Il magazzino delle funi
    di Paolo Ganz

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    Il magazzino delle funi
    di Paolo Ganz

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    Paolo Ganz è stato uno dei primi maestri riconosciuti di armonica Blues in Italia. Nato a Venezia il diciottesimo giorno di novembre del 1957 approda al Blues nei primissimi anni '80, dedicandosi all'armonica, alla chitarra e, naturalmente, al canto. Ha partecipato a concerti, festival, registrazioni di colonne sonore e dischi e sessions, sviluppando un suo stile particolare, semplice, diretto ed immediato, sempre riconoscibile - soprattutto all'armonica - ed immediatamente derivato dalla lezione dei Maestri neri. Nell'86, su commissione delle Edizioni Bèrben di Ancona, pubblica il primo metodo per armonica Blues mai apparso in Italia che riscuote immediatamente un apprezzabile successo ed al quale faranno seguito altri cinque volumi didattici, due dei quali dedicati alla chitarra Country Blues. La sua passione per lo scrivere ed il raccontare si sposta ora dalla didattica alla narrativa con una sua prima serie di racconti dedicata alle sue esperienze 'on the road' ed una seconda imperniata su alcune figure di donne ed intitolata "Il Magazzino delle Funi" . Alcune sue storie erano state gia pubblicate nel '93 in chiusura del volume "Country Blues".

    I giorni della merla
    In sé non era nemmeno una brutta foto. Non particolarmente volgare, insomma. Forse proprio per quello Nico preferiva le altre, quelle che aveva dovuto promettere solennemente di bruciare. Stando ai patti sarebbe stata lei, alla fine, a decidere quali dovevano andare distrutte e quali si sarebbero potute tenere. Mica per mostrarle in giro - si capisce - ma solo per un gioco di complicità segreta ed esaltante tra loro. E tra loro due soli così, senza inganni.
    Lui le aveva pretese perché gli uomini hanno sempre in testa quella roba lì e lei accettate (e senza tante storie, dopo tutte le malizie che aveva strategicamente messo in campo per convincerlo a chiederle) per vedersi diversa dalla solita Lorena, quella che stava dietro al banco del Bar Tabacchi La Rosa d'Oro di Susàns, provincia di Udine.

    In quella foto (quella unica che si era salvata, insomma) fermandosi al viso Lorena pareva proprio la solita Lorena: la testa un po' piegata da una parte, gli occhi sgranati, i capelli tirati su alla buona. Fosse stata tagliata sotto il collo - sarebbe potuta andar bene anche per la tessera di abbonamento dell'autobus. Era stata scattata, come tutte le altre, d'altra parte, nel nuovo ufficio della carrozzeria dove Nico lavorava, ancora in restauro; lo si capiva dal parquette coperto di nylon e dal battiscopa finto frassino che si intravvedeva dietro a Lorena. Lei accovacciata in un angolo con la schiena contro il muro, le mani appoggiate alle cosce, il seno pieno un po' cadente coperto di efelidi, la natura dischiusa così, semplicemente, senza pudori, fingendo di non sapere che sarebbe stato proprio lì che l'occhio sarebbe andato a cadere. Cosa importava se poi lui aveva riabbassato la serranda per tornarsene a casa sua e lei era ricomparsa alla svizzera dietro al banco del Bar Tabacchi per concludere la serata della domenica fino alla chiusura? In quelle due ore abbondanti in cui erano spariti dalla faccia del loro minuscolo mondo di provincia si erano studiati e cercati, sfidati e stupiti, offerti ed immortalati ed alla fine sfiancati a vicenda. Quella foto che adesso se ne stava riposta nel portafogli di lui ne era l'unica testimonianza concreta. Le altre - quelle prese con l'autoscatto, in cui apparivano insieme l'uno sull'altra, l'uno nell'altra - le avevano guardate a notte fonda qualche giorno dopo nella Golf di Nico parcheggiata sotto la frasca del locale ormai chiuso, alla luce complice e precaria dell'abitacolo, tenendole sulle ginocchia. Poi non restò che correre ad appartarsi sulle giare del Tagliamento per ritrovare pace alla svelta, perché ormai era tardi e lui doveva rincasare. Le avrebbe poi distrutte la mattina dopo - foto e negativi - nella stufa di casa, una per volta per non fare odore e destare sospetti. L'avrebbe fatto, senza trucchi: l'aveva promesso!

    Dopo quella sera quando lo vedeva entrare nel bar per la solita partita, lei sapeva che aveva con sé quella foto superstite e ne ricavava un'eccitazione simile ad uno stordimento. Seduto di spalle al banco, a quel tavolo in fondo a destra - intento come gli altri al gioco - Nico custodiva il loro segreto, la prova della loro breve intesa, complice e sfrontata. Per Lorena quella foto era quasi più importante dei loro stessi amplessi, o meglio li completava, li rendeva diversi da quelli dei soliti amanti di paese: attraverso quell'immagine lucida su carta Kodak Nico - avesse voluto - avrebbe potuto tenerla in pugno, rovinarla, ricattarla o svergognarla davanti a tutti, all'intera Susàns forse. Ne avrebbe potuto fare per sempre la sua schiava, il suo trastullo, la sua puttana. Non riusciva a capire nemmeno lei perché e come questa situazione l'aveva avvinta a quel modo, ma sentiva che scoprirsi pericolosamente in balia di quell'uomo la eccitava fino a sconvolgerla.
    A volte illanguidiva dietro al bancone, abbandonandosi a fantasie pesanti in cui la sua realtà di ragazza di paese appariva rovesciata, dove il volere ed il non volere, le paure ed i desideri si confondevano in un groviglio indistricabile, esasperante ed oscuro.
    Spesso non riusciva ad evitare che la smania finisse per invaderle il corpo oltre che la mente, simile ad un'onda che lei accoglieva in silenzio spesso rifugiandosi, lesta al sopraggiungere di quella frenesia, nel magazzino attiguo - sola tra cassette di vuoti e damigiane sciacquate lasciate ad asciugare.

    Sovente si scopriva a fantasticare su una scena particolare che arrangiava di volta in volta - con lievi varianti - attorno ad un tema centrale che rimaneva più o meno inalterato. Era come un piccolo film, in un certo qual modo, che a momenti si riproponeva alla sua mente con ritmo ossessivo ed assillante, con una sceneggiatura che, trasposta nella realtà, avrebbe fatto inorridire qualunque donna e forse lei stessa che di quella fantasia era al tempo stesso autrice, regista e protagonista. Si vedeva osservare il suo amante entrare alla Rosa d'Oro come ogni sera e prendere posto al tavolo da gioco sovrastato dal fumo azzurrognolo delle sigarette. Inizia una partita; lei è al suo posto dietro al bancone, troppo lontana per sentire cosa stia accadendo tra gli avventori. Ad un tratto Nico si alza e cava dalla tasca posteriore dei pantaloni il portafogli e dal portafogli la foto, quella foto di lei accovacciata in un angolo del piccolo ufficio della Carrozzeria, la foto di lei nuda e schiusa senza pudore. L'immagine passa di mano in mano: i compagni di gioco si girano immediatamente verso il banco e la fissano; anche qualcuno dai tavoli vicini si è accorto e reclama il suo diritto a vedere, a tenere tra le mani per qualche attimo quell'istantanea. Adesso su tutto il locale è sceso un grande silenzio: tutti gli uomini (non ci sono altre donne al di fuori di lei in questa fantasia) la osservano, la studiano. La desiderano - certo - ma restano sottomessi al suo potere, asserviti, ridotti all'ubbidienza, eccitati fino all'inverosimile ma arrendevoli, remissivi. Sono conquistati, ammirati ma al tempo stesso succubi e sconfitti.

    La rappresentazione immaginaria, drammatica e fortemente simbolica, poteva così ripetersi - dietro agli occhi di Lorena - anche più volte nel corso della stessa sera. Vennero i giorni della mèrla. Lorena già da qualche settimana si vedeva con l'autista del camion della centrale del latte, un ragazzone che viveva a Majano con la madre e che tutti chiamavano Moro. Si vedevano per ballare a qualche sagra, lei lo seguì a Udine per il campionato di tresette. Rimaneva la foto consunta e un po'sbiadita, ormai adattata alla forma del portafogli di uno degli uomini che alla sera arrivavano alla Rosa d'Oro. Fu proprio in quei giorni che Lorena decise che se la sarebbe dovuta riprendere.
    Una sera lo tenne d'occhio e quando lo vide alzarsi per andare al servizio scattò lesta e tagliando per la cucina lo bloccò nel corridoio gelido e deserto: "Dammi la foto, maledetto!" sibilò in un fiato spingendolo contro il muro,
    "Dammela adesso o racconto tutto a tua moglie!"
    Senza una parola lui la prese per le spalle e la rigirò di forza verso la parete. Lorena avvertì un afrore di alcol e nicotina ed il membro di lui premere contro le natiche. Per alcuni istanti rimasero così allacciati, come ad ascoltare le voci ed i colpi che venivano dalla sala biliardi, poi Nico cavò dalla tasca posteriore dei pantaloni il portafogli e dal portafogli la foto, quella foto di lei accovacciata in un angolo nuda e senza pudore e gliela mise nel tascone del grembiule. Così, senza una parola si staccarono.

    Passarono un paio di stagioni. I coscritti dell'85 affittarono la sala del Bar Tabacchi per la loro festa. Fu in quell'occasione che Lorena sia accorse che uno dei ragazzi, un nipote di Nico, aveva preso a guardarla ed a confabulare con i compagni: intuì un gesto ritmato, inconfondibile e ferocemente osceno. Si girò di scatto come per nascondersi, appoggiando la fronte alla macchina del caffè portando le mani alle tempie mentre gli occhi le si riempivano di lacrime: per un attimo sentì tutto girarle intorno e credette di mancare.
    Poi riconobbe quell'onda calda ed invadente che, come una marea vasta ed impietosa, si impossessava ancora una volta di lei. Della sua stessa vita.