Mise
nella valigia beige gli strumenti di lavoro e gli effetti personali.
Al di sopra di tutto depose con cura un paio di magliette di cotone
e un fazzoletto appena stirato. Richiuse la cerniera con un gesto
meccanico, si sistemò sul naso gli occhiali da sole e si
avviò verso la stazione. Le facce della gente che incrociava
lungo il corso si frantumavano sulle lenti scure. Scivolavano
via una dopo l’altra, dissolvendosi in fulminei riflessi
iridescenti. Le più curiose tentavano vanamente di aggrapparsi
agli esili solchi delle labbra, immobili, serrate.
Si sistemò sulla poltroncina turchese del vagone di prima
classe. Depose delicatamente la valigia al suo fianco. Il cuoio
pregiato sfiorava la pelle della coscia coperta da finissima gabardine.
Infilò il braccio sinistro in uno dei manici, accavallò
pigramente le gambe ed aprì il giornale.
Il treno lasciò la stazione di Catania alle dieci e ventotto.
Si mise in moto docilmente, senza un sibilo, senza un cigolio.
L’abbrivio iniziale spinse in avanti i busti dei passeggeri
in modo pressoché impercettibile. Più che una spinta
fu il gesto di una mano amorevole. Il colpetto delle dita sul
legno della culla che dà il la ad una placida ninna nanna.
Dopo alcuni istanti l’ombra della stazione lasciò
il posto al sole caldo del mattino. I raggi infuocati attesero
il convoglio all’esterno, sui prati venati dall’acciaio
dei binari. Lo strinsero in un abbraccio di luce voluttuosa. Il
tepore avvolse il pulviscolo che penetrava dai vetri e dischiuse
gusci soffici di parole.
L’uomo dalla valigia beige tenne il giornale aperto sulle
gambe e continuò a sfogliare qualche pagina con gesto plateale.
Ma non lesse più una sola parola. La mente prese a zigzagare
avanti e indietro, da un sedile all’altro, da una voce all’altra.
Amava ascoltare la gente. Amava i bisbigli, i sussurri e le frasi
pacate pronunciate senza fretta, senza tensione. Amava la cadenza
regolare dei discorsi a cui facevano eco brusii divertiti di approvazione
oppure silenzi nitidi, leggeri, spalancati su nuove parole.
Ma soprattutto amava nutrirsi di frasi colte, duetti raffinati,
dialoghi che facevano rivivere esperienze passate o sigillavano
il presente con il timbro autorevole di un commento o di una presa
di posizione. Spalancava la bocca, estasiato, quando sentiva pronunciare
vocaboli tecnici e formule complesse, da specialisti, da esperti
nei più svariati campi del sapere. E restava immobile,
come un bambino che teme di infrangere un incantesimo, quando
aveva la fortuna di intercettare un gruppo di passeggeri intenti
a parlare di ciò che più lo interessava. Le sue
manie più grandi erano speculari e contrapposte. Era appassionato
di archeologia e di astronomia. Era attratto dai segni misteriosi
della vita sepolta dalla polvere del tempo, e allo stesso tempo
si lasciava calamitare dal luccichio di potenzialità future,
intatte. Il cuore gli batteva forte quando sentiva nominare le
mura della mitica Petra, e le guance si coloravano di rosso quando
qualcuno faceva cenno allo spicchio di cielo che si accende del
chiarore opalescente di Orione.
Si accalorava e muoveva le labbra ad ogni frase stando bene attento
a non farsi vedere. Ma a volte l’impeto del monologo muto
con cui commentava le affermazioni dei passeggeri lo portava ad
articolare suoni udibili che sgusciavano subdoli dal naso e dalla
gola. Allora tratteneva il fiato e fingeva con indicibile impegno
di essere completamente immerso nella lettura. Dopo attimi di
silenzio angoloso la conversazione riprendeva, e con essa il macinio
ininterrotto delle sue reazioni, delle opinioni e dei pensieri
che avrebbe voluto pronunciare, che avrebbe voluto proporre, inserendosi
con impeto tra un ragionamento e l’altro. Ma non c’era
tempo né spazio. La forza di gravità incollava i
suoi occhi alla carta stropicciata del giornale.
Quel giorno la sorte non era al suo fianco. Lo scompartimento
ospitava gente stanca e taciturna. Le argomentazioni più
interessanti erano quelle di una coppia di massaie che esaltavano
le virtù di un detersivo per i piatti che non rovina le
mani.
Il sole che faceva brillare le strisce di metallo al centro dei
binari in quello stesso istante tentava vanamente di ricoprire
con un consunto tappeto di luce la polvere della piazza di San
Remigio. Le sedie di plastica bianca dell’unico bar del
paese quel giorno si sollevavano e si abbassavano in continuazione
rigando l’asfalto di scintillanti arabeschi. Qualcosa di
vibrante le muoveva. Una scarica invisibile le faceva avanzare
a scatti intermittenti come le macchinine di una pista elettrica.
Una voce correva di bocca in bocca, di occhio in occhio, di gomito
in gomito.
“Sta per arrivare. Prima di sera è qui”.
“Sei sicuro? Chi te l’ha detto?”
“Ieri Michele ha visto un paio di forestieri che giravano
per il paese. Facevano i turisti... Già, turisti quaggiù...
ma quando mai?! Erano in perlustrazione, è evidente. Preparavano
il terreno...”
Rosario non aveva sentito una sola sillaba del borbottio biascicato
assieme a sigarette ingiallite. Appoggiato al bancone del bar
sorseggiava un’orzata. Vicino a lui, dall’altra parte
del bancone, un giovane barista che rigirava da un quarto d’ora
lo stesso straccio nella stessa tazzina.
Quando i compaesani lo misero al corrente della tetra notizia
che lo riguardava Rosario rimase col bicchiere a mezz’aria.
Non gridò e non pianse. Si mise a pensare. Non provò
neppure per un momento ad immaginare una fuga. In qualunque parte
del pianeta, quelli, prima o poi, l’avrebbero raggiunto.
Ed inoltre non era mai uscito dai confini della provincia. L’idea
di un viaggio frettoloso verso un posto sconosciuto era più
gelida di una pallottola.
Quanto a chiamare i carabinieri, beh... cosa avrebbe raccontato?
Poteva chiedere una scorta per mesi, anni forse, senza uno straccio
di prova, una qualche certezza che provasse che il pericolo di
cui parlava era reale?
Riuscì a concentrarsi solo su un istante della sua vita.
L’attimo in cui gli era uscito dalla bocca un piccolo diniego.
Un minuscolo e granitico “No”. Un prolungato scuotimento
di testa rivolto all’onnipotente latifondista che voleva
comprare il suo terreno.
Gli venne da ridere. Uscì lentamente, attraversò
la piazza martellata dal sole, e andò a rannicchiarsi sotto
le lenzuola del suo letto.
Il dondolante convoglio raggiunse la stazioncina di San Remigio
alle tre e ventiquattro. L’uomo dalla valigia beige scese
con tutta calma. Era in notevole anticipo. Si avviò a piedi
verso la pensione che qualcuno aveva prenotato per lui.
Pulì con cura con il fazzoletto le manopole del bagno prima
di servirsene. La sporcizia lo inorridiva.
Chiese della frutta fresca. Un ragazzo bussò sommessamente
alla porta della camera e depose il vassoio sul comodino. Il forestiero
assaggiò un’albicocca. La trovò aspra, insipida.
Ingerì il boccone con espressione disgustata e rimuginò
a lungo tra i denti un aggettivo, “adamantina”. Era
talmente affascinato dai termini ricercati, soprattutto da quelli
del cui significato era tutt’altro che sicuro, che la gioia
di poterne ripetere uno per una decina di volte cancellò
del tutto il gusto agro del frutto.
Le lenzuola riarse dall’afa pesavano come piombo sulle gambe
rannicchiate di Rosario. Si era rigirato e rivoltato un’infinità
di volte senza riuscire a chiudere occhio. Sudava. Sudava e sorrideva.
Hanno mandato “lo scienziato”. Nientemeno che lo scienziato
per uno come me. Quale onore! Non pensavo di valere tanto! E’
tutto chiaro, adesso. Ho capito che per anni ho sbagliato tutto
credendo di essere un disgraziato come tanti. Eh sì, ho
aperto gli occhi adesso. Peccato che sia un po’ tardi.
Alle otto e un quarto Rosario gettò le lenzuola più
lontano che poté e si alzò in piedi. Mentre si infilava
i pantaloni si guardava le gambe. Si chiedeva se Irene avrebbe
riso vedendole. Irene ne aveva viste parecchie di gambe di uomo,
questo era certo, ma di sicuro non si era mai imbattuta in un
paio di stinchi lunghi e ossuti come i suoi. O forse sì.
Non restava che provare. La casa di Irene, per fortuna, era sempre
aperta.
Quando le prime ombre della sera dipinsero di grigio i vetri lo
scienziato mandò a chiamare il padrone della pensione.
Lo convocò in camera per avere informazioni riservate.
Gli chiese se nel paese c’era una “donna pubblica”,
una “mondana”. Mentre lo zelante albergatore gli indicava
l’indirizzo della casa di Irene, lo scienziato ripeteva
con orgoglio a se stesso che quelli che aveva appena usato si
chiamavano “eufemismi”. Di questo era certo.
L’anticamera della villetta candida di Irene era stretta
ma a suo modo accogliente. Rosario, adagiato sui cuscini color
cobalto di una poltroncina, aspettava il suo turno. Quando vide
entrare un signore distinto con un completo scuro di gabardine
e una valigia beige di pelle pregiata si tirò su con le
spalle e lo salutò con deferenza.
“Buonasera a vossia” - scandì con cura.
Il forestiero rispose con un cenno della testa. Si sedette al
suo fianco e depose la valigia sul vicino sgabello. Rimase immobile,
in silenzio.
D’un tratto si voltò, guardò la fronte tesa
e corrugata del giovanotto che gli sedeva accanto e fece sentire
la sua voce.
“Com’è questa vostra Irene? Cosa mi sa dire
di lei?”.
Rosario cercò vanamente di respingere il sangue che gli
ustionava la pelle. Dovette confessare che era la prima volta
che metteva piede in quella casa.
“Il padrone della pensione mi ha assicurato che è
piuttosto brava. Finge mediamente bene, ecco sì, diciamo
così” - ridacchiò l’uomo con la valigia.
Osservò ancora per qualche istante il rossore delle guance
di Rosario, e si scoprì a provare per lui una profonda,
istintiva simpatia. Di lui mi posso fidare - pensò.
“Anch’io è la prima volta che vengo qui, sai.
Non sono di queste parti. Vengo in posti come questi quando devo
portare a termine un lavoro. Mi aiuta a scaricare i nervi per
poi essere più preciso e concentrato”.
Lo scienziato cercò di nuovo gli occhi di Rosario. Erano
limpidi. No, non si era sbagliato. Di quel ragazzo si poteva fidare.
Anzi, poteva osare persino di più.
“E’ davvero una bella serata, non credi? Il cielo
è splendido dalle vostre parti. Non c’è un
velo di fumo né di inquinamento. E’ nitido, trasparente”.
La porta si aprì e i due uomini uscirono, fianco a fianco.
Lo scienziato condusse Rosario a vedere Aldebaran, una spilla
luminosa e tagliente incastonata nel velluto soffice della notte.