Roba postmoderna: libri e altro dal terzo occhio
di Deborah Marinacci
Morire non è corretto
Non si rassegna, la morte di Ivan Il'ic. Non è lui, a non rassegnarsi alla morte, ma la sua morte che lo lega a sé come dio comanda: non si rassegna a farlo morire. Non gli è dolce. Né cara. Né lenta, ma lentissima.
Vivere la morte.
Questo quarantacinquenne russo, funzionario di Corte d'appello, ha una morte come fosse un Ivan giovane e occidentale. Terribile, come solo noi sappiamo vedere la morte.
Non c'è il respiro dei morti, dei morenti, dei condannati, dei terminali, non c'è il respiro arreso che noi immaginiamo per loro, nel libro di Tolstoj.
C'è disperazione ogni istante, già nel 1886, che la morte non è elemento naturale del vivente, non è più trasformazione, né reincarnazione. Non è un pezzo di ciclo, come in altri luoghi, dove si muore come muoiono le piante, e non si capisce nemmeno bene cosa vuol dire morire, ché tanto si ridiventa vita sotto qualche altra forma, in un continuum perfetto, mai discretizzato, dove si è assolutamente contigui al tronco che si nutrirà di noi, come noi ci siamo nutriti dei suoi frutti.
E' per noi un'interruzione arbitraria - morire - del tentativo di compiere la vita. E mentre siamo, ecco che moriamo, pare impossibile. E la morte più ingiusta del mondo è la nostra.
Il signor Freud dimostrò come la propria morte sia in realtà impensabile: se la si immagina si è lì come spettatori, il nulla vero e proprio che è la morte del pensiero, la sua sospensione, è per noi un ossimoro, un'impossibilità. Il pensiero non può pensare il suo non esserci.
C'è nella morte di Ivan Il'i?, e nella nostra, l'invidia atroce e pura per la bellezza, la freschezza, la giovinezza. La morte non è gentile, e chi muore come Ivan Il'ic muore vero, con la paura innegabile, l'odio, il rancore verso la vita e chi la vita la tiene ancora addosso, se la porta appresso, la sbatte in faccia con orgoglio maggiore a chi evoca il morbo della fine, a chi risveglia il pensiero molesto.
Non una partita, ma la battaglia dell'affermazione del vivente e del morente: il resistere dell'uno alla contaminazione del pensiero, l'essere fieri che thanatos abbia scelto ancora una volta qualcun altro, e il tentativo dell'altro di tirar dentro chi è rigoglioso e florido, di costringerlo a compartecipare al morbo, alla consunzione, a spartire un pezzo di ciò che non ha significato.
Tolstoj parla questo linguaggio impossibile, scavalca il più grande tabù delle culture in cui ci riconosciamo. Gli oggetti perdono di senso, e si mette a morire.
"Non può essere che tutti siamo sempre condannati a questo orrore."
Lev N. Tolstoj, La morte di Ivan Il’ic, BUR 2001, euro 4,99
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