Una poltrona per due
Parliamo di cinema a cura di Ugo Ripamonti
Essere Giovanna Melandri
Da un po' di tempo a questa parte il lancio dei film di punta della cinematografia italiana passa anche dall'approfondimento ( o presunto tale) giornalistico. Ultimo esempio è il caso di Caterina va in città, film che ha visto accompagnare la sua uscita nelle sale da copertine di settimanali, inchieste sulle tredicenni e non ultima una puntata ad esso dedicato di Porta a Porta.
Una cosa simile accadde con l'ultimo film di Muccino, il che può far intendere che il giornalismo tenti di precedere il fenomeno di costume che un film di successo inevitabilmente crea. In sostanza si inverte un processo assai naturale che portava nei bar e nei salotti discussioni su temi sociali scaturite dalla visione di una pellicola al cinema. La nostra società mediatica invece cerca di prevedere possibili mutamenti sociali o di costume, giocando d'anticipo.
Oltre che questa strana commistione di costume, giornalismo e marketing, Caterina va in città ci serve per introdurre un aspetto sempre più presente nel cinema contemporaneo: la rappresentazione della società mediatica.
Oltre che mostrare con diversi gradi di realismo a seconda delle scelte registiche il mondo in cui viviamo, il cinema degli ultimi dieci anni ha cominciato a mostrare anche il mondo che vediamo, vale a dire la tv se non il cinema stesso.
Fino a poco tempo fa il cinema mostrava un surrogato della realtà mediatica camuffando nomi di personaggi famosi o loghi. In tantissimi film americani ad esempio il protagonista assiste attonito ad immagini trasmesse dalla rete televisiva NCC, enigmistica variante della tv di Ted Turner. Un esempio straordinario di meta-cine-televisione se lo ricordate è la sigla del telefilm JT Lancer che ne "Il grande Freddo" fa il verso a Magnum P.I. con un Tom Berenger in tutto simile a Tom Selleck.
Non si trattava di una parodia, né di una sotto marca stilisticamente simile all'originale. Si trattava di copie, di simulacri che permettono di collocare situazioni e personaggi in contesti mediaticamente probabili. Caterina va in città si serve di Michele Placido, dell'onorevole Melandri (peccato che non ci fosse anche Socci..) e addirittura di Benigni, tutti volti noti che interpretano loro stessi e aiutano Virzì ad aumentare il grado di verosimiglianza della pellicola. In sostanza i vip vengono usati come un fondale, il loro peso narrativo è di fatto nullo; non a caso i protagonisti del film che hanno una stretta attinenza con la realtà(Bucci e Amendola) hanno nomi di fantasia e sono interpretati per l'appunto da attori. Amendola è in tutto uguale al ministro Alemanno e il nome del personaggio che interpreta è un fonetico rimando al parlamentare di AN. L'ennesima NCC.
Il film di Virzì rappresenta un piccolo passo in avanti verso la realizzazione di un simulacro mediatico, ma resta a tutti gli effetti un'opera di finzione. Si ferma proprio dove quel genio di Spike Jonze dà inizio al suo Essere John Malkovich. Probabilmente il cinema digitale potrà un giorno riprodurre una realtà simulata in tutto simile all'originale. Un po' come avvenne nella tv americana degli anni 70 con le assurde (e fasulle) risse di Andy Kauffman o nella letteratura con le inchieste della rivista Mighty dove è comparsa, tra le altre, la notizia (con tanto di foto) della morte violenta di Nicholas della Famiglia Bradford.