Una poltrona per due
Parliamo di cinema a cura di Ugo Ripamonti
Francia e USA: un incontro ravvicinato
Come due individui intimamente diversi, il cinema americano e quello francese si inseguono e distanziano continuamente, nutrendo l'uno per l'altro sia amore che disprezzo.
Se si escludono sacche produttive e d'utenza prettamente autarchiche come l'India e Hong Kong, la Francia è l'unico stato che cerca di opporre una certa resistenza all'avanzata inarrestabile del cinema made in USA. Lo fa con leggi statali che calmierano il numero di prodotti non francesi distribuiti nelle sale, ma soprattutto cercando di tenere viva la propria cultura cinematografica difendendone le peculiarità e quello che una volta ne era lo spirito.
Dico una volta perché l'influsso del cinema americano su quello francese è molto evidente. Non è una novità, perché già dagli anni '60 i giovani cineasti della Nouvelle-Vague in aperto contrasto con il cinema dei padri attingevano spunti e personaggi dai film d'oltre oceano; lo fecero però in modo consapevole, quasi a voler rimarcare il tradimento. Ora invece un cinema che si professa antagonista partorisce dei prodotti assolutamente americani come Il patto dei Lupi, gran successo in Francia, i Fiumi di Porpora del pur bravo Kassovitz o gli ultimi di Luc Besson.
L'incontro tra cinema francese e americano vive anche di uno scambio costante di plot, quasi esclusivamente unidirezionale, che tramuta lievi pellicole d'oltralpe in mega-produzioni hollywoodiane: Tre scapoli e un bebè e Nikita tanto per citare due esempi di cassetta. Ma il confronto e il meticciato prendono forma anche all'interno del film, non solo nella fredda hall della produzione cinematografica.
In Incontri ravvicinati del terzo tipo Richard Dreyfuss si imbatte, oltre che negli alieni, anche in Francois Truffaut. E' l'incontro tra ambasciatori di due mondi cinematografici differenti, quello profondo e lessicale francese con quello istintivo e fisico del paese di Spielberg.
Non a caso Dreyfuss vivrà in prima persona un'esperienza incredibile, fantastica e decisamente fuori dal comune, ma non ne coglierà appieno il significato (costruisce il monte dell'incontro con gli alieni in casa senza rendersene conto né sapere cos'è) e spetterà al compassato regista francese interpretare e spiegare quello che altri vivono.
"Io la invidio" dice ad un certo punto Truffaut con l'amarezza del critico cinematografico all'attore feticcio di Spielberg. Io invidio - sembra dire - tutta questa spensierata azione, questa assenza di domande, il porre l'azione davanti alla parola, l'accadimento dinanzi al significato.
E forse il fatto che ad interpretare lo scienziato Claude Lacombe fu proprio Truffaut ci fa pensare che anche un animale da box office come Spielberg ha bisogno di qualcuno che interpreti e verbalizzi il suo cinema.
Similmente nel recente e molto piacevole L'Uomo del Treno di Patrice Leconte, un professore di francese in pensione ospita in casa sua un rapinatore di banca che sembra uscito da un film western.
Un altro incontro ravvicinato.
La pesantezza della parola e la staticità della consapevolezza si scontrano con l'ineluttabile incedere di un destino fatto di sole azioni. Per tutto il film Leconte tiene sospeso il giudizio sulla potenzialità della parola. Quanto è importante? Può davvero cambiare la vita delle persone? Basta quella (e con essa i sogni) a mutare il destino e a sostituirsi all'esistenza concreta?
Il rapinatore di banche ricorda solo metà poesia ("le poesie non vanno imparate a memoria" dice alludendo all'oblio del lessico), la sorella del protagonista ogni volta che compie un'azione la verbalizza ("tutte le volte che apri la porta dici: sto aprendo la porta!" è il rimprovero del fratello rivolto forse più a certo cinema francese che a lei) ma che per liberarsi deve dire ad alta voce che il marito è stronzo.
Quando i due uomini sono seduti ad un bar e dei ragazzi fanno schiamazzi, il vecchio professore decide per una volta nella sua vita di agire. Ammette che se riuscirà ad affrontare il gruppetto di giovani la vita cambierà. Si alza e va da loro, li rimprovera, ma ha la sfortuna di incappare in un suo ex alunno che per tutta risposta gli recita una poesia.
Leconte si serve dell'incontro di due uomini che procedono in direzioni opposte per fermare il momento in cui il cinema francese cambia binario e abbandona la parola per l'azione, riservandosi di auspicare per entrambe le correnti un comune riconoscimento postumo, che sancisce il bisogno di una comune convivenza.
L'alternativa è quella di creare un cinema ibrido e macchiettistico ben rappresentato dal personaggio dell'autista, un buffo uomo che parla una sola volta al giorno, sempre alle 10 del mattino.
E prima? Chiede il rapinatore "Riflette" e dopo? "Si riposa".
Leconte ci avverte che corriamo il rischio di vedere film che recitano un'unica frase, ma forse prima di dirla non riflettono molto.