Romanzo moltitudine
a cura di Michele Rossi
Terzo capitolo
Settima tappa
"A che punto siamo" disse tossendo Don Micillo.
Bella domanda pensò Pezzobon. La risposta era nella merda, ma se ne guardò
bene dal pronunciare quella parola.
"Tutto ok capo".
"Pezzobon, ti ricordi il tuo amico Frasca?"
Cazzo se si ricordava di Piero Frasca, allibratore da strapazzo, adesso
"colonna portante", nel senso edilizio del termine, di una villa in
provincia di Enna.
"Capo, ho i due qui di fronte a me, stanno scendendo dall'auto proprio
adesso".
"Bene. Domani mattina voglio leggere sulla cronaca nera della gazzetta la
fine che hanno fatto" e riattaccò.
Pezzobon lisciò il calcio della sua 765.
Avrebbe fatto un lavoro pulito: un colpo ciscuno nel sonno chimico di un
sonnifero misto a champagne.
"Apri cretino".
Ambrosini si avviò dopo aver finto di non essere in camera.
"Signor Tenenente è lei ?" disse, violaceo in viso.
"No, sono tua nonna. Dove sono i due ?" chiese Maggi guardandosi attorno.
"Camera 65"
"Certo che sei proprio deficente. Noi siamo al 98, pressapoco due piani
distanti dai tizi che dovremmo proteggere"
"Non ce ne erano altre libere" provò a difendersi.
"Dammi il telefono. Pronto ? Reception ? Si guardi, qui alla 65 il
rubinetto del lavandino butta acqua che semra la cascata del lago Vittoria.
OK aspetto sul corridoio"
"Ma tenente...non c'è nessuna perdita"
"Per ora"
Un uomo calvo e abbronzato arrivò poco dopo cercando di non bagnarsi le
scarpe da quel fiume d'acqua che scorreva da sotto la porta.
"Ah signori..venite, vi porto nella vostra nuova stanza"
Di fronte a loro s'aprì la camera 97.
Lisa e Andreas fottevano come ricci nella camera accanto.
Pezzobon dormiva di gusto giusto un metro più in là.
"Ok, è ora di ballare" disse Maggi risoluto.
Si, ma con che ritmo ?
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