Panorami congeniali
di Ivano Mugnaini
La ragione
L’ultimo passo della ragione è di riconoscere che ci sono infinite cose che la sorpassano”. Inizio immediatamente con una citazione, stavolta, tratta dai Pensieri di Pascal, perché la trovo consona, adeguata a contenere il sé l’eterno contrasto, l’ambivalenza di fondo propria di ogni processo di pensiero, di ogni analisi razionale, per quanto è concesso ad un uomo di essere tale. La ragione, per dirla con Pascal, riconosce che ci sono infinite cose che la sorpassano. Ma per giungere a tale considerazione altro che non fa che attuare un processo logico, razionale, appunto. In sostanza, nell’atto di riconoscere la propria inferiorità, la ragione riafferma il proprio dominio. Oppure, guardando la cosa dal lato opposto, la ragione riafferma se stessa riconoscendo i propri limiti. Ancora una volta, il match è incerto. Una sola cosa è sicura: in questo volo sui terreni delle parole mi piacerà gustarmi la ragione nei momenti in cui si toglie di dosso i vestiti e le maschere, e altrettanto mi piacerà osservare la follia, negli attimi in cui, senza accorgersene, si mostra seria, attenta, razionale. O quasi.
La prima frase che mi piace citare, dopo quella introduttiva pascaliana, è notissima. E’ tratta dal titolo di una tavola dei “Capricci” di Goya, e recita testualmente: “Il sonno della ragione genera mostri”. Verità ineccepibile, di cui è bene ricordarci sempre. Punto di riferimento fondamentale. Monito per la vita, per la Storia. A fianco di questo enunciato è bene porre un briciolo di ironia. Quella solenne, dantesca, ad esempio: “Dietro ai sensi/ vedi che la ragione ha corte l’ali”. O quella poetica, ossimorico-filosofica di Leopardi: “Un uomo tanto meno e tanto più difficilmente sarà grande, quanto più sarà dominato dalla ragione”. Si può volendo, andare ancora oltre, tramite le parole di Camus, sempre caustico, crudo, profondo: “L’assurdo è la lucida ragione che constata i suoi limiti”. L’assurdo, certo. Altra realtà con cui bisogna necessariamente venire a patti. Quella che incontriamo ogni giorno sulle strade, e ospitiamo, volenti o nolenti, negli occhi e nella mente. Thomas Hobbes, nel suo Leviathan, offre una definizione complessa e pungente dell’assurdo e del suo rapporto con l’umanità: “Il privilegio dell’assurdo, al quale nessuna creatura vivente è soggetta tranne l’uomo”. Ineccepibile. E significativo è il riferimento al carattere di privilegio: perfino l’assurdo, la mancanza di ragione, è esclusivo di chi la ragione la possiede. Almeno potenzialmente. Quando se ne ricorda. Quando non la considera un optional. Come la cintura dell’automobile, come il viva-voce del telefonino.
Ma si sa, il rapporto dell’uomo con la propria ragione è sempre stato conflittuale, a dir poco. Ciò gli ha causato guai colossali. Ma, allo stesso tempo, in casi felici e fortunati, ha alimentato il genio, l’innovazione, il miglioramento delle condizioni di vita, l’arte, la medicina, le scoperte, la coscienza dell’umanità di essere tale. C’è, certo, anche il rovescio della medaglia, il prezzo da pagare alla coscienza. In una sua lettera lo scrittore russo Belinskij prende atto di tale impegnativa ambivalenza: “La ragione è stata data all’uomo perché egli possa vivere con giudizio, e non tanto perché egli possa rendersi conto di vivere irragionevolmente”. Facile, forse, a dirsi. Ma il punto ideale di convivenza tra giudizio e irragionevolezza è piuttosto sfuggente. Ognuno lo colloca a proprio piacimento, per poi imbestialirsi quando si accorge che qualcun altro ha adottato una bussola differente. Altri si limitano a considerarlo mitico, questo luogo ideale, come l’Eldorado, e, con tale scusa, o necessità, rinunciano a priori a cercarlo. Sì perché il mondo si divide, almeno sul piano teorico delle dichiarazioni d’intenti, in due grandi categorie: quella dei filosofi alla Epitteto, orgogliosi nel sostenere che: “Per l’essere razionale solo ciò che è contrario alla ragione è insopportabile”, e dal canto opposto, quelli che si allineano a quanto espresso dal poeta Wilmot nella sua Satira contro l’umanità: “La ragione è un fuoco fatuo della mente”.
Stabilire chi ha ragione sarebbe, questo sì, un tentativo davvero assurdo. Conviene prenderla con filosofia, nel senso stavolta di ironia, e affermare che, come sostiene un settimanale umoristico del secolo scorso: “La parte debole della testa viene chiamata cuore”. Cuore, in questo caso, nel senso di passione, capacità di sognare superando le barriere, perfino della logica. Ciò ci aiuta a divagare, per fortuna. Meno, a dire il vero, a capire. Perché il cuore è e resta, meno male, un pianeta ancora da esplorare. Lautréamont del resto si chiedeva: Qual è il più profondo, il più impenetrabile dei due? L’oceano o il cuore umano?” Siamo tornati al punto di partenza. Era inevitabile del resto. Comunque come punto di sosta e di osservazione non è affatto male. Senza cuore perfino la ragione, anzi, soprattutto la ragione, avrebbe poco senso. Poca ragione, verrebbe da dire. E quella residua, aspra e secca, che le resterebbe, sarebbe così deleteria da renderle preferibile un filo di umana follia. In questo contesto il detto del filosofo è ineluttabile. Cade, a proposito. Hegel affermava che: “Il non umano, l’animalesco, consiste nel fermarsi nel sentimento, e nel dar contezza di sé solo per mezzo di questo”. Un punto a favore della ragione. Ma giunge puntuale il pareggio, come spesso accade. Chesterton dal canto suo era convinto che: “C’è una strada che va dagli occhi al cuore senza passare per l’intelletto”.
Il dilemma è quello di sempre, vivere per la passione o per la ragione. Tutte le passioni sono eccessi, certo, ma senza di esse vivere sarebbe esercizio assai insulso. Una sorta di costante calcolo aritmetico. Una somma di giorni che invia ad una nuova cifra, fino al totale finale: esatto, incontestabile, del tutto prevedibile. In fondo ogni uomo ha le sue ragioni, compresa quella di scegliersi le passioni che vuole o può permettersi. Nelle sue Confessions, Rousseau scrive, con grande impeto e sincerità: “La spada logora il fodero, si dice qualche volta. Ecco la mia storia. Le mie passioni mi hanno fatto vivere, e le mie passioni mi hanno ucciso”. Credo che ognuno, alla fine della strada, o a qualche svolta lenta, meditativa, possa dirsi d’accordo con Rousseau. Saremmo ben poca cosa senza ragione. Esseri in balia del vento. Ma anche senza una salvifica mancanza di ragione saremmo alberi talmente saldi e insensibili alle brezze vitali da apparire già morti, statici, inanimati. Chiudo questo volo panoramico, con una scelta irrazionale: una citazione che, qui ed ora, può condurmi a considerazioni conclusive che possono apparire scontate. La frase in questione è tratta dal sempre caro Mestiere di vivere di Pavese: “Tutte le passioni passano e si spengono tranne le più antiche, quelle dell’infanzia”. La condivido, e mi allineo al pensiero che spinge a conservare in qualche luogo, qualunque siano le realtà che la vita ci pone di fronte, un po’ di stupore e meraviglia infantili. Lo so è banale. Ma è anche vitale. O almeno lo è per me, per la ragione di uno che, come il Principe di Danimarca, ama essere, ogni volta che può, “mad north-north-west”, matto nord-nord-ovest.
Ivano Mugnaini |