Panorami congeniali
di Ivano Mugnaini
La politica
I volti che campeggiano sui manifesti elettorali appiccicati ai muri, sempre serafici e sorridenti, i volti, non i muri, mi chiamano a togliermi il dente, per così dire, parlando stavolta di politica. Senza eccessivo entusiasmo, starei per dire. Non ho idea di come fosse la politica qualche decennio fa. All’epoca ero in tutt’altre faccende affaccendato, per fortuna. Al massimo il mio interesse verteva sulla spartizione equa di un giocattolo, o sulla lottizzazione dello spazio adiacente ad un’altalena. Non so come fosse allora, la politica. Certo non rose e fiori. Meschinità e miserie non mancavano di certo. Oggi però so bene com’è, e tale consapevolezza non genera entusiasmo. Mi sembra che dominino piccolezze becere, anche quando vengono ammantate da discorsi magniloquenti, gonfi di retorica. Ma forse è stato sempre così. Chissà. E, in ogni epoca, l’istinto per molti dev’essere stato quello di mollare tutto adottando il motto “laissez faire, laissez passer”. Non in campo economico, ma, piuttosto, morale. Qui sta l’errore. Perché non contrastando tale istinto si finisce per fare il gioco di chi il gioco, con le sue regole, vorrebbe averlo totalmente nelle mani, docile e addomesticabile. La prima citazione a cui faccio ricorso, allora, in quest’ottica, viene ad assumere la funzione di un monito. La frase è di M. Frisch, è tratta da Diario d’antepace, e recita testualmente: “Chi non si occupa di politica, ha già preso quella decisione politica che voleva risparmiarsi: serve il partito al potere”.
Dopo aver letto, e trascritto, tali parole, la mia passione politica, chissà perché, è rinata. Con essa, a fianco di essa, la voglia di esplorare in volo qualche paesaggio politico remoto, attuale, e, magari, futuro o futuribile. Bismarck, qualche annetto fa, osservava che “La politica non è una scienza esatta”. Corretto, egregio Cancelliere. E meno male che è così, direi. E’ una delle qualità più umane che possiede, quella dell’inesattezza, dell’imprevedibilità. Solo che a volte, per dirla con le parole di un suo connazionale, il tutto assume un aspetto, ed un caos, “umano, troppo umano”.
Comincerei con il porre le basi di ciò che mi appare solido, stabile, nonostante tutto. Il primo pilone lo erige A. Malraux, affermando che “Non si fa politica con la morale, ma nemmeno senza”. Questa frase andrebbe fatta scrivere sui banchi e sulle poltrone dei deputati di tutti i partiti. O, meglio ancora, andrebbe tatuata sulle mani. Quelle che dovrebbero essere pulite, ora. Ma, vista la realtà delle cose, meglio “sporcarle” con l’inchiostro di una regola di base, piuttosto che con quello di banconote europee o esotiche. Sono convinto però che, anche con tale monito stampato a colori sulla pelle, i politici mi direbbero, seri e compìti, che non ho capito nulla della natura profonda della loro attività. Mi schiafferebbero contro le parole dello scrittore austriaco H. Behr, il quale, con sublime realismo sosteneva che: “La politica è giusto l’arte di intendersi tanto sul proprio vantaggio che su quello del prossimo e sfruttare questo per quello, e mentre ci si serve del prossimo far sì che egli debba pensare che lo si serve”. A questo punto, in seguito a tale mazzata, sarei già pallido e barcollante. Momento ideale, lo si sa, per piazzare il colpo di grazia. Magari citando B. Disraeli, politico inglese con la passione della scrittura, che, tra il serio e il faceto, ma temo molto più serio che faceto, sussurrava ridacchiando, con britannico aplomb, che “In politica non c’è niente di spregevole”.
Qui, chiaramente, sarei al tappeto, in pieno KO. Per rialzarmi, trovando forza e stimoli per riprendere il match, mi necessiterebbe un po’ di umorismo. Magari basato ancora sul sentimento del contrario, per dirla con Pirandello. A volte il solo modo di proseguire è tornare un passo indietro. Ricomincio quindi da Bismarck, e da una sua osservazione di carattere generale. “Non si fa politica con discorsi, feste popolari e canti”, dichiarava impettito il Cancelliere da sotto l’elmetto a punta di cancello di villa di lusso. Caro Otto, se vedessi la politica di oggi, tra veline e insetti vari, danzanti e osannanti, ti convinceresti di quanto ti sbagliavi.
Sempre per sottolineare il mutare degli orizzonti, e delle verità, propongo un brano di un libro di A. France, Sur la pierre blanche: “Un popolo esiste soltanto in virtù della coscienza che ha della propria esistenza. Ci sono trecento milioni di cinesi ma non lo sanno. Finché non si saranno contati, non conteranno”. Lo scrittore francese è morto nel 1924. Non poteva sapere che, qualche annetto dopo, i suddetti cinesi sarebbero diventati un bel po’ di più di trecento milioni. E, soprattutto, che avrebbero cominciato a contarsi. Quanto alla capacità di contare, nel senso di pesare sullo scacchiere internazionale, beh, l’incremento è direttamente proporzionale alla crescita demografica. Tali scenari nuovi, debbono affrontarli, in ogni nazione, gli uomini che sono stati scelti per guidarla. Di fronte a tale lapalissiana affermazione dovrei restare tutto sommato quieto. Non c’è nulla di nuovo. Ma, quando penso alla nazione in cui vivo, la quiete svanisce, prima, dopo e durante la tempesta. Non mi aiutano certo a recuperarla le parole tratte da La vita agra di Luciano Bianciardi: “La politica ha cessato da molto tempo di essere scienza del buon governo, ed è diventata invece arte della conquista e della conservazione del potere”. Già qui i capelli cominciano a drizzarsi e l’occhio si dilata. Tuttavia, in virtù di quel gusto amaro che c’è nella malinconia, o semplicemente per mettere in pratica l’esclamazione di Nanni Moretti, “andiamo avanti così, facciamoci del male”, proseguo con la lettura del libro di Bianciardi, ed arrivo a scovare la seguente ineludibile sentenza: “La bontà di un uomo politico non si misura sul bene che egli riesce a fare agli altri, ma sulla rapidità con cui arriva al vertice e sul tempo che vi si mantiene”. Qui, se si potesse rendere “multimediale” questo mio scritto, risuonerebbero le fatidiche note della Nona di Beethoven. E, all’unisono, comparirebbe la dentatura smagliante di un politico mediatico non più scarsicrinito. La musica non c’è, e neppure la mirabile foto. La sostanza del discorso comunque non cambia. Consente, semmai, di concentrarsi meglio sulle parole. La rapidità c’è stata, ed è stata fulminea. Quanto alla durata, chissà, magari su tale aspetto è ancora possibile agire.
Torno a prospettive di più ampio raggio, la politica tout court, al di là dei tempi e dei confini, per citare ancora una volta un francese, un certo J. Paulhan, non particolarmente noto come nome, ma autore di un libro, La paglia e il grano, contenente un auspicio che personalmente trovo condivisibile: “Tutto ciò che chiedo ai politici è che si accontentino di cambiare il mondo, senza cominciare col cambiare la verità”. Notevole. Magari un po’ utopico, ma notevole. Per confermare che, nel concreto, tale pretesa è un po’ eccessiva, faccio ricorso stavolta, dopo vari transalpini, ad un trasteverino, o giù di lì. Il poeta dialettale C. Pascarella, ammoniva in versi che “Li ministri de qualunque Stato/ so’ sempre stati tutti de ‘na setta./ Irre orre, te porteno in barchetta,/ e te fanno contento e cojonato”. Niente da aggiungere, se non forse il titolo del testo di Pascarella, che, seppure per vie traverse, mi pare, chissà come e perché, consono, adeguato. Il titolo è La scoperta dell’America.
Sempre per il principio dell’analogia e del contrasto, con un accostamento a dir poco ardito, ma forse anch’esso a suo modo evocativo, passo da Pascarella a Cavour. Un modo per tornare a tristi realtà odierne. Ancora sorde a diritti fondamentali. In un suo Discorso Parlamentare, Libertà e disciplina della stampa, Cavour, trattando di politica interna, sosteneva che “la repressione, quando oltrepassa un certo limite, invece di portare utili effetti, ne produce di pessimi, e invece di raggiungere lo scopo che il legislatore si prefigge, conduce a conseguenze affatto contrarie”. Il discorso risale al 5 febbraio 1852. Gli anni passano, ma alcune parole sono lente a penetrare in certe menti.
Qui ed ora, direi non a caso, mi viene fatto di citare un giornalista italiano nato nel 1920, tale Biagi Enzo, da Lizzano in Belvedere. “La democrazia è fragile, e a piantarci sopra troppe bandiere si sgretola”, scrive. Soprattutto se tali bandiere vengono usate come lance da scagliare contro chi la pensa in modo diverso, o, perlomeno, per tenerlo lontano, a distanza. Sarebbe bello, quindi, che coloro che si fanno spesso vanto delle loro radici affondate nello spirito economico britannico, si ricordassero le parole di J. S. Mill, filosofo ed economista inglese D.O.C., il quale osservava che “Se tutta l’umanità meno uno fosse della stessa opinione, e solo un individuo dell’opinione contraria, l’umanità non avrebbe maggior diritto di ridurre al silenzio quell’uomo, di quanto ne avrebbe questo, se potesse, di ridurre al silenzio l’umanità”.
Anche questo viaggio, anzi, direi questo più che mai, non ha condotto alla meta di certezze assolute. Tranne, forse, una: la necessità di essere presenti, vivi, reattivi. Soprattutto quando tutto ti spingerebbe a metterti in disparte ad osservare il mondo girare. Ma è proprio di tali paciosi osservatori che si nutre il potere. In Demetrio Pianelli, E. De Marchi scriveva “La pazienza dei popoli è la mangiatoia dei tiranni”. Frase che, come recitava la réclame di una nota birra, dovrebbe invitarci a meditare, gente, a meditare. La politica è di certo sporca, meschina, assurda, ma, purtroppo, non è lontana. E’ in ogni gesto, ogni fila che facciamo, ogni passo, ogni strada. Un po’ come la vita. C’è, anche quando non ci piace. Quindi, magari, un po’ come per la vita, conviene trattarla con il massimo impegno, con tutte le energie fisiche e mentali, senza scordare mai, però, un filo di salvifica ironia. Chiuderei qui questo mio volo su seggi e poltrone passate, presenti e future, con due frasi. La prima umoristica, surreale. E’ di J.-F. Retz: “Per restare sempre dello stesso partito bisogna cambiare spesso opinione”. Sarà anche ironica, ma ognuno, ne sono certo, ha in mente volti e nomi che la rendono invece molto realistica. La seconda frase riporta tutto ad un livello più alto, quello dell’arte, del pensiero, che, a dispetto di tutto, lotta per esistere, per resistere, per provare a vivere in modo più umano. L’autore è Bertold Brecht, il libro La linea di condotta: “Solo ammaestrati dalla realtà potremo cambiare la realtà”.
Utopia? Forse. Ma in quel forse, magari, è contenuto un seme.
Ivano Mugnaini |