Una poltrona per due
Parliamo di cinema
a cura di Ugo Ripamonti
Qualcosa di personale
Lo scorso fine settimana sono stato a Moleto in Piemonte. E’
un posto molto particolare, si tratta di un piccolo borgo ormai disabitato
che un francese, già cartografo in Amazzonia, ha trasformato
in uno splendido agriturismo. C’ero già stato a maggio
per lavoro.
Lavoro in tv, per una casa di produzione che confeziona quiz e reality
show.
E’ inutile negare che la televisione produce e diffonde tra
i suoi adepti privilegi e spesso apre porte che normalmente rimarrebbero
chiuse. Di sicuro non sarei mai capitato di mia sponte a Moleto, questo
è certo.
Sabato ho voluto tornarci in cerca di un po’ di pace, prima
di sprecare altre energie nella ricerca di concorrenti un reality
show dedicato alle famiglie.
Quando sono arrivato il francese mi ha avvertito che nell’agriturismo
stavano girando un cortometraggio. Un film di una ventina di minuti
che racconta la storia dei cercatori di tartufi, prelibatezza e risorsa
della zona, interpretato da Bebo Storti, Felice Andreasi e con la
partecipazione straordinaria (come si leggerebbe nei titoli di testa)
di Mario Monicelli.
Alla sera io e la mia ragazza abbiamo avuto il privilegio di cenare
con tutti loro.
Il gestore francese in un magnanimo eccesso di riduzionismo linguistico
mi ha presentato come “un vostro collega”, definizione
che in preda all’imbarazzo mi sono affrettato a smentire. Avrei
preferito essere presentato a quella tavolata come un cecchino o un
contabile della Parmalat…
Non rinnego il mio lavoro, mi piace, anche se è culturalmente
criticabile e finanziariamente instabile, ma al cospetto di un maestro
del cinema essere presentato come colui che cerca concorrenti di quiz
ha portato ai miei occhi quanto il mio lavoro sia effimero.
Per un istante mi sono immaginato Monicelli entrare nel mio ufficio
e guardare sul mio computer il salvaschermo con Chuck Barris…
Mi sono sentito cinico e fuori luogo come Ian Holm ne “Il dolce
domani” splendido film di Atom Egoyan e quattro chiacchiere
col regista su Terry Gilliam non mi hanno certo lavato da quella sensazione
di imbarazzo.
Fare cinema è una cosa seria e sedere allo stesso tavolo dell’uomo
che ha firmato capolavori come la Grande Guerra e L’armata Brancaleone
mi ha aperto un Aleph su quella che è la reale dimensione artistica
degli audiovisivi.
Il cinema prima che prodotto è cultura. La forza espressiva
di un film, l’impegno e la dedizione totale di chi li fa (non
si fanno i soldi facendo film, è risaputo) superano di gran
lunga, scavalcano l’idea tipicamente televisiva di creare un
buon prodotto e venderlo.
Certo, non è sempre così, il cinema deve vivere e si
vive con gli incassi; la mia cena di sabato in un ambiente alla “invasioni
barbariche” annoverava ottimi e buoni nomi di quasi tutti i
reparti cinematografici tranne quello sporco ma essenziale del produttore.
E’ ovviamente semplice parlare d’arte a prescindere dai
soldi.
Però quell’uomo arguto e perspicace, nato nel 1915 e
dotato ancora di una freschezza intellettuale straordinaria, è
l’esempio di come la cultura e la sincerità riescano
ad imporsi anche sul piano del profitto. I suoi successi commerciali
sono prima di tutto successi artistici: i soldi hanno raggiunto il
film e non viceversa.
Ad un certo punto Monicelli ha domandato come girassero il film. “In
16mm, lo portiamo poi a 35” ha risposto il direttore della fotografia.
E quel vecchio di 89 lo ha redarguito, “ma siete matti? Ma girate
in digitale! Ormai è quella la strada!”.
Ecco cosa fa di lui un maestro, la sincerità, la forza di non
attaccarsi mai al passato ma di guardare sempre avanti, senza nostalgia,
apprezzando i cambiamenti che il futuro offre.
Ugo Ripamonti
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