Una poltrona per due
Parliamo di cinema
a cura di Ugo Ripamonti
Polonia anno zero
Varsavia, ghetto ebraico.
Siamo nella seconda guerra mondiale e l'occupazione nazista ha già
manifestato tutta la sua disumana violenza.
Una sera mentre Wladyslaw Szpilman, affermato pianista, sta cenando con
la
sua famiglia assiste ad una scena agghiacciante. Nel palazzo di fronte
al
loro fa irruzione un gruppo di SS, visitano alcuni appartamenti,
urlano,
rovesciano tavoli, infine si avvicinano ad un paraplegico, in due lo
prendo
e lo gettano dal balcone, dal terzo piano dell'edificio.
E' una scena che sta a metà de Il Pianista film di Roman Polanski
vincitore dell'ultimo festival di Cannes.
Polanski gira per una volta un film molto lineare e didascalico,
riportando
i fatti con l'imparzialità dello storico, senza mai abbandonarsi ad
una
facile retorica (quando lo fa pare averne vergogna, concedendosi solo
fugaci immagini sulle poche note struggenti suonate dal protagonista)
e
tenendo uno sguardo fermamente oggettivo. Sembra quasi volersi sedere
accanto al pubblico, assumendo un ruolo più da testimone che da parte
in
causa che lo porta a non utilizzare mai, neppure quando la drammaticità
di
certe atrocità tedesche lo permetterebbe, la ripresa in soggettiva.
Esempio ne è la scena di cui sopra che ci viene mostrata dalla finestra
di
Wadislaw, senza indugiare sul corpo morto del paraplegico né sugli
aguzzini. Polanski non ha bisogno di stringere l'inquadratura nè di
portarci in strada, accanto al cadavere, per mostrare la crudeltà del
nazismo. Non ci vuole insegnare nulla. Sa - o quantomeno spera - che
dentro
di noi un giudizio su tutto ciò esista già. Ed è una sentenza che la
Storia
ha comminato, che è cresciuta nella coscienza collettiva.
E' un buon punto di vista, l'assenza di punti di vista.
L'altro film, è facile capirlo, è Germania anno zero, uno dei
capolavori
di Rossellini, scritto insieme a Carlo Lizzani. Per chi l'ha visto
balza
subito agli occhi un'analogia visiva tra la scena che ho descritto e
l'epilogo del film di Rossellini in cui il giovane protagonista si
suicida
gettandosi da un edificio distrutto.
E decisamente simile è anche l'ambientazione: la Varsavia ricostruita
da
Polanski è identica alle immagine di Berlino che Rossellini girò nel
1947.
Ho il timore però che tutte le città devastate dalla guerra siano
uguali.
Il film di Rossellini è decisamente più crudo, anche perché il male
che
egli rappresenta è immanente all'uomo e non indossa un'uniforme a cui
valga
la pena sparare. Il piccolo protagonista vaga in una Berlino distrutta
che
somiglia alla sua anima, bombardata e massacrata in cui non è più
possibile
trovare un rifugio.
In Germania anno zero non c'è sofferenza, la morte è una scelta, una
possibilità che si fomenta nella totale assenza di speranza. Se è
vero
come dicono che la sofferenza è solo una secrezione della coscienza, i
personaggi del film sono già morti prima della loro esecuzione.
Due film pieni di similitudini, ma che hanno nei differenti destini
dei
loro protagonisti (Il pianista tornerà a suonare davanti ad un
caloroso
pubblico) uno specchio fedele del messaggio che portano.
Il pianista ( 2002) di Roman Polanski, con Adrien Brody
Palma d'oro al Festival di Cannes
Germania anno zero (1947) di Roberto Rossellini, con Edmund Moeschke
Vincitore del Festival di Locarno 1948
Ugo Ripamonti
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