Speaker's Corner
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Una poltrona per due
   a cura di Ugo Ripamonti



1. Polonia anno zero
2. L'uomo senza volto
3. Trading Places. Ovvero come (non) tradurre i titoli stranieri
4. Parole e utopia
5. Questo piccolo grande schermo
6. Film-Tele-Film
7. La parola Amore (R)esiste 8. Cosa resterà degli anni '80 9. Personaggi che conosco
10. Francia e USA: un incontro ravvicinato
11. Spirano venti di pace
12. Cantanti-Attori
13. Sport Illustrated
14. Velocità massima
15. Il cinema italiano...?
16. Luciano Ligabue:
dal palco al grande schermo

17. Amores Perros. Cinema e Cani
18. La 25^ ora
19. Gus Van Sant Genio Ribelle 20. Se telefonando…
21. Cinetvi
22. La meglio TV
23. Kill Film
24. Piano con quella sequenza! 25. Essere Giovanna Melandri
26. Indiana Jones
27. Il profumo dell'invisibile
28. Qualcosa di personale
29. Identificazione di un episodio
30. Mi ricordo, sì mi ricordo


























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Visiant Outsourcing
Speaker's Corner
Una poltrona per due
Parliamo di cinema

a cura di Ugo Ripamonti


Il profumo dell'invisibile
In attesa di iniziare un nuovo lavoro ho passato alcuni pomeriggi da disoccupato. E come tale, insieme ad alcuni tranvieri sono andato al cinema di pomeriggio. C'è un gusto particolare nell'entrare in una sala ad un orario pomeridiano, c'è innanzitutto un sapore nostalgico di quando ci si andava dopo la scuola o dopo l'università (il cinema Lumiere di Bologna era la mia seconda casa, anche perché aveva il bagno in condizioni migliori della prima) ma anche l'ebbrezza che coglie il visitatore di qualsiasi luogo fuori orario. Forse è solo suggestione ma la cassiera del cinema di piazza Napoli mi sembrava più simpatica e il sosia di Orson Wells che stacca i biglietti (è identico, verificate!) più disponibile. L'amore di pomeriggio, come ci ricorda Rohmer.
Fatto sta. Mi sono visto Master & Commander di Peter Weir.
Bello, lineare (la sceneggiatura è quanto di più semplice si possa vedere al cinema), ma dal respiro epico e dalla virile recitazione. Russell Crowe non è troppo distante dal gladiatore di Ridley Scott e ogni tanto, preso dall'adrenalina della battaglia di mare ci si aspetta di vederlo invocare l'assalto dei centurioni.
E se nel film del compagno di Giannina Facio era un generale romano qui interpreta invece la non troppo differente carica di comandante di un vascello britannico impiegato nell'inseguimento di una fregata francese ai tempi delle guerre napoleoniche. Una nave pronta al sacrificio e come vuole la cinematografia militarmente inferiore all'avversaria comandata con carisma e una punta di illuminismo ( dote mutuata dal fedele compagno e grillo parlante dottore di bordo) sulla quale trovano posto un manipolo di uomini coraggiosi e di ragazzini in predicato di divenire i futuri ufficiali della flotta britannica.
Le battaglie di mare sono ciò che lo spettatore si aspetta: un gioco. E la guerra è un'attività senza soluzione di continuità che allegramente impegna il bravo Russell che altrimenti non avrebbe altro da fare che scorrazzare naturalisti darwiniani per i mari del sud. Il finale dimostra che per un militare non c'è altro che la battaglia e quando se ne conclude una si pensa subito a come procurarsene un'altra. Tutt'altro che pacifista.
Ma se Peter Weir si arena nei bassi fondali narrativi ( la dicotomia capitano guerrafondaio/ collaboratore illuminista somiglia in modo ridicolo ai duetti capitano Kirk dottor Spock..) coglie nel segno con un'operazione che ultimamente al cinema non si vedeva da un po'.
Il fascino dell'invisibile. La fregata francese che tutto l'equipaggio teme e che l'impavido capitano insegue si vede pochissimo, è poco delineata. Non c'è la morbosa soddisfazione voyeristica presente nel cinema d'azione dagli anni 80 in poi in cui il nemico veniva mostrato in tutte le angolazioni e presentato con anatomica e clinica precisione. La tecnologia ha permesso di dare forma a mostri che il nostro inconscio ha tratteggiato come ben più spaventosi. Il successo di un plot elementare come quello di Duel sta nella straordinaria capacità di Spielberg di non definire il Tir che insegue l'automobilista. Non sappiamo chi ne sia alla guida, non conosciamo le sue ragioni e non lo vediamo mai tanto bene. Basta una macchia nera sul retrovisore per spaventarci. La paura, l'inquietudine sono spesso inversamente proporzionali alla visibilità. Ombre rosse lo dimostra già dal titolo. E Peter Weir lo sa e gioca con astuzia nascondendo tra le nebbie e le insenature un nemico che anche alla fine dell'assalto corpo a corpo nasconde un mistero sul reale volto del suo comandante. Abbiamo molta più paura di ciò che non riusciamo ad immaginare e spesso la materializzazione delle nostre fobie ci aiuta a superarle. E' chiaro che tutto ciò non riguarda la busta paga…


Ugo Ripamonti