Panorami congeniali
di Ivano Mugnaini
La vita
La vita non è né brutta né bella, ma è originale!”. Questa osservazione, tratta da La coscienza di Zeno, mi aiuta a introdurre il tema scelto stavolta per questo mio volo panoramico. Un argomento tanto vasto che tutto assorbe, tutto nutre e tutto divora. Compreso l’umano desiderio di comprendere. Anch’esso vasto, colossale, avido, poderoso, ma, evidentemente, non abbastanza. La vita è originale, certo. Tale presa di coscienza, è il caso di dirlo, non ci aiuta a risolvere neppure una sillaba del rebus dei rebus, ma, e non è poco, ci consente di andare avanti. Dicendoci che, essendo originale, la signorina Vita ha diritto di essere anche stravagante. E quest’ultima definizione, non di rado, appare notevolmente eufemistica. Ci consola anche sapere che, tuttavia, una signorina inappuntabile, scontata, liscia e prevedibile dall’inizio alla fine, ci piacerebbe, forse, ancora meno. Meglio allora la fanciulla eternamente giovane, anche se qualcuno sospetta che ogni tanto passi dal chirurgo plastico e si rifaccia, eternamente folle e imprevedibile. Con la speranza, magari, che qualcuna delle sue trovate, dei suoi lampi di genio, qualche volta sia sorprendente in senso positivo. Che lasci a bocca aperta con un gusto piacevole nel palato. Tale speranza è fragile, d’accordo, è cristallo di un esile bicchiere. Ma è necessaria. Si potrebbe dire, se non fosse tautologia, che è vitale. E’ necessaria perché, per dirla con Samuel Butler, “La vita è l’arte di trarre conclusioni sufficienti da premesse insufficienti”, o, per esprimere il tutto con la sintesi poeticamente evocativa di Paul Valéry, “Il vento s’alza! Bisogna tentare di vivere”.
Il pensiero della necessità della vita, qualunque e comunque essa sia, ha radici antiche. Il commediografo greco Menandro riassume il tutto con una formula asprigna: “Viviamo, non come vogliamo, ma come possiamo”. L’arte dell’accettazione dell’esistenza è fondamentale, e richiede, anzi pretende per forza di cose, esercizio costante. Sapersi fare elastici, malleabili, per quanto scomodo e non di rado doloroso sia per le membra umane. Bisogna comunque trovare qualche dimensione plausibile all’essere. In Aspettando Godot Beckett irrompe con un’esclamazione sospesa tra riso e rabbia, asprezza e ironia: “Troviamo sempre qualcosa, eh Didi, per darci l’impressione che esistiamo?”.br>
C’è anche, dunque, nonostante questo, o forse in virtù di questo, una sacralità dell’esistere. Ciò è valido, verrebbe da dire, forse (e il forse è più che mai necessario), proprio quando parrebbe essere vero l’opposto. André Malraux elabora felicemente questo concetto con le seguenti parole: “Ho imparato che una vita non vale nulla e che nulla vale una vita”. Sebbene, si sa, sarebbe scontato se non fosse amaramente evidente, la vita non è facile. Marco Aurelio, l’imperatore filosofo, dichiara che: “L’arte del vivere somiglia più all’arte della lotta che a quella della danza, per il doversi sempre tenere in guardia contro i colpi che cadono su di noi all’improvviso”. E il poeta Orazio gli fa eco nelle sue Satire con solennità piana, incontrovertibile: “Niente senza gran fatica la vita concede ai mortali”.
Necessità però, in queste righe sparse, e anche in ambiti più generici, trovare il modo di reagire a tale cupa saggezza. Non ricordo chi fosse esattamente l’autore della frase seguente, ma sono quasi certo che si trattasse di un mio compagno del liceo. Prima e dopo ogni compito di greco (e il momento non appariva casuale) passava tra i banchi e sussurrava a ciascuno: “Non prendere la vita troppo sul serio, tanto non ne uscirai vivo!”. Col senno di poi, o con l’auspicata mancanza di senno, che dire? Mi sa che il bisbigliatore clandestino non aveva tutti i torti. Cerco di riprendere un po’ quota, dopo questa divagazione sulle memorie scolastiche, affidandomi a J.L. Borges: “La vita è troppo povera per non essere anche immortale”. Sembra l’esatta antitesi di quanto espresso poco sopra. Ma forse, in realtà, è lo stesso concetto espresso in modo diverso. D’altronde si sa, il falso e il vero, specialmente parlando di vita, giocano a nascondino. A proposito di luoghi nascosti, al buio, o nell’ombra, mi piace citare in questo contesto le parole dello scrittore francese V. Larbaud: “Arrivo a chiedermi se, nella vita come nelle corride, i posti migliori non fossero quelli della parte all’ombra”. In questo caso non mi azzardo a tentare spiegazioni. La frase mi piace così com’è, per istinto, senza il sostegno dell’analisi del presunto raziocinio. Lascio a ciascun lettore il compito e spero il gusto di interpretarla, di farla sua o di contestarla a seconda delle idee e delle esperienze personali.
Altro punto che ha fatto molto parlare, e scrivere, concerne la durata della vita. Se sia lunga o breve, se sia bene che duri molti anni o svanisca quando è ancora in fiore. Rousseau in un certo senso mette tutti d’accordo, o meglio, trova una via alternativa, proponendo tale considerazione: “Gli uomini dicono che la vita è breve e io vedo che fanno di tutto per renderla tale”. Dolorosamente vero, non c’è che dire. Ci salva, ancora una volta, la verve e la forza di Brecht: “Non lasciatevi ingannare che sia poca cosa la Vita! Bevetela a grandi sorsi! Non vi sarà bastata quando la dovrete perdere”. Che dire? Ancora una volta viene da replicare “Danke Bertold!”. In un certo senso l’invito di Brecht trova una base ed un’eco lontana. Seneca, nella nota Lettera a Lucilio, rileva che “E’ importante vivere bene, non vivere a lungo”. E, poco oltre, osserva che: “Finché viviamo dobbiamo imparare l’arte di vivere”. Lo scrittore russo Rozanov rincara la dose: “Vivi ogni giorno come se avessi vissuto tutta la vita proprio in vista di quel giorno”. Difficile, certo. Ma l’arte, come la vita, possono essere tutto tranne che facili. E’ l’unica certezza che si ha, ed è bene rispolverarla come un piatto di ceramica rimettendolo in tavola ad ogni pranzo ed ogni cena come se fosse nuovo. Altrimenti si corre il rischio di trovarsi un giorno a pronunciare le stesse parole del tragediografo francese J.-F. Ducis: “Non vivo più: assisto alla vita”. E allora, davvero, saremmo sconfitti, e morti, pur se ancora dotati di qualche forma di battito e respiro.
Prima di allora, però, possiamo aggrapparci alla saldezza soffice dell’umorismo, anche e soprattutto quando non c’è via di fuga possibile. Perché, per tornare ancora a Samuel Butler: “Se la vita non deve essere presa troppo seriamente, la morte neppure”. Oppure, per rendere il concetto ancora più chiaro e solare, tramite le parole di G. Santayana: “Non c’è cura per la nascita e la morte, tranne goderci ciò che viene in mezzo”. Tutto ciò non è agevole, certo. Ma è il solo dato sicuro che sia concesso ricevere ed elaborare. Il resto, nella vita, nel suo prima, nel suo dopo, nel suo durante, nel suo perché, e nel suo nonostante, è ipotesi, scommessa ardua, quasi un Superenalotto dell’Eternità. Tra la lotta e il risultato della stessa, tra i disegni e gli esiti, tra i desideri e gli abbracci, c’è un quid che è e rimane più forte, più incoercibile di qualsiasi logica o volontà umana.
Con una sola, essenziale eccezione: l’ambito del sogno. In quel territorio, sebbene complesso, difficile se non impossibile da ridurre a schemi razionali, l’uomo e più libero, più sovrano. Allora, come unico risultato, come bottino privilegiato della ricerca intrapresa in questo viaggio sui panorami della vita, resta la frase nota e preziosa di Calderon De La Barca: “La vita è sogno”. Avremmo in tal modo quasi una sicurezza, sebbene impalpabile, se non fosse che a me piace altrettanto, e forse più, l’esclamazione di Garcia Lorca: “La vita non è sogno. Sveglia! Sveglia! Sveglia!”. Appunto. Come volevasi dimostrare. La sola certezza vera, allora, è una faccia che si osserva allo specchio: “La vita è vita”. E trovare in quella faccia qualcosa che abbia forma e sostanza di sorriso è forse la meta. O, almeno, la strada.
Ivano Mugnaini |