nel precedente soggiorno newyorkese, quindi chi nella 5° Avenue, chi dietro “Times Square”, chi un’altra zona ancora. Quello da noi prenotato è invece nei pressi di Ground Zero e, nonostante la guida Michelin col suo percorso dettagliato, riusciamo a trovarlo dopo aver girato Manhattan per più di un’ora da nord a sud e viceversa. Quindi chi dice andiamo di là, chi controbatte no è a destra, chi, non volendo creare maggiore confusione, come zio Stefano, pensa che pure a New York con le strade non stanno messi benissimo e dopo la ottava volta che sbagliamo strana mi è sembrato di sentirgli cantare sottovoce la canzone di Guzzanti “Grande Raccordo Anulare”. Ma al fine arriviamo. Dopo qualche incomprensione col personale nello scarico dei bagagli e per il posteggio della Toyota “Cheese” in garage, saliamo nelle nostre stanze commentando: “vi meritate Bush, siete proprio idioti!”. La sera andiamo a cena a “Little Italy”, quartiere caratteristico perché pieno di locali di emigrati italiani, convinti di mangiare bene in un ristorante italiano. Ahinoi, la realtà è ben diversa. Il quartiere, ormai ridotto ad una sola via a causa dell’espansione cinese, sembra una festa di paese di 40 anni fa, dove ti invitano ad entrare in questi ristoranti che di italiano hanno solo il nome (magari li avranno aperti i nonni dei nonni dei nonni…). Mangiamo così così, anche se io devo dire che mi sono gustato un bel piattone di spaghetti con le “gongole” pieni di aglio, il cameriere non capisce una sillaba di italiano ed è pure maleducato, quindi zio si trattiene dal mandarlo non so dove perché non gli spiega che cosa gli porterà da mangiare e poi ce ne andiamo, perché domani è l’ultimo giorno nella “Big Apple” e abbiamo un sacco di cose da fare. 16° giorno MOMA e TOYS La maggioranza (papà Elio)la mattina dopo decide di andare al MOMA, il museo di arte moderna, dove, oltre a far iscrivere papà per risparmiare ben 5$ sui cinque biglietti d’ingresso (ma soprattutto l’ennesima fila, che fichi che siamo!), dove tra tanti quadri belli e brutti, oggetti strani e pure qualcosa che assomiglia a dei giocattoli, vedo soprattutto un elicottero vero, sospeso in aria, dove ogni cinque minuti mi devono portare perché mi piace da morire e non mi spiego perché, invece di volare, sta lì fermo tra un piano e l’altro. A cena decidiamo di andare in un posto tranquillo, cioè Times Square di sabato sera, che è frequentata più o meno come il lungomare di Riccione a Ferragosto e mangiamo al “Planet Hollywood”, dove trovo macchine attaccate al muro, astronavi aliene, missili e mostri e mi chiedo dove mi hanno portato questi quattro mattacchioni, ai quali per scherzo verso un megabicchiere di acqua sul tavolo, così ho più tempo per scarrozzare per il locale con zia Tetta, mentre viene riapparecchiato il tavolo. Ma la cosa più bella la facciamo dopo cena al negozio della TOYS, un paradiso dei bambini, una città di giochi e giocattoli, dove faccio pure un giro con zia sulla ruota panoramica. Questo negozio è su tre piani e ha giocattoli fantastici, ma perché non siamo venuti sempre qui la sera? Mentre sto per uscire dal negozio una bimba di colore mi fa l’occhiolino, ma non so cosa vuol dire. 17° giorno ritorno Ebbene sì, la vacanza è terminata e dobbiamo rientrare in italia. E’ stata bella, nonostante il caldo, ho visto tante cose nuove, ho giocato tanto, però mi sono pure un po’ stufato di girare e allora non mi dispiace poi tantissimo tornare a casa, così potrò rivedere i nonni e gli zii che ho lasciato a Campo Antico e a Gesualdo, soprattutto, potrò mangiare dei ninni come si deve! Superate le pratiche di riconsegna dell’auto, incartati bagagli, tolte le scarpe al metal detector (l’odore mi ha ricordato quello della Toyota Sienna!), finalmente ci imbarchiamo. Io ho voglia di giocare e di sapere cosa sono tutte le cose che vedo intorno, dentro e fuori l’aereo e lo chiedo a mamma con la mia vocina delicata, facendo ogni tanto qualche pausa di circa uno o due secondi, per la gioia dei passeggeri vicini. Ogni tanto chiamo anche zia Tetta che è distante qualche sedile da me e ci sono alcune ragazze che stanno vedendo un film con le cuffiette o che tentano di dormire che mi guardano. Piacerò anche a loro? Mi sembrano un po’ grandi per me, comunque. Dopo un paio d’ore sono più vispo che mai, mentre gli altri passeggeri chiedono alle hostess tisane e sonniferi e tappi per le orecchie. Poi mamma mi fa la camomilla che io, bastardo, agito verso le girls vicine, facendo intendere loro che tra un po’ mi addormenterò. E loro infatti dicono che finalmente è quasi fatta. Ma è una finta e comincio a ballare col biberòn in mano sorridendo loro beffardo, al punto che si rivolgono a zia e le chiedono se c’è la possibilità di sopprimermi o almeno drogarmi. Poi, dopo un’altra oretta, comincio a cadere tra le braccia di Morfeo mentre un “ooohhh” soddisfatto culla la mia nanna. Dopo alcune turbolenze che zia Tetta supera a pieni voti (ormai punta alla Polinesia!)atterriamo a Fiumicino e prendiamo un taxi, guidato da un personaggio particolarissimo, che comincia a parlare e non si azzittisce più, visto che Stefano e papà gli danno spago, avendo capito che il soggetto è interessante. La conversazione spazia dallo sciopero dei taxi alle riforme, al governo, ai turni di notte e finisce chiaramente, come papà e zio speravano, con i racconti coloritissimi dei turni di notte del nostro amico, che parla di trans e locali equivoci (come il “Frutta e verdura” a proposito del quale parla non so perché delle banane) e che qui non riporto per rispetto di mamma e zia Tetta. Stefano Pietri - Settembre 2006
      stefano pietri new york 
      inghilterra 2004
      28.luglio.2004- ero in ighilterra ma meno di una settimana e già pensavo al ritorno... quanto sarebbe stato doloroso. due amici, uno più simpatico degli altri... quanto vorrei che fossero qui accanto a me... ma ci separano quasi 600 km. sì, loro al sud ed io al centro, ma in toscana, e loro in basilicata. luglio 2004, il viaggio per ora più bello della mia vita. il luglio caldo e soleggiato (per la prima volta) dell'inghilterra. mai dimenticherò quel viaggio. soprattutto non dimenticherò mai il viaggio di ritorno. con doloroso rammarico, ma senza lacrime. non me la sentivo di lasciarli, e invece... il viaggio... l'inghilterra, oltre l'italia, è la nazione più bella del mondo, e londra è una città meravigliosa. non dimenticherò mai quel viaggio, fatto di tanti ricordi bellissimi in inghilterra... la mia inghilterra!
      glenda, siena 
      Festival al-janana
      OGGETTO: 3° FESTIVAL AL - JANANA IN LIBANO (1-7 APRILE 2004) PROGETTO DI SOLIDARIETA “TEATRO NEI CAMPI PROFUGHI” L’Associazione “Vortici” di Trieste ha partecipato al Festival con gli artisti Ferdinando Pugliatti, in arte Mago Ciao Ciao, Piero Purini, musicista e il cabarettista Giovanni Risola. L’ideatore di tale iniziativa è il poeta Edvino Ugolini che è anche presidente dell’Associazione.Il festival è stato organizzato in loco dall’Associazione Al-Jana di Beirut. L’iniziativa si è svolta nei campi di Shatila (Beirut), Mieh Ou Mieh (Saida), Saad Nael (Bekaa), Ein El-Helwi (Saida), Rashideh (Tiro) e Naher El Bared (Tripoli). Il gruppo italiano si è inserito nel programma che coinvolgeva artisti di varie nazionalità. Il programma quotidiano prevedeva performances di teatro, magia, clownerie, giocoleria e musica dal mattino al pomeriggio con parata finale attraverso le vie dei campi. Lo scopo di questa iniziativa è quello di sensibilizzare l’opinione pubblica sui gravi problemi dei profughi e portare inoltre un concreto segno di solidarietà agli interessati. Questa iniziativa fa parte di un progetto che prevede anche lo svolgimento di un campo estivo con vari laboratori. Chi fosse interessato al progetto può contattare l’Associazione ai numeri: 338-2159455 oppure 040-813839. Edvino Ugolini Associazione Vortici
      edvino ugolini trieste 
      NOTTI AFOSE A PALERMO CITY
      Fine di una vacanza. Il gruppetto di uomini e donne seminudi che scesero dal piccolo apparecchio della Lufthansa atterrato a Monaco di Baviera, reduci dai quaranta-e-passa gradi riscontrati a Taormina e in altre località dal nome meravigliosamente esotico, sorrisero alla spontanea esclamazione che, squarciando il silenzio tristeallegro tipico dei Teuti, si alzò nel generale stordimento del coming back home: "Evviva! Piove!" Stava piovendo, infatti, a Monaco di Baviera. E la temperatura si aggirava sui sedici gradi centigradi, con un vento freddo che spazzava l'aeroporto denominato Franz Joseph Strauss. Quegli stessi incoscienti e sprovveduti sopravvissuti di una spedizione nei litorali a nord del Nord Africa, che ora entravano nel terminal degli Ankunft ('Arrivi') in mutande e camicie clamorosamente floreali mentre venivano osservati a morte da grigie figure intabarrate come nel mese di dicembre, quegli stravaganti personaggi ancora accaldati da una o più settimane sicule, dicevo, erano - naturalmente - destinati a soccombere al grande sbalzo di temperatura e ad ammalarsi subitaneamente, en masse, di influenza cruenta. Ma questa è un'altra storia. Flashback. SF. ________ In Sicilia abbiamo trovato quaranta gradi all'ombra, e il peggio è: con il simun che soffiava implacabile anche nel pieno della notte, recando seco granelli di sabbia sahariana, era impossibile dormire. Le nostre lenzuola sembravano dover combustere da un momento all'altro, e una volta, alle tre del mattino, ho fatto osservare a mia moglie: "Qui c'è qualcosa che non va". Appeso boccheggiante alla finestra della camera da letto, con il vento di canicola sulla mia faccia (sabbiatura naturale) e, alla mia sinistra, l'incendio notturno di una montagna sovrastante la città, mi sono sorpreso a chiedermi se Gheddafi avesse lanciato un razzo a testata nucleare... Anche di giorno, andando in giro, non sentivamo altro che le lamentele degli indigeni, per i quali evidentemente questo caldo non costituiva un fenomeno ordinario. Beh, in primis sono sceso in Trinacria per rilassarmi, e credo di esserci riuscito; nonostante l'afa. Mia moglie si è divertita a setacciare tutti i mercatini rionali - ormai Mary è diventata una mezza italiana -, mentre io ho trascorso questi giorni saltabeccando da una stanza all'altra, da un supermercato con l'aria condizionata a un ventilatore dalle pale gigantesche. In effetti, è un miracolo che non mi sia beccato la polmonite. In una pizzeria frequentata da gente-bene, con un'umidità serale di oltre il cinquanta per cento, mia sorella ci ha fatti promettere di darci appuntamento a l'Avana il gennaio prossimo. Lei vorrebbe rendere visita all'ultimo leader comunista della storia moderna, prima che questi (il leader; Fidel Barbagrigia, cioè) tiri le cuoia... Abbiamo accolto la sua proposta con entusiasmo, ma intanto a me sono venuti dei dubbi: passare di nuovo alcuni giorni in un clima tropicale? Se dobbiamo rincontrarci proprio su un'isola, perché non in Irlanda, o addirittura in Islanda?... Chiaro: chi soffre il caldo, sogna un po' di refrigerio... Scendere a Schifanoja per me significa anche rivedere Roccus, poeta aristocratico di Suburbia, amico-folletto dei vent'anni felici. Ebbene, Roccus ha fatto un balzo di gioia nello scorgermi lì, ritto davanti alla sua porta, ma nel complesso mi è sembrato piuttosto giù di morale. Forse - ho pensato - soffre il caldo pure lui. "Qui c'è qualcosa che non va", gli ho sentito ansimare una volta, tra i denti che oggi presentano numerose lacune. La notte dopo il grande incendio: stesso simun, stesse lenzuola radioattive, e stavolta era la montagna sulla destra che bruciava. Fiamme nella notte! Dove diavolo mi trovavo? Su Marte? Su Venere? O in un film di guerra? Per tutto il tempo non abbiamo fatto che sudare. Sudavamo via quel che avevamo bevuto pochi secondi prima: ettolitri di acqua, cola, fanta, birra. Fantabirra. Uscivamo da sotto la doccia e già ricominciavamo a traspirare: prima ancora di esserci asciugati! "Qui c'è qualcosa che..." Abbiamo visto cani randagi rotolarsi a terra in cerca di un po' di frescura. Nei loro richiami in un idioma arcaicissimo, i venditori ambulanti mischiavano la consueta nenia sulla bontà della loro merce a luuuunghe lamentele sul caldo che imperava. Individui di razza dravida, ostrogota, normanna e mongola affollavano le strade (le strade di Palermo sono tutte sporche, come ben si sa) e il loro argomento di discussione era unico: l'afa. Come se lo stare a parlare di quanto ci affligge possa allievarci le pene! Il rimaner seduti in un caffè centralissimo a sorbirsi una granita al limone comporta solitamente il dover rintuzzare gli attacchi di questuanti e vo' cumprà vari. Mi sono ritrovato a suddividere la mia scorta di sigarette a schiere di ragazzi e ragazze che in realtà non sembravano affatto sprovvisti di Moneten - tutt'altro. Comunque sia... Ho provato pure a guidare la macchina (quella di mia sorella; era come essere immersi in una bolla di aria fresca), e credo di essermela cavata abbastanza bene nell'anarchia stradale di Palermo (o Nuova Dehli? O Alphabet City?). Science Fiction! Sopraelevate costeggiano grattacieli supermoderni con tanto di piscina in cortile (Chicago! Miami!) elevantisi al di sopra di baracche ed ex bidonville trasformate in centri di cultura varia. I bar registrano il tutto esaurito. Il conto delle consumazioni (il nostro liquido prediletto sfoggiava un'etichetta con su scritto 'Heineken') ci è sempre parso molto basso. Una certa ventata di quasi ingenua onestà, di nuovo senso di ospitalità pare farsi largo nel capoluogo (o dovremmo dire capitale?) di Trinacria. Davvero piacevole è stato l'appurare la non comune gentilezza di venditori, passanti, benzinai e degli stessi cani randagi nei confronti di noi poveri stranieri sperduti e ignoranti, per tacere della perfetta funzionalità dei cash dispenser (con i quali invece avevo avuto indicibili difficoltà in città pur prestigiose quali Padova e Praga). Il mare di Panormus è splendido, le spiagge sono pulitissime; ma quel vento atomico... "C'è una luce che luna non è", ho sentito Branduardi cantare al di sotto del ronzare ininterrotto del traffico. Con mio padre prima e mia sorella poi, abbiamo fatto una puntatina in quartieri ripristinati a nuovo, una volta inaccessibili per via delle macerie risalenti alla II guerra mondiale o inaccessibili per via della mafia (una triste leggenda del passato?). Negli ultimi mesi o anni sono stati (ri)scoperti monumenti singolarmente belli, sono stati riportati alla luce castelli arabi, palazzine borboniche, conchiusi giardini millenari, ecc. E, alla fine delle ferie, ci siamo imbarcati su quel piccolo apparecchio lufthansiano per, poco meno di due ore dopo, scendere a Monaco di Bav., dove faceva un freddo cane e dove per me quasi subito ha avuto inizio l'immancabile scazzo del ritorno al lavoro. Tale scazzo mi si è concretizzato in una protuberanza appena sopra le sopracciglia: una specie di corno satanico. Il mio medico lo ha definito una lieve sinusite; io invece lo chiamo - appunto - scazzo. Anzi: Skazzo...
      Frank, Germania 
      Pantanal, o della fragilità
      Nel Pantanal si raggiungono facilmente i limiti. Me ne rendo conto nel corso della prima escursione, in barca lungo un ramo secondario del fiume Cuiabá, quando il piccolo e vecchio motore a benzina si ferma, tossendo ed esalando strani fumi. Non ci sono remi sulla bagnarola, perché il proprietario ha venduto quelli che secondo i regolamenti della navigazione sarebbero obbligatori, in un momento di bisogno. Nell’acqua, sulla quale ora stiamo immobili, affiorano gli occhi dei caimani, incuriositi dalla nostra presenza, mentre i piranha danno mordicchiate di prova alla chiglia dell’imbarcazione. Nessun altro passerà di qui nei prossimi giorni; i cellulari non funzionano, perché non esistono ripetitori; neppure pensare che esista una radio per chiamare aiuto.... intanto il sole picchia e porta la temperatura intorno ai 45 gradi. Eccoci qui, al limite della civiltà, esposti ai pericoli, fragili. Non ci resta che sperare che il proprietario della barca riesca a far ripartire il motore, senza attrezzi, senza taniche di benzina di riserva, senza ombra. Ci troviamo all’interno di una pianura alluvionale, che in questa stagione asciutta diventa una meravigliosa foresta tropicale, caldissima e umida, mentre nell’aria risuonano le grida delle scimmie e le risposte gracidanti dei pappagalli, i versi dei martinpescatori, dal suono metallico come di scatole di latta che rotolano giù per una scala, e i segnali degli altri, innumerevoli, abitanti di questi luoghi. E’ un paradiso per gli amanti della natura, posto al sud dell’Amazzonia e disteso nella zona di confine tra il Mato Grosso brasiliano, il Perú e la Bolivia; ed é un luogo con un ecosistema sensibilissimo, una pianura alluvionale dove gli animali e i pochi umani che qui vivono si devono adattare a cambiamenti climatici drastici che li costringono a modellarsi e farsi parte della natura, per non soccombere o distruggere quello che li circonda e che da loro da vivere. Per circa sei mesi all’anno il Pantanal é una pianura solcata da fiumi, dove vivono principalmente quegli animali che possono facilmente adattarsi alla vita sugli alberi o nell’acqua: uccelli, scimmie, anfibi, animali acquatici, serpenti, pesci. Gli esseri di terra, quali le pantere, i cinghiali, le linci, ed altri, non hanno chance di sopravvivere, perché nella stagione delle piogge, la pianura si trasforma in un lago, dove tutto si copre di acqua e fango, lasciando allo scoperto solo piccole e rare isolette, sulle quali si affollano, in un groviglio di corpi affannati, quegli animali che necessitano di uscire dall’acqua. Eccoli la, capibarra e altri piccoli mammiferi, visibilissime prede per i rapaci, che non aspettano altro. Fortunatamente la barca riparte e proseguiamo. Ma poco dopo eccoci di nuovo coinvolti in una situazione incresciosa: questa volta non si tratta di noi, ma di uno stormo di aironi, comodamente sistemato su una spiaggetta riparata lungo il fiume, con gli adulti del gruppo che alacremente stanno insegnando ai piccoli, ormai cresciutelli, a volare. Non appena ce ne rendiamo conto spegniamo il motore, per non spaventarli, ma loro si spaventano lo stesso ed inizia una scena di panico. Chi riesce a volare, vola, qualcuno meglio, qualcuno con difficoltà, chi ha appena imparato a farlo si butta nella nuova esperienza insicuro e tremante, sostenuto dalle grida affannate dei genitori, che ci tengono d’occhio aggressivi, i più deboli saltellano disperati e inciampano e cadono qui e la, esausti, mentre gli anaconda e i rapacissimi uccellacci neri Urubú, che sempre circondano i branchi con prole, affilano speranzosi denti e artigli... Noi sperimentiamo la sgradevolissima sensazione di essere degli intrusi ficcanaso, che entrano in casa altrui senza preavviso. Possiamo solo sperare che la nostra presenza non abbia scosso troppo un meccanismo che non prevede la presenza umana e, proprio per questo, vive in pericolo.
      Laura, Brasilia 
      frontiera
      agosto 1985 - frontiera finlandia-russa. una signora si avvicina alla mia macchina dove sono con moglie e due figli. mi chiede:le bonne de voyage rispondo: merci ed innesto la marcia e parto. vengo immediatamente bloccato da due guardie armate che ci fanno scendere e ci perquisiscono. Perche':avevo capito bonne voyage. Siamo ripartiti dopo due ore
      mario guarnieri 
      dai campi del libano
      Un viaggio per conoscere la realtà dei profughi palestinesi nei campi del Libano, ormai da tre generazioni. Dai campi del Libano Sono rientrato da poco dal Libano con la missione Family Happiness organizzata da Un Ponte per...Nel corso di tale missione sono stati visitati alcuni campi profughi palestinesi del Libano. Partendo dal campo tristemente noto di Shatila, dove abbiamo avuto un attimo di raccoglimento nel sito dove sono state tumulate le salme di quasi 2000 persone uccise nel sonno durante la tragica notte del 9 settembre 1982, abbiamo percorso il paese da nord a sud facendo sopraluoghi in cinque campi profughi. Il comune denominatore è l'assoluto stato di abbandono in cui si trovano queste persone che ormai da tre generazioni sono relegate nei campi. Grazie all'Onu e alle organizzazioni di volontariato internazionale, queste persone perseguitate da un crudele destino, riescono a sopravvivere alla meno peggio, vivendo con il minimo necessario. Un'organizzazione interna ai campi permette un minimo di scolarizzazione dei bambini e un minimo di assistenza sanitaria. Anche i giovani che riescono a finire gli studi nelle scuole internazionali gestite dall'Onu non riescono a mettere a frutto le loro conoscenze in quanto ai palestinesi sono interdette la maggior parte delle professioni qualificate. Con queste premesse di segregazione e di abbandono, crescono i bambini in questi campi della vergogna che ormai nessuno sembra ricordare e che neanche la stampa degna di un accenno (non fa cronaca). I loro cugini della Palestina, benché tormentati da una guerra quotidiana, almeno vivono il loro destino sulla propria terra e sono alla ribalta della cronaca quotidiana, loro malgrado. Nonostante tutto, questo popolo indomito e fiero, non ha abbandonato l'idea di ritornare nel suo paese d'origine. Mi sono rimasti i suoni e le canzoni dei bambini nei campi, gli odori di spezie e gli occhi intensi di gente che non ha mai smesso di sperare. Un altro impegno che mi assumo da subito: aiutare i profughi palestinesi a vivere in condizioni più dignitose. A questo scopo invito le persone sensibili a contribuire alla campagna delle adozioni a distanza dei bambini palestinesi. Riferimenti: www.unponteper.it oppure www.socialcare.org Edvino Ugolini Un Ponte per Shatila
      edvino ugolini 
      Messico e nuvole
      lunedì 8 settembre 2003 5.25 Cari compagnucci e amici e chi altro vuole, eccomi qui nel primo reportage dal Messico. Qui fa un caldo impressionante e l'umido ti schiaccia a terra, ma nonostante questo ci sono delle spiagge fantastiche; i Caraibi sono proprio belli! Purtroppo ci sono troppe coppie in viaggio di nozze, specialmente italiane, che si comportano come italiani a Ostia. Vabbe'. Per il resto sto leggendo (almeno ci provo) i giornali locali e oltre al risalto per la questione sicurezza (foto di oggi fa vedere cancelli di due metri in prossimita' del Convention Centre) da' spunti anche ai vari "altermundistas", come ci chiamano in Messico. Fra le altre in prima pagina locale del giornale Diario Yucatan di domenica 7 settembre, Mauricio Macosay Vallado, uno degli organizzatori di non si sa quale gruppo altermundistas, afferma che i corpi di poliziadella regione di Quintana Roo, dove c'e' Cancun, stanno contrattando con bande di MERIDA per mescolarsi a noi durante le manifestazioni e provocare atti di violenza, pagandoli qualcosa come 1500 pesos al giorno (in media per un messicano e' di circa 100 pesos al giorno). Siamo e siete avvertiti di quello che potrebbe accadere. Spero di rifarmi vivo giornalmente ma non lo assicuro. Intanto ciao a tutti. Stefano B martedì 9 settembre 2003 5.35 Be' ci sono, sono arrivato in quel di cancun, dove tra il cadlo tropicale e la polizia che sta mettendo posti di blocco da ogni parte, e' iniziato il controforum. Anzi e' iniziato il Forum contadino di Via Campesina, costituito da persone chelavorano e che giornalmente in quel del Messico sono distrutte dal sistema di libero commerdio con gli USa ed il Canada, il NAFTA appunto. Il messico da esportare di mais, dal momento che ha firmato gli accordi di libero mercato nel Nafta e' divenuto importare di mais dagli USA, sicuaramente con OGM e dcon forte dumping degli stessi statunitensi alle loro farms. insomma i campesinos vivendo nella loro pella i frutti del peccato sono incazzati neri. E ledonne sono fantastiche, competente e continuamnte ad ijntervenire ai tanti spazi allestiti da Via campesina nello spazio lasciato dalle autorita' di Quintana Roo, ovviamente lontani dai magnifici e finti palazzi dell'OMC. Siamo andati anche li' a fare un giretto e oltre al kitch c'e' gia' uno spiegamento di polizia e militari molto forte, con doppia mandata di cancelli alti due metri a proteggere i lavori dell'OMC. Ma chi ci arriva acnhesin li', ad almeno 5Km di distanza dal punto di ingresso allalagunaarticiale che sti americani hanno costruito per levancanze dei loro compatrioti? Ba', speriamo di contestarli sin sotto casa ma ci credo poco. Apresto, ciao a tutti. Stefano Brocchi martedì 9 settembre 2003 20.39 Sono accreditato al Centro Medio Indipendente di Cancun, e in teoria dovrei aver accesso alle informazioni in tempo rapido, in pratica la dis-organizzazione e' ancora elevata e si vocifera di manifestazioni che si sussegono in varie parti della citta' di Cancun. Qualcuno sta dicendo che gli studenti si sono mobilitati e sono di fronte alla zona "hotalera" , lontana 5km dal centro di Cancun e collegata via terra da un boulevard largo e controllato da almeno 2 posti di blocco intermedi. Credo, tornado all'organizzazione, che i migliori al momento siano i contadini, capaci di lavorare a contatto con una realta' che conoscono come quella Messicana. Sono loro le prime vittime di un sistema che favorisce i ricchi per togliere ed annullare i poveri. L'Europa e gli USA all'interno dell'OMC lavorano assieme e si stanno gia' incontrando, solo tra loro, per definire il loro programma e costringere i paesi poveri che non vogliono andare avanti negli accordi. 110 paesi aderenti al WTO, su 146 presenti, non hanno presentato la bozza degli accordi per definire il protocollo finale che dovrebbe, secondo i programmi di Doha del 2001, completarsi nel 2005. Per questo ritardo, dovuto principalmente alle carenze tecniche dei paesi poveri che non a una rinuncia di principio, il Ministro competente al Commercio degli USA, ha affermato che ci vorra' probabilmente un nuovo Round intermedio fra 6 mesi. In poche parole molti, anche tra i ministri giunti a Cancun, non credono di riuscire a portare a casa nessun accordo e gia' chiedono un nuovo incontro a breve. Sono alla frutta. Qui sono le 13.30, vado a cercare di seguire una manifestazione. A presto. Per Radio Wave, un collegamento alle 12 credo che sia troppo tardi, sarebbe meglio alle 10 o al massimo alle 10.30 vostre ore locali. Per definire meglio l'ora ci sentiamo in seguito. Ciao a tutti Stefano B giovedì 11 settembre 2003 1.08 Be' siamo qui e il caldo no ci lascia. Due ore fa e' finita la manifestazione dei campesinos nelle strade di cancun. Ho visto il suicidio del Coreano di fronte a me; era salito sopra la rete di sbarramento alla strada di collegamento tra la citta' di Cancun e la zona hotalera del wto, ed ad un certo momento si e' tolto la vita. Incredibile come vedere un centinaio di coreani che da ieri portano un carro che porta un simulacro del WTO come se fosse morto, oppure incredibile come osservare il Blocco Viola, che non avevo mai visto sino ad ora, oppure i campesisos, i migliori come organizzazione e come preparazione politica all'evento. Siamo tutti molto eccitati, tutti intesi come italiani, cubani, brasiliani, argentini e statunitensi che ho conosciuto in un solo giorno. Eccitati perche' si rincorrono le notizie che trapelano dai delegati delle ONG che possono stare nella zona del vertice del WTO e gli altri che invece non possono entrare, come me, che partecipano alle manifestazioni, alle assembleari dei campesionos, ai controforum organizzati da un momento all'altro su svariati temi di respiro mondiale. Adesso, che scrivo dal centro dei media indipendenti, e' venuta la voce che 4 camion di poliziotti sostano qua vicino e potrebbero entrare, non si sa per cosa, non credo per salutarci. L'atmosfera e' ancora tranquilla ma sta aumentando di adrenalina da un ora all'altra. Venerdi sappiamo che ci sono azioni varie di disobbedienza e disturbo, sabato ci sara' la grande manifestazione contro le politiche neoliberiste e contro la guerra. Non sappiamo se la polizia si comportera' come oggi, che ha resistito ma non ha caricato come avevamo paura che facesse. Nel frattempo si vedono sempre piu' ragazzi, gringos ma anche messicani, con fazzoletto nero sino al naso, che stanno rompendo varie strutture metalliche per ricavarne mazze lunghe un paio di metri, capaci di colpire la polizia in occasioni come quelle che si sono presentate oggi. Nel frattempo si sta rafforzando la posizione del gruppo dei 21 all'interno del WTO che vuole che si parli dei temi posti dal vertice dalla prospettiva dei popoli e non delle multinazionali. Non ci credo molto, in particolare quando all'interno del G21 ci sono paesi come la Cina, che non brillano certo per democrazia e rispetto dei diritti umani e sociali. Un saluto e a presto Globalizamos la lucha, globalizamos la esperanza Stefano B Cari compagni ed amici, oggi e' un giorno di relativo relax. Mentre ieri sembrava che dovesse scoppiare tutto, in particolare per l'incredulita' generalizzata causata dal suicidio del COreano e per l'eccitamento provocato dalle recinzioni che la polizia messicana ha eretto a protezione del convention centre di Cancun (si sa, ogni recinto incita ad essere scavalcato o divelto), oggi si vede poca gente in giro e molti giornalisti. Questa mattina ho seguito un seminario sull'acqua di portata mondiale, organizzata dalla Fondazione tedesca Henrich Boll, tutto molto interessante e costruttivo. Oltre a Vandana Shiva erano presenti rappresentanti di molte organizzazioni nel mondo che contestano la privatizzazione dell'acqua nel loro territorio. I temi e le soluzioni proposte sono le medesime che il Forum di Arezzo ha proposto, cioe' pubblicizzazione totale della gestione dell'acqua e partecipazione. Ho recuperato molto materiale e qualche contatto per fare qualche cosa al ritorno. giovedì 11 settembre 2003 22.40 Di fronte alla recinzione che protegge l'ingresso alla zona Hotelera, che ieri in migliaia volevamo oltrepassare e dove si e' suicidato il coreano, sosta un gruppo di coreani, in memoria del concittadino ma pure per testimoniare la loro opposizione al WTO. Le ragioni dei campesinos sono le ragioni piu' importanti che trasudano da tutti gli incontri e pure le piu' trasversali. Il coreano che si e' ucciso era un rappresentante di un sindacato di contadini coreani conservatore, ma tale sindacato, assieme ad altri, non ha esitato un attimo ad appoggiare le medesime basi dei piu' progressisiti. Vengono in mente le mille divisioni che invece sostano in Italia, dove i temi centrali spesso non riescono ad avere quella base di apoggio che invece dovrebbe esserci. Ma dove sono i sindacati dei contadini italiani? Ma dove sono le organizzazioni italiane? Sicuramente le ONG italiane che sono all'interno del WTO per fare oposizione sono molto forti e stanno facendo un buon lavoro, ma fuori, dove stanno tutti coloro che si oppongono alle regole del WTO, non ci sono incontri promossi da italiani. Si vedono tedeschi, statunitensi, brasiliani, argentini, messicani, filippini, franscesi, spagnoli, bulgari e greci, ma gli italiani non hanno fino ad ora organizzato nulla. Eccetto il gruppo dei disobbedienti che arrivato con la carovana dal Chiapas, sta molto tempo con i contadini e ancora piu' tempo sta in assembleare continua. Proprio ieri, appena mi sono avvicinato al gruppo di disobbedienti (piu' della meta' italiani) sono stato cacciato via, perche' non ero conosciuto e quella era una riunione del fantomatico direttivo.Mah. Ci sara' da parlarne al ritorno. La grande marcia sara' sabato. Non sappiamo dove arriveremo. So solo che una brasiliana che soggiorna nella zona intermedia, cioe' all'interno dell'immensa zona rossa della citta' degli Hotel, mi ha detto che ci sono almeno tre sbarramenti con reti e polizia nei primi 3km di tragitto; noi ieri non siamo riusciti a superarne uno. Di fatto e' impossibile che si possa entrare nella zona del vertice. Sempre la brasiliana, afferma che dal luogo del vertice sabato si formera' un corteo formato dai delegati contrari al vertice, che cerchera' di fare il cammino al contrario per unirsi a noi, che invece cercheremo di entrare. Vi saluto ed al prossimo aggiornamento. Per Emiliano. Il sabato quando da voi saranno le 11 di mattina qui saranno le 18, quando non so che fine avra' fatto la marcia. Credo che sia preferibile registrare prima qualche cosa, magari domani alla stessa ora, oppure alle 13 vostre. Il telefono non ce l'ho ma entro domani cerchero' di trovarlo. Per il Forum del Valdarno. Sono disponibile a fare un incontro al mio ritorno, che pero' sara' il 3 ottobre. Prima mi faccio un giretto come osservatore per il Chiapas. Ciao a tutti Stefano B venerdì 12 settembre 2003 21.01 Bene, anche oggi siamo in attesa di eventi. Possiamo dire che e' una giornata di studio su quello che potremmo fare domani, giorno della marcia verso il Convention Center. Dato che e' impossibile arrivarci non riesco ancora a capire cosa potremo fare. Intanto pero' stiamo assistendo ad un aumento del controllo della polizia. Ieri sera al termine del cacerolazo nella piazza concessa ai "globalifobicos" (no global), sono ad un certo punto comparsi 4 camion di poliziotti in tenuta anti sommossa. QUesto perche' qualche simpatico guastatore (bande pagate dalla polizia, secondo il mio modesto parere) ha spaccato due vetrine del Pizza Hut, di fronte alla piazza dove stavamo svolgendo la festa. Prove tecniche di repressione. Speriamo che veda nero io e che domani tutto si svolga in modo chiaro. Sempre ieri, nel pomeriggio, ho assistito ad un seminario sulle applicazioni della bio e nano tecnologia nella vita di tutti i giorni. La nano tecnologia mi ha stupito per le applicazioni militari, naturali, sociali e ambientali. La tecnologia cioe' che lavora molecole in forma di struttura atomica, in grado di costruire da un solo elemento tutte le materie necessarie, come ad esempio il fullerene, struttura complessa del carbonio, molto piu' resistente del diamante e meno costoso. Applicazioni militari ma pure civili nei motori delle automobili. Fra i problemi di questa tecologia c 'e' il suo accesso, non certo semplice per i paesi poveri. Un tema complesso, che sembra un misto tra moderni alchimisti e manovre di pochi uomini capaci di pilotare i consumi ed i processi di portata mondiale. Ci sara' da riparlarne anche di questo. Dalle cronache che sto leggendo della campagnawto online, sembra che all'interno del WTO i negoziati stanno procedendo sul tema dei servizi, facendo presagire una catastrofe per il genere umano; acqua, sanita', istruzione ed altro ancora sarebbero solo servizi da liberalizzare, non diritti della persona. Il brutto che noi, esterni, da qui vicino eppure cosi' immensamente lontani, non siamo in grado di cambiare nulla. E' lontanissima l'immagine di Seattle, dove si poteva bloccare fisicamente gli incontri tra le varie delegazioni. Siamo isolati e costretti a subire le regole imposte da orde di delegati che rappresentano i maggiori interessi delle potenti della terra. Domani scendete in piazza pure voi; credo che la vostra forza sia maggiore della nostra al momento. Per Emiliano e Radio Wave. Possiamo provare a sentirci alle vostre 17pm, le 10am da me, via telefono. Il telefono e' quello dell'hotel (hotel e' una parola grossa, ma insomma!) 0198 884 0225. Altrimenti domenica, ma non so chi di voi e' disposto a stare la dominca pomeriggio a provare ad entrare in contatto con me. Il sito dei media indipendenti, che cura l'aggiornamento in tempo reale di quello che sta accadendo qui in cancun e' il seguente: http://cancun.mediosindependientes.org/ Ci sentiamo domani Ciao a tutti sabato 13 settembre 2003 23.24 Vi scrivo mentre le persone rimaste dalla marcia di stamattina sono ancora di fronte alle barriere costruite dalla polizia federale. Devo dirvi che dopo un po' di tempo di fronte alle barriere mi e' sembrato che tutto fosse un grande spettacolo per i giornalisti. Immaginate che mentre i coreani stavano distruggendo le barriere metalliche erette dalla polizia a 5km di distanza dal Convention Centre, e dietro di loro stavano non meno di 200 persone armate di lunghi pali metallici pronti ad entrare, a lato i giornalisti e gli operatori delle tv, riprendevano tutta la scena, come se fossimo allo stadio. La polizia, in tenuta antisommossa e ben maggiore dell'armada che doveva sconfiggerla, era impassibile a tutto quello che stava accadendo. Sembrava piu' una scena da film, senza regista, che non una massa di persone che volevano fermare il wto. Fra l'altro la marcia era costituita da poche persone, non piu' di 5000, con pochi messicani. Al momento si sa che 7 persone sono state arrestate dalla polizia, ma non so dirvi altro, dato che sono lontano dalle barriere e pure molto stanco per poterci tornare. Sono qui con Alfio e giustamente mi dice che l'aver gia' divelto le barriere e' una vittoria simbolica. Tutto vero, purtroppo a quanto vedo, i giornali italiani non ne parlano affatto di questo vertice e nemmeno gli attacchi alle barriere sono in grado di scuoterli dal loro torpore. Un'azione che invece e' andata molto bene e' stata fatta ieri, quando 100 persone sono andate fino in taxi al Convention Center, passando dall'altra strada , lontana circa 20km dal centro di Cancun. In questa azione, il traffico stradale e' stato bloccato per 2 ore di fronte al luogo del vertice e il caos dicono sia servito a bloccare il vertice stesso. Senza andare contro le barriere si e' dimostrato di poter fare qualcosa. Dall'interno vengono notizie che il vertice sta andando avanti, cercando di superare gli ostacoli, in particolare sull'agricoltura, per arrivare ad una bozza comune per ottenere una buona base di lavoro, per loro, e arrivare come da programmi al 2005 alle nuove regole mondiali. Il tema dei servizi e' talmente gia' acquisito che non c'e' nemmeno discussione mentre i temi di singapore, cioe' investimenti, concorrenza, trasparenza negli appalti pubblici e facilitazione al commercio, sembra naufragare. Vi saluto ed a presto. Un grazie a tutti coloro che mi scrivono ai quali non riesco a rispondere per una cronica mancanza di tempo. Ciao Stefano B Dal sito www.campagnawto.slinder.it, che consiglio di vedere assiduamente, ho scaricato questa notizia di cui pure io ho sentito parlare. Non e' l'unica manovra effettuata dalle multinazionali per convincere i governi che loro sono dalla parte giusta; sono veramente viscidi. Iniziativa pro-ogm a Cancun Associazioni in favore degli Ogm distribuiscono cibo geneticamente modificato ai poveri di Cancun Maria, 49 anni, afferra il sacco con la pasta, i fiocchi Kellog's, la farina e lo zucchero. E' roba di bassa qualità, ma la donna stringe forte il regalo: 'Grazie per aiutarci, grazie per il vostro buon cuore'. Mario Vasquez, 57 anni, riesce a rifiutare: 'E' un inganno. Non abbiamo bisogno della vostra carità. State usando la nostra faccia per fare soldi'. Guilliberto, 16 anni, ci prova a prendere il suo dono, ma non ce la fa: lo consegnano solo agli adulti. Alcune donne riescono a mettersi in fila due volte dietro al piccolo camion del cibo regalato. Teatro irreale per i poveri del quartiere Villa Verde, periferia estrema di Cancun, mille abitanti che si inventano una vita tutti i giorni: associazioni pro-Ogm hanno distribuito pacchi-cibo agli abitanti di questa baraccopoli, mentre gruppi ambientalisti hanno contestato l'iniziativa. Raul, attivista degli amici della Terra, cerca di spiegare alla gente: 'Vi stanno usando. So che avete bisogno, ma dovete rifiutare questo cibo: sono gringos e vogliono solo imporre il loro mais transgenico e rovinare il mais messicano'. Gregory Conko, presidente del Competive Enterprise Institute, ammette che la sua associazione riceve finanziamenti dalla multinazionale Monsanto ('ma solo il 10) e difende con durezza il 'libero mercato': 'La gente deve poter scegliere cosa mangiare. Gli Ogm sono una tecnologia e possono aiutare. I poveri del mondo devono avere le stesse opportunità dei cittadini americani'. Cartelli contrapposti delle associazioni, qualche spinta, molte urla fra i militanti delle due associazioni (quasi tutti nord-americani per i gruppi pro-Ogm, molti europei e diversi messicani fra gli ambientalisti) davanti agli occhi stupiti degli abitanti di Villa Verde. Elena Yarawinsky, leader dei 'Guerrieri Verdi' del Messico, cerca vanamente di spiegare i rischi degli Ogm. Craig Rucker, presidente del Committee for a Constructive Tomorrow (sede a Washington)' grida la sua fede pro-Ogm: 'Volete la fame dei poveri'. Alla fine, gli abitanti di Villa Verde restano soli. Alcune donne se ne vanno in silenzio con i pacchi di cibo. I bambini indossano magliette troppe larghe lasciate dai militanti pro-Ogm (arancioni) e dai Guerrieri Verdi (naturalmente verde brillante). Mario Vasquez trova il tempo per protestare contro la conferenza del Wto. Attimo di sorpresa dei giornalisti che rialzano la muraglia di microfoni, ma Mario sopravvive di piccoli traffici più o menolegali e non può lavorare in questi giorni: 'Non mi vendono la benzina dentro i bidoni e non posso a mia volta rivenderla'. A Villa Verde ogni 'peso' è vita: le donne, per lo più, fanno le domestiche a cancan. Non vanno a lavorare nella zona hotelera della città: 'Per arrivare fin là ci vogliono 12 pesos. Per andare in città ne bastano 7. Preferiamo cercare fortuna in centro'. Un peso vale 80 centesimi di euro. Cinque giorni di Wto per la gente di questa periferia è un po' di miseria in più e, per una mattina, una ammucchiata di giornalisti che mai più vedranno. domenica 14 settembre 2003 0.45 Caro amico, qui sono le 17 del sabato, siamo 7 ore indietro. Ti ringrazio per le tue risposte sempre puntuali. Mi dispiace non poterti rispondere ma non voglio passare i momenti in questa città di fronte ad un computer. Mi ricorda troppo il lavoro. Fra un po' farò un update del messaggio numero 7, perche' alla fine e' andata tutto bene, e qeusta e' una vittoria del pacifismo sulla violenza. Stefano B domenica 14 settembre 2003 1.11 Come volevasi dimostrare, ho avuto torto. Chi e' rimasto per tutto il tempo di fronte alle recinzioni, mi ha detto che dopo caduta la barriera metallica eretta dalla polizia, i coreani e i campesionos sono andati di fronte alla polizia e vi hanno deposto dei fiori. Poi hanno iniziato a parlare alla gente rimasta e si sono messi seduti, non facendo entrare in contatto i 200 guerriglieri (non sono black block, sono un misto) con la polizia. E' stata una vittoria sulla violenza. Qui adesso sta piovendo ogni 30 minuti, classico clima tropicale, con caldo umidita' e pioggia. Ci sono centinaia di ragazzi distrutti dal caldo e dalla giornata (la marcia e' iniziata alle 10 di mattina ed e' finita alle 16) che stazionano nel punto di raduno centrale di Cancun, il Parco di Palapas, per fare anche il punto della situazione e decidere cosa fare adesso e domani. Domani molti se ne andranno pur se il vertice finira' formalmente in serata. Sappiamo che nel tardo pomeriggio il wto fara' uscire il documento del vertice, probabilmente non discusso con nessuno dei paesi poveri che invece vorrebbero piu' tempo e soprattutto piu' garanzie per le loro istanze. Domani pure io andro' via e lascero' la rubrica, se cosi' la possiamo chiamare, con cui ho cercato di raccontare a mo'di diario, le giornate di cancun. A presto Stefano B
      Stefano Brocchi 
      Viaggio con mio zio - fra giornalismo e narrativa
      Pilotpoint, Tioga (Texas) - Oklahoma city (dicembre 2002) Per arrivare all'aeroporto sono stato investito da pensieri sulla morte. Mi sono sentito male, impaurito. Non sono mai stato tanto vicino al pensiero di morte. Forse la paura di una traversata oceanica. La radio che passava i Beatles non me li ha resi mai così belli. Questo è il prologo. Cercherò di appuntare solo l'ultimo espresso all'aeroporto Caio Valerio Catullo (amiamo mia Lesbia) di Verona, lo scalo rapidissimo di Londra, così inglese e così verde dai finestrini. Destinazione Dallas. Mio zio dormiva. Fu così che annoiato di un romanzo francese, portato per tenere bene stretto il cordone ombelicale con la vecchia Europa, dal finestrino... L'America. Ti senti sempre un po' Colombo verso le Indie e ti senti sempre il primo di tutto l'aereo ad avvistarla. La terra di Fonzie e soprattutto di Richie, la terra della vecchia Jessica Fletcher, di De Niro, di Bruce, la terra del basket sull'asfalto...Io in quello stesso momento sorvolavo amanti giudiziosi, sale di registrazione, giovani rampanti, uomini sul divano con birra e hot-dog...Sorvolavo addestramenti di ragazze pon-pon, parti cesarei, le riprese di Beautiful, la terra di Ridge!...ma anche la terra che in quello stesso momento poteva promettermi un'esecuzione capitale, un Clinton arrapato, una-più morti violente...Ed io con la prospettiva di un dio potevo solo immaginare e lasciar correre. Una volta a Dallas la prima cosa che ho pensato: è grande. La dismisura è la sua misura. Perché i miei occhi abituati a linee spezzate, a straducole, a vicoli, carrugi erano spiazzati da quell'immenso piano sulla strada che ci avrebbe portato ad Oklahoma City per assistere al Futurity di reining. Anche le macchine: carcassoni lentissimi e grandissimi. Il sogno americano: macchina e benzina costano poco, strade libere allora via. Le canzoni natalizie dove ho appreso lo schifo del caffè americano mi hanno lasciato commosso. Era quasi Natale ed ero negli USA, nel cuore degli USA. Quasi romantico o istintivamente decadente per chi è cresciuto a telefilm americani e scopre gli Stati Uniti come te li aspetti. Come te li aspetti è come un altrettanto indicibile sorpresa. E' come se la natura non fosse vinta dall'uomo, ancora selvaggia, non addomesticata. E' come se gli uomini vi abitassero a forza e fosse normale che un albero da un momento all'altro spunti dentro un ipermercato. Non senti la storia che ti opprime come in qualsiasi borgo italiano. Lo capisci vedendo nelle meridian passare un tir con mezza casa e dietro l'altra metà...Fino a scoprire con chi lì ci ha vissuto che negli USA puoi cambiare casa e stato tante volte, che le case prefabbricate necessitano solo di un attacco di luce e acqua e sono pronte...Che non conta dominare lo spazio quanto invece scornarsi con il tempo. La storia non fa tempo a costruirsi che viene spazzata via in un crollo, in un ex-novo. Stai lì e non capisci...come non capisci l'acqua piena di ghiaccio e le colazioni a prova di fegato che ti lasciano sazio fino alla cena da contadini alle 18:00...e puoi sentirti moderno quanto vuoi ma l'idea lasciata di là dell'Atlantico del pranzo che ti aspetta quasi ti dispiace. Eppure te la senti innaturale qui. I fagioli che tengono in bocca mettono in discussione il tuo inglese londinese e continui a snocciolare OK, WHAT, OK, WHAT... La riscopri al tramonto l'America che ti sognavi piena di insegne accese, di motel, di locali che non ti accettano dopo le dieci...Allora non era così sorpassata la vecchia pizzeria a cui litigavi con gli amici una pizza e una birra all'una. Oh in America ti sbattono fuori alle dieci. Certo che glielo devo raccontare al pizzaiolo. Oppure quello che immaginavi mentre fai benzina: un poliziotto, anzi due, rovesciano addosso a chissà quale reo una sfilata di colpi. In quel borgo triste di campagna campeggia fino a tarda notte un night-trip dove coppie e spiantati assistono a spogliarelli in pertica senza la minima eccitazione delle loro birre, del loro sempre ugual lavoro. Mi hanno detto che lo stato di Oklahoma è alquanto bigotto. Un fotografo è stato arrestato perché ha fotografato un neonato nudo, più per dolcezza della vita che nasce che per pedofilia ma tant'è. Ho passato molto del mio tempo a contemplare l'armonia dei quarter horses, i cavalli americani. Armonici, intelligenti, rotondi...nel loro sauro fiammante o nel loro baio imperioso. Mi è bastato poco per constatare la loro fissa da luna park per il Natale. Dai negozi alle case incontrate in un viaggio notturno al limite del nostro orientamento peperoni ad intermittenza anche sul cesto del basket sul garage, il rosso di Babbo Natale e finte renne che ricordavano soprattutto Bambi. Negli Stati Uniti d'America costa poco la benzina. Lo intuisci subito voltandoti e tra i pascoli ci trovi il tuo bel pozzo di petrolio come da noi il pozzetto artesiano in giardino. Sembrava primavera nonostante non fossimo nell'altro tropico, un reiner ci ha spiegato che qui è così, la settimana dopo era attesa la grande gelata, il nord e il sud che si fronteggiano, un po' come in Italia gli ho sorriso ironico, ma non ci siamo capiti. La gola ce l'avevo secca e strana... per me è l'aria. Le bistecche cotte sulla margarina ci gonfiavano come palloni ostacolate da salsa ranch alle cipolle. Un piatto di pasta in bianco una volta da mammà ci avrebbe sistemato tutto. Gli Stati Uniti sono un continente e sono convinto che Seattle o Boston saranno diversissimi da Oklahoma city... o dai dintorni di Dallas dove ho trascorso qualche giorno in un paese rimasto al mito del far-west pasteggiando in un locale con tutte sedie e tavoli differenti e un bagno con porte a molla stile saloon. Ho conosciuto un bambino con un pallone da calcio ed è bastato un nome da cui la correlazione oggettiva (sua) soggettiva (mia)..Italia-Baggio... E vai... Baggio. Baggio anche tra le stalle di Oklahoma prima della finale del Futurity... Questo è un mito per tutti, ho pensato. Fellini lo conosco gli intellettuali di tutto il mondo, ma Baggio tutti anche il messicano pulisci stalle di Pilot Point, di Tioga, di Oklahoma. Sì perché in Texas e in Oklahoma messicani e neri svolgono i lavori più mortificanti. Cow-boy cafoni, ricconi, grassoni li trattano come bestie mentre i loro horses devono essere belli, lindi. Mi avevano detto che la terra era piena di gente fraterna mi sa che ho sbagliato pianeta. Dell'America ho ancora in bocca il sapore delle steak house. Nelle narici l'odore di segatura e sterco dell'arena di Oklahoma. Le sere che presto diventavano notte fonda cenando alle 18:00. Mi ricordo il treno lungo tra il silenzio assordante di Pilot Point (TX). La colazione lunga la mattina. Mi ricordo la sera con le luci al neon e il Natale. L'ora di tornare che si fa impazienza. E' stato un viaggio divertente. Avevo voglia di un caffè italiano. Le nuvole erano zucchero filato. Io bambino. Volevo scrivere una poesia e ascoltare "Come il sole all'improvviso" Ero in America ragazzi. Il jingle dentro i negozi, le luci, i peperoni accesi. I cowboy che mi passavano accanto miti umanati. Dell'America ho il gusto e l'odore dei locali dove affogare in dolci e in gelati la noia profana. Dell'America ho il gusto dell'arrivo e delle strade in provincia. Quei posti adesso in una mia vorticosa ossessione della contemporaneità-ubiquità. I telefoni blu con cui mi collegavo all'Italia stranamente da un buco qualunque vicino ad un cesso. Io e i miei passi su queste strade. E il ritorno. E' lei al ritorno a cui ho riportato un po' di terra, Rossella di Toscana. Il soccorso delle cose. Lo stesso che mi ha fatto volare sullo stomaco farfalle impazzite un'ora dallo scalo a Gatwick, Londra. Mi sento molto più europeo. Molto di più devo ammetterlo. Non vedevo l'ora di respirare aria inglese. Il soccorso delle cose, lo stesso che una volta in Italia ha rubato le nostre valigie. Non indosserò più tanti vestiti. Ecco! E' questa la morte che girava all'inizio del viaggio. Che fine faranno mai. Separati come se non li avessi mai avuti. Questo è l'epilogo a cui destinava il bizzarro prologo. Ancora i Beatles ad un autogrill vicino all'aeroporto Caio Valerio Catullo (oh mia Lesbia amiamo) di Verona. Vanno così le cose.
      Albano Ricci 
      Montalbano, sono!
      Io sono stato in un posto che è a 7 chilometri da dove sono nato, dunque è in Italia. Ma è come se fosse in Africa, è più a sud di Tunisi ed c'è una spiaggia che da lì comincia e finisce cinque chilometri dopo... Questo posto si chiama Bruca e non è né un paese né una città. E' una spiaggia, appunto, a ridosso della quale si allinea una fila di case abusive abitate solo d'estate da gente come me, nativi della zona che tornano dal nord una volta l'anno per reincontrarsi e rivedere il mare. Non ci sono turisti, in questo posto, non ci sono alberghi e non ci sono ombrelloni in fila per dieci. C'è un ombrellone qui e uno là, ma l'ombrellone è tuo e lo metti dove ti pare! Poi, quando è buio, puoi fare un falò sulla spiaggia e il bagno a mezzanotte, tanto l'acqua è sempre calda. Ci vivo un mese l'anno, in questo mio posto, e mi ha persino ispirato un romanzo (Autoromanzo) che è pubblicato qui, in Speaker's Corner. E' il medesimo posto che ha ispirato i produttori dei film del Commissario Montalbano, quelli tratti dai romanzi di Camilleri.
      Roberto Cicero 

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