Una poltrona per due
Parliamo di cinema
a cura di Ugo Ripamonti
La 25^ ora
Ho visto "La 25^ ora", ultima opera di Spike Lee. Un film
bello e sincero, girato con sotterranea maestria dall'ex
enfante prodige del cinema nero che per una volta lesina
effetti visivi e manierismi dei primi anni.
L'unico gioco che si concede è la carrellata che porta i
personaggi in giro per un locale pubblico facendoli
scivolare sui fondali. E' un trucco che Spike usa sovente
e che caratterizza il suo modo di girare e palesa la sua
idea di cinema e che compare spesso insieme alla
carrellata avanti-zoom indietro che sfasa le proporzioni e
le distanze tra attore e sfondo.
Tutto il cinema di Spike Lee è in quelle inquadrature,
tutta la sua struttura narrativa si dipana nel
lungometraggio con quella stessa indentica tecnica: una
sfasatura tra i personaggi e le loro quinte, ciò che
accade alle loro spalle non mantiene mai l'equidistanza e
le proporzioni che la rappresentazione canonica
imporrebbe. I protagonisti dei film di Spike Lee subiscono
il tessuto sociale in cui sono incastonati e mutano in
continuazione la loro posizione, pur mantenedo una postura
statica. E' il fondale spesso che agisce, che fa le veci
di un nuovo protagonista, come in "Summer of Sam", come
soprattutto in "Fa la cosa giusta", come anche in questa
ultima 25^ ora.
Alle spalle di Edward Norton c'è una New York rassegnata e
dimessa, nella quale le macerie delle Twin Towers si
mescolano e subiscono la stessa sorte di quelle in
putrefazione del post-yuppismo ("Credono tutti di essere
gli eredi di Michael Douglas Gekko in Wall Street" dice ad
un certo punto un monologo che ha la stessa voce
dell'autore).
Il film è un lungo funerale, è la strada che
Norton percorre (senza apparente desiderio di redenzione)
verso la sua fine, la sua fine sociale, verso il termine
della sua spensieratezza e progettualità. E' un triste
funerale al futuro, disarmante più che pessimista.
Milan Kundera dice che "La vertigine non è la paura di
cascare nel vuoto, ma l'impetuoso desiderio di
abbandonarsi e lasciarsi cadere", così il protagonista del
film Montgomery non cerca una via per salvarsi, ma sembra
quasi gustarsi il sapore acre della morte e l'incedere
denso e struggente della fine.
Spike Lee ancora una volta (e questa sembra essere la sua
poetica adulta) dilata oltremodo i tempi, cercando di far
aderire il tempo-filmico con quello reale. Un'opera adulta
e sconsolata, implosiva e sincera.
Stavolta ha fatto la cosa giusta.
Ugo Ripamonti
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