Panorami congeniali
di Ivano Mugnaini
L'arte
La più vitale delle cose superflue. La più inutile delle cose indispensabili. Ancora una volta si naviga sull’onda dell’incertezza. O, meglio, si sorvolano acque mutevoli e cangianti. E’, tuttavia, questo è certo, una delle incertezze che vale la pena vivere. Anzi, per cui vale la pena vivere. Ancora più sicuro, in un’epoca di violenze che definire disumane è miseramente eufemistico, e di assurdità preelettorali, che non attendono altro che diventare postelettorali, per farsi gioco infinito delle vittorie e delle sconfitte, l’immancabile “io ho perso, sì, ma in rapporto alle politiche del ’75 ho guadagnato lo 0,05”, beh, mi piace, qui ed ora, parlare d’arte. Voglio, e in qualche misura devo. E’ un tentativo essenziale. Alla fine del volo riatterrerò sui suoli della cronaca e della politica spicciola, d’accordo. Ma con un sorriso tenace stampato sulla faccia. Simile a quello di un bambino che è stato al luna-park, e che, nell’ora più lunga e cupa della materia scolastica a lui ostile, continua a vedere ruote immense che colorano il cielo e sente nell’aria profumo di zucchero filato.
L’arte, dunque. Stavolta mi concedo questo lusso. Un po’ di zucchero non fa mai male. Anche perché quello dell’arte è uno zucchero particolare. Non certo dietetico, questo mai. Se così fosse sarebbe un altro tipo di cibo. Piuttosto si tratta di uno zucchero salato, e l’ossimoro comincia a spalancare il primo orizzonte: il vero e il suo contrario. E’ uno zucchero che contiene anche il gusto sapido e a tratti amaro della coscienza del tutto. Un istante in cui si vede un lato della luna e si immagina l’altro. E l’immaginazione non è meno nitida della percezione diretta. Per iniziare la fase di decollo, faccio ricorso a un libro prezioso, già citato varie volte in passato, e, sicuramente, fonte privilegiata anche nelle future scorribande: Il mestiere di vivere. Pavese sostiene, forte della sua esperienza di autore e di voracissimo lettore e studioso, che “Tutta l’arte è un problema di equilibrio tra due opposti”. Un altro scrittore italiano, Corrado Alvaro, inizia ad entrare un po’ di più nei dettagli, osservando che “L’arte non è altro che la forza di suggestione di un particolare”. Il riferimento specifico di Alvaro è all’arte relativamente giovane e moderna del cinema. Ognuno avrà di certo in mente molti film, molte scene in cui un’apparente minuzia evoca un’atmosfera e contribuisce in modo determinante a creare la magia. Il discorso resta valido anche in termini più ampi. Si adatta bene alla pittura, alla musica, e, con uguale forza, alla letteratura.
Dopo questa fase introduttiva, mi do lo slancio definitivo grazie ad una frase che a me personalmente pare bellissima. E’ tratta da La voix du silence, La voce del silenzio, di A. Malraux. Già il titolo, oltre che fascinoso, mi sembra consono, perfettamente in tema. La frase specifica è la seguente: “L’arte è un antidestino”. Breve e luminosa, come un lampo, come un arcobaleno. D’accordo, non risolve. Alla fine il destino, quello vero, prevale sempre. Ma la frase di Malraux resta, a mio avviso, fondamentale. E’ stato il motore, seppure pensata in termini diversi, per tutti coloro che all’arte hanno dato (ed avuto) se stessi. Sì perché l’arte dà moltissimo ma chiede altrettanto. E’ un’amante gelosa. Possessiva, per dirla in termini più gentili. Il rapporto tra arte e libertà è complesso e sfumato. Non a caso i punti di vista in proposito sono a dir poco variegati. Lo scrittore francese Suarès afferma che “L’arte è il luogo della perfetta libertà”. Una posizione netta, consolante, idilliaca. Qualche anno prima di lui Goethe aveva espresso il concetto in termini più ambivalenti: “Non c’è via più sicura per evadere dal mondo che l’arte; ma non c’è legame più sicuro con esso che l’arte”. La riflessione di Goethe mi pare così ben bilanciata, pesata, vissuta nel profondo, che mi viene fatto di schierarmi dalla sua parte, in questo caso. Di certo al buon Goethe della mia opinione non importa nulla. A me però la sua riflessione è piaciuta, e, a costo di irritare ulteriormente il teutonico vate, cito un’altra sua frase che ho letto con piacere: “Se è una gioia godere ciò che è buono, ce n’è una più grande ancora: sentire ciò che è meglio. E, in arte, soltanto l’ottimo è buono abbastanza”.
Anche queste parole di Goethe mi paiono vere. Ma l’aggettivo “vero” è pericoloso quando si parla di arte. Meglio allora fare una controvirata, una manovra che permetta di tornare al punto di partenza per trattare ancora del rapporto arte-verità. Anche in questo caso mi concedo il privilegio di contrapporre due personaggi molto diversi. Da una parte il filosofo Adorno, di cui cito volentieri un’affermazione perentoria: “L’arte è magia liberata dalla menzogna di essere verità”. Faccio fare eco a questa citazione da un’altra tratta da un commento di Pablo Picasso: “L’arte è la menzogna che ci permette di conoscere la verità”. Che dire? Sfumature, punti di vista di due autori di grande spessore. I quali, nei ragionamenti e nelle tele, hanno tenuto fede a quanto affermato, dando vita però anche all’esatto contrario. La più coerente delle forme di incoerenza. Collegato a questo aspetto, almeno in parte, anche se poi il fulcro del discorso diverge, è il parere espresso da V. Nabokov: “Mi sembra che nella scala delle misure universali vi sia un punto in cui si incrociano l’una con l’altra l’immaginazione e la conoscenza, un punto in cui si raggiunge il rimpicciolimento delle cose grandi e l’ingrandimento di quelle piccole: è il punto dell’arte”.
Un autore che ha parlato molto di arte, e di ciò che lui considerava l’opposto e il nemico di essa, è stato Oscar Wilde. “Tutta l’arte è completamente inutile”, sosteneva. Non è difficile immaginare il suo sorriso ironico e compiaciuto mentre pronunciava queste parole ai suoi ammiratori. Sapendo bene che si tratta di un inutile di cui lui, e loro tramite lui, non potevano fare a meno. Sempre Wilde dichiarava, aggiustandosi magari il garofano verde sull’occhiello, che “L’arte non esprime mai nulla al di fuori di se stessa”. Frase che avrebbe fatto andare su tutto le furie Majakovskij, pronto a ribadire che “L’arte non è uno specchio per riflettere il mondo, ma un martello per forgiarlo”. Ovviamente entrambe le posizioni sono legittime. Quanto a voler dire quale delle due sia vera, sarebbe pretenzioso, oltre che contraddittorio. Si potrebbe provare a schivare l’ostacolo dicendo che tutto dipende dall’autore, dalla sua indole, dal suo ambiente, dalle sue idee. Se poi non ci si imbattesse in un’affermazione di un altro autore francese, F. Fénelon, che, in una lettera all’Accademia di Francia, ebbe a scrivere: “Perché un’opera sia veramente bella, bisogna che l’autore vi dimentichi se stesso, e mi permetta di dimenticarlo”. Siamo al punto di partenza. Ma con molte giravolte nei cieli delle parole con riflessi iridescenti.
Ed inoltre, la non comprensione totale, univoca e definitiva, a volte non è affatto male. Lascia spazio a una comprensione più ampia, seppure più complessa. Una sorta di visione a occhi chiusi, che, magari, conduce più avanti, o almeno più all’interno. In Morte a Venezia, Thomas Mann osserva che “E’ bene che il mondo conosca solo la bella opera, e non anche le sue origini, non le condizioni in cui venne formata. Perché la conoscenza delle fonti da cui è scaturita, per l’artista, l’ispirazione, spesso sgomenterebbero, confonderebbero, neutralizzando così gli effetti dell’eccellenza”. Qualsiasi postilla sarebbe inutile. Il brano di Mann è fin troppo chiaro.
Torno a ondeggiare su correnti più leggere, ma neppure troppo, in fondo, per ricollegarmi alle parole di Wilde, il quale in “The Decay of Lying” sostiene che “Nessun grande artista vede mai le cose come sono. Altrimenti non sarebbe più un artista”. Affianco a Wilde, sperando che non si azzuffino, il filosofo statunitense G. Santayana, che ebbe a riflettere sul fatto che “Un artista è un sognatore che acconsente di sognare il mondo reale”. A me personalmente le due frasi appena citate piacciono entrambe. Non so bene se siano in qualche modo conciliabili. Forse no. Ma magari è proprio questo il vero. O perlomeno il bello.
In fase di chiusura, prima dell’atterraggio, mi concedo, come spesso mi capita, una porzione di dolce. Anzi no, due. Razione doppia, stavolta. Comincerei con Shakespeare, il quale, ne “Il mercante di Venezia”, esclama che “L’uomo che non ha musica dentro di sé,/ ed è insensibile agli accordi delle dolci melodie,/ è pronto per tradimenti, stratagemmi e rapine”. Il discorso, chiaramente, vale per ogni tipo di arte. Il boccone finale, l’ultimo, ha il sapore di una dolcezza autoironica. E’ tratto dagli scrittori francesi Goncourt, e recita testualmente: “La cosa che sente più stupidaggini al mondo è probabilmente un quadro di museo”. Frase di una comicità sottile e convincente. Convince anche me a non andare oltre, per non rischiare di tediare ulteriormente il povero quadro, simbolo in questo contesto dell’arte in genere. Sento solo di dover ribadire che ora più che mai, ma in fondo è vero in ogni epoca e sotto ogni latitudine, parlare di arte solleva. Aiuta a vivere, il pensiero dell’arte. Non salva. Dal vero, dal brutto, dal reale, dall’ottusamente concreto. Però, sebbene non eviti il tonfo e la ferita, permette di sognare di volare. E il sogno del volo, davvero, non è troppo diverso dal volo reale, che, è, anch’esso, sogno.
Ivano Mugnaini |