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Panorami congeniali
  a cura di Ivano Mugnaini

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    Panorami congeniali
    di Ivano Mugnaini

    L'amicizia
    Mi ricollego idealmente all’argomento trattato nel “volo panoramico” precedente, la solitudine. L’amicizia, nel migliore dei casi, ne è la cura, nel peggiore l’aggravante, se non la causa. L’amicizia, quella vera, non è mai neutra: non si può essere amici a metà, o amici un po’ sì e un po’ no. Però si può essere amici veri o amici falsi, questo sì. E l’ultima categoria citata confina in modo così ravvicinato con quella, più schietta, dei nemici, da poter esserne considerata una sottospecie, con un quid in più, semmai, di nefandezza. Non a caso quel geniale buontempone dell’Alighieri ha escogitato adeguate forme di contrappasso per i traditori dell’amicizia. Ciò detto, resta da capire nientemeno che l’oggetto specifico di ciò di cui stiamo parlando. Cosa sia, con esattezza, l’amicizia. Tuttavia, visto che fior di filosofi non sono riusciti nell’impresa, e altrettanti psicologi, in fiore e non, telepresenzialisticomaniaci o meno, si sono dimostrati ugualmente incapaci di determinare l’essenza, il sottoscritto non si azzarda neppure a provare. Si affida al contrario, come sempre, alle ali salde di qualche mente eminente, per provare a spaziare qua e là, a destra e a manca, tra le esperienze positive e quelle negative di chi ha vissuto e scritto l’universo dell’essere amico.
    Inizio con i fuochi d’artificio. Un certo Aristotele proponeva dell’amicizia la seguente definizione: “Un’anima che vive in due corpi”. A questo punto, un po’ per l’autorità della fonte, ma anche e soprattutto per la bellezza schiettamente poetica della citazione, verrebbe voglia di chiudere qui, mollare tutto per telefonare ad un amico, per andare a fargli visita, o per uscire nelle strade con la speranza di trovarne uno. Sarebbe più comodo, in particolare, per il sottoscritto. Avrei anche la scusante del famoso “ipse dixit”. La formula convenzionale con cui, per molti secoli, si è posto fine alle diatribe. Ipse dixit, lo ha detto lui stesso, Aristotele, quindi è inutile discutere ancora, si diceva. Oggi però tali tempi sono passati, si può provare a ragionare ancora un po’, pur conservando il massimo rispetto per il filosofo greco.
    Rimango sempre nell’ambito della filosofia, facendo tuttavia un salto di vari secoli, ed approdo ai lidi di un libro famoso, “Minima moralia” . “C’è un criterio quasi infallibile per stabilire se un uomo ti è veramente amico: il modo in cui riporta giudizi ostili o scortesi sulla tua persona”, osserva Adorno. Che dire? Le sue “moralia” saranno anche “minima”, ma la capacità di visione appare grandiosa, così come il potere di favorire la riflessione, quel sorriso agrodolce che ti spinge a ricordare, confrontare, rievocare. Mi mantengo volentieri sull’onda del sorriso, e faccio ricorso ad una fonte atipica, il settimanale umoristico tedesco “Fligende Blätter”. Tra le massime che riporta, c’è n’è una che sembra la versione da birreria del sabato sera, in camicia a scacchi colorati, della sentenza di Adorno: “I veri amici vedono i tuoi errori e ti avvertono; i falsi amici vedono allo stesso modo i tuoi errori e li fanno notare agli altri”. Anche qui, nonostante i fumi dei boccali mandati giù, mi pare che la lucidità sia degna di nota. Un’ultima variazione sul tema me la concedo, per poi provare a riprendere quota, passando al famigerato, e spesso efficace, umorismo inglese. Lo scrittore Bulwer-Lytton, propone un spunto che ognuno può, anche in questo caso, mettere a confronto con il proprio vissuto personale: “Nessuno è così privo di amici da non avere un amico abbastanza sincero da dirgli delle verità spiacevoli”.
    L’umorismo, si sa, per sua natura tende a smantellare e a corrodere. Per ricostruire l’edificio nobile dell’amicizia, riparto quindi dalle fondamenta. Ricorro ancora ad un autore greco, il commediografo Menandro, stavolta: “Per il corpo ammalato occorre il medico/ per l’anima l’amico:/ la parola affettuosa sa curare il dolore”.  Non credo che Menandro si offenderà se gli affianco un autore moderno e giocoso, Luciano De Crescenzo, tra l’altro legato al mondo greco da una lunga frequentazione. In “Così parlò Bellavista”, lo scrittore napoletano osserva che “Per farsi un amico ci vuole quasi una vita. Bisogna essere stati poveri insieme e qualche volta felici”. La frase è evocativa, anche se qualche magnate della finanza potrebbe obiettare che lui, ci mancherebbe altro, povero non è mai stato, eppure, chissà perché, di amici ne ha a iosa. Comunque, lo confermo, a me la frase di De Crescenzo suona bene, e, come premio virtuale e omaggio alle sue passioni, torno, assumendo un’andatura zigzagante, agli imprescindibili greci.  Epicuro, nelle sue “Esortazioni”, propone una sottile e profonda considerazione di ordine psicologico: “Non abbiamo tanto bisogno dell’aiuto degli amici, quanto della certezza del loro aiuto”.
    Per il principio del controbilanciamento, per mantenere un assetto equilibrato, a metà strada o quasi tra i due estremi dell’elogio e del sarcasmo, passo ora ad un demolitore di professione, La Rochefoucauld. Nelle sue venefiche “Massime”, lo scrittore francese annota che “Nelle disgrazie dei nostri migliori amici troviamo sempre qualcosa che non ci dispiace affatto”. Anche qui ogni commento è vano. Ognuno è libero di effettuare mentalmente un check-up del proprio livello di egoismo pensando a qualche amico in disgrazia, oppure, volendo, può semplicemente limitarsi a sorridere, soprassedendo. Di sicuro però, quando un francese attacca, gli inglesi non restano con le mani in mano. A La Rochefoucauld, sullo stesso terreno, risponde l’uomo di stato Chesterfield, rilevando, nelle sue “Lettere”, che “La maggior parte della gente gode dell’inferiorità dei suoi migliori amici”. Pungente, anche se espresso con britannico aplomb.
    Come sempre le voci si sommano e si sovrappongono, senza annullarsi a vicenda. Dell’amicizia c’è chi ricorda le ferite, chi le cicatrici, chi le carezze. Resta, sicura, la consapevolezza dell’importanza vitale di questo sentimento, per diritto o per rovescio, in presenza o in assenza. E’, l’amicizia, qualcosa che impone un atto di sincerità, o, comunque, obbliga a considerare (o riconsiderare) i propri parametri esistenziali. “Volere e non volere le stesse cose, questa è la vera amicizia”, sosteneva Sallustio. Impresa tutt’altro che frequente, e agevole. Forse per questo è così rara l’amicizia, e, proporzionalmente, più preziosa. Tanto rara che, per provare a salvarci ancora una volta con l’ironia, viene fatto di dire che non ha tutti i torti lo scrittore spagnolo Jardiel Poncela: “L’amicizia, come il diluvio universale, è un fenomeno di cui tutti parlano, ma che nessuno ha mai visto con i propri occhi”.
    Tale ironia ha assunto svariate forme artistiche nel corso dei secoli, ha ispirato autori tramite forme ed espressioni divergenti che tuttavia convergono attorno al nucleo comune di un pessimismo apparentabile. Lo Jago di Shakespeare è l’esempio più felicemente crudele, se è concesso abbinare due termini così contrastanti, di amicizia ostile, nemica fino all’annientamento dell’altro e del sé, del rispetto, dell’amore, di tutto ciò che c’è e resta, nonostante tutto, sacro. Anzi, proprio a causa di tale subdolo attacco, rifulge ancora di più. Come il collo candido di Desdemona tra mani rese cieche. Qui però, mi rendo conto, ho preso posizione a favore, la mia neutralità è svanita. Colpa, o merito, di Shakespeare. Torno a trattare di ironia, cinematografica e molto più recente, citando, tra varie pellicole di amicizie velenose, o avvelenate, quella del protagonista del film “Il talento di Mr. Ripley”.
    Si potrebbe parlare all’infinito, o quasi, dell’amicizia. Senza giungere mai ad alcuna certezza. Forse però è proprio questo il bello: la necessità di una scommessa. Di importanza vitale, comunque la si consideri, comunque si vedano le cose. Bisognerebbe parlare e far parlare autori e pensatori per molte altre pagine. Forse lo farò in un volo virtuale futuro. Qui ed ora necessita provare a tirare le somme. Visto che nulla, per fortuna, è certo e garantito, conviene ricorrere ad una voce umoristica, una battuta che possa racchiudere in sé il buono e il suo opposto, il vero e il suo contrario. Una frase di Nicholas de Chamfort, tratta da “Caratteri e anedotti”, può servire allo scopo: “Nel mondo potrete avere tre tipi di amici: quelli che vi vogliono bene, quelli che non si preoccupano di voi, e quelli che vi odiano”.
    Efficace, a mio avviso. Anche se, per concludere del tutto questa mia escursione, è giusto, visto che precedentemente mi sono già esposto, uscire allo scoperto. L’amicizia, lo ribadisco, è una scommessa ardua. Sono molte più le possibilità di perderla che non quella di risultare vincitori. Tuttavia, mi resta, nonostante tutto, una certezza parente stretta di una speranza. Come a volte accade, l’importanza della posta in palio è talmente alta che la sola, vera sconfitta resta non provare, non tentare di porre sul tavolo della vita la propria posta, se stessi. Chiudo quindi, volentieri, con due inni all’amicizia in forma di parole, entrambi di R. W. Emerson. Il primo indica che “Il solo modo di avere un amico è di esserne uno”. Il secondo è una definizione, talmente appassionata, e nonostante ciò acuta, penetrante, che ti fa puntare più a cuor leggero il proprio patrimonio di emozioni e sentimenti: “Un amico è una persona con cui posso essere sincero. Davanti a lui posso pensare ad alta voce”. Di fronte a tali parole, viene fatto di dire che vale la pena cercare l’amicizia, anche a rischio di abbracciarne solo l’idea, la mera illusione.         

    Ivano Mugnaini