Roba postmoderna: libri e altro dal terzo occhio
di Deborah Marinacci
Deborah Marinacci è nata nel 1981, nella vecchia Maleventum. Non ha precedenti.
Studia per laurearsi in Comunicazione istituzionale e d’impresa ed è membro della giuria finale del Premio Napoli, nei Comitati di lettura per la sezione “narrativa italiana e straniera”.
Francofila e scriba.
C’è chi la vuole più barocca del barocco, questa storia della post-modernità: un’accozzaglia vuota e un nome ridondante. Io credo che è quello che abbiamo.
Tout là. Sono segni non del tutto codificati perché a distanza ancora ravvicinata. A un palmo di naso, o persino tutt’intorno. Sono il piacere estemporaneo e quotidiano, le estasi non mitiche ma effimere e continue, la condivisione in assenza e a tutti i costi, le ansie devastanti quanto vacue, l’amore per i non-luoghi, l’individualismo collettivo, la polverizzazione sociale e personale, le empatie e malattie nuove, il movimento come meta…
C’è un signore che tutto questo lo racconta proprio bene. L’assenza ardente, dice. Si chiama Michel Maffesoli, e a chi fosse suggestionato, segnalo il suo Del nomadismo: un saggio davvero fresco e piacevole, un buon punto (breve e complesso) della sua – e nostra – filosofia vivente.
Qui tutto questo lo rintraccio nelle cose che chiamiamo di cultura – io preferirei dire: nei frutti impuri del pensiero, nei figlioli prodighi del genio: quelle cose che non ci insegnano niente perché sanno quel che fanno, dove i nostri sintomi appaiono appena, si confondono, proprio perché non fanno altro che essere il nostro camminare. Ma sono distintivi. E sono tutto quello che abbiamo.