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Panorami congeniali
  a cura di Ivano Mugnaini

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    Panorami congeniali
    di Ivano Mugnaini

    La verità
    E’ uno dei temi che maggiormente amo, e puntualmente, anche quando scrivo narrativa, finisco per esserne attratto come da una potente calamità: la verità, le luci, le ombre, la realtà e il suo contrario. Era inevitabile quindi che presto o tardi finissi per parlarne anche qui, in questa rubrica in cui spazio liberamente nei cieli e sui suoli delle parole dette e scritte nel passato su argomenti di particolare rilievo. La verità, quindi, fascinosa sempre, temibile, non di rado, di sicuro impossibile da ignorare. Una donna sensuale, nuda a metà, che ti guarda fisso negli occhi e pretende uno sguardo. Anche qui ed ora, in questo spazio di “voli congeniali”, lo sguardo e la mente glieli dono più che volentieri. Usando anche stavolta come schermo e punto di appoggio il gioco di specchi, fedeli o deformanti, di frasi e punti di vista personali di uomini di lettere e di pensiero. Ora più che mai non posso pretendere di esaurire neanche una parte minuscola di tutto ciò che di vero e di falso è stato detto sul falso e sul vero. Necessiterebbero centinaia di pagine, per scoprire poi, come è giusto e logico che sia, che le posizioni di partenza sono le stesse. Ognuno è rimasto fedele, con passione, alla sua verità e alla sua menzogna. Ma forse è proprio questo il bello. Una forma di libera estetica che coincide in questa circostanza con una necessità che vale per ognuno: crearsi un proprio mondo possibile, fatto di realtà e parvenze più o meno verosimili, ma sempre, in qualche modo, umane. Un universo circoscritto ma aperto al contatto con le infinite galassie di altre verità. Non resta quindi che partire per questo “volo interstellare”, con la consapevolezza che certamente non condurrà alla scoperta di una luce nitidamente univoca, ma consentirà magari di cogliere quel fertile chiaroscuro che poi è l’essenza più autentica, e più percepibile, della verità e forse della vita.
    Questo esordio filosofico, o giù di lì, mi porta per forza di cose ad aprire la serie delle citazioni con Seneca, il quale si è molto occupato del soggetto, sia nelle sue Lettere che in altri scritti. “La verità bisogna dirla solo a chi è disposto a intenderla”, consigliava all’amico Lucilio. Non si può che essere d’accordo. L’esperienza lo conferma. Un passo ulteriore, con un angolo di visuale più personale e in qualche modo contestabile, ce lo offre J. Cocteau, affermando che: “La verità è troppo nuda, non eccita gli uomini”. La frase è acuta, e implicitamente esalta la fantasia, non solo come fonte di creazione ma anche come stimolo vitale irrinunciabile. Ci sarà probabilmente anche chi non condivide il parere di Cocteau. Coloro che, potendo beneficiare finalmente di certe verità, magari di quelle che compaiono dopo decenni di silenzi e omissis, sarebbero dispostissimi ad abbracciarle, tali verità, con grandissima passione.
    Nella sua “Vita di Galileo”, Bertold Brecht si è occupato molto, fatalmente, di verità. Regalando alcune frasi di particolare forza. “Chi non conosce la verità è soltanto uno sciocco; ma chi, conoscendola, la chiama bugia è un malfattore!”, esclama. Anche in questo caso non c’è bisogno di commenti. La potenza delle parole è di per sé sufficiente. Un poeta spagnolo, A. Machado y Ruiz, gli fa eco, in qualche modo, tracciando un netto solco tra le verità individuali e la verità con la V maiuscola, quella tanto più difficile da trovare tanto più preziosa, oggetto di ricerca costante: “La tua verità? No, la Verità/ e vieni con me a cercarla./ La tua, tientela.”. Un dialogo, questo, che bisognerebbe tener sempre presente. Anche quando, come spesso accade, si dialoga con noi stessi.
    Come premesso, esiste anche l’altra faccia della luna: la voce di coloro che colgono anche il valore dell’ombra, spesso salvifica, e il gioco ineluttabile delle sfumature. Voltaire era solito dare un accorato e amichevole consiglio: “Ama la verità, ma perdona l’errore”. L’invito dello scrittore-filosofo è consono, ponderato: ci possono essere momenti della vita in cui l’unica verità che si ha nelle mani è un errore. E in quell’occasione tutto ciò che si può sperare non è un’azione della mente ma un gesto del cuore. In questo contesto non posso che citare una delle mie frasi preferite, ponendo l’accento sul fatto che è stata pronunciata da un biologo, un uomo di scienza, quindi. “Mai la verità aiuta a soffrire meno”, osservava J. Rostand. Quest’affermazione, riportata da C. Alvaro nel suo libro “Il nostro tempo e la speranza”, non tende a sminuire il valore della verità. Mira semmai a sottolineare che a volte la verità dev’essere umanamente recepibile. Come una medicina potente che va resa assimilabile da parte dell’organismo. Magari unendola ad una dose “omeopatica” di fantasia, uno schermo pietoso che renda meno diretti i raggi del sole.
    Con una virata mi porto ora all’interno di correnti di parole più leggere, citando la considerazione che A. C. Doyle fa pronunciare al suo alter ego nel suo “The sign of four”: “Quante volte ti ho detto che, una volta eliminato l’impossibile, qualunque cosa resti, per quanto improbabile, deve essere la verità?”. Un monito sempre valido, fondamento essenziale sia dell’attività investigativa che di un intero genere letterario. A ben vedere è valido anche quando non si indaga su delitti commessi nelle foschie londinesi. Sarebbe da tenerne conto sempre, perché si sa, spesso gli eventi, gli incontri, gli accadimenti, ci ricordano che nulla è più vero dell’improbabile. Ossia accade, ad esempio, per dirla con l’Ariosto dell’Orlando furioso, che: “Forse era ver, ma non però credibile/ a chi del senso suo fosse signore”. A volte è vero anche il contrario.
    Un interessante invito a riflettere ci viene proposto anche da C. Cantù, il quale, tra il serio e il faceto, ci suggerisce di fare attenzione al fatto che: “L’opposto della menzogna non è la verità”. Materiale utile per un ragionamento, non facile ma di sicuro significativo. Esiste una zona intermedia, una terra di nessuno che separa, con o senza dogana, il falso dal vero. Per riportare il tutto a livelli più lievi e umoristici, faccio ricorso qui alle parole di un personaggio la cui professione imponeva serietà ma non escludeva, a tratti, qualche guizzo. Otto von Bismarck, sorridendo al di sotto dell’immancabile elmetto a punta di lancia, confessava che: “Non si mente mai così tanto come prima delle elezioni, durante la guerra e dopo la caccia”. Se lo dice lui... non possiamo che credergli. E anche pensando a tempi più recenti non possiamo che trovarci in sintonia. A metà strada tra una traccia residua di umorismo e una brillante analisi psicologica, si collocano le parole dello scrittore statunitense Mencken: “E’ difficile credere che un uomo dica la verità quando sai bene che al suo posto tu mentiresti”.
    Sui pro e contro della menzogna molto si è detto. Sofocle era certo dal canto suo che “Nessuna menzogna giunge a invecchiare nel tempo”. Molti secoli dopo un personaggio atipico e brillante come Lord Byron prendeva la cosa decisamente più alla leggera. Nel suo “Don Juan” sembra di poterlo vedere, ammiccante e disincantato, sussurrare, magari nelle orecchie di una bella fanciulla, “Dopo tutto che cosa è una bugia?/ E’ solo la verità in maschera”.
    Con un atteggiamento sorridente, con la consapevolezza di aver percorso solo una parte minima del cammino possibile, senza aver diradato neanche un minuscolo banco di nebbia, mi accingo a concludere questa escursione sul sentiero delle luci e delle ombre. Forse, come detto, il segreto è proprio questo: l’arte del chiaroscuro, la conciliazione delle linee marcate e delle nuance, i dati di fatto e le illusioni, la concretezza del sogno. La necessaria coesistenza di tragedia e commedia, quello spazio compreso tra i due estremi in cui si può tentare di scrivere, con passione e tenacia, una storia individuale, mischiando, ogni volta che si può, un po’ di riso al pianto. Mi riservo di tornare in qualche occasione futura a proporre una “seconda puntata” di questo volo sui terreni del vero e di ciò che vero non è. Ora, in queste righe finali, avendo parlato di tragedia e commedia, riso e pianto, mi sembra opportuno concludere con due citazioni di natura opposta, che, sovrapponendosi, creano da sole quell’effetto speciale che consente di vedere e non vedere, capire e non capire. O almeno capire di non capire, che non è poco. La prima frase è tratta da “La lettera scarlatta” di Hawthorne: “Nessuno può a lungo avere una faccia per se stesso e un’altra per la folla senza rischiare di non sapere più quale sia quella vera”. Frase sempre attuale, non c’è che dire. Sul versante della “commedia”, e a mo’ di par condicio umoristica sulla tendenza di entrambi i sessi a rivelare il vero, soprattutto se si tratta di segreti altrui, alcuni versi di La Fontaine: “E’ difficile a chi porta le gonne/ il custodir un gran segreto in petto,/ quantunque sotto un simile rispetto/ ci siano uomini peggio delle donne”. Chiudo qui, con questo innocuo fuoco d’artificio. Anch’esso, d’accordo, è effimero, non è reale né duraturo. Ma anch’esso, un po’ come la vita, è pur sempre bello da guardare, finché c’è un po’ di luce e di colore.

    Ivano Mugnaini