Una poltrona per due
Parliamo di cinema
a cura di Ugo Ripamonti
Cantanti-Attori
Sospinto da critiche positive giunge anche da noi, veloce come Alinghi, 8
mile, film di Curtis Hanson interpretato dalla stella del rap Eminem.
A quanto dicono, il rapper ha fornito una maiuscola prova d'attore, sfatando
il luogo comune che assegna sorte avversa alle rockstar che si cimentano col
cinema.
Il successo di Eminem è probabilmente il frutto anche di circostanze
favorevoli. Posto che una star di quel calibro deve avere per necessità doti
innate d'attore, il nostro rapper è stato sicuramente aiutato dalla parte,
strettamente autobiografica, che gli è stato chiesto di interpretare. Altro
dato non trascurabile è l'aver debuttato in un film diretto da un ottimo
regista, Curtis Hanson, che si può fregiare di piccoli cult come "L.A.
Confidencial" e "Wonder Boys".
Madonna, che è l'esempio vivente di come al successo musicale non è detto
che corrisponda automaticamente quello cinematografico, ha avuto la sfortuna
(anche se sarebbe meglio parlare di giustizia) di lavorare con registi di
medio/basso calibro. A parte "Dick Tracy" diretto da Warren Beatty (che non va
dimenticato era all'epoca suo marito) ed "Evita" (in ogni caso non proprio un
successo di pubblico) Madonna ha lavorato con Uli Edel (il terrificante "Body
of Evidence") James Foley ("Who's that girl") J.Goddard - solo foneticamente
parente di Jean Luc Godard - autore dell'imbarazzante "Shangai Surprise".
Anche Phil Collins ha avuto una mediocre carriera cinematografica, un paio
di ruoli da protagonista (chi si ricorda di Buster alzi la mano) e
apparizioni che sono passate inosservate ("Hook" di Steven Spielberg).
Si tratta per loro (come per Sting e David Bowie) di un tentativo abbastanza
personale, che in ogni caso li pone nel firmamento cinematografico come
attori prescindendo per quanto possibile dalla loro fama di cantanti. Gli
innumerevoli film che girò Elvis, in cui interpretò sempre la stessa parte
cambiando solamente la scenografia e gli abiti sono tutt'altra cosa.
L'operazione commerciale di sfruttare un cantante di successo per
fidelizzare il proprio pubblico e portarlo al cinema ha avuto in Italia il
suo maccheronico corrispettivo in Gianni Morandi. Negli anni di maggiore
successo le sue hit erano puntualmente tradotte sul grande schermo in
omonimi film ("In ginocchio da te", "Non son degno di te"...). Una penosa
abitudine che è arrivata fino a noi, con i film "Laura non c'è", 'tratto' da
una canzone di Nek e "Jolly blue" il film degli 883.
E se alcuni non ci sono riusciti ci sono anche star che hanno abbracciato il
successo in entrambi i campi, Barbra Streisand, Frank Sinatra (Oscar per "Da
qui all'eternità") e il suo clan, Cher (vincitrice dell'Oscar con "Stregati
dalla luna") e recentemente Jennifer Lopez. Tra questi una parentesi la
merita Meat Loaf, gigantesca rock star degli anni '70 che ha saputo
ritagliarsi uno spazio di attore di qualità nel cinema americano. E' lui,
per intenderci, l'ex culturista che fa piangere Edward Norton tra le sue
tette.
Durante l'ultima mostra del cinema di Venezia abbiamo anche visto la rock
star canadese Bryan Adams interpretare se stesso nel film russo "La casa dei
matti", sorprendendo chi come me lo aveva giudicato solo il monotono autore
della canzone di Robin Hood.
Quando nei prossimi giorni in televisione non si parlerà altro che di
Sanremo, scappiamo al cinema, nella speranza di non incontrare anche lì gli
stessi cantanti!
Ugo Ripamonti
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