Speaker's Corner
Speaker's Corner
 
Una poltrona per due
   a cura di Ugo Ripamonti



1. Polonia anno zero
2. L'uomo senza volto
3. Trading Places. Ovvero come (non) tradurre i titoli stranieri
4. Parole e utopia
5. Questo piccolo grande schermo
6. Film-Tele-Film
7. La parola Amore (R)esiste 8. Cosa resterà degli anni '80 9. Personaggi che conosco
10. Francia e USA: un incontro ravvicinato
11. Spirano venti di pace
12. Cantanti-Attori
13. Sport Illustrated
14. Velocità massima
15. Il cinema italiano...?
16. Luciano Ligabue:
dal palco al grande schermo

17. Amores Perros. Cinema e Cani
18. La 25^ ora
19. Gus Van Sant Genio Ribelle 20. Se telefonando…
21. Cinetvi
22. La meglio TV
23. Kill Film
24. Piano con quella sequenza! 25. Essere Giovanna Melandri
26. Indiana Jones
27. Il profumo dell'invisibile
28. Qualcosa di personale
29. Identificazione di un episodio
30. Mi ricordo, sì mi ricordo


























Realizzato da
Visiant Outsourcing
Speaker's Corner
Una poltrona per due
Parliamo di cinema

a cura di Ugo Ripamonti


Qualcosa di personale
Lo scorso fine settimana sono stato a Moleto in Piemonte. E’ un posto molto particolare, si tratta di un piccolo borgo ormai disabitato che un francese, già cartografo in Amazzonia, ha trasformato in uno splendido agriturismo. C’ero già stato a maggio per lavoro.
Lavoro in tv, per una casa di produzione che confeziona quiz e reality show.
E’ inutile negare che la televisione produce e diffonde tra i suoi adepti privilegi e spesso apre porte che normalmente rimarrebbero chiuse. Di sicuro non sarei mai capitato di mia sponte a Moleto, questo è certo.
Sabato ho voluto tornarci in cerca di un po’ di pace, prima di sprecare altre energie nella ricerca di concorrenti un reality show dedicato alle famiglie.
Quando sono arrivato il francese mi ha avvertito che nell’agriturismo stavano girando un cortometraggio. Un film di una ventina di minuti che racconta la storia dei cercatori di tartufi, prelibatezza e risorsa della zona, interpretato da Bebo Storti, Felice Andreasi e con la partecipazione straordinaria (come si leggerebbe nei titoli di testa) di Mario Monicelli.
Alla sera io e la mia ragazza abbiamo avuto il privilegio di cenare con tutti loro.
Il gestore francese in un magnanimo eccesso di riduzionismo linguistico mi ha presentato come “un vostro collega”, definizione che in preda all’imbarazzo mi sono affrettato a smentire. Avrei preferito essere presentato a quella tavolata come un cecchino o un contabile della Parmalat…
Non rinnego il mio lavoro, mi piace, anche se è culturalmente criticabile e finanziariamente instabile, ma al cospetto di un maestro del cinema essere presentato come colui che cerca concorrenti di quiz ha portato ai miei occhi quanto il mio lavoro sia effimero.
Per un istante mi sono immaginato Monicelli entrare nel mio ufficio e guardare sul mio computer il salvaschermo con Chuck Barris…
Mi sono sentito cinico e fuori luogo come Ian Holm ne “Il dolce domani” splendido film di Atom Egoyan e quattro chiacchiere col regista su Terry Gilliam non mi hanno certo lavato da quella sensazione di imbarazzo.
Fare cinema è una cosa seria e sedere allo stesso tavolo dell’uomo che ha firmato capolavori come la Grande Guerra e L’armata Brancaleone mi ha aperto un Aleph su quella che è la reale dimensione artistica degli audiovisivi.
Il cinema prima che prodotto è cultura. La forza espressiva di un film, l’impegno e la dedizione totale di chi li fa (non si fanno i soldi facendo film, è risaputo) superano di gran lunga, scavalcano l’idea tipicamente televisiva di creare un buon prodotto e venderlo.
Certo, non è sempre così, il cinema deve vivere e si vive con gli incassi; la mia cena di sabato in un ambiente alla “invasioni barbariche” annoverava ottimi e buoni nomi di quasi tutti i reparti cinematografici tranne quello sporco ma essenziale del produttore. E’ ovviamente semplice parlare d’arte a prescindere dai soldi.
Però quell’uomo arguto e perspicace, nato nel 1915 e dotato ancora di una freschezza intellettuale straordinaria, è l’esempio di come la cultura e la sincerità riescano ad imporsi anche sul piano del profitto. I suoi successi commerciali sono prima di tutto successi artistici: i soldi hanno raggiunto il film e non viceversa.
Ad un certo punto Monicelli ha domandato come girassero il film. “In 16mm, lo portiamo poi a 35” ha risposto il direttore della fotografia. E quel vecchio di 89 lo ha redarguito, “ma siete matti? Ma girate in digitale! Ormai è quella la strada!”.
Ecco cosa fa di lui un maestro, la sincerità, la forza di non attaccarsi mai al passato ma di guardare sempre avanti, senza nostalgia, apprezzando i cambiamenti che il futuro offre.


Ugo Ripamonti