Mi rifugio sulla panchina del giardinetto alberato davanti a casa mia, ogni volta che posso, per gustare un po’ di ossido di carbonio corretto alla clorofilla, un sole bloccato nella paresi di un viscido sorriso, e la visione di una panchina, identica, collocata di fronte alla mia.
Di solito lì davanti si siede un’ansimante massaia circondata dalla prole e dalle buste della Conad, qualche barbone etilico con velleità canore, e un paio di ragazzotti impegnati nella versione edulcorata e brufolesca di “Nove settimane e mezzo”. Tragicamente rassicurante. Dopo pochi minuti i miei dirimpettai entrano a far parte del panorama. Le voci scivolano nei cofani, nei clacson e nei tubi di scappamento, e le voci si confondono con le réclame appiccicate alle fiancate degli autobus.
Oggi, in questo giorno di luce strana, ebbra di riflessi di whisky e di ferite pulsanti di foglie, mi siedo senza neppure guardare davanti. Mi godo la cornice e lo sfondo. Natura morta di autore ignoto. Meglio non soffermarsi troppo sulle figure antropomorfe. Glissare con serena nonchalance, aprire un libro e sgattaiolarci dentro.
Ma il graffio irridente di una musica mi percorre il collo, allarga le rughe della fronte, solleva le ciglia e spalanca a viva forza le pupille. Ciaikovskij! Peter Ilic in persona! Sguascia fuori da un lettore portatile di CD collocato su una soffice gonna che ricopre gambe ancora più soffici e calde. Alzo gli occhi e la guardo. Mi rispondono occhi estaticamente gelidi. L’enigma inquietante della perfezione, della circolarità. Un fascino geometricamente nitido, senza millimesimali vie di fuga, senza rassicuranti approsimazioni. Non un filo di trucco fuori luogo, non un angolo di naso lievissimamente storto a cui aggrapparsi per scavalcare con un balzo gli occhi e la fronte. Niente. Solo l’armonia, la bellezza crudelmente nuda e pura dentro l’abito rosso di lana di un pomeriggio di foglie insanguinate.
La osservo a intermittenza cercando traiettorie alternative. La scruto a tratti, a tradimento quasi, ma il battito tachicardico è già completamente sincronizzato sulle note del CD, sulle gambe su cui è posato, sulle mani e sulle labbra con cui ne accompagna il ritmo. Perso. Beatamente e dolorosamente smarrito nelle forme e nei colori del suo viso. Una sfumatura ideale, un pallore naturale che urla vita e calore da ogni singolo poro. Roba da far schiattare di invidia Caravaggio e Rembrandt messi insieme.
Vorrei avvicinarmi. Vorrei comunicare qualcosa di più di un’inebetita euforia. Vorrei scrivere sul frontespizio del libro a lettere cubitali: “Lei è bellissima! Io dovrei pagare al Comune una tassa speciale per aver avuto il privilegio di incontrarla e di guardarla, oggi, in questo giardino pubblico”. Ma resto inchiodato lì. Aguzzo lo sguardo sulle sue dita. Anelli assortiti di classe e fattura adeguata. Mi stordisco ulteriormente con un ritornello inventato per l’occasione: “I wouldn’t change a single thing/ but your shining rings/ I wouldn’t change a single thing...”.
La guardo con un’espressione da romantico disilluso alla giovane Werther. Lei non fa una piega. Forse gli anelli sono solo un vezzo estetico. Un gioco di specchi. Forse lei stessa è un riflesso, un’illusione ottica. Forse farei bene a mollarla lì la superbella, semprebella, troppobella, e a tornarmene a casa cercando di sognare un sogno più a buon mercato. Un sogno consumabile in tempo reale o quasi: una lattina di chinotto, una fetta di dolce surgelato... Non riesco ad alzarmi però. Manca qualcosa. La contronota adeguata per spegnere Ciaikovskij che ancora mi tamburella nello stomaco, forse, o magari un colore che faccia da contrasto alle sfumature della piazza, diventata, d’un tratto, una specie di bomboniera di ceramica miniata da un monaco esteta dotato di infinito talento.
Manca un finale adeguato, ecco cosa manca. Se la vita sia degna di un libro o di un film non lo so. Di sicuro so che questa scena, il copione estemporaneo che mi ritrovo tra le mani in questo istante, non merita di essere concluso con una fuga ingloriosa. Non merita di essere perforato come un cartellino impiegatizio qualsiasi questo momento di profondo mistero. Quest’attimo in cui mi trovo davanti la sfida delle sfide.
Cerco il coraggio di avvicinarmi e di attaccare discorso. I suoi occhi però possiedono una specie di magnetismo in perenne mutazione. A tratti appare docile, benevolo, avvolgente; un attimo dopo si fa muro compatto su cui rimbalzo e schizzo via.
Mi salva il suono del suo elegantissimo cellulare. Il suo sguardo rimane di gelo, ma la voce con cui risponde all’interlocutore è tanto professionale quanto dolce. Una specie di ossimoro acustico che mi scava dentro liberando nuovi zampilli di sensualità. Il sole spietato della ragione prosciuga di colpo ogni stilla, nell’attimo in cui colgo finalmente il senso delle sue parole. Sta ringraziando un solerte segretario che ha organizzato per lei il viaggio in Russia che compirà assieme al suo ragazzo, un tipo di nome Wolfango. Apprendo dal soave sibilare intermittente che la Venere della Panchina è una musicista e che quello in programma è un viaggio di lavoro, ma, insieme, di piacere. Una seconda o terza luna di miele.
Attendo che la telefonata si concluda celando un sorriso tra le mandibole. Un sorriso asprigno ma tutt’altro che sgradevole. Il ghignetto lieve di una prevedibile disillusione. A suo modo simpatica, familiare, e di sicuro in grado di regalare sollievo. Mi alzo con calma olimpica e mi appresto ad uscire di scena.
Commetto un errore marchiano, però. Invece di tagliare il giardinetto con una prudente traiettoria di fuga, punto verso di lei per togliermi lo sfizio di passarle teatralmente a fianco senza neppure degnarla di un ultimo sguardo. Lei attende che le arrivi ad un solo passo, alza gli occhi su di me e mi piazza nel centro della gola il gancio d’acciaio di un “Ciao! Siediti un attimo qui!” Assieme al dolcissimo amo acuminato mi penetra nelle vene il suo profumo.
Mi scordo all’istante l’orgoglio, i miei dati anagrafici e quelli del fantomatico Wolfango, il mio indirizzo di casa, la città di residenza, la data, l’ora, e tutti i pensieri saggi e seri che avevo accarezzato con affetto di padre mentre lei parlava al telefono. Mi siedo accanto a lei e la guardo negli occhi. Questo mi basta e avanza. Tutto il resto diventa zavorra, insulso materiale di scarto.
Si sposta di lato fino a sfiorare la mia coscia con il suo fianco caldo. Attende qualche istante e fa uscire dalle labbra la sua proposta: “Vieni con me in Russia, dai! Staremo bene insieme!”. Pronuncia le parole con una naturalezza cristallina. Con un’annichilente spontaneità.
Potrei dirle che non sa chi sono, che non mi ha mai visto prima, che non sa neppure come mi chiamo... Potrei sbatterle contro mille inconfutabili verità, ma riesco solo a fissarla con uno sguardo sempre più beatamente smarrito, e ad ascoltarla, a labbra semiaperte, nel momento in cui riprende a sussurrare.
“Lo so, non ci conosciamo. Ma tu non mi hai mai staccato gli occhi di dosso fin dal momento in cui mi sono seduta su questa panchina. Questo non puoi negarlo, carino! Noi donne certi sguardi li sentiamo, stai sicuro. Non ci si può sbagliare. E’ più di un’ora che mi scruti, caro mio. Hai percorso con gli occhi ogni millimetro del mio corpo. Eh sì, non ci conosciamo, d’accordo, ma io non ho più niente da nascondere per te. Posso dire di essere nuda ai tuoi occhi, ormai... Beh... se vieni in Russia con me sarò nuda davvero! Non so se mi sono spiegata! Io sono fatta così, soffro il freddo e la solitudine. Il mio ragazzo mi raggiungerà a Mosca solo mercoledì della settimana prossima. Io quattro giorni da sola in quel gelo sconfinato non resisto. Ho bisogno di compagnia, io, e tu mi piaci, sei carino. Hai mai visto la Russia? La Russia vera, intendo, quella bollente e lacerante come vodka ghiacciata. Questa è la tua occasione. L’occasione in cui puoi gustarla fino all’ultima goccia. La mia offerta è questa. Decidi tu”.
Potrei risponderle che il sottoscritto fa fatica anche a fare un viaggio nelle città limitrofe raggiungibili in treno in una ventina di minuti. Che sono uno che ha bisogno di programmare nei dettagli, parcheggio compreso, anche la gitarella verso i viali del centro per lo shopping bisettimanale. Che sento la necessità di metabolizzare mentalmente per qualche minuto perfino lo spostamento quotidiano di un paio di centinaia di metri verso l’edicola, il bar e il negozio di alimentari...
Potrei. Ma mi limito a dirle di sì, più con gli occhi che con la voce. Corro a casa e mi preparo, in dodici minuti scarsi.
Durante il viaggio in aereo non parliamo molto. Mi rivela il suo nome, Carla, e qualche altro magro dettaglio della sua vita. Ma è assente, concentrata su obiettivi lontani. E’ già là, tra le nevi e i fuochi dell’inverno russo. Si limita a farmi sentire la dolcezza della sua voce, di tanto in tanto, così come si tiene buono un bambino regalandogli qualche caramella colorata. Assieme alle rare parole bisbigliate, mi lascia intravedere, con apparente distrazione, qualche centimetro di pelle nuda. Una muta promessa di future generose esplorazioni.
Mosca ci accoglie con prospettive di gelo pietrificato. Le gambe, le braccia e le facce dei passanti sono spuntoni inerti di carne prosciugata di ogni stilla di vita dal vento siberiano che le fustiga e le sospinge. La vita scivola esanime su un sudario di ghiaccio. Non la mia vita e non il mio sangue però. Cammino fianco a fianco con lei, ad un palmo dalla sua spalla, dal profumo dei suoi capelli, dalla luce calda del viso su cui il freddo rimbalza sconfitto. Il cuore pompa zelante e vigoroso. Vorrei abbracciarla, qui, su questa piazza smisurata, fondere il suo tepore con il mio, subito, adesso. Ma è bellissimo anche attendere, lasciarmi guidare come un cieco dai suoi passi silenziosi, dall’ammaliante trama dei pensieri che si susseguono nella sua mente e sulle sue labbra dischiuse da un sorriso appena accennato.
Si infila sicura, dopo qualche minuto di cammino, nella hall di un gigantesco albergo per turisti occidentali. Lei dialoga in un inglese impeccabile con l’addetto alla reception, ed io mi lascio stordire dall’arredamento pacchiano del salone. Mentre osservo perplesso un enorme elefante di marmo nero, le sue dita leggere afferrano la mia mano e mi trascinano verso l’ascensore.
Entra in camera sicura e silenziosa più che mai. Chiude con cura la porta alle nostre spalle, getta la valigia su una poltrona, si sistema sul letto e mi invita a sedermi al suo fianco.
“Sei stato gentile a venire con me. Vedrai, staremo bene insieme io e te. Tu non sei come gli altri. Forse avrai più fortuna, chissà. Lo spero di cuore, perché mi sei simpatico”.
Si interrompe un istante, appoggia la schiena sul letto, incrocia lenta le mani dietro la nuca, e prosegue.
“Devo essere sincera con te. E’ davvero giunto il momento di rivelarti la verità. Non ti ho scelto a caso. Sapevo che eri solito sederti sulla panchina del giardinetto di via Indipendenza. Ti avevo notato più volte passando da quelle parti. No, non ti ho scelto a caso. Non avevo bisogno di un tizio qualunque che scaldasse il mio letto per qualche ora. Io cercavo un uomo in grado di svolgere un compito più complesso. Ascoltami ora, e non protestare. Non servirebbe a niente. Né tu né io possiamo tornare indietro. Siamo in ballo ormai.
Ho scelto te perché hai la faccia giusta. Forse con te Oleg si comporterà diversamente. Forse le cose andranno nel verso sperato, stavolta.
Oleg è l’uomo che amo. Lo amo disperatamente, da anni. E’ un genio, un autentico genio. E’ violinista e compositore. Il più grande compositore vivente. Ma il suo talento è più forte dei suoi nervi, della sua ragione, del suo raziocinio. Durante ogni concerto, durante ogni nottata passata a comporre, accumula una tensione colossale che in seguito esplode in lui con furia devastante. La musica, la sua stessa vita, lo rende affamato e assetato di carne e di sangue. E ti assicuro che non si tratta di una metafora. La sua follia esige delle offerte, dei sacrifici.
La mia offerta sei tu. Sei tu che io depongo sull’altare della sua mente. E’ un’offerta pregiata, stavolta. Forse l’amerà. Forse mi amerà per avergliela procurata. Altre volte in passato mi sono presentata qui con ragazzi forti e muscolosi ma del tutto privi di cervello. Oleg li ha uccisi uno dopo l’altro con disprezzo, con disgusto. Nessuno di loro era riuscito ad interessarlo, a stimolare il suo intelletto. Nessuno era stato in grado di ingaggiare con lui un duello mentale.
Tu sei un’altra cosa. Hai la faccia da intellettuale e mani esili e nervose, da musicista. Sono certa che ti tratterà in modo diverso. Ti rispetterà, forse. E se rispetta te rispetta anche me per averti portato da lui. Sì, forse mi parlerà e mi sorriderà nei prossimi giorni. Ne ho bisogno. Non posso fare a meno di lui. Sono certa che mi capisci. Mi comprendi, sì, se comprendi l’amore”.
Mi scruta per un altro istante, si sistema sul letto in maniera più comoda, distende le labbra in un nuovo sorriso e socchiude gli occhi.
I miei occhi sono dilatati allo spasimo, invece. Occhi di criceto che ha appena preso coscienza della gabbia nella quale è stato calato. Getto uno sguardo fulmineo alla porta della stanza, ma solo adesso mi riemerge alla memoria l’immagine della scheda affidata da Carla al facchino che ha portato su le nostre valige. Nessuna chiave e nessuna serratura. Solo una fessurina nella quale è necessario inserire l’apposito rettangolino di plastica magnetizzata per poter uscire. La scheda che il facchino si è infilato in tasca prima di sparire con un “Arivederci” masticato tra le labbra assieme ad una smorfia sinistra.
Potrei provare a chiedere aiuto con il telefono. Già, ma a chi? Temo che il facchino sia solo l’ultimo anello di una catena decisamente lunga e robusta. Provo ugualmente. Urlo frasi concitate con voce atterrita, ma mi risponde una signorina imperturbabile che si esprime sempre e soltanto in un russo cantilenante.
Carla rimane immobile nel letto. Muta solo l’angolazione del suo sorriso. Scuote dolcemente la testa per farmi capire che si tratta di tentativi inutili e puerili.
“Tutti i numeri di emergenza, delle varie forze dell’ordine e quelli che consentono l’accesso al traffico internazionale sono stati disattivati - mi informa. Il tuo telefono è una specie di roulette russa, se mi concedi la battuta. Puoi solo provare a formare numeri di privati cittadini residenti in questa nazione. Numeri di tua esclusiva invenzione. Niente è stato lasciato al caso, carino. Il sistema è supercollaudato e l’incontro con Oleg ineluttabile”.
Mentre dalle mura delle stanze vicine penetrano risate più tetre dei silenzi che le seguono e le precedono, cerco di prevedere la prossima mossa. La zampata successiva dell’angelica beltà adagiata sulle molli coperte.
Non ho bisogno di sforzarmi troppo per cercare di immaginare. Dalla stanza al di là della parete alla nostra destra esplode improvviso un sibilo tagliente come un rasoio. Un vibrante assolo di violino spezza in due l’aria e il mio respiro. Cresce d’intensità il suono, ed è come se l’archetto si accanisse direttamente sui miei nervi e sui miei tendini. Riesco a localizzare gli spostamenti del misterioso suonatore con precisione millimetrica. E’ di fronte alla porta della nostra stanza, adesso. La spalanca e se la richiude fulmineamente alle spalle.
“Scusami, io non parla italiano perfetto. Forse neppure russo! Preferisce musica a parole fin da quando era piccolo bambino. Certo ti chiedi cosa fa tu qui. Perché tu prigioniero qui dentro. Non chiedere. Vita non è musica. In vita non c’è accordo né melodia. Non c’è senso. Solo rumore. Tu sei qui ora, questo è tutto. Sei chiuso, senza uscita e vicino a tua morte. Ma puoi ancora salvarti. Se vita gioca con te, tu devi giocare con vita. Devi giocare per tua vita. Ti piacciono gli scacchi?”.
Il violinista mi scaglia in faccia queste parole prima ancora che riesca a guardarlo da capo a piedi. E’ un colosso di quasi due metri, lievemente ricurvo come l’archetto che stringe tra le dita giallognole. Sotto i capelli untuosi scagliati di taglio sulla fronte, due occhi scuri che sobbalzano ad ogni sibilo e ad ogni tremolio della luce dei neon, per poi bloccarsi di nuovo, spenti, inanimati. E’ Oleg, non c’è dubbio. Il genio per il quale Carla mi ha reclutato in qualità di agnello sacrificale. Non posso dire di sentirmi onorato. A dire il vero in questo momento non mi sentirei di dire niente. Ma devo rispondere in qualche modo al quesito del dotatissimo compositore decompositore di corpi umani.
“Mi dispiace, non so giocare a scacchi” - riesco a borbottare dopo aver preso fiato e deglutito più volte.
“Uhm, capisco... ti piace musica?”.
La musica mi piace. E in ogni caso, anche se mi facesse ribrezzo, non lo direi di certo al maniaco delle sette note che mi scruta fisso coi due pezzetti di carbon coke fossilizzato che ha al posto delle pupille.
“Sì, la musica mi piace molto. La amo la musica!”. Pronuncio questa frase cercando di far comparire sulla faccia qualcosa di paragonabile ad un sorriso.
Oleg apprezza la risposta ed anche lo sforzo. Sorride anche lui, se si può definire tale lo spostamento in direzione nord-est di quattro millimetri della porzione centrale del labbro superiore.
“Bene, allora giochiamo con musica! Io felice. Io e Carla ora andiamo in camera mia. Tu ascolta noi da qui dentro. Ascolta suoni. Dentro di essi io nasconde sequenza musicale. Tu ha due giorni per trovare soluzione. Se riesci puoi scappare e tornare a tua casa. Se non riesci, io viene qui e ti uccide. Le regole sono semplici. Non sprecare tempo a pensare a perché e per come noi ora giochiamo. Se vinci vivi, se perdi muori. Tutto qua. Bocca al lupo, ragazzo! Ci vediamo tra due giorni. Ma io spera per te di no!”.
Mentre lo osservo abbracciare Carla ed uscire con lei dalla porta della stanza prontamente serrata ancora una volta, odo una specie di gorgoglio metallico che centrifuga per qualche secondo le sue budella. Sta ridendo probabilmente.
Vorrei ridere anch’io. Ma la presa di coscienza di avere appena affidato la mia speranza di sopravvivere ad una gara musicale ingaggiata contro il più schizzato e talentuoso dei geni del pentagramma non mi aiuta nell’impresa.
Osservo di nuovo la stanza. Finestre blindate che danno sul baratro che sovrasta una decina di piani di questo colosso di lusso spremidollari. Dentro tutti i comfort, anche quelli più inutili. Televisione satellitare comprensiva dei programmi delle emittenti pakistane, frigobar traboccante di aranciata e vodka più costosa di un diamante, cassaforte, aria condizionata che passa senza soluzione di continuità dalla tundra al Sahara, appendiabiti con elettrostiratore o qualcosa del genere, asciugacapelli a sette velocità...
Si sono dimenticati una sola cosa. Un revolver antipsicopatico assassino. Quasi quasi chiedo una detrazione sul conto al momento di pagare ed andarmene. Già, magari! Magari potessi.
Ha ragione il Frankenstein violinista, temo. E’ inutile dannarsi a riflettere sul significato profondo del tutto. Il solo modo di uscire di qui è risolvere l’enigma musicale. Non c’è altra via. Cerco di recuperare qualche briciolo di lucidità mentale, mi incollo alla parete adiacente alla stanza di Oleg, e ascolto.
Oleg e Carla stanno parlando. Parlano in russo, alé. Carla mi sta sempre più simpatica. Non sapevo che fosse in grado di esprimersi perfettamente anche nella lingua del suo amato mito. Sono molto ammirato! Ammirato e perduto! Ma la musica è ritmo, è cadenza, prescinde da fonemi e grafemi. Forse riesco ugualmente ad intercettare ed isolare il messaggio cifrato di Oleg.
“Da, da, da”, i due si dicono sempre di sì. Con una cortesia che confina con la dolcezza. Oleg però sembra mantenere un velo di freddezza nel suo tono. Si ferma sempre mezzo passo prima di ciò che si può definire affetto, se non amore. Non è questo che conta per me, comunque. Prendo un foglio e una penna e cerco di annotare qualunque tipo di ripetizione non casuale di suoni. Il marasma interno mi spinge però a segnarmi tutto o quasi per timore di perdere la serie giusta, la soluzione reale. Ne viene fuori una pagina zeppa di numeri e lettere vergati più o meno alla rinfusa. Un caos in grado di far andare in ebollizione perfino il più abile decrittatore dell’FBI, o, visto il luogo, dell’ex KGB.
Nonostante ciò continuo a prendere nota di tutto, anche degli sbadigli di Oleg. I fogli diventano due, tre, cinque... Solo la stanchezza accumulata e la tensione priva di sbocco e di pause mi arrestano. Crollo di schianto in un sonno abissale, con la faccia sui fogli e la penna ancora tra le dita.
Quando riprendo coscienza fuori è buio pesto. La sola luce accesa che riesco e vedere è quella della mia camera. Accosto immediatamente l’orecchio alla parete, ma niente, solo silenzio anche nella stanza accanto. Guardo il letto matrimoniale di fronte a me, intatto e invitante. Sto già pensando di gettarmici dentro e rimandare tutto alla mattina dopo, ma decido per scrupolo di fare un altro tentativo. Un sibilo metallico. Dapprima lieve, appena percepibile, poi insistito, lanciato in un crescendo wagneriano. I due piccioncini manicomiali si stanno scambiando energiche effusioni. In altre circostanze mi sentirei in imbarazzo ad ascoltare tale melodia. Mi sentirei depravato e guardonesco. Ora come ora però non posso badare alle sottigliezze e agli scrupoli.
Riesco a sentire il cigolio del letto, i sospiri lunari di Carla e i grugniti di Oleg. Non so se sia un caso, un generoso regalo al sottoscritto, o una consolidata sincronia erotica della coppia, fatto sta che ogni cinque cigolii Carla emette un sospiro, poi un altro due “battute” dopo, seguito, dopo altri sei cigolii, dal rantolo soffocato di Oleg, e così via di seguito.
Cinque, sette, tredici, forse. O magari cinque, due, sei, se si considera l’intervallo e non la somma. La sequenza si ripete nove volte prima di interrompersi nel climax finale, il culmine, l’apoteosi del concerto, suggellato da un lungo bacio e da un silenzio interrotto da baci più brevi e respiri simultanei.
Cinque, sette, tredici, vale a dire uno e tre, e infine nove. Sarebbero cinque cifre in tutto. Se è vera l’ipotesi alternativa, invece, ossia se il sette è un due e il tredici un sei, mi trovo ad avere quattro cifre soltanto.
Beh, perlomeno queste sono sequenze in qualche modo possibili. Anche se non è affatto esclusa l’eventualità di aver ascoltato gli atti amorosi della coppia con l’avido interesse di un maniaco, per poi ritrovarmi tra le mani solo mosche. Un nugolo confuso e disperso di ipotesi numeriche.
In ogni caso non ho molta scelta. Mi precipito al telefono per comporre le due serie faticosamente raccolte. Il numero di quattro cifre mi sembra troppo breve a dire il vero, ma decido di provare lo stesso. Al primo tentativo risponde il niente. Silenzio totale. Al secondo una voce metallica registrata. Probabilmente mi informa che il numero digitato è inesistente. Per il nastro non fa nessuna differenza se chi chiama è un italiano prossimo alla disperazione o una vecchietta russa che ha perso gli occhiali e spara numeri a caso. E’ un messaggio registrato. Automatico e impersonale come il respiro del destino.
Per riuscire a premere i numeri giusti della seconda e ultima sequenza che ho a disposizione devo tenere fermo il polso con le dita dell’altra mano. Alla fine riesco in qualche modo a premere i cinque tasti. Attimi sterminati di attesa, poi un primo squillo. Il cuore si calma per una frazione di secondo per poi accelerare ulteriormente, sospinto dalla speranza oltre che dalla paura. Al quinto squillo mi risponde un vocione militaresco. In russo, chiaramente. Lascio partire un “Help” sbraitato a squarciagola. Rimbalza più volte su tutti i muri ed anche sulle orecchie del mio interlocutore. Non fa una piega. Continua a blaterare frasi a ritmo di marcia nella neve. Lento ma inesorabile. Provo col francese, ma il risultato è identico. La calma cristallizzata dell’uomo mi strappa, per contrasto, un’italica, furiosa imprecazione.
Mi risponde una risata chioccia, malamente soffocata.
“Aaah... ma lei è italiano! Poteva dire prima! Io parla un poquito di suo idioma. Dica, signore, dica tutto!”.
Mezza preghiera recitata tra me e me, poi mi affretto a sillabare all’uomo piovuto dal cielo i punti essenziali della mia tragica condizione e la mia accorata richiesta di aiuto.
“Davero, signore?! Nooo! E’ teribile! Povero signore italiano! Attende prego, attende. Io le passa qualcuno che può aiutare lei. Attende prego, e stai tranquillo!”.
Ripeto la parola “grazie” nella cornetta, con diverse modulazioni, per almeno una dozzina di volte. Proseguirei, probabilmente, se non mi interrompesse una voce non del tutto ignota.
“Benino! Benino, ragazzo italiano! Tu ragiona benino ma non benissimo, finora! Hai ascoltato bene ma non ragiona ancora come si deve. E questo non è buono per te. Mancano solo poche ore. Un saluto da tuo amico Oleg, e anche da Carla. Ciao e... a presto!”.
Il braccio con cui riaggancio la cornetta è un’appendice di carne che si muove per riflessi automatici, avulsi dal corpo a cui è attaccato.
Rimango immobile, privo di qualsiasi impulso vitale, per interminabili minuti. Mi riprendo, pungolato da una paradossale ilarità, nel momento in cui il mio sguardo incrocia il frigobar. Ma certo! Visto che da qui non esco vivo, e che è molto improbabile che chiedano ad un cadavere di pagare il conto, è il caso che mi conceda qualche lusso. E’ la volta giusta per scatenarsi con gli extra, questa. Ora o mai più. Afferro la bottiglia di vodka di gran marca e mi appresto a tracannarla come fosse acqua di fonte.
Il cervello però è già lanciato nell’esplorazione degli altri lussi della mia stanza-galera. Con il fon a sette velocità non ci faccio granché. Non ho voglia di farmi una doccia, ora come ora. Mi sa che l’amico Oleg mi sporcherà di rosso vivo tra poco. Un omaggio alla bandiera del tempo che fu. La TV pakistana è troppo allegra per i miei gusti. Non sono dell’umore ideale in questo momento. Nell’appendiabiti con elettrostiratore non ho molto da sistemare, a dire il vero, e, per quanto riguarda la cassaforte...
L’imprecazione stavolta mi esplode dentro con un robusto e rigoroso silenziatore. Mi do dell’imbecille una decina di volte e mi catapulto sulla scatoletta metallica proteggivalori. Mi do dell’imbecille per non aver fatto caso prima ad un particolare di non poco conto. E’ chiusa, sigillata. Evidentemente c’è qualcosa dentro. Qualcosa che non appartiene certamente a me.
Mi inginocchio di fronte alla scatola magica e digito sulla tastiera posta sul coperchio le cifre delle sequenze numeriche che ormai ho imparato a memoria. Quattro cifre possono bastare per scongiurare un’apertura casuale o truffaldina. Sì, quattro cifre possono essere sufficienti. Questa cassaforte non fa eccezione. Si apre, docile, sotto le mie dita. Spalanco il coperchietto verniciato di azzurro e infilo all’interno una mano avida e tremolante. Vuoto ovunque. A destra, a manca, sopra e sotto. Vuoto ovunque, tranne che per un esile rettangolino di plastica appiccicato al fondo.
Lo stacco con due dita tremolanti e lo afferro. E’ una scheda magnetica. Mi precipito ad inserirla nella fessura illuminata da lucette verdi ed osservo la porta della stanza che si dischiude. Resto immobile per lunghi istanti, paralizzato da un insieme di timore e di gioia per gli spazi liberi dei corridoi che conducono agli ascensori. Mi catapulto all’interno, recupero il cappotto e la valigia, mi chiudo la porta alle spalle e volo fuori. Scendo di corsa due rampe di scale prima di infilarmi dentro un ascensore e premere l’ultimo tasto della giornata. Quello che indica il pianoterra.
Durante la discesa rifletto sul fatto che Oleg è sì un folle psicopatico assassino, ma è anche un giocatore leale. Mi ha lasciato uno spiraglietto aperto per la fuga, per la vita. Sempre che sia stato lui a mettere la scheda dentro alla cassaforte. Sì perchè magari è stata un’idea di Carla, invece. Forse la superbella-superfolle si è innamorata davvero di me. Un poquito almeno, come direbbe il telefonista spiritoso. Sì forse si è innamorata. Quel tanto che basta per salvarmi la vita.
Esco dalla hall dell’albergo correndo a perdifiato e vado incontro al gelo di piazze lontane e sconosciute come si va incontro alle braccia generose di un’amante. Mi fermo soltanto quando non ho più fiato nei polmoni e l’albergo dei due innamorati pazzi mi sembra lontano come un incubo smarrito nella memoria e dissolto dalla luce di nuovi giorni.
Infilo le mani nelle tasche del cappotto per proteggerle dal freddo. Inizio anche a cercare un po’ di soldi per comprare qualcosa che possa calmare la fame che mi assale ora, rintuzzata dalla corsa e dalla felicità immensa per la libertà ritrovata.
Frugo nelle tasche del cappotto, in quelle della giacca e in quelle dei pantaloni, ma non trovo niente. Niente di niente. Non un soldo, non un documento. Zero assoluto. Mi sa che Carla tanto innamorata di me non lo è. O se lo è la sua è una forma di amore di cui farei volentieri a meno. Ha provveduto a fare piazza pulita di tutto ciò che avevo addosso.
La disperazione mi svuota di nuovo di ogni forza. Arrivo a stento ad una panchina, gelata, e mi ci lascio cadere. Braccia e gamba allargate e testa reclinata. A parte le scarpe, ancora discretamente nuove, potrei sembrare benissimo un barbone locale.
Mi riprendo grazie alla morsa del gelo che mi obbliga a muovermi un po’. Mi siedo con la schiena eretta, agito un po’ le braccia e le gambe e prendo visione della piazzetta che ho dintorno. Qualche albero rinsecchito, macchine squadrate che sbuffano esalazioni biancastre e maleodoranti, e, di fronte, una panchina di pietra circondata da ogni lato dalla neve.
Non si sta affatto male qui. Attendo che torni un pallido sole e che sulla panchina di fronte si sieda qualcuno. Qualcuno a cui chiedere informazioni sull’indirizzo della mia Ambasciata. Magari, chissà, una donna dal viso perfetto, armonico, circolare. Una donna senza un filo di trucco in più del necessario. Con uno sguardo profondo e ammaliante ed una pelle tenera, sfumata dai riflessi di un pallore naturale.