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Panorami congeniali
  a cura di Ivano Mugnaini

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    Panorami congeniali
    di Ivano Mugnaini

    Il dubbio
    Dopo aver parlato, la volta scorsa, della morte, l’istinto mi avrebbe portato a trattare in questa occasione dell’amore, secondo un accostamento antico e consolidato, oppure, tramite una forma di contrasto più estremo, avrei potuto dedicarmi al tema onnicomprensivo della vita. Invece, riservandomi di raccogliere in qualche pagina futura pensieri e parole sui suddetti argomenti, mi dedico, qui ed ora, a percorrere i sentieri intricati e sabbiosi del dubbio. In fondo, pensandoci bene, è anche questa una strategia di opposizione rispetto al muro compatto dell’idea della morte. La fine è solida, ineluttabile, granitica. Il dubbio è fluido, mobile, multiforme, cangiante. L’ideale per il volo. Ne possiede la caratteristica essenziale, l’impalpabile inconsistenza. E, a ben pensare, è anche una specie di surrogato, corposo a suo modo, dei due soggetti di cui ho accennato sopra: è vita, il dubbio, ed è anche, in una certa maniera, una forma di amore. Per la vita stessa, innanzitutto. La quale, essendo donna, si lascia corteggiare solo da chi è disposto a prendere atto del suo mistero, di ciò che può essere compreso solo nell’istante in cui ci si arrende alla consapevolezza che non tutto è comprensibile.
    “Forse che sì forse che no”. Inizio stavolta la raccolta e l’elenco delle frasi degne di memoria in modo atipico. Queste parole, sibilline, eppure chiarissime, non sono state scritte su un libro e non hanno un autore certo. Si trovano nelle volute di un labirinto (luogo più simbolico ed evocativo non avrebbe potuto esserci), in uno dei soffitti del palazzo Gonzaga di Mantova. Una corte, in sostanza, luogo di intrighi, di menzogne, di verità artefatte sulla politica, la guerra, l’amore. Un microcosmo, a ben pensare: una riproduzione in scala ridotta del mondo tout court. Anche la seconda frase celebre a cui faccio ricorso è in una certa misura atipica. Stavolta l’autore è noto, anzi notissimo: Michelangelo Buonarroti. La stranezza, se così posso dire, è che quasi tutti conoscono Michelangelo come artista. In realtà scolpiva e dipingeva anche parole. E direi che le seguenti hanno sia la suggestione della pittura che la forza plastica del marmo: “Sia dolce il dubbio a chi nuocer può il vero”. Una sequenza di sillabe che piacerebbe scolpire anche a me, se ne fossi capace, o incidere su qualche muro, se potessi. Mi limito tuttavia ad annotarla nella memoria. Intervento di minore impatto ma di identica durata.
    Torno volentieri, sempre, ad occuparmi del buon Amleto, sperando che il Principe di Danimarca, considerato il caratterino, non mi mandi presto o tardi al diavolo, o peggio. “Essere o non essere. E’ questo il problema”. Una delle citazioni più note e più usate (a volte abusate) di ogni epoca. Cos’altro è se non la manifestazione di un dubbio? Anzi, del dubbio dei dubbi, l’enigma esistenziale. Anche se, per coerenza, persino tale certezza è contraddittoria quando si tesse l’elogio del dubbio. E se Amleto, in realtà, avesse saputo benissimo se essere o non essere? Se avesse solo recitato una parte nella parte, una forma ulteriore di finzione nella finzione? Difficile, sicuro, ma il dubbio è una specie di danza ad occhi chiusi: quando si riaprono gli occhi non si sa mai in che posizione ci si trova. Se si è tornati al punto di partenza o se siamo rivolti, a ben guardare, in direzione opposta.
    Un po’ di umorismo, seppure molto sapido, può aiutarci a ritrovare una sorridente stabilità. Karl Kraus osservava che “il debole dubita prima di prendere une decisione; il forte dopo averla presa”. A dire il vero come bussola non è granché. Ma al momento non è disponibile un punto di riferimento migliore. Ed è giusto, consono, che sia così. E’ possibile comunque individuare qualcosa di consolatorio, in qualche modo, quasi una certezza (sebbene il “quasi” sia decisamente di notevoli dimensioni) in un passaggio tratto da I falsari di Gide: “Posso dubitare della realtà di tutto, ma non della realtà del mio dubbio”. E’ qualcosa, in qualche modo. Anzi, spesso è tutto ciò che abbiamo. Le carte con cui giocare la partita. Brecht, del resto, sintetizza tutto ancora una volta con una frase a me cara: “Tra le cose sicure/ la più sicura è il dubbio”. E c’è chi arriva a dire, e, visto il personaggio, verrebbe di affermare a fare, qualcosa di ancor più complesso e poeticamente intenso. Una sfida all’intricatezza della vita, ma in fondo, un atto d’amore, come un tuffo da una scogliera in un mare denso e scuro. George Byron, nel suo Don Juan, scrive: “Sappiamo così poco quello che facciamo/ in questo mondo, che mi chiedo se il dubbio stesso non sia in dubbio”. Un modo estremo di negare il dubbio, regalandogli il trionfo assoluto, o una forma di vitale sconfitta.
    Per rendere più chiaro il concetto appena espresso, o per affondare del tutto, con un sorriso, nelle sabbie mobili della filosofia, faccio appello alle parole di Samuel Butler: “Una cosa è certa, ed è il fatto che non possiamo dare niente per certo; perciò non è certo che non possiamo dare niente per certo”. Un gioco di parole? Forse. Ma è, in molti casi, il gioco che può salvare dalla serietà annichilente di certe realtà. “La leggerezza è un salvagente nella corrente della vita”, annotava lo scrittore tedesco Börne. Sì, forse può salvare, persino dal dubbio, il dubbio stesso. O la capacità di prenderne atto senza lasciarsi schiacciare. Tramite la lievità dell’autoironia, magari. Quella di cui, tra gli altri, è stato maestro Mark Twain, il quale, magari colto nell’atto di meditare sul colore della vernice con cui ridipingere una stanza, ebbe a dire di se stesso: “Devo avere una enorme massa di intelletto. A volte mi ci vuole persino una settimana per metterlo in movimento”.
    Il dubbio, dunque, un macigno, certo, ma anche una potenziale ricchezza. Basta afferrare la pietra nel modo e nel verso giusto. Forse. D’altronde ogni essere umano dotato di un minimo di intelletto, dovrebbe potersi dire, con le parole di R.W. Emerson, senza disperazione, ma anzi, con una specie di lucido orgoglio: “Io sono colui che dubita e il dubbio stesso”. Oppure avere il coraggio, a tratti, o per una vita intera, di sposare il pensiero di Leopardi: “Io per mia natura non sono lontano dal dubbio anche sopra le cose credute indubitabili”. Ma, per coerenza, e per scelta, preferisco chiudere questo mio volo panoramico sulle lande ampie e variegate del dubbio con un’espressione lieve, un invito ad amare della vita, ogni volta che è possibile, persino il carattere labile, sfuggente. Affezionandosi, senza fanatismo, senza vane isterie, al suo volto, alle sue fattezze, ai gesti e alle movenze con cui ci attira, respingendoci, e ci respinge, finendo per attirarci a sé. Amare l’imprevidibile, illogica, folle e saggia esistenza. Dedicandole magari, con una forma di canto, i versi di Apollinaire: “Incertezza, io e te pari siamo,/ io e te, mio bene segreto,/ come i gamberi ce ne andiamo,/ a ritroso, a ritroso”. Si perché, comunque sia, comunque vada, ci ritroveremo presto o tardi in una sala, reale o immaginaria, sul cui soffitto vedremo scritto, a caratteri cubitali, oppure minuscoli, vergati in oro e in rosso, sei brevi parole, nulla di più: “Forse che sì forse che no”.

    Ivano Mugnaini