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Panorami congeniali
  a cura di Ivano Mugnaini

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    Panorami congeniali
    di Ivano Mugnaini

    L'amore
    "L'amore è cieco e gli amanti non possono vedere/ le piacevoli follie che essi commettono". Mi sembra consona, per parlare della più misteriosa e vitale delle follie, esordire con le parole di Shakespeare tratte da Il mercante di Venezia. L'amore è cieco, certo, e ciechi siamo noi, per fortuna, di fronte al suo dominio e alla sua sfera di attrazione. Ciechi, ma non muti. L'amore ha fatto pronunciare nei secoli tempeste, uragani di parole, a volte distribuiti in rivoli di sussurri altre in torrenti di grida. Ed ha fatto scorrere fiumi di inchiostro, vasti, increspati, lunghi come il Nilo e tormentati come il Rio delle Amazzoni. Ogni autore, pensatore, scrittore, poeta, filosofo o scienziato, ha provato con i suoi mezzi e i suoi strumenti a trovare la formula per spiegare e definire l'amore. Spesso con risultati di per sé buoni, ma intimamente contraddittori. Perché, nel caso dell'amore, è vero ciò che è vero, ma, più che mai, è vero anche il contrario. Fatalmente, quando si è innamorati sul serio non si è abbastanza lucidi per descriverlo, se solo se ne avesse tempo e voglia, e se non si è innamorati, e folli quanto basta, non si ha modo di capirlo. Tuttavia il viaggio nei meandri e nelle insenature del fiume di parole sull'amore è quanto mai interessante e divertente, a suo modo. Ogni perla di frase in cui ci si imbatte fa sorridere, perché a seconda dello stato d'animo con cui la si guarda appare falsa o vera, carezzevole o dolorosa. Non resta che rinunciare alle velleità di comprensione e lasciarsi andare alla corrente, tra uno scoglio di pietra e un'onda soffice. Nel ritmo, forse, nel tragitto, c'è una risposta, o una sensazione simile allo smarrimento lieto di chi si sente felice e perduto, in una parola innamorato.
    Conviene partire tenendosi a metà strada tra due rive opposte e contrarie. Per il poeta Novalis "L'amore è il fine ultimo della storia universale, l'amen dell'universo". Gli fa eco, con un sorriso sarcastico, Balzac, osservando che "Forse l'amore è solo la riconoscenza del piacere". Che dire? Forse sono esatte entrambe le visioni del mondo, o nessuna delle due, o entrambe allo stesso tempo. Personalmente trovo molto convincente la considerazione di Kleist: "Anche l'Olimpo è deserto senza amore". Mi sembrano parole in grado di sfidare i capricci delle correnti. Ma è una valutazione personale. Ed è inevitabile l'alternanza di romantico abbandono e cinismo difensivo di fronte ad un sentimento dotato di una simile potenza. "In ogni separazione c'è un'immagine della morte", scriveva George Eliot. Mentre, quasi negli stessi anni, il poeta e drammaturgo Hebbel, annotava che "Rivedersi è, molto spesso, l'autentica separazione". Molto più concorde risulta invece la frase di Balzac (ancora lui sì, uno "specialista" dell'argomento): "L'amore vero, come si sa, è spietato", con quella di Musset: "Non si scherza con l'amore". Qualunque essere di sesso maschile o femminile per esperienza personale si trova di sicuro ad essere d'accordo con una di queste precedenti affermazioni, o con entrambe.
    L'amore sacro e l'amor profano, altra contrapposizione fertile e veritiera. Spinge a "filosofeggiare", o a farsi scudo del metallo della ragione. "L'amore non uccide la morte, la morte non uccide l'amore. In fondo, s'intendono a meraviglia. Ciascuno di loro spiega l'altro", osserva lo storico francese Michelet. Molti secoli prima Ovidio valutava l'amore dalle altezze molto più terrene di un banco cosparso di sesterzi: "L'amore cede di fronte agli affari. Se vuoi uscire dall'amore, mettiti negli affari, sarai al sicuro". A partire dal tintinnio di quelle monete, il discorso conduce inevitabilmente in direzione del concreto. Lo scrittore statunitense Perelman proclamava solennemente che "L'amore non è il lamento di un violino lontano, ma è il cigolio trionfante delle molle del letto".
    Ci aiuta a rialzarci, è il caso di dirlo, anche metaforicamente, Bertrand Russell. "Temere l'amore è temere la vita, e chi teme la vita è già morto per tre quarti", dichiarava. Conviene quindi scommettere a favore dell'amore, anche a costo, in alcuni casi, di credere in una chimera, se è vera come è vera l'affermazione di Racine, che in una sua tragedia esclama: "Quanto crede l'amore in tutto ciò che spera!". Si sa, l'amore è anche illusione, e quest'ultima è parente stretta della follia. Ne sapeva qualcosa, molto più di qualcosa, Ludovico Ariosto, che nell'Orlando Furioso ha fatto di questa pazzia arte e ammonimento: "Chi mette piè sull'amorosa pania,/ cerchi ritrarlo, e non s'inveschi l'ale:/ ché non è in somma amor, se non insania,/ a giudizio de' savi universale?". Non molti anni dopo gli replicava Torquato Tasso, esperto anch'egli di pazzie, scritte e vissute, ma propenso a scrivere a volte rime di tutt'altro tenore: "Perduto è tutto il tempo/ che in amar non si spende: / o mia fuggita etate,/ quante vedove notti,/ quanti dì solitari/ ho consumati indarno,/ che impiegar si potevano in quest'uso,/ il qual più replicato è più soave". Tutto molto evocativo, e molto vero, il bianco e il nero, il dolce e l'amaro. Già che siamo di passaggio su questo sentiero di scolastiche memorie, mi permetto qui ed ora, e mi tolgo il piccolo sfizio, di dichiarare finalmente la mia perplessità di fronte ai versi, seppure notissimi e nobilissimi, di Guido Guinizzelli. "Al cor gentil rempaira sempre Amore/ come l'ausello in selva alla verdura", scriveva. Parole eccelse, lo ribadisco, ma forse un tantino ottimistische. Superate, in quanto a visione rosea delle cose, solo dai versi ancora più noti del buon Dante: "Amor, che a nullo amato amar perdona", e via dicendo. Sarebbe bello se così fosse. O forse no. Perché la vera forza dell'amore è nella sua imprevedibile soave violenza. "Scuote amore il mio cuore/ come il vento sul monte si abbatte sulle querce", cantava molti secoli fa Saffo. Parole attuali, al di là del tempo, che solo la poesia autentica sa generare.
    E' bene però percorrere per qualche metro anche l'altro versante della montagna, quello spazzato da un vento diverso, quello dell'umorismo. Bertold Brecht ne L'opera da tre soldi, faceva notare in modo per nulla sommesso che "L'uomo ha sempre paura di una donna che l'ama troppo", e in un libro dal titolo significativo, La vita è bella nonostante, lo scrittore V. Buttafava proponeva un'osservazione basata sulla statistica: "Alla donna che si ama si possono perdonare anche le corna; a quella che non si ama più, non si perdona nemmeno una minestra salata". Tutto ciò conduce ad una considerazione di valore complessivo espressa da vari autori, tra cui lo scrittore francese E. Pailleron: "L'amore? Comincia con parolone, poi tira avanti con paroline e alla fine sono parolacce".
    Vero, forse. Ma, in attesa di tornare in futuro sull'argomento amore, per un secondo volo panoramico, che non sarà di sicuro, neppure allora, minimamente esauriente, preferisco terminare questa "prima puntata" con un tono un po' meno sarcastico. Così, tanto per non provocare l'ira del dio amore, il quale sarà anche cieco, ma quando vuole sa mettere a segno mazzate con precisione millimetrica. Termino allora con altre note ed altri toni. La prima è tratta dall'esametro dipinto nella famosa Casa degli Amanti di Pompei: "Gli amanti, come le api, vivono nel miele". C'è da dire che le api sono anche dotate di pungiglione, non c'è dubbio; ma è un rischio che vale sempre la pena correre. Ricordando bene le parole, auree, di Russy-Rabutin: "Quando non si ama troppo, non si ama abbastanza". Impegnativo, certo. Una scalata vera e propria di una vetta alpina. Ma l'amore dà molto, e altrettanto richiede. E solo rischiando il crollo e sfidando il vuoto, si respira l'aria pura, vivificante, prossima al cielo. Magari è impossibile, è utopia. Non è escluso però che ci sia una parte consistente di verità nelle parole di Cechov: "Quello che noi proviamo quando siamo innamorati, forse è il nostro stato normale. L'innamoramento mostra all'uomo come egli dovrebbe essere sempre".

    Ivano Mugnaini