Una poltrona per due
Parliamo di cinema
a cura di Ugo Ripamonti
Gus Van Sant Genio Ribelle
L'ultimo Festival del Cinema di Cannes è stato vinto da Elephant, film di Gus Van Sant ispirato ai tragici avvenimenti della scuola Colombine che già abbiamo conosciuto grazie all'opera di Michael Moore Bowling for Colombine.
A detta di tutti quella di quest'anno è stata una rassegna al di sotto delle aspettative, incapace di offrire particolari spunti e di mostrare come suo solito il meglio del cinema mondiale. Questa considerazione non deve però sminuire i meriti di Gus Van Sant, regista preparatissimo, innovativo, visionario e intellettualmente sempre stimolante.
Gus è un artista a tutto tondo, capace di passare dal cinema alla letteratura (la sua antologia di racconti "Pink" è uscita anche in Italia edita da Minimum Fax) dalla passione per la pittura al design. Come un altro maestro del cinema indipendente americano David Lynch (anch'egli vincitore a Cannes nel 1990 con Cuore Selvaggio) anche Van Sant copre più reparti della lavorazione cinematografica, sceneggiando i suoi film, dirigendoli, curando spesso le musiche e montandoli, come nel caso del premiato Elephant.
Gus Van Sant è un regista pop che utilizza i prodotti della società di massa e i suoi riti per circoscrivere e rappresentare un sistema nel quale ogni personaggio è stancamente alieno, mai salvo e mai veramente al sicuro. Il suo cinema è fatto di uomini che galleggiano tra la linea d'ombra del riconoscimento sociale e l'inevitabile attrazione che subiscono dal margine.
Nel denso e meraviglioso Drugstore Cowboy (1989) Matt Dillon è un eroinomane che con l'avvenente fidanzata e l'amico sornione vaga per la provincia americana, procurandosi droghe chimiche e pochi soldi rapinando squallidi drugstore. Mentre si buca sul sedile posteriore dell'auto lo schermo si riempie di cucchiaini fluttuanti e di pasticche colorate.
In My own private Idaho, probabilmente il suo capolavoro, Keanu Reeves e River Phoenix sono due marchettari gay uno dei quali (il compianto River che vinse con quell'interpretazione la Coppa Volpi a Venezia nel 1992) soffre di narcolessia e si addormenta improvvisamente ai lati delle strade, a Roma o in casa di donne ricche e volgari.
Per Gus Van Sant l'eccesso non è mai eccessivo, ma è immanente alla cultura contemporanea americana, ne è anzi il figlio prediletto, il frutto spontaneo che germoglia tra la follia collettiva e il collettivo incedere del sistema capitalistico. I suoi personaggi non eroi né sopravvissuti, sono solo sottoprodotti, sempre malformati e non classificabili della società (in Will Hunting Matt Damon è un genio assolutamente incontrollabile ed eccessivo).
Van Sant ha diretto la trasposizione (non riuscitissima, in verità…) di un romanzo cult della Beat generation Even Cowgirl get the blues e stava preparando anche un film su Andy Warhol, progetto abbandonato dopo la morte di River Phoenix, attore in predicato di interpretare il genio della pop-art. E forse l'apparentemente inutile remake di Psycho (che follia riprodurre la perfezione!) altri non è che il vasetto Campell di Andy Warhol..
Ugo Ripamonti
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