Una poltrona per due
Parliamo di cinema
a cura di Ugo Ripamonti
La parola Amore (R)esiste
Passeggiando per la città in queste fredde giornate di inizio anno mi sono imbattuto nel poster di "Prendimi l'anima", l'ultimo film di Roberto Faenza, il delicato e bravissimo regista di "Sostiene Pereira".
Fossi stato fotografato da un detective o pedinato dall'FBI l'immagine che sarebbe caduta sulla scrivania di qualche investigatore sarebbe stata quella di una persona avvolta nel suo cappotto marrone ferma su un marciapiede di Milano, sola e con il naso verso l'alto a guardare un poster di sei metri per tre raffigurante un uomo e una donna nudi, abbracciati e ripresi dall'alto.
La foto rimanda molto ad altre locandine, ad esempio "il Danno" o più ancora il recente "Intimaci", ma lascia decisamente un altro sapore.
Già, perché il poster del film di Faenza emana un calore particolare, scrivendo in immagini una sensazione che molti di noi stanno provando in questi tempi. Il freddo, l'incertezza, l'inverno, quelli che i TG chiamano Venti di Guerra non fanno che minacciarci e ci spingono nel nostro rifugio, ci invitano ad un abbraccio, a salvarci nell'amore e nei sentimenti.
Pochi passi più in là ho visto anche la locandina del film di Pupi Avati, "Il Cuore altrove". Stampata più in piccolo (differenza di budget?) la foto ritraeva anche qui un uomo e una donna nudi e abbracciati, i visi vicini e quasi sovrapposti, quello di lui poggiato sulle gote di lei stavano però in primissimo piano, l'immagine si fermava al nudo collo di Vanessa Incontrada. A parte la giusta consequenzialità grammatical- cinematografica (piano largo e poi primissimo piano) la concatenazione delle due immagini mi ha fatto comprendere ciò che il cinema italiano ci offrirà in questi mesi.
Un'onda di riflusso (o una reazione del nostro sistema immunitario) fa seguire le commediole natalizie da film che trattano le vicissitudini del cuore e dell'anima.
Al bellissimo e austero film di Faenza (che racconta l'amore di Jung per una sua paziente) e a quello di Avati (che non ho ancora visto) seguiranno "La felicità non costa niente" di Mimmo Calopresti e l'ultimo film di Muccino "Ricordati di me", la cui uscita è banalmente programmata per il 14 febbraio.
Su Muccino c'è poco da dire, aspettiamo quest'ultima prova, anche se temo ancora una volta non si dimostrerà il Lawrence Kasdan di casa nostra (cioè uno di quei registi che si cimentano sempre con generi diversi), ma almeno per un po' proseguirà su una strada che il successo dei precedenti titoli ha tracciato per lui.
Aspetto con ansia invece Calopresti, in un film che mi pare di capire attingerà molto dal repertorio e dalle tematiche di Antonioni.
Calopresti, che nei suo film si è sempre ritagliato un ruolo di contorno, è qui morettianamente protagonista, immergendosi in prima persona nella sua opera. La storia è probabilmente autobiografica e propria la scelta del regista di non ricorrere ad un altro attore per la parte del protagonista rimarca questa caratteristica.
C'è un comune denominatore nelle scelte che registi di successo fanno ad un certo punto della loro carriera. Viene un momento per molti di loro in cui sentono la necessità di cimentarsi in un film particolarmente autorale e stilistico, quale che sia il loro standard. E lo fanno girando in bianco e nero.
Lo ha fatto Woody Allen con "Manhattan", Lynch con "Elephant Man", persino Mel Brooks con "Frankestein Jr".
Oppure, in una fase più avanzata della carriera abbracciano l'autobiografia, spesso non per autoreferenzialità, ma per dare sfogo ad una visione di cinema divenuta molto personale ed intima.
Il protagonista del film di Calopresti è Sergio, un architetto di successo che grazie ad un incidente si trova a riflettere sulla sua vita e soprattutto sui legami e sulle dinamiche sociali che lo circondano. Vaga per Roma (Calopresti lascia per una volta Torino) in cerca di sé e di una persona che lo scaldi e forse anche lui in cerca di qualcuno d'abbracciare.
Credo che sarà un film molto bello, lo spero almeno.
Spero che ci farà bene, che ci scalderà l'anima e le viscere, come spettatore innamorato del cinema ho voglia di sedermi in una sala, farmi sedurre e abbracciare, un po' come il poster di Faenza, da un bellissimo film.
Ugo Ripamonti
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