Una poltrona per due
Parliamo di cinema a cura di Ugo Ripamonti
Piano con quella sequenza!
Sere fa ho finalmente visto Elephant, il film di Gus Van Sant, vincitore dell'ultimo Festival di Cannes che racconta in forma di finzione la strage della Colombine, la scuola superiore americana teatro di una sanguinosa carneficina e già protagonista del magnifico documentario di Michael Moore.
Il film di Gus operando nella finzione aggiunge alcune sfumature interessanti e come tutte le opere dei grandi artisti è capace di mostrare la psicologia del colpevole, più che il facile calvario della vittima. Spudoratamente post-moderno (e vedendolo ci si rende conto che già siamo nel post-post-moderno..) è un film stilisticamente fermo agli anni '90, frammentazione dei personaggi, struttura narrativa destrutturata e totale libertà nel dispiegare la cronologia degli avvenimenti. Elephant è un film stilisticamente vecchio, ma ugualmente capace di affascinare. A mio modesto parere dovrebbero proiettarlo in ogni scuola di cinema che si rispetti, perché, oltre alla fattura - ovviamente- straordinaria, è un manuale di cinema vivente.
La bontà dell'opera sta molto nella scelte pre-produttive adoperate da Gus e dai suoi, il film infatti ha delle location straordinarie, sia per quanto riguarda gli alienanti corridoi della scuola che per la scena iniziale, fotografata in maniera grandiosa! Oltre a ciò Elephant brilla per le scelte azzeccatissime del casting. Gli attori oltre che bravissimi sono assolutamente caratteristici, capaci di trasmettere un'idea precisa e forte del personaggio che interpretano. In un film post moderno non è un dettaglio da poco.
Detto questo, è chiaro che l'elemento tecnico che fa di Elephant un film interessante è l'uso del piano sequenza.
Tutti i capitoli di cui è composto il lungometraggio sono girati in piano sequenza. Per alcuni è una scelta manierista (Van Sant, almeno fino alla sua triste parentesi hollywoodiana, si è sempre mosso sull'impervio terreno del manierismo), un esame più approfondito mostra invece che l'uso che ne fa è funzionale alla narrazione. Innanzitutto nella storia del cinema il piano sequenza è stato spesso usato come elemento narrativo forte: rispetto al dicotomico campo-controcampo il piano sequenza ha sempre rappresentato una visione forte della scena, un punto di vista vero e proprio se non l'esplicazione della chiave poetica dell'opera. Basti pensare alla scena finale di "Professione: Reporter" di Antonioni, nella quale la macchina da presa si sposta da Jack Nicholson e abbandona la stanza come la vita abbandona il corpo del protagonista che va a morire (lontano dai nostri occhi). O l'uso che ne fa Hitchcock in "Nodo alla gola", film girato quasi interamente in piano sequenza pare per evitare successivi tagli produttivi.
Ci sono poi i casi accademici di "Omicidio in diretta" di Brian De Palma con 20 minuti senza stacchi e de "L'arca Russa" film girato interamente in piano sequenza. Finora però il piano sequenza è sempre stato accompagnato dal movimento, anzi tra tutti i movimenti del cinema esso è il più significativo, quello che ha permesso ai registi di apporre la loro firma con una mano che - per una volta - non deve staccarsi dal foglio. Se la grammatica classica del cinema scrive, il piano sequenza sottolinea.
L'uso che ne fa il vecchio Gus è invece differente. Il piano sequenza è una condizione iniziale imprescindibile. Qui infatti non serve a rimarcare un significato, ma solo a mostrare, anche in modo neutro. C'è una scena iniziale in cui viene introdotto il personaggio del giocatore di football, il classico belloccio dell'high school che si sta allenando insieme ai compagni di squadra. Qui la macchina da presa invece di seguire l'azione, resta immobile, registrando gli ingressi e le uscite di campo dei ragazzi. Spesso inquadra solo prato. Perché?
Non siamo abituati a piani sequenza neutri (a parte l'inutile avvicinamento di Bruce Willis verso casa in "Pulp Fiction"). Qui Gus Van Sant ci fa capire che la drammaticità della realtà è diventata ormai così forte e predominante sull'arte che non serve neppure inseguirla: per poterla rappresentare basta stare fermi e con la camera in Rec e attendere che sia lei a buttarvisi dentro.
Elephant è in realtà un'enorme balena che procede nel mare con la bocca aperta, raccogliendo tutto il plancton che incontra.
I piani sequenza di Elephant hanno infine una valenza politica: quella cioè di trasgredire grammaticalmente ad una ferrea regola della censura americana "arma e vittima mai nella stessa inquadratura".
Alle Colombine, purtroppo, le armi e i cadaveri di quei ragazzi innocenti rimasero nella stessa scena.