Il magazzino delle funi
    di Paolo Ganz

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    Il magazzino delle funi
    di Paolo Ganz

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    Paolo Ganz è stato uno dei primi maestri riconosciuti di armonica Blues in Italia. Nato a Venezia il diciottesimo giorno di novembre del 1957 approda al Blues nei primissimi anni '80, dedicandosi all'armonica, alla chitarra e, naturalmente, al canto. Ha partecipato a concerti, festival, registrazioni di colonne sonore e dischi e sessions, sviluppando un suo stile particolare, semplice, diretto ed immediato, sempre riconoscibile - soprattutto all'armonica - ed immediatamente derivato dalla lezione dei Maestri neri. Nell'86, su commissione delle Edizioni Bèrben di Ancona, pubblica il primo metodo per armonica Blues mai apparso in Italia che riscuote immediatamente un apprezzabile successo ed al quale faranno seguito altri cinque volumi didattici, due dei quali dedicati alla chitarra Country Blues. La sua passione per lo scrivere ed il raccontare si sposta ora dalla didattica alla narrativa con una sua prima serie di racconti dedicata alle sue esperienze 'on the road' ed una seconda imperniata su alcune figure di donne ed intitolata "Il Magazzino delle Funi" . Alcune sue storie erano state gia pubblicate nel '93 in chiusura del volume "Country Blues".

    La Strada dell'Argine
    Marisa mi aveva insegnato la strada dell'argine. C'era da lasciare l'auto all'osteria La Fiorita, traversare la passerella sulla Fossetta, camminare su per l'argine dall'altra parte, verso il paese e poi prendere per i campi. Adesso che ci penso, quella strada l' ho fatta sempre solo di notte e ricordo che per orientarmi un poco guardavo al grande olmo che si vedeva da lontano e che stava proprio in mezzo al cortile di casa sua. Quel cortile che di certo un tempo era stato un'aia con gli animali, i carri di fieno e tutto il resto, mentre adesso era tutto asfaltato e l'olmo serviva solo ad appoggiarci la bicicletta.
    L'avevo incontrata ad una festa di paese: io ero di strada e mi fermai per un boccone, lei era con una compagnia di amici; era un giovedì notte e c'erano le tovaglie di plastica attaccate con le puntine alle tavolate, i cerchi del vino ed i piatti con gli avanzi, uno sull'altro, da una parte. La musica finì, i suoi amici andarono. Ci raccontammo di noi, una parola tirava l'altra, quasi fino al mattino.
    Marisa aveva passato da un po' i trenta ma non pareva; dava un'idea di dolcezza e forza ed una sensazione di poter sopportare quasi tutto. Viveva con i suoi e con loro lavorava, avevano un laboratorio in casa dove montavano rocchetti e mulinelli da pesca per conto di una ditta della zona. Aveva avuto delle storie, era stata anche fidanzata in casa, una volta, ma adesso era sola da parecchio. Ridendo, diceva che ormai sarebbe rimasta zitella. Per me era bella, anzi bellissima, formosa e ben fatta, curata nella sua semplicità a parte le mani, sempre con qualche segno di unto sulle dita, per via del grasso dei rocchetti. Gliele vidi candide una sola volta che si preparò per la comunione di una nipote e le lavò con la varecchina non so quante volte: l'unto se ne andò via ma rimase quell'odore caratteristico e lei ci restò male. Marisa si muoveva sempre come se avesse paura di rompere qualcosa, di fare rumore, come quelle donne che riescono a fare le faccende al mattino presto quando ancora tutti in casa dormono. Quella sera mi guardava con i suoi occhi all'ingiù, mi guardava ed io parlavo, ed io - che pure non ero mai stato tanto svelto con le donne - capivo, parlando, che saremmo stati insieme. Prima di lasciarci mi disse dove abitava e pensai che lì vicino, una volta, c'ero anche stato e ricordavo vagamente la strada. Così giurai a me stesso che sarei andato a ritrovarla. Mi feci coraggio con l'aiuto del vino e le dissi: "Vengo lunedì notte, all'una…tu sai che sono li: se vuoi puoi aprirmi!"
    Non era proprio nel mio stile osare quelle proposte, anzi, era la prima volta in assoluto che azzardavo. Mi aspettavo un rimprovero ma Marisa si limitò a guardarmi fisso e sorridere.
    Così il lunedì dopo presi ed all'una in punto ero in paese. Parcheggiai fuori dal cinema e varcai il cancello della corte. Tutto era silenzioso e buio: solo i miei passi sul selciato. Mi appoggiai all'olmo aspettando. Ero in ombra, cosicché anche se qualcuno avesse messo il naso fuori non mi avrebbe nemmeno visto. Passò un'ora bella intera e da quella che doveva essere la casa di Marisa non arrivava nessun segno. Dentro di me saliva un sentimento strano: delusione, di sicuro, ma anche un senso di sollievo. Quella con Marisa - pensavo - avrebbe potuto essere una storia vera, un amore di quelli che raramente capitano, e ne avevo paura!
    Al tocco delle due me ne andai, raggiunsi l'auto e tornai a casa con le pive nel sacco. Ma non stavo bene: Marisa mi ci si era appiccicata dentro! Giovedì mattina c'era il mercato a Musile ed io ero lì a cercarla. Quando è giorno di mercato nei paesi è difficile che una donna se lo perda, ed infatti la trovai. Ebbi l'impressione di imbarazzarla, sulle prime, quasi a ricordarle una sua debolezza, ma quando le raccontai che lunedì notte ero stato un'ora nella sua corte aspettando, diventò tutta rossa e sgranò gli occhi, seria dicendo: "Ma tu fai sul serio? Tu sei tutto matto, l'altra sera credevo che scherzassi". Mi schernii, ma vedevo che era rimasta di sasso, ed anche tanto! Lei, senza dire altro, mi baciò in un istante, svelta come una gatta, mentre stavo dicendo dell'altro, come se volesse chiudermi la bocca…"Torna lunedì notte" disse, e fu allora che mi spiegò la strada dell'argine, perché non passassi mai più per la strada ed il cancello, dal momento che nessuno doveva vedermi. Poi disse "Ciao" e se ne andò mescolandosi alla gente in piazza. Se ne andò subito, forse perché in paese tutti si conoscono.
    Se avessi potuto mi sarei messo a saltare tra i banchi della verdura perché, come credo capiti a tanti uomini, anche magari più esperti della vita di me, ho sempre avuto l'impressione che quando una donna si concede ciò accada più per una fortunata elargizione divina che per un fatto di semplice seduzione. La donna - invece - ti ha guardato per un po' di tempo, a volte anche per mesi, ti ha studiato nei minimi dettagli, ti ha ascoltato parlare e guardato muoverti…poi ha deciso che poteva fidarsi. E così era stato per Marisa: capii solo molto tempo dopo che una storia così non avrebbe potuto averla con uno del paese, con uno che poi avrebbe fatto di gomito agli amici nel vederla passare. Marisa non era più una ragazzina, e di una donna fatta non si può lavarsi la bocca al bar in piazza!
    Lunedì notte feci tutto come mi aveva detto: lasciai la macchina alla Fiorita, traversai la passerella, e via per i campi con il cuore in gola, ripetendo per il nervosismo una strofa di canzone a denti stretti. Arrivato nel cortile mi avvicinai alla casa, vidi muovere una tenda e subito Marisa comparve da dietro la finestra, portando l'indice alla bocca e tirando gli occhi. In un attimo si aprì la porta a vetri e apparve sulla soglia: credo che il mio cuore si sia fermato per un attimo. Era bellissima, o forse era la notte a farla così bella, o magari non era nemmeno tanto bella…Ma io la vidi stupenda e pensai che la mia vita poteva finire dopo quella notte e che sarei stato comunque in pari, sarei stato comunque ripagato - ed in anticipo - di tutti gli anni che mi sarebbero stati tolti in cambio. Fu una notte d'amore da far scoppiare il cuore…vivemmo quelle ore come due che non avrebbero visto mai più l'alba, cercandoci continuamente e stringendoci come se dovessimo entrare l'uno nell' altra. Non so più quante volte facemmo l'amore e poi mi addormentai tenendola ancora stretta. Come se ci amassimo per davvero.
    Abitava in un piano terreno sotto casa dei suoi, a fianco del laboratorio, che doveva essere stato - a suo tempo - una rimessa; il padre ed il fratello le avevano adattato quello spazio quando in famiglia si capì che Marisa ormai sarebbe rimasta in casa. Fecero così per darle un po' di privato. Oltre alla stanza da letto c'era un cucinino, anche se Marisa di solito mangiava di sopra dai suoi, il bagno ed un'entrata che faceva anche da tinello. Il letto sapeva un buon odore di pulito ed anche lei, che di certo sarà stata fresca di doccia, aveva addosso un umore di nervosismo che mi eccitava. Indossava della biancheria candida, quelle cose che le donne comprano per fare colpo su qualcuno, ma poi non riescono a mettere perché segnano sotto al vestito o perché sono scomode. Della biancheria che voleva essere fine ma non lo era, qualcosa che aveva acquistato di sicuro per l'occasione; ed difatti poi - in bagno - ritrovai la targhetta sul lavandino e provai tenerezza per quella donna sola che si era preparata per me.
    Me ne andai prima dell'alba, come in un film, e ritornando per i campi cantavo. All'epoca non avevo mai visto la campagna a quell'ora, e tutto mi sembrava talmente vero da sembrare finto. Fu quella la nostra prima notte d'amore, la prima di una lunga serie, e tornando - come un ladro nella notte - ringraziavo Iddio per quel corpo, per quella bocca, per quelle braccia che mi avevano stretto, per tutto quell'amore rubato. Ringraziavo anche se a casa mi aspettava qualcuno con cui - tempo prima - avevo fatto dei patti.
    Adesso che è passato tanto tempo posso dire che quella fu l'unica notte veramente serena con Marisa, l'unica davvero nostra, l'unica in cui ci fu concesso di chiudere veramente tutto fuori da quella porta a vetri che dava sul cortile. E sul resto del mondo.
    Così iniziarono le stagioni dei nostri appuntamenti segreti e notturni. Ci si vedeva un paio di volte al mese, forse tre, ed ero sempre io a telefonare…lei diceva che - come uomo - spettava a me. Se non rispondeva lei, riattaccavo. Ricordo che una volta, da una cabina, chiesi ad una ragazza sconosciuta di farsela passare per me. Ma al telefono non parlavamo, ci davamo soltanto l'appuntamento…credo che in due anni Marisa si sia negata soltanto una volta: aveva l'influenza. A ripensarci, posso dire di averla incontrata - a parte quella sera del nostro primo incontro e la mattina al mercato - sempre di notte a casa sua, mezza spogliata, ed a volte mi perdevo a pensarla nella vita di ogni giorno, magari a fare un sugo o ad uscire con le amiche o in compagnia alla domenica, o al mare…Una volta avevamo anche fantasticato di andare al mare insieme, un giorno d'estate, noi due al mare per mano, a fare il bagno ed a mangiare la pizza, insieme lei ed io; ma dopo un po' capimmo che ci bastava immaginarci al mare, fuori da quei quattro muri e da quel letto. Gli amanti non vanno al mare.
    E così passarono due anni, più o meno: facevamo l'amore, poi lei mi chiedeva di raccontarle qualcosa, ed allora io parlavo e lei ascoltava. E poi rifacevamo l'amore. Ed ogni volta prima di andarmene all'alba - stornando lo sguardo - la sua solita, sibilata domanda, quella domanda dalla cui risposta sembravano dipendere le nostre stesse vite ed il nostro futuro insieme: "Tornerai?" Ed io tornavo, perché Marisa era ormai parte della mia vita, e per accettarlo mi convincevo da me stesso che tutti avevano una parte segreta nella vita. E quella era la mia. Mi chiedevo quanto sarebbe durato, a volte mi convincevo - e temevo - che sarebbe stato così per sempre; fantasticavo con terrore di quando saremmo stati vecchi, due vecchi amanti con il loro segreto…
    Ed intanto la vita scorreva come la Fossetta, che non è un gran fiume, ma va comunque verso il mare, come noi andavamo incontro al tempo che veniva, amandoci senza mai dirci "Ti amo" dal momento che avevamo deciso, ci eravamo detti, giurati e spergiurati che quella era solo un' amicizia, una semplice amicizia tra un uomo ed una donna.
    Ma ad un certo punto accadde quello che avevo sempre temuto ed anche disperatamente sperato! Marisa trovò un altro, un fidanzato vero. Me lo confessò durante quello che sarebbe stato l'ultimo dei nostri incontri, anche se avevo capito da un po'che qualcosa non andava. Aveva un altro - mi disse - ma "l'altro" in questa storia ero io, mentre questo che arrivava era quello da incontrare alla luce del sole. Io ero l'amante - Dio sa se odiavo quella parola - l'amico segreto, solo che, per quegli scherzi che certe volte fa la vita, ero arrivato prima di lui!
    Si vedeva che stava male, ma parlò bene. Non le davo nulla, sapeva che non poteva pretenderlo e non me ne faceva una colpa, ma il tempo passava e lei non poteva continuare questa storia, diceva, cercando di mantenere il distacco da quanto stava accadendo. E poi a casa qualcosa avevano capito, e lui era la persona giusta, stavano già insieme da un mese, ma aveva aspettato a dirmelo. Era uno del paese.
    Si vedeva che si era preparata un grosso discorso un po' infantile, e continuava a ripetermi, seduta sul letto - senza guardarmi in faccia e tormentandosi le mani - che era meglio così, e che anch'io stavo andando troppo alle lunghe, e non potevamo far solo quello per tutta la vita, e che di sicuro anch'io stavo trascurando qualcuno. E poi era finita, finita e basta.
    Ero rimasto di sasso, come inebetito. Per la prima volta mi accorsi che sopra alla televisione davanti al letto, c'era una miniatura della Tour Eiffel in metallo brunito…pensavo che quella casa doveva esser stata proprio una rimessa una volta, perché il soffitto era basso e c'erano le sbarre a tutte le finestre. La sentivo parlare e dentro mi scoppiava una lotta che lacerava: una parte di me diceva di cuore che sì, che era venuto il momento di finirla, che era stato un brodo troppo lungo, che finalmente ne ero fuori e non certo per colpa mia. Ma l'altra parte mi gridava forte che Marisa era mia.
    E così - solo per orgoglio - volli farle vedere che ero io quello che se ne andava, e iniziai a dirle ridendo che si sarebbe sposata in bianco, e 'auguri e figli maschi' ed altre porcherie del genere. Ero diventato sarcastico e cattivo, senza voler ammettere che Marisa voleva soltanto non perdere quell'ultima occasione, come qualcuno che sa, correndo verso la stazione, che il treno che sta cercando disperatamente di non perdere è l'ultimo della notte. E a piedi a casa non si può tornare. E iniziammo così a farci tristemente a pezzi, mezzi spogliati, senza aver fatto ancora l'amore - e non l'avremmo fatto più - sputandoci addosso cattiverie. Ma a pensarci adesso - Dio ci perdoni - si capiva che lo facevamo per il nostro bene e perché ci amavamo: solo se ci fossimo feriti a morte, solo se ci fossimo offesi nel profondo dell'animo, avremmo avuto la forza di resistere alla tentazione di rivederci. Perché Marisa ed io, forse, eravamo fatti per stare insieme!
    E quando non ne poté più, perché nella gara della cattiveria stavo vincendo io, un istante prima di crollare, di gettarmi ancora una volta le braccia al collo e ricominciare tutto daccapo, lei - bella come non l'avevo mai vista - scarmigliata, con gli occhi pieni di lacrime e di trucco che colava, mi mise alla porta spingendomi fuori per le spalle. E quell'immagine di lei ce l' ho ancora davanti agli occhi viva e palpitante anche se non la posso scrivere perché più che scriverla dovrei dipingerla… Il giorno dopo le telefonai pregandola subito di non riattaccare. Le chiesi scusa, con gli occhi bassi anche se eravamo al telefono; dissi che capivo e che sempre, in qualsiasi momento, negli anni a venire, avrebbe potuto contare su di me per qualsiasi cosa…
    Così l'avevo persa, persa per sempre. Gli anni ripresero a scorrere. Da principio fu terribile: Marisa tra le braccia di un altro, la mia donna segreta con un altro…I primi mesi furono duri. Ero tornato determinato alla mia vita ma tutto mi parlava di lei: un film, una pubblicità, un' immagine, un ricordo impietoso ed improvviso davanti agli occhi. Tutte le donne che vedevo erano lei, il primo pensiero al mattino e l'ultimo alla sera era per lei, e quando mettevo a fuoco che l'avevo persa per sempre, mi prendeva un senso di vertigine e di soffocamento, una disperazione infinita, perché sapevo che era per sempre, perché sapevo che non l'avrei rivista mai più. A volte tiravo su il telefono e d'impulso facevo il suo numero, ma qualcosa mi fermava il dito all'ultima cifra. Poi iniziai a pensare che se io la pensavo così tanto, così forte, lei avrebbe dovuto ben sentirlo e qualcosa sarebbe dovuto accadere per noi… Tornai anche a casa sua qualche volta, naturalmente senza farmi vedere da nessuno. Allungavo di ritorno da qualche lavoro e passavo di lì: lasciavo la macchina all' osteria La Fiorita, ordinavo un quarto di vino e poi rifacevo la stessa strada delle nostre notti d'amore lontane, ma senza più la speranza di varcare quella porta a vetri. Arrivavo fino sotto all'olmo e restavo nell'ombra a guardare. Poi una volta osai avvicinarmi ad una finestra e con orrore mi accorsi che la casa di Marisa era diventata il magazzino del laboratorio dei rocchetti. Dopo quella volta non tornai mai più.
    Ed un po' bene, un po' male il tempo riprese a scorrere e la vita mi portò da altre parti. Venni a sapere - solo perché avevo cercato di saperlo - che si era poi sposata e stava a San Donà. Tirai avanti, passò dell'altro tempo, si ripeterono le stagioni. Senza accorgermi e volerlo iniziai a pensarla una volta alla settimana, poi una volta al mese, poi quasi più o ricordarla come se si fosse trattato di un personaggio di un'altra mia vita, di un film che non si ricorda bene e del quale riuscivo a mettere insieme solo certe sequenze, certe scene, certi fotogrammi. Poco a poco anche l'immagine del suo volto iniziò a farsi indefinita ed incerta nella mia mente e mentre il tempo passava la sua lima inesorabile sulla mia memoria, arrivai quasi a dimenticarmi di Marisa, anche se il ricordo sopito di lei, di sicuro restava in salvo - e ben seminato - da qualche parte nel mio cuore. E qualche volta che mi ricordavo di quelle storie, per fare un po' di ordine nella mia memoria, dovevo fermarmi e contare per bene perché, da quella notte del nostro addio, erano passati ormai più di dieci anni.
    Io non so bene come sia, ma credo che rimangano dei fili a legare le persone che si sono amate per davvero, che sono state l'uno dell'altra e poi si sono perdute; qualcosa come le onde radio che, invisibili, vagano per l'aria e mantengono dei contatti a chilometri e chilometri di distanza. Se l'apparecchio è spento, è come se non ci fossero, se non esistessero, ma se qualcuno gira l'interruttore, ecco che le onde penetrano nel congegno attraverso l'antenna e dall'altoparlante si diffondono suoni e parole. Allo stesso modo, proprio quando la memoria di Marisa sembrava del tutto cancellata dal mio cuore, qualcuno - Dio, il destino, l'esistenza o chi altro - premette il mio interruttore, girò la manopola ed il suo ricordo mi riesplose dentro. Ero sconcertato: non riuscivo a capire cosa stesse accadendomi, perché dopo così tanti anni il pensiero di lei tornasse prepotente e lucido dentro di me; perché l'esistenza si fosse divertita a giocarmi questo scherzo, a mettermi così alla prova. Poco a poco riaffioravano ricordi e sensazioni. Immagini si andavano ricomponendo nella mia memoria. Chiudevo gli occhi e risentivo la sua voce, netta, precisa, con quella sua inflessione dialettale. Pensavo a lei ed il suo volto si definiva chiaro in ogni particolare, presente come nella realtà…e più pensavo più ricordavo e più ricordavo più stavo male! Ricercare particolari nella mia memoria era diventato il mio principale impegno nei momenti di solitudine…me ne stavo assorto a rimettere insieme i pezzi della nostra storia d' amore, i luoghi, le date. Rimettevo ordine in quei cassetti che erano stati chiusi per tanto tempo, davo aria agli armadi della memoria che da anni non avevano più visto la luce del sole. Rivedevo i nostri momenti d'amore, i nostri incontri, risentivo le mie mani tra i suoi capelli e sulle sue spalle, riprovavo quella sensazione di calore ed eccitazione che mi prendeva ogni volta lei, tanti anni prima - alla luce della lampada a forma di conchiglia, sul comodino - si spogliava senza guardarmi…
    Ma il colpo più grosso venne il giorno in cui, per strada, una donna mi passò vicino ed io riconobbi il profumo di Marisa, quel profumo un po' troppo alla buona che tante volte avevo respirato mischiato ai suoi umori: da quel momento iniziai a pensare seriamente a rivederla, a riaverla.
    Ed un altro pensiero si insinuava intanto come una lama silenziosa: dove sarà adesso Marisa? e - soprattutto - come sarà? Gli anni erano passati, tra una cosa e l'altra erano oramai diventati quasi undici dalla nostra ultima notte; avevo ormai quarantacinque anni e lei dovrebbe averne avuto solo uno di meno…per quanto ne sapevo era sposata, magari aveva dei figli. Stava bene? Era felice o magari già separata? Tutto quello che sapevo è che era andata a stare a San Donà…per il resto, per quanto ne potevo umanamente sapere io, Marisa poteva essere anche morta o essersi trasferita chissà dove. Iniziai a fantasticare su un nostro incontro e a queste fantasie davo spesso scenari diversi, spesso improbabili, di rado smaccatamente cinematografici, talvolta ossessivamente erotici…E furono proprio queste fantasie che a forza di girarmi in testa mi portarono a capire che se volevo andare avanti con la vita, se volevo smettere di ammazzarmi con quei pensieri, avrei dovuto rivederla, a tutti i costi.
    Non sapevo il suo indirizzo, né il cognome del marito e non ero più in contatto con nessuno che la conoscesse. In realtà a Musile forse c'era ancora qualcuno che mi ricordava e avrebbe saputo dirmi che fine avesse fatto Marisa, ma il rifarmi vivo con questa gente dopo così tanti anni per avere notizie avrebbe destato soltanto dei sospetti ed io non volevo, prima di tutto per lei.
    Mi rimaneva il suo vecchio numero di telefono, quello di casa dei suoi, quello della casa sul cortile, quelle dieci cifre che avevo mandato a memoria chissà quante volte, proprio perché rimanesse qualcosa di reale in tutta quella storia d'amore che ormai sembrava appartenere solo alla mia fantasia. Quel numero restava il mio unico appiglio, ed anche se fosse cambiato nel tempo, avrei saputo come recuperare quello nuovo. Però ci voleva una scusa, allora, un pretesto per telefonare, per chiedere il suo numero, magari quello del cellulare. Perché nel frattempo erano arrivati anche i cellulari. Avrei potuto dire che ero un amico, ma gli amici sanno il numero di telefono dei loro amici; potevo averlo perso, ma gli amici sanno il cognome dei loro amici e possono ritrovare il numero sulla guida telefonica, se l' hanno perso. L'unica era spacciarsi per un vecchio amico, un compagno di scuola - magari - che chiamava per una rimpatriata, ecco, per una cena. Ma Marisa aveva fatto solo la terza media e voleva dire che ero un amico di quasi trent'anni prima…
    Persi ancora un po' di settimane a pensare, poi, come in uno stato di semicoscienza, presi il telefono e chiamai. Dio volle che rispose sua madre in un dialetto stretto che in un altro momento avrebbe fatto anche ridere: a casa lavoravano ancora sui rocchetti perché si sentiva il rumore delle macchine in sottofondo. Dissi d'un fiato che mi serviva il numero di Marisa perché dovevo invitarla ad una festa, col marito, si capisce. La madre un po' per i rocchetti, un po' perché io parlavo agitato, riuscì a capire solo della festa e mi rispose - equivocando - che sì, Marisa era già d'accordo con quelli della scuola di ballo per andare alla festa a Ceggia, alla festa sotto al tendone…Mi chiese se fossi anch'io della scuola di ballo. Sollevato risposi che sì, che ballavo anch'io, e che allora non importava più del numero, che ci si sarebbe visti lì e riagganciai in fretta.
    Era fatta: due ore dopo ero a Ceggia, individuai il tendone, acquistai il biglietto alla pro-loco...Non mi restava che aspettare fino a sabato. Solo quattro giorni ed avrei rivisto Marisa; dopo tanti anni avrei potuto osservarla, magari da lontano senza essere visto, cercare di capire, di scoprire se era cambiata, se era sempre bella come allora. E vedere il suo uomo, cercare di indovinare se fossero felici, se quella di Marisa fosse stata, alla fine, la scelta giusta.
    La sera di sabato avevo addosso un'elettricità mai provata. Decisi di arrivare apposta in ritardo per evitare di essere notato subito da lei, entrando. Non avevo un piano preciso, o meglio, il mio piano era quello di vederla ed osservarla senza esser visto…mi sembrava allora che quello potesse essere già abbastanza. In effetti sotto a quel tendone potevo benissimo passare inosservato: era una bolgia. Arrivando avevo avuto modo di ragionare sul fatto se avrei potuto essere riconoscibile a prima vista; pensai che no, almeno in un primo momento, almeno alla lontana. Da molti anni ormai portavo barba e baffi che al tempo del nostro incontro non avevo, i miei capelli erano molto più corti di allora ed ormai abbastanza grigi e soprattutto vestivo in modo completamente diverso da un tempo: a quella festa di gente in ghingheri avrei potuto essere tranquillamente scambiato per qualcuno del servizio. E Marisa? Sarei riuscito a riconoscerla? Domanda inutile, sentivo che sì, anche se tutto in lei fosse cambiato, avrei riconosciuto il suo odore.
    Già tutti ballavano al suono dell'orchestra che si scaldava ai primi numeri; passai per il bar a prendere la consumazione che mi spettava e strisciando dietro le sedie attorno alla pista, fingendo interesse per gli strumenti, mi appostai al lato del palco.
    Certamente la posizione che avevo scelto era adatta al mio scopo; il cantante buttò un occhio giù dalla mia parte e pensò, forse, che fossi un ubriaco o un nostalgico che se ne stava a sentire la musica in solitudine finché gli altri ballavano. Alzai gli occhi per la prima volta, dal momento che - entrando - avevo evitato accuratamente di farlo ed ebbi davanti l'incredibile visione di almeno una cinquantina di coppie che, sorridenti, mulinellavano vorticosamente sull'impiantito in legno. Iniziai la mia ricerca. Guardavo di qua e di là, ma mentre osservavo una coppia, questa passava a darmi le spalle, mentre un'altra - che non avevo ancora preso di mira - si metteva a favore del mio sguardo. In più i ballerini si spostavano da una parte all'altra della pista. Ebbi un momento di scoramento…magari non era venuta, magari mi aveva già visto ed era uscita. Non riuscivo a rimanere calmo! Decisi che ci voleva un metodo, così iniziai ad investigare in un angolo della pista da ballo, cercando di valutare tutte le coppie di quella zona, spostandomi poi in un altro settore quando era abbastanza sicuro che Marisa non fosse stata lì. Ad un tratto, in un punto anche abbastanza vicino al mio nascondiglio Marisa mi apparve,… mi apparve ballando. Dopo tanti, tanti anni era lì a pochi metri da me! Il cuore mi salì in gola, mi confusi, guardai intorno come in cerca di un posto per sottrarmi alla sua vista, come si fa da bambini per non essere scoperti giocando a nascondino. Ritrovai la calma anche perché mi accorsi subito che lei non mi aveva proprio visto e continuava a girare e girare tra le braccia del marito. Non so dire adesso se fosse cambiata. Ebbi sulle prime l'impressione di essere davanti ad una persona diversa, ma forse era solo l'effetto degli anni. Indossava un completo di lino bianco, giacca e pantaloni, con un paio di scarpe che, ad indovinarle, dovevano avere un tacco altissimo. Per essere lei, era sempre lei, ma aveva tinto i capelli di un colore più scuro, quasi nero e la vita aveva portato ad arrotondare ancora un po' le sue forme. Da sotto la giacca spuntava un top nero a contenere il suo seno, florido come lo ricordavo, quel seno quasi materno al quale tante volte mi ero aggrappato, prima dei nostri mille addii.
    Il marito era un bell'uomo: alto, moro, robusto ma non volgare, probabilmente più giovane di lei, sorridente ed esperto nel ballo. Lei seguiva i suoi passi - si capiva che era lui che portava - e la correggeva divertito. Ogni tanto Marisa accennava una figura da sola, una di quelle cose imparate di sicuro alla scuola di ballo, staccandosi come un po' da lui, ma quasi sempre si fermava a metà e scoppiava a ridere coprendosi la bocca con le mani. Ecco, la bocca non la ricordavo così, soprattutto quando rideva; a volte sì, il sorriso era quello infantile ed imbarazzato che conoscevo da sempre, ma altre volte si vedeva che era diventata una donna matura, si capiva da come sorrideva - senza malizia - ma con la consapevolezza di piacere e di saper piacere.
    I ballerini si infervoravano: coppie di mezza età compiacenti e comprese passavano con movimenti striscianti e meno accentuati, quasi sfumati per via dell'età. Giovanissimi sfoggiavano una destrezza che la diceva lunga sulla dura applicazione forse quotidiana. Tutti ballavano sotto la tenda, forse tutto il mondo ballava in quella notte d'agosto, forse soltanto io me ne stavo a guardare - con un groppo in gola - continuando a ripetere tra me e me che avrei fatto bene ad andarmene.
    Dopo una mazurca sbarazzina e campagnola Marisa portò una mano al petto ridendo e, fingendo di farsi aria con l'altra mano, rimase ferma in mezzo alla pista. Mentre l'orchestra partiva con un motivo lento, lui la prese e, cingendole i fianchi, l'avviò verso l' angolo del bar. Ora, vedendoli camminare così, di spalle, credevo d' immaginare la loro storia: tubavano come due colombi, lei si poggiava alla spalla di lui, si baciavano tra gli amici fermi davanti alla mescita, ridevano e si corteggiavano come se si fossero appena conosciuti. Fu naturale provare un senso di imbarazzo; forse Marisa aveva raccontato tutto di noi, di me, della nostra storia, forse avevano riso complici, poi lui l'avrà stretta forte ed il ricordo di me nel cuore di lei si sarà dissolto come nebbia al mattino. Com'era giusto che fosse.
    Mentre stavano al bar, arrivai ad immaginare di farmi avanti e passarle vicino, andare anch'io a bere qualcosa e farmi riconoscere, magari salutarla come se fosse stato naturale, chiederle come stava, e stringere la mano anche a lui…Rientrando in pista per l' ennesimo ballo, Marisa mi salvò - senza saperlo - da questo ultimo, assurdo progetto.
    Ma a nemmeno metà della canzone, un tipo entrò in pista da solo. Era di statura media e profondamente stempiato, con la faccia seria si avvicinava decisamente a Marisa che ballava, scansando i ballerini che continuano imperterriti. Lei non si era ancora accorta di nulla, così lui la prese per una spalla e la fece fermare e voltare; il marito rimase di sasso e fece come per mettersi in mezzo. Marisa lo bloccò con un gesto deciso delle mani. Arrivarono due amici ed una ragazza dal bar e si fecero intorno,… alzarono la voce, ma io non sentivo nulla per via della musica che - grazie a Dio - continuava. Il nuovo arrivato la squadrava con fare sdegnato puntandole l' indice sotto al naso; lei era paonazza, probabilmente la gola le si era seccata d'un colpo. Lui l'accusava, si capiva benissimo; l'altro - quello che avevo ingenuamente creduto il marito - discosto parlava gesticolando con gli amici arrivati e lo indicava sbeffeggiandolo. Solo le coppie più vicine sembrarono accorgersi di qualcosa, ma si scansavano, si spostavano piroettando verso un' altra parte della pista: in quella sera di festa non avevano voglia, forse, di assistere al dramma di una famiglia, una storia che a loro non apparteneva. Era una scena surreale, ero testimone di un qualcosa che, in tutti quegli anni di attesa, non avevo nemmeno lontanamente immaginato. Rimasi fermo, impietrito, nessuno mi badava. Io non c'entravo. Un attimo dopo il marito - quello vero - prese Marisa per un braccio e la portò verso l'uscita. A quel punto automaticamente, assecondando un irrefrenabile e preciso istinto, scattai e, passando al lato della pista, li seguii verso l'apertura del tendone. Rasentando il bar qualcuno l' apostrofò malamente e lui fece il gesto di alzare le mani. Prudentemente mi fermai anch'io tra le sedie pieghevoli mezze vuote, per il tempo di quell'ultima disputa pubblica, poi guadagnarono l'uscita. Passato l'ingresso camminavano svelti sulla ghiaia del parcheggio verso la macchina. Lei cercava di divincolarsi dicendo forte in dialetto che sapeva camminare anche da sola, che poteva anche smettere di tirarla. Mi feci sotto, accorciando le distanze: Marisa rimaneva ben visibile alla luce fioca del parcheggio con quel suo completo bianco…arrivarono alla macchina che si aprì facendo lampeggiare tre o quattro volte le frecce; lei salì subito, accendendosi felina una sigaretta e gettando il pacchetto sul cruscotto; lui - tolta la giacca - salì a sua volta. Ero vicinissimo ma non badavano a me; intanto da dentro si sentiva che l'orchestra aveva cambiato motivo…mi era entrato un sasso in un sandalo, ma non mi importava. Lui avviò la macchina di rabbia, sgommò sulla ghiaia ed uscì di brutto sulla statale; lo sentii che tirava su di giri il motore.
    Qualcuno uscì a vedere dalla tenda e rientrò dicendo che se n' erano andati; qualcun altro rise forte.
    Ero rimasto solo in mezzo al parcheggio tornato deserto. Nell'ultimo istante in cui avevo visto Marisa attraverso il finestrino, mi ero ricordato di quella leggera curva che faceva il suo naso, guardato di profilo…mi accorsi che si trattava di un particolare che non avevo ancora ricordato… Pensai anche che potevo andarmene, ormai, non serviva che rientrassi sotto al tendone perché non avevo nulla da andare a riprendermi.
    Guidai verso casa come in trance. Al semaforo di San Donà mi scossi…guardai nel retrovisore e mi incantai su una coppietta nella macchina dietro. Lei era poco più che carina, si protendeva maliziosa verso di lui, mento all'insù, in cerca di un bacio. Lui l'accontentò alla svelta e dopo un attimo lei tornò alla carica; l' altro la ribaciò distratto, poi venne il verde… Sullo stradone che costeggia la Fossetta mi vennero incontro tutti i miei ricordi, rapidissimi, come in un attimo. La Fiorita era ancora aperta, mi fermai, chiesi se potevo mangiare qualcosa, mi risposero che sì: di pronto erano rimaste delle lasagne e ci potevano mettere vicino del formaggio con insalata. E del vino. Divorai tutto, pagai ed uscii nella notte, uno scampolo di luna spendeva nel cielo. Considerai distrattamente che mancavano tante e tante notti perché fosse del tutto piena. Lasciai la macchina al parcheggio e mi avviai lungo la statale, attraversai la passerella sulla Fossetta, camminai su per l'argine, dall'altra parte, verso il paese e poi presi per i campi. Il grande olmo era sempre lì e la casa di Marisa dormiva nel silenzio della notte estiva. Mi fermai nascosto dalla pianta, guardando verso le finestre oscure e, chiara nella mia memoria, Marisa mi apparve, portandosi l'indice alla bocca e subito ritraendosi per venire ad aprirmi la vecchia porta a vetri che dava sul cortile.