Una poltrona per due
Parliamo di cinema a cura di Ugo Ripamonti
Velocità massima
Vedendo La finestra di fronte - per la cui recensione vi rimando alla rubrica "Buio in sala" della brava Clara Collalti - sono stato colpito da un'immagine ormai familiare. Giovanna Mezzogiorno passeggera di un'auto in una notte romana, ascolta distrattamente il proprio compagno e guarda al di là del vetro. Lo stretto rapporto di parentela con questa scena è rimarcato, oltre che dalla presenza di un'attrice simbolo di questo nuovo e mai troppo originale genere italiano, anche dall'ambientazione.
L'auto, il vero confessionale del cinema, uno dei pochi luoghi capace di imprigionare la tensione e indurre i passeggeri alla sincerità.
L'auto è il cinema.
Uomini e donne seduti, immobili come spettatori, guardano le immagini di un mondo che fuori si muove ad una velocità sempre maggiore. Ancora oggi l'abitacolo si ricrea spesso in studio, con una tecnica chiamata blue back che permette di proiettare immagini in precedenza registrate dalla strada, mentre due attori sono fermi e goffamente fingono di girare il volante.
Queste lamiere chiuse, questo spazio ristretto che lascia poche vie d'uscita avvicina fisicamente i personaggi e ne intrappola il desiderio di evasione, mettendoli, spesso loro malgrado, a fuoco. Il cinema on the road non a caso è fatto di scoperte, di confessioni e di mutamenti intimi.
Il dopoguerra italiano è segnato dalle belle macchine de La dolce Vita e soprattutto dal Sorpasso di Dino Risi. Le scellerate acrobazie al volante di Gassman ben rappresentano la voglia e il desiderio che l'Italia di quegli anni aveva di accelerare e lasciarsi gli orrori della guerra alle spalle. Ma come tutte le corse troppo esasperate e prive di controllo si correva il rischio di incappare in un fuori giri e in un incidente. E che dire poi di 8 e mezzo che inizia con un ingorgo?
Negli anni '70 nei film di Corbucci le Alfa Romeo della Polizia lanciate all'inseguimento delle Alfa Romeo dei banditi scendevano persino le scalinate delle grandi città o attraversavano vicoli strettissimi, quasi a perorare l'antropomorfizzazione dell'auto.
L'identificazione della vettura con l'uomo e soprattutto con la sua malvagità ha ispirato due titoli a cavallo degli anni '80, Duel di Steven Spielberg e Christine la macchina infernale di John Carpenter.
L'allucinante viaggio della famiglia Torrence in Shining inizia con le riprese dell'auto che si avvicina all'Overlook Hotel, capsula che - emula di quella di 2001 Odissea nello spazio - si perde nell'abisso siderale della psiche umana.
Fin troppo ovvio è poi attribuire alle auto la virtù di regalare la libertà a chi le guida: la velocità e l'asfalto che corre sotto le ruote come il passato scivola accanto all'esistenza di ognuno di noi.
La libertà per Salvatores somiglia alla mercedes rossa di Marrakesh Express o a quella bianca di Turnè, ancora negli occhi di chi ama il cinema è invece la splendida inquadratura di Professione: reporter in cui Romy Schnider allarga le braccia e diviene una polena al contrario sul posteriore dell'auto guidata da Jack Nicholson.
Lo stesso, meraviglioso, film termina con un'inquadratura che è di diritto entrata nella storia del cinema; quella in cui la macchina da presa abbandona il letto di morte del protagonista si avvicina alle sbarre della finestra e le attraversa, sciogliendo per la prima volta i confini fisici della materia.
Una cosa molto simile la architetta Joel Schumacher nell'incipit di Un giorno di ordinaria follia.
In un ingorgo composto da impiegati che si recano malvolentieri al lavoro l'auto su cui viaggia Michale Douglas (dall'emblematica targa D-FENS) è attraversata senza soluzione di continuità (e grazie alla tecnologia del motion control) da parte a parte, come una lama nel burro, dalla macchina da presa, capace di eliminare finalmente il perimetro dell'auto e con esso quella zona framca e sicura in cui i personaggi hanno per molto tempo trovato riparo.
Per chiudere Speed, successo di botteghino, lo ricordate, vero?
Un autobus che per non esplodere deve viaggiare ad una velocità maggiore di 70 miglia.
Speed incarna la condizione attuale della cinematografia hollywoodiana, la quale per sopravvive e mantenere il suo pubblico è costretta - purtroppo per noi- a non scendere mai sotto una certa velocità.