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Panorami congeniali
  a cura di Ivano Mugnaini

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    Panorami congeniali
    di Ivano Mugnaini

    La morte
    Prima o dopo si tratta di farlo. No, non mi riferisco a morire, ma, nel caso specifico, a parlare della morte. Tra gli argomenti di questa rubrica di osservazioni panoramiche, necessitava anche parlare della signora in nero. Relativamente facile è spiegare perché. Molto meno è scegliere come. Trattando tale soggetto, l’ironia è quanto mai necessaria. Si potrebbe dire salvifica. Il fatto è che, in realtà, la salvezza è chimera, in questo caso. L’epilogo, nel migliore dei casi, è posticipato. Ma l’ironia, per vie traverse, e proprio in virtù della certezza della scena finale del capitolo conclusivo, assume un significato e una funzione più che mai fondamentali. Vitali, è il caso di dirlo. Non serve a niente provare a contrastare la morte. Ma non provare è una morte un po’ peggiore. Anzi, molto peggiore. Con la dovuta serietà, allora, ma con un sorriso ugualmente solido, e tenace, mi avventuro sui sentieri del mistero per antonomasia. Buffo, in parte. Se non altro per l’orrore che continua a farci qualcosa di scontato. La sola cosa certa della vita. Se poi la morte sia da considerarsi entro i confini della vita, o un territorio confinante e autonomo, una sorta di oscura enclave, resta un enigma. Una cosa è certa, o quasi: parlando della morte si finisce per parlare della vita, così come parlando dell’ombra si pensa al sole, e, magari, parlando del pianto si immagina un sorriso.
    Ed è un con un sorriso che intendo cominciare a citare qualche considerazione degna di memoria. Sperando che la frase iniziale abbia un effetto scaramantico. Oltre a quello di amuleti vari, che, per la serie “non è vero ma ci credo”, tengo stavolta più che mai a portata di mano. Molière, l’uomo che fece della sua morte, reale, la scena madre di una sua commedia, ebbe a scrivere: “Si muore una sola volta, ma per tanto tempo!”. Ineccepibile. E, siccome l’umorismo è un po’ come le ciliegie, una tira l’altra, cito volentieri anche Amurri: “Quando verrà l’ora di morire non voglio perderne neanche un attimo: si muore una volta sola”. Come ultima barriera protettiva, per quanto possibile, faccio ricorso ad una splendida frase di Epicuro. Parole che, per forza e per amore, dovremmo ripeterci spesso, sia per la saldissima logica interna che possiedono, sia per il potere consolatorio, nel senso più ampio e vitale: “La morte non è nulla per noi, perché quando ci siamo noi non c’è la morte, e quando c’è la morte noi non ci siamo più”.
    Dopo aver ammucchiato con gusto e con sollievo qualche mattoncino difensivo, è giusto concedere alla morte anche ciò che le spetta. Del resto, beh, ciò che le spetta se lo prende da sola, non si fa pregare. Da filosofo a filosofo, allora, da Epicuro a Seneca: “In questo ci sbagliamo, nel vedere la morte avanti a noi, come un avvenimento futuro, mentre gran parte di essa è già alle nostre spalle. Ogni ora del nostro passato appartiene alla morte”. Allora, in quest’ottica, anch’essa incontrovertibile, conviene, o meglio converrebbe, seguire il consiglio dell’Alfieri: “Non perdere mai occasione d’imparare a morire”. Personalmente tuttavia credo di essere piuttosto refrattario a tale insegnamento. Come mi accadeva per alcune materie scolastiche, tendo a rendermi impermeabile, non assorbo, non assimilo. Preferisco in questo caso concentrarmi, assaporando sillaba per sillaba, su quello che annotò in un suo scritto Michel de Montaigne: “Voglio che la morte mi colga mentre pianto i miei cavoli, per niente preoccupato di lei e meno ancora del mio orto imperfetto”. In questo caso qualunque commento sarebbe quasi blasfemo. Rovinerebbe tutto. Mi limito a passare, con un sorriso, al paragrafo successivo.
    La morte, si sa, non è certo rose e fiori, però, e neppure ortaggi freschi e vitaminici. “Né il sole né la morte si possono guardare fissamente”, sosteneva La Rochefoucauld. Giusto. Ed altrettanto vere sono le parole di Publilio Siro: “La paura della morte è più tremenda della morte stessa”. Non ci resta allora che lo schermo dell’illusione, una sorta di speranza che sa bene di essere fatta solo di vetro fragile. Ma, facendone senza, avremmo anche la certezza della cecità, l’immobilità forzata, l’impossibilità di correre in direzione del sogno. L’ideale sarebbe dunque provare a vivere in modo di poter rispondere serenamente, un giorno, all’invito di Lucrezio: “Perché non ti ritiri dalla vita come un commensale ormai sazio/ e serenamente ti prendi, o sciocco, un tranquillo riposo?”.
    “Il resto è silenzio”, del resto, come esclamava Amleto. Ed è giusto, anche per rispetto della signora dagli abiti scuri di cui sopra, non abbondare troppo con le parole, in questa circostanza. Come ultima valutazione, potrei dire che, scartabellando tra le pagine che trattano il tema della morte, ho trovato molte più frasi esorcizzanti o comunque di opposizione, di tentativo di contrasto, rispetto alle pure lamentazioni. La ragione è facilmente intuibile: il problema della fine è dato, è posto all’uomo a partire dall’inizio, dalla prima ora di lezione. Stare a rimuginarci sopra non fa altro che ribadirne i termini. Senza neppure tentare una soluzione. D’accordo, la soluzione reale è impossibile. O, meglio, c’è già, e non è quella sperata. Ma il segreto, forse, è quello di provare ugualmente una forma personale di analisi. E, soprattutto, uno svolgimento concreto, un tentativo di attuazione. In pratica, una vita. Qualunque essa sia. Perché ciò che è da temere ancor più della fine è l’assenza di vita, l’apatia, i colori stinti di un tempo lasciato scorrere via per forza d’inerzia. Per dirla con le parole di Bertold Brecht: “Non temete tanto la morte, ma più lo squallore della vita!”.
    Per concludere, quindi, senza negare alla morte l’immenso ed eterno rispetto che esige e merita, mi affido a tre frasi di speranza, senza star troppo a valutare se sia utopia o meno. In fondo l’uomo per non morire necessita cibo. E la speranza rientra a pieno merito nella categoria degli umani nutrimenti. Per prima una frase ispirata di Schiller: “Un attimo vissuto in paradiso/ non è pagato troppo caro con la morte”. A seguire un verso molto noto e altrettanto possente di John Donne: “La morte non sarà più morte. E tu, morte, morrai”. E, per finire con un riso, mi auguro apotropaico, una scena di vita vissuta narrata da Cesare Zavattini: “Il signor Better mi sorprese che guardavo incantato il soffitto e gridò: ‘Sia l’ultima volta che vi trovo a pensare alla morte in ufficio!’”.

    Ivano Mugnaini