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Panorami congeniali
  a cura di Ivano Mugnaini

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    Panorami congeniali
    di Ivano Mugnaini

    Il tempo
    Era quasi ineluttabile. Si finisce sempre per parlare del tempo. Sia di quello atmosferico che di quello cronologico. Finché, ad un certo momento, di solito in vecchiaia ma non solo e non sempre, si finisce per confondere l’uno con l’altro. Il tempo, il colosso invisibile che ci cammina accanto senza staccarsi un solo istante. Quello di cui parlano i poeti, in ogni lirica o quasi, cercando di capirlo, di farlo più docile, più domestico, e finendo solo per renderlo ancora più imponente e ferocemente famelico. Ma tant’è. Anche qui, in questa rubrichetta in cui, con le parole e grazie alle parole, mi prefiggo di provare a volare, finisco anch’io per tracciare passo passo le orme del tempo. O è lui che traccia le mie, le nostre. Non fa nessuna differenza, in fondo. Ne parlerò un po’, anche stavolta con l’aiuto di frasi acute e mente brillanti, sapendo di perdere tempo, perché di certo, alla fine, la mia capacità di comprensione dell’entità sarà identica a sempre, ossia molto vicina allo zero. Sarà comunque un modo piacevole, almeno per me, di perdere tempo. In fondo il gigante è tenace ma ottuso. Se vede che ti diverti, si interessa anche lui. E, alla fine, si addolcisce. Si addormenta, o magari prova a giocare. Chissà.
    Per una discussione filosofica minimamente adeguata sul tempo, non basterebbero tutte le pagine di questa mia rubrica da qui (ottimisticamente) all’eternità, appunto. Mi limiterò quindi a zigzagare tra considerazioni serie e semiserie, combattive e accondiscendenti, profonde e leggere. Il problema è dove e con chi iniziare. Da una parte o dall’altra bisogna pur farlo. Il tempo, in ogni caso, è così robusto e tornito da apparire circolare, a tutto tondo. Quindi, beh, comunque decida, andrà bene in ogni caso. Partirei, istintivamente, da Eschilo, dal suo Prometeo incatenato. Il titolo, di per sé, contiene domande, risposte, e nuove domande. La frase scelta tuttavia è quasi neutra, poco infuocata, anche se difficilmente oppugnabile: “Tutto insegna, maturando, il tempo”. Vero. Anche se bisogna vedere come, e magari anche perché. Questo, tuttavia, è un altro discorso. Restando sempre nel filone di una saggezza impregnata di fatalismo, passerei alle parole di Novalis: “Lo spazio trapassa nel tempo come il corpo nell’anima”. Notevole, poeticamente sublime. Anche se ci lascia al punto di partenza, non consente un tentativo di guizzo, uno scarto. Un altro poeta tedesco, Hölderlin, si permette di alzare gli occhi e la voce al cielo. Con umana vitalità e ironia, nel suo Iperione, esclama: “Dimentichiamo che esiste un tempo e non stiamo a contare i giorni della vita!”. Il tentativo è velleitario, d’accordo. Ma già la volontà di provare è una forma di lotta, quasi un attestato di esistenza in vita, goliardico ma neppure troppo. O, almeno, non solo.
    Dopo aver tentato di colpire il gigante con un pugno, o qualcosa del genere, conviene, per forza e per ragione, ammansirlo. Non c’è neppure bisogno di sforzarsi troppo, basta riflettere sul fatto che, nonostante tutto, è e rimane prezioso, la più grande ricchezza. A questo proposito e in questo contesto appare adeguata la frase di un economista atipico, H.D. Thoreau, che, nel suo Walden, propone a volte frasi che potremmo definire economico-liriche (scusandomi per il neologismo), tanto sono profonde e dense di significato. “Come se si potesse ammazzare il tempo senza ferire l’eternità”, si trova a considerare. Beh, che dire? Niente, se non approvare, e tentare, con attenzione, di non commettere il crimine a cui si fa riferimento. Con un salto cronologico piuttosto grande, un po’ come balzare dallo stomaco alla testa del gigante di cui sopra, faccio riferimento ad un autore contemporaneo, Fiero Rosso, il quale, anche dalla home page della rivista letteraria Rotta Nord Ovest, ci ricorda che “Le uniche due cose importanti per vivere, il tempo e la libertà, sono quelle che più frequentemente vengono perse dall’uomo”. Anche questa osservazione appare valida, e di notevole interesse è il parallelismo tra tempo e libertà. Potrebbe aiutarci a correggere la rotta, o a modificarla, dirigendoci verso acque più dense e fertili di vita.
    Il colosso, tuttavia, il nostro Gulliver cronologico, esaltato in tal modo, rischia di impettirsi ulteriormente. Conviene quindi, qui ed ora, farlo rilassare un po’, rilassando anche noi stessi con un po’ di sana ironia. In Rosencrantz e Guildernstern, i personaggi fanno, ad un certo momento, un’asserzione seguita da una domanda di capitale importanza: “L’eternità è un pensiero terribile. Voglio dire: dove andrà a finire?”. Comico, certo. Ma nemmeno troppo. In fondo, la questione, benché umoristicamente posta, e assurda nella formulazione, è decisamente umana, e, per certi versi, molto poco umoristica. Sarà perché, Tom Stoppard lo sa bene, il modo migliore di dire cose pesanti a volte è dirle in modo leggero. Il modo più consono di dire cose vere è rivestirle di abiti di bugie. Non resta allora che provare a sfuggire ai concetti buttandoci sugli oggetti, sulla loro prosastica concretezza. Tramite Gesualdo Bufalino, ad esempio, che, nel suo Il malpensante, si trova ad esclamare: “Come invecchiano presto gli oggetti. Una Balilla è già come una colonna dorica”.
    Giustissimo. Ma almeno per me, non è stato neutro né consolante neppure il riferimento alle auto storiche di Bufalino. Torno sui miei passi, allora, riparto dalla letteratura greca per farmi coraggio dicendomi assieme a Plutarco che “Io sono tutto ciò che sono stato, che sono, che sarò”. Si risponde all’oppressione del mutamento, creandosi una piccola eternità privata, personale. Un circolo minuscolo da opporre alle sfere celesti. Ci salva, forse, chi l’avrebbe mai detto, la geometria: una circonferenza è infinita in ogni caso, indipendentemente dalle dimensioni. Spero di non aver scritto castronerie, chiamando in causa la geometria. Mi salvo, a prescindere, dicendo che seppure il discorso dei punti infiniti non fosse esatto nell’ambito della geometria in senso stretto, lo sarebbe perlomeno per la geometria della speranza. Quella che, per scelta e per necessità, si costruisce entità e dimensioni a seconda dei suoi bisogni vitali.
    Sono ritornato tuttavia, come attratto da una potente calamita, a parlare di concetti importanti, filosofici o giù di lì. D’altronde, si sa, parlando del tempo, il rischio è più che mai concreto, per così dire. Per trovare una battuta vera, mi rivolgo ad un personaggio insospettabile: Voltaire. Nel suo Le sottisier, ragiona, magari osservando sconsolato il borsellino, sul fatto che “Solo gli operai sanno quanto vale il tempo; se lo fanno sempre pagare”. Finalmente un po’ di spirito. Anche se, a dire il vero, devo confessare che proprio del tutto non riesco a ridere. La battuta di Voltaire è un po’ troppo realistica.
    “Gli uomini che non hanno mai tempo sono quelli che fanno pochissimo”, scriveva Lichtenberg, scrittore e scienziato tedesco già citato in altri “voli”. La frase è paradossale, forse. Spinge tuttavia a pensare a certe categorie di uomini, a certe professioni. Ognuno ha in mente le sue, non c’è bisogno di stilare classifiche. Un riferimento ai politici, comunque, a costo di sfidare la ripetitività e la banalità, è d’uopo. In questo momento, in fase pre-elettorale, a onor del vero fanno moltissimo. Girano come trottole. Per poi, se le cose andranno come sperano, dare applicazione alla frase di Lichtenberg. Con tutta calma.
    Comincio a prepararmi per l’atterraggio su queste note lievi, su una battuta che non aggiunge nulla di nuovo a ciò che già sappiamo. Perché in fondo, come detto, il tempo è troppo alto e troppo grande per poterlo guardare negli occhi. Rimetto i piedi a terra, quindi, tenendo stretto il paracadute delle poche certezze che è opportuno, e necessario, conservare. “L’epoca più oscura è oggi”, scriveva Stevenson. Frase che è sempre andata bene, calzando a pennello, per ogni periodo storico. Verrebbe fatto di dire che oggi, nel nostro presente, sembra ancora più consona. Ma forse era ciò che già dicevano i nostri antenati, ed è ciò che diranno i posteri. Come contropartita, o magari solo per la freschezza senza tempo dei versi, mi viene fatto di citare il Poliziano: “Usa, madonna, tua bella età verde:/ chi ha tempo e tempo aspetta, tempo perde”. Una ritmata e gradevole variazione sul tema del carpe diem. Non risolve, certo, ma aiuta. Perlomeno si fa muovere il tempo, e, magari, al ritmo delle rime e delle assonanze, c’è modo di vedere il gigante danzare.
    Concludo con un citazione tratta da un testo di A.S. Griboedov dal titolo genialmente megalomane Che disgrazia l’ingegno!. In esso il drammaturgo russo osserva che “Chi è felice non fa caso alle ore che passano”. Di tutte le verità, questa appare la più semplice e la più profonda. Il tempo c’è e ci sarà, goffo e colossale, proprio in mezzo alla strada, qualunque sia. Non resta che prenderne atto, scordandosene magari, almeno un po’. Come bambini che giocano sotto il sole, sotto la pioggia e la grandine. Con la stessa passione, la stessa naturalezza, la stessa sana incoscienza.

    Ivano Mugnaini