Una poltrona per due
Parliamo di cinema a cura di Ugo Ripamonti
Sport Illustrated
Un luogo comune del cinema italiano difficile da sfatare è quello che vuole i film di calcio votati all'insuccesso.
In effetti, benchè il calcio sia per la nostra nazione la vera religione (o almeno quella con gli adepti più numerosi e fanatici) la trasposizione in pellicola delle gioie e delle tragedie del Dio pallone non ha mai richiamato la presenza delle folle che normalmente assediano i nostri stadi.
Andando a memoria riesco a citare solo cinque o sei titoli di cassetta ambientati nel mondo del calcio e di tutti nessuno brilla per originalità e qualità artistica. Da "L'allenatore nel pallone" con Lino Banfi a "Paolo Roberto Cotechigno centravanti di sfondamento" con Alvaro Vitali nell'improbabile ruolo di un calciatore di successo, l'industria cinematografica italiana è riuscita al massimo a produrre cult movie del trash, ricchi di battute che tutti noi ricordiamo (la moglie di Oronzo Canà, il personaggio di Banfi si chiama Mara Canà; il modulo che propone è l'assurdo 5-5-5) ma che la Storia della settima arte dimenticherà presto.
A parte ciò lo sport ricopre in ogni caso un'importanza non indifferente tra gli argomenti scelti dai produttori e i soggettisti.
In questi anni ci sono sia attori che registi che si sono specializzati in film con soggetti di carattere sportivo.
Tra gli attori di grido Kevin Costner è forse quello che ha collezionato più di tutti gli altri ruoli di questo tipo.
Nel 1985 ha interpretato un ciclista professionista in "American Flyers" ("Il Vincitore") forse l'unico insuccesso che il regista John Badham ha incontrato in quegli anni (suoi erano: "La febbre del Sabato Sera", "War Games", "Corto Circuito", "Tuono Blu"). Nel 1988 il giocatore di baseball ormai alla fine di una mediocre carriera nell'ottimo "Bull Durham" di Ron Shelton; nel 1989 il candidato all'Oscar "L'uomo dei sogni" e nel 1996 "Tin Cup" commediola rosa ambientata nel mondo del golf professionistico.
"Tin Cup", come il già citato "Bull Durham", è stato diretto da Ron Shelton, vero e proprio ( oltre che unico) maestro nel cinema sportivo. Il regista californiano ha infatti diretto anche "Chi non salta bianco è" film sul basket ; "Cobb", con Tommy Lee Jones, che mostra il lato più oscuro e torbido del baseball professionistico e "Incontri a Las Vegas" in cui Antonio Banderas e Woody Harrelson interpretano due pugili professionisti.
E tra tutti gli sport il pugilato è quello che conta il maggior numero di trasposizioni cinematografiche.
L'ambientazione fumosa e losca dei ring, il contorno di illegalità diffusa, l'estetica rappresentazione della violenza e la drammaticità che ha sovente accompagnato l'esistenza dei pugili anche al di fuori del tappeto, rendono il pugilato un terreno straordinariamente fertile per la narrativa e la cinematografia.
Tra i mille film che tutti noi conosciamo a memoria, credo un posto privilegiato lo meriti "Toro Scatenato" (1980) capolavoro di Martin Scorsese. Il film racconta l'ascesa e ovviamente la caduta di Jack La Motta pugile italo americano finito poi a intrattenere, ormai grasso e sformato, spettatori negli alberghi con numeri da pietoso avanspettacolo.
Film emblema del cinema totale di Scorsese capace di utilizzare tutti i mezzi espressivi che la cinematografia gli mise a disposizione per riportare le reali sensazioni che un match di pugilato suscita. Un film in cui ad esempio i rumori contano tantissimo, i rumori dei pugni furono riprodotti registrando il suono prodotto da pomodori e angurie scagliati contro un muro.
Di recente un maestro contemporaneo come Michael Mann ha portato sul grande schermo la storia di Muhammed Alì.
Il grande Cassius Clay - questo era il suo nome da schiavo - è stato interpretato nel 2001 da Will Smith e quando Alì (quello originale) ha visto il film, guardando l'attore di "Man in Black" ha detto "io sono più bello!".
"Alì" non ha avuto grande successo, un po' perché Mann ha fatto forse il suo primo passo falso realizzando un film non troppo lineare con parti slegate tra loro ed è stato incapace di tracciare un filo conduttore forte in grado di unire le parti diverse della biografia del pugile, un po' anche perché la vita di Alì è stata così straordinaria che forse il cinema avrebbe dovuto attendere ancora qualche anno per raccontarla con interezza e con il giusto distacco. Per chi ha visto il vero Alì combattere, il volto di Will Smith era solo somigliante a quello del Campione, di certo non era lui.
Il più grande esperto di boxe che abbiamo in Italia (e uno dei maggiori nel mondo), Rino Tommasi, ama ripetere che la qualità di un film sul pugilato è garantita fino al gesto tecnico. Quando i pugili cominciano a combattere è il momento di non guardare il film. Tommasi sa bene che il cinema, per quanto sia un'arte raffinata, non è in grado di cogliere per intero la completa e affascinante tragedia interpretata da due uomini che combattono sul ring. La realtà è sempre più cruda e le loro vite sono spesso ben più drammatiche delle sceneggiature che siamo soliti vedere.