Panorami congeniali
di Ivano Mugnaini
La bellezza
“La bellezza salverà il mondo”, scriveva Dostoevskij nel suo Discorso a Puskin. La frase è talmente bella (è il caso di dirlo), memorabile, evocativa, magica, che vorrei essere in grado di scriverla nella sua lingua originale, e magari anche di pronunciarla come avrebbe fatto lo stesso Dostoevskij, con la coscienza del Delitto e del Castigo di nascere, e con l’ironia sognante e tenace di ogni buon Giocatore. Non ne sono in grado. E so bene che la magia è qualcosa di raro e di illusorio. Nonostante ciò non posso fare a meno di partecipare alla ricerca. Sono “addicted to beauty”, come direbbero gli anglosassoni. Sì, lo confesso, sono un “bellezza-dipendente”. Non mi riferisco a quella dei concorsi rivieraschi estivi, che, tuttavia, possiede anch’essa un suo fascino ed una presa, ça va sans dire. Intendo tuttavia riferirmi ad una bellezza più ampia e sfuggente: quella anche ruvida, scomoda, persino brutta, a volte, che a tratti si coglie in qualche pausa inattesa di questo viaggio quotidiano in cui siamo impegnati. “La bellezza è solo la promessa della felicità”, scriveva un altro gigante, Stendhal. Può darsi. Ma senza tale promessa il viaggio, corto o lungo, comodo o avventuroso che sia, non avrebbe ragione neppure di iniziare. Dovendo riprendere, in questo settembre ancora caldo, il tragitto a tappe periodiche di questa mia rubrica di pensieri e parole rubate con gusto dai libri, ho pensato di ricominciare parlando proprio della bellezza. L’intento corrisponde in tutto e per tutto ad una speranza: che il bello possa illuminare la strada, e, magari, anche portare bene. D’accordo, bello e buono non sempre vanno d’accordo, è vero. Ma, almeno sul piano scaramantico, chissà che le due dimensioni non coincidano. D’altronde, per cavarmela con una battuta, non posso che osservare che i camionisti, moderni esperti di viaggi, novelli Ulisse sui mari delle autostrade, nelle loro cabine portano sempre l’imago di qualche bellezza. E la bellezza, si sa, è nuda per forza e per definizione. Ulisse aveva le Muse e loro hanno la Ferilli. Cambiano i tempi, ma la sacralità ispiratrice e protrettrice delle apotropaiche rotondità permane. Non resta che augurarmi che lo stesso valga anche per questi miei voli sui panorami del pensiero e della scrittura.
Mi tolgo lo sfizio in questa circostanza di iniziare con una frase con cui sono totalmente d’accordo, stavolta. Abbandono gli amati chiaroscuri e le adorate sfumature, per schierarmi serenamente a fianco di R. W. Emerson. “Anche se giriamo tutto il mondo in cerca di ciò che è bello, o lo portiamo già in noi, o non lo troveremo”, ebbe modo di osservare il filosofo e poeta americano. In questo caso, personalmente, mi sento di fare come certi capi pellerossa, quando capitava loro di ascoltare una sentenza condivisa. Senza bisogno di aprire bocca, si limitavano a fare un lento e solenne cenno con il capo. Valeva di più di mille parole di assenso. Lo stesso faccio io, stavolta. Aggiungendo solo che ciò integra e chiarisce anche il riferimento al viaggio. Il vero tragitto, si sa, è interno, interiore. E’ quello il mondo a cui provare a dare dimensione. Magari, perché no, aiutandosi, quando è possibile, anche con un passaporto reale e tangibile.
Sul rapporto tra bellezza e verità, del resto, si è detto e scritto molto. Non poteva che essere così. L’abbinamento, e il confronto, sono immediati, ineluttabili. Di fronte al mistero per eccellenza, il bello, il vero si fa da parte, oppure reclama sbraitando i propri diritti, rompendo l’incantesimo, o sublimandolo. La posizione prevalente è espressa in un’altra frase molto nota: “Beauty is truth, truth beauty”, esclamava John Keats. “Bellezza è verità, verità è bellezza - solo questo sapete sulla terra, e non c’è bisogno d’altro”. Un drammaturgo spagnolo, molto meno noto, A. Casona, esprime lo stesso concetto tramite un parallelismo ancora più solido e perfetto: “La bellezza è l’altra forma della verità”. L’omaggio romantico alla bellezza è fascinoso, possiede una sua vena quasi laicamente mistica, un omaggio estatico assoluto. Ma personalmente ritengo che il bello della bellezza ( e mi scuso per il gioco di parole) sia a volte proprio quello di non essere vera. O meglio di essere più vera del vero, nella sua effimera, ingannevole, irrinunciabile essenza. Mi rendo conto che ancora una volta mi sto incamminando a piedi nudi sul terreno scivoloso della filosofia. Ergo, faccio immediatamente retrofront, e torno a cercare qualche punto d’appoggio e di sostegno. Mi viene in soccorso ancora una volta Emerson, il quale ebbe modo di articolare la seguente considerazione: “Le cose possono essere graziose, eleganti, sinuose, aggraziate, ma finché non parlano all’immaginazione non sono ancora belle”. La bilancia mi pare sia tornata in posizione di equilibrio e di stallo. Mi sembra anche che sia giusto così. La bellezza è un enigma, molto più intricato di quello della Sfinge. E’ questo il suo bello. Con quest’ultima considerazione il tonfo nella tautologia e nella ripetitività è garantito.
Visto che mi sono inoltrato sul terreno dell’umorismo, faccio qualche ulteriore passo in questa direzione. Mi viene in mente Fedro, il quale, nella favola La volpe e la maschera da tragedia, scrive: “E’ bella, ma è senza cervello”. Qui molte odierne veline, letterine, schedine, ed altre “ine” contemporanee, potrebbero sentirsi chiamate in causa. Per farmi perdonare, e, spero, senza aggravare la mia posizione, cito allora la frase di V. Buttafava: “E’ bene che le donne belle siano spesso stupide. Se fossero anche intelligenti sarebbe un’ingiustizia”. Naturalmente si tratta di uno scherzo. Molte donne belle che conosco sono anche molto intelligenti. Non c’è nessun tipo di contrasto tra le due condizioni. E’ vero però che le donne molto belle e molto intelligenti sono anche molto pericolose. Ma sono tre “molto” che vale la pena a volte affrontare. Tre pallottole della migliore delle roulette russe.
D’altronde, si sa, il ruolo della bellezza è sempre stato fondamentale. E’ un pianeta mutevole la cui attrazione per il nostro pianeta e per i suoi abitanti è costante. “Se il naso di Cleopatra fosse stato più corto, tutta la faccia della terra sarebbe cambiata”, annotava Pascal. Non è il caso di chiederci come né perché. La frase contiene in sé tutte le domande e tutte le risposte possibili. D’altronde è sul filo oscillante e tortuoso del tempo, del mutare, dell’attimo che si rivela e avvince nel profondo, per poi svanire, che si disputa la gara essenziale, la scommessa della vita e dell’arte. Parlando di arte, cade a proposito un’ennesima asserzione degna di nota e di memoria, molto conosciuta anch’essa. Ne è autore Th. Gautier: “Niente di ciò che è bello è indispensabile alla vita. [...] Di veramente bello c’è soltanto ciò che non può servire a nulla. Tutto ciò che è utile è brutto”. In questa perentoria considerazione ci sono le radici di interi movimenti letterari e stili di vita datati e presenti. Il discorso di fondo è condivisibile. Ma il disprezzo per il quotidiano e per il tangibile, visti come miseramente prosaici, a me personalmente appare eccessivo. La bellezza è anche nelle cose. Anche il manubrio di una bicicletta o un pneumatico gonfiato alla pressione giusta possono essere belli se conducono la mente alla visione della bellezza, all’incontro con essa, al sogno di essa. Mi sono nuovamente inoltrato in un campo minato. Salto fuori di corsa anche stavolta, non prima però di aver osservato, en passant, assieme a Lessing, che “La grazia è bellezza in movimento”. Forse non è del tutto attinente alle considerazioni precedenti. Ma la frase mi piaceva, e gli sono corso a fianco.
Per chiudere questo vagabondaggio appassionato sulle tracce della bellezza, ci vorrebbe una frase risolutiva, un gioiello di saggezza che ne sveli le fattezze. Credo però che, oltre che improbabile, sarebbe anche intimamente contraddittorio. Se c’è una cosa chiara del bello, è, appunto, che non è chiaro, non è lineare, non è univoco. Ancora una volta riemerge la metafora della strada: se la realtà è una statale, o un’autostrada a quattro corsie, la bellezza è uno strada panoramica di montagna piena di curve. Impegnativa, rischiosa, senza parapetto. Ma cercarla, e, quando si può, percorrerla, vale sempre la pena. Del resto quel brivido sottile, il rischio e l’attrazione del baratro, sono parte integrante del fascino. Chiudo allora, per forza di cose, con alcune brevi osservazioni di natura diversificata. Inizio con Petrarca, che in un sonetto del suo Canzoniere ammonisce con piglio deciso: “Cosa bella e mortal passa e non dura”. Gli fa da eco, e, in parte, da controcanto, William Blake: “L’Esuberanza è Bellezza”. E l’esuberanza, quando c’è, quando ha motivo e impeto di esistere, è eterna anche se dura lo spazio di un mattino. Allora, visto che siamo sul tema dell’effimero, è bene chiudere con una battuta di puro umorismo. Una risata. Anch’essa a suo modo una forma di bellezza. O almeno carburante per nuovi viaggi, nuove ricerche, nuovi sogni. L’industriale americano Revson, fabbricante di creme, assai costose tra l’altro, per signore, parlando della sua attività ebbe a dire: “In fabbrica facciamo cosmetici, in negozio vendiamo speranze”. Che dire? Forse questa battuta di spirito contiene in sé più verità di quanto non creda di possedere. Forse dietro la crema miracolosa c’è il volto reale. La metafora senza tempo della ricerca dell’antirughe.
Ivano Mugnaini
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