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Panorami congeniali
  a cura di Ivano Mugnaini

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    Panorami congeniali
    di Ivano Mugnaini

    La solitudine
    Nessuno ha mai capito se sia bianca o nera, dolce o agra. Se aiuti, a volte, averla al proprio fianco nella vita, o se invece ostacoli e basta; se sia premurosa compagna o megera, la solitudine, la mancanza di compagnia. Una cosa è certa: come si è notato anche da queste poche frasi introduttive, la solitudine chiama in causa, stana ossimori ostinati. Ti fa mettere l’una accanto all’altra le parole “compagna” e “mancanza di compagnia”, il vuoto e il pieno, voce e silenzio, presenza e assenza, o, meglio, una presenza altra, più complessa, più sfumata. Come la verità.
    In qualche modo la solitudine è parente, anche se non sempre amica, della verità. Seppure timidamente prende parte al gioco antico e ineluttabile del falso e del vero. Capita sovente di vedere qualcuno che, in mezzo alla folla, magari in un salone addobbato a festa o lungo un corso cittadino traboccante di vetrine e persone, si sforza di far trapelare euforia da tutti i pori, ma rivela unicamente la voglia divorante di una stanza chiusa e silenziosa. Altrettante volte succede invece di ascoltare da qualche eremita metropolitano l’encomio solenne dei suoi trentasei metri cubi di solitudine assoluta, individuando però nei suoi occhi il luccichio intenso della gioia di avere qualcuno con cui parlare. Magari della solitudine.
    L’enigma, in sostanza, resta tale. E, in virtù del suo mistero, affascinante. Non a caso è stata sempre, la solitudine, al centro della mente degli uomini. Per qualche istante o per una vita intera. E’ una condizione necessaria, una scelta, entrambe le cose forse, o nessuna delle due.
    Anche in questa occasione provo a capirne di più affidandomi alle ali di parole di qualche autore o pensatore del passato.
    Mi piace decollare, stavolta, con i versi di John Donne: “No man is an Island, entire of itself...”, nessuno uomo è un’isola a sé stante, ognuno è parte di un continente. Concetto fascinoso nella forma e nel contenuto, ripreso in seguito, con qualche lieve variazione, anche da altri autori, e giunto vigoroso fino ai nostri giorni.
    Per rispondere ad un tale colpo di cannone sparato contro la roccaforte della solitudine, è necessario fare ricorso ad un calibro altrettanto ampio e robusto. Schopenhauer, nei suoi “Aforismi sulla saggezza del vivere”, sostiene che “la solitudine è la sorte di tutti gli spiriti eminenti”. La voce del filosofo tedesco è adeguatamente autorevole, e inoltre, dal momento che ognuno in cuor suo si ritiene uno spirito eminente (più o meno spiritosamente), si può dire che la par condicio è ristabilita.
    Con essa, fatalmente, si ritorna al punto di partenza. Quel libro prezioso che è “Il mestiere di vivere” di Cesare Pavese, aiuta forse a fare un po’ più di luce sull’argomento. “Tutto il problema della vita è dunque questo: come rompere la propria solitudine, come comunicare con gli altri”, sostiene Pavese. Introducendo una fondamentale discriminante, una complessa ma imprescindibile parola chiave: comunicazione. Con gli altri o con se stessi, da soli o nella folla, per nutrire e conservare quel qualcosa di fragile e sublime che è la propria umanità, ciò che rende degni gli individui di essere chiamati uomini. La comunicazione profonda, sensata, appagante, non di rado è difficile, paradossalmente, proprio all’interno di una società come la nostra che possiede mezzi ultraveloci di interscambio di dati. Allora, in qualche circostanza, per riuscire a comunicare appare preferibile una forma di solitudine che riporti tutto a dimensioni più umane, appunto. Per dirla con le parole del saggista spagnolo G. Marañon: “La civiltà ha convertito la solitudine in uno dei beni più preziosi che l’anima umana possa desiderare”. Affermazione suffragata qualche paragrafo oltre da un’interessante considerazione di natura storico-sociale: “La ricerca della solitudine è una tendenza del nostro tempo; prima, e fin dalla sua comparsa sulla terra, l’uomo ha cercato di non rimanere solo”.
    L’ago della bilancia qui sembra tendere a favore della solitudine. C’è bisogno quindi di un poeta, categoria che ben conosce il soggetto in questione, per riequilibrare il discorso, facendoci riflettere sulle ferite, soprattutto mentali, di tale condizione. Paul Valéry, nel suo “L’idée fixe”, ci ricorda che “un uomo solo è sempre in cattiva compagnia”. Tale pensiero è rafforzato, in modo più concreto ma non meno evocativo, dalla frase dello scienziato e scrittore tedesco Lichtenberg: “L’uomo ama la compagnia, anche se è soltanto quella di una candela che fuma”.
    Con una nuova virata improvvisa, cito volentieri due preziose frasi a favore della solitudine che mi sono state segnalate da una mia cara amica. La prima è di Tiziano Terzani: “Io non vado mai con i gruppi, sto fuori, ma mica viaggio da solo, uno non può sempre stare solo. A parte che, se uno sa con chi sta solo, a volte può essere di grande compagnia”. Frase armoniosa e solare come il suo autore, che mi limito a riportare fedelmente. La seconda affermazione di cui mi è stato fatto dono appartiene a Henry David Thoreau: “Non ho mai trovato il compagno che mi facesse così buona compagnia come la solitudine”.
    Due sostanziosi punti a favore della solitudine, quindi, che mi permetto di controbilanciare, almeno in parte, facendo riferimento proprio a chi mi ha suggerito le ultime due citazioni. Una cara amica, come detto, e l’amicizia, nonostante le distanze geografiche, è davvero una pregevole forma di compagnia, o anche una comunanza di solitudini che diventano meno sole.
     Dopo quest’ultimo discorso c’è bisogno di una fonte di possibile conciliazione tra i due estremi, una ricerca di potenziali coincidenze degli opposti. In “Morte a Venezia” Thomas Mann ci mostra all’interno di un’unica cornice, uno spaccato di vita, il sorriso tenero e il ghigno maligno dell’essere soli: “La solitudine mette in mostra l’originale, il bello rischioso e sorprendente, la poesia. La solitudine mostra anche l’insensato, l’assurdo e l’illecito”.
    Chiaramente anche questa mia escursione aerea non è riuscita a sorvolare le pianure di alcuna certezza, alcun suolo saldo e roccioso. Non lo speravo, e, anzi, a dire il vero ne sono lieto. La solitudine è qualcosa di talmente intimo e personale, che è giusto sfiorarla appena, lasciando a ognuno l’onere e il privilegio di ricercare un proprio senso, una propria misura. Di certo posso affermare solamente ciò che già si sapeva: è uno stato d’animo che ci obbliga a scavare dentro di noi, trovando magari, nella sabbia delle malinconie, qualche aurea pagliuzza di ragione o di perdita felice della ragione. Di poesia.
    Ed è con le parole dei poeti che ritengo giusto e adeguato concludere questo mio volo sui terreni spogli ma mai vuoti della solitudine. “Vado alle mie solitudini,/ dalle mie solitudini vengo,/ perché per stare con me/ mi bastano i miei pensieri”, scrive Lope De Vega. Celeberrima poi è la poesia di Quasimodo che recita “Ognuno sta solo sul cuor della terra/ trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera”. Meno noto ma altrettanto luminoso, duro e sfaccettato come un diamante, è il verso di Novalis: “Si è soli con tutto ciò che si ama”.

    Ivano Mugnaini