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Barcelona 1907
Barcelona 1907 Barri Gòtic, carrer d'Avinyo... donde viven las "demoiselle", las tres y las quatro solas una vestida de verde, otra de malva, y la otra..." Il colore del senor Pablo ha invaso le stanze di noi ragazze. Pareti, lenzuola ,culi e tette. Io ho uno sbaffo arancio sul fianco destro. "!Non ti lavare! Mi piace vederti così, Maria." A me piace piacere al senor Pablo. Mi piace ascoltare la sua voce che pennella sulla tela e ovunque, storie incomprensibili e cristalline. A lui piace ascoltare la voce del corpo delle donne. Di tutte. Ma oggi vuole ascoltare la mia. Il senor Pablo fa portare una tinozza d'acqua per giocarci in due. Si bagna appena . Aspetta che io esca dall'acqua, in silenzio. Poi mi tira indietro i capelli, con le dita aperte,chiudendomi il viso tra le mani. E mi dice: "Maria. Maria del Mar. !Mio amore!" Al senor Pablo piace il suono della parola amore. A me piace che quel suono sia per me. Al senor Pablo piace,più di tutto,l'odore delle donne.Lo fiuta nell'aria. A volte ci fa danzare un flamenco fatto di gonne fruscianti e profumo di sesso che vibra come corde di chitarra. A me piace tenere il signor Pablo nel profumo di sesso delle mie gonne. Ma stasera non ci sono gonne sulla nuova tela del senor Pablo. Solo nudi,fatti di arancio e di nero. Stasera non comprendo il sogno dipinto del signor Pablo. Lo guardo in maniera interrogativa. "!Les Demoiselles d'Avignon!" Risponde.Poi accarezza con la bocca il mio fianco ancora tinto, tenendomi accanto alla tela. Sento le mani del signor Pablo sulla pelle nuda. Guardo ancora la tela. Lui mi imprigiona di baci. Guardo la tela con occhi diversi. !Adesso si! Adesso ci ritrovo la seta dei capezzoli di Carmen, il suono di tulle delle sottane di Lola, la bocca vellutata di Elvira, l'abbraccio senza pudore delle lenzuola di Rosa . E c'è, nel sapore arancio di quelle carni, lo sento mentre mi apro al senor Pablo, un sentore fruttato di sesso e di amore.
da: penna rello
UN'ORA PER GUARDARTI
Entrò e si sedette sulla poltrona di fronte, dando le spalle a una fila di quadri astratti, vago richiamo a macchie di pomodoro e nero di seppia. Nessuna voce oltre la sua, quando iniziò l’ennesimo monologo, ripercorrendo solitudine e noia dell’ultima settimana. Si preoccupò di descrivere le più intime sensazioni, celate da quel velo di sobrietà che il tailleur grigio e la ventiquattrore da donna manager sapevano offrirle. Rigida sulla sedia, rievocò i pomeriggi solitari e le notti insonni, tra le pareti azzurre della sua camera e l’organza ondeggiante delle tende color ocra, che mosse dall’aria fresca si gonfiavano e sbuffavano al centro della stanza, fino ai piedi del letto. Subito riaffiorò il dolore di quel mattino, quando svegliatasi sul water, aveva sentito il sangue colare sulle cosce nude, e un dolore aspro al seno. La voce si spezzò e asciugò le lacrime addensate attorno alla bocca. Inspirò profondamente e continuò a delineare i contorni lungo il perimetro della sua stanza, dove ricordi ambigui e recenti affogarono la voce in un sibilo. Sentì la pelle aprirsi come una crepa sulla terra arida e gli occhi improvvisamente volsero alla libreria sulla destra, affollata da volumi e dispense disposte in ordine alfabetico. Morse la lingua, aspettando che il sapore rugginoso languisse oltre la gola. Non riusciva a procedere. I pensieri si bloccavano, emergevano e poi morivano, feriti e ritratti, come le striature rossastre attorno ai suoi capezzoli. Doveva riprovarci, doveva regalarlo a se stessa, per porre fine alle lacerazioni. Chiuse gli occhi e sistemò i capelli color grano dietro l’orecchio, chinando il capo per ingannare i raggi del sole che penetravano nello studio, tra le fessure delle persiane. Deglutì rumorosamente e cercò con mani tremanti la collana di madreperla, che dondolava lenta sui suoi seni. Scandì le parole, quando si aggrappò alle ombre e indietreggiò fino a quella mattina: tentato suicidio, scar-ni-fi-ca-zio-ne, ma-so-chi-smo. Dietro di lei un viso giovane, candido. Qualcuno che conosceva. Rimango appesa a questi sogni, a queste ferite, nell’attesa di poter incontrare qualcuno da amare. Sono patetica, forse pazza! Le forme sbiadirono, il passato vacillò. Avvinghiata al vago frammento di un volto, ripercorse quei tratti gentili palpando le immagini che a intermittenza apparivano davanti ai suoi occhi. Cercò di catturarli, imprimerli nella memoria. Ma quando li raggiungeva essi fluivano, perdevano consistenza. Sbatté i pugni sui braccioli e percepì il gusto amaro e familiare del dolore, mentre il silenzio l’accarezzò e la invitò ad annusare l’essenza di mughetto e gelsomino che da tempo associava a quel posto, a quei libri di psicologia. Il ticchettio regolare dell’orologio a pendolo, il vociare lontano di ragazzini, l’abbaiare di un cane, – il pastore tedesco, forse, quello del panettiere di sotto – tutto in armonia, a parte lei. Finirò con l’uccidermi. Un taglio più profondo di questi e – puff! Sola come un cane, nella mia stanza, senz’amore, confessò singhiozzando. Guarda in questo specchio e dimmi cosa vedi, la esortò la psicologa, scrutandola come una cavia. Obbedì e posò lo sguardo sul pallore e poi giù verso il collo, dove scorse i segni del suo calvario. Tremante, slacciò i bottoni della camicetta e con lento rigore ispezionò i solchi purpurei riflessi, e avvertì la cute pulsare. Un rivolo salato precipitò sul pavimento e riconoscendosi in quella sagoma scorticata dalle piaghe, nutrì pietà per se stessa. In passato era diversa, dov’era la parte di sé che si era smarrita? Sollevò il capo, sbarrò gli occhi e si alzò in piedi. Assaporò la realtà per qualche istante e guardando la dottoressa negli occhi, capì ogni cosa. Le porse lo specchio con movimenti sfumati e toccò la sua mano delicata. Provò un brivido, mentre sovrapponeva quel volto ai contorni gentili riemersi all’improvviso. Lei – unica confidente, unica amica – così soave, così pura, era la ragione dei suoi turbamenti e fu avvolta dalla sete imbarazzante di abbracciarla, quando capì di esserne innamorata sin dalla prima seduta.
da: MONICA IACOBBE
lungo il freddo fiume
Lungo il freddo fiume i passi si fanno incerti...la nebbia scende improvvisa e silenziosa,la mia anima s'incupisce,la tua voce è ormai eco,le tue parole perse,perchè?,forse.... lungo il freddo fiume scorrono i miei sogni inseguiti da freddi demoni che si nutrono di essi, allora smetterò di sognare..smetterò di sognarti...dove sei? cosa fai?...sei anche altrove perchè le tue parole non sono solo mie..sono anche del vento che ti allontana..del vento delle illusioni...e continuo con i piedi nudi e disarmato a scendere il lungo fiume freddo... annuso l'aria in preda ad un'emozione che non può che essere illusoria... anime danzano attorno al mio cammino...demoni lottano con le mie tentazioni...esplorando le mie debbolezze.... ma allora..sogno o son desto...o ancor più misero mi son perduto in questa selva oscura...? la mia Itaca è lontana? o è stata solo illusione? mentre penelope nel suo pianto tesseva la sua tela traditrice? il viaggio è lungo..e le tentazioni ancor di più e tu la tua mano da me hai allontanato o forse non l'hai mai avvicinata..."il tuo sorriso" adesso non trema più di fiore in fiore perchè la nebbia è scesa...e il sole non può più illuminare la tua danza da cortegiatrice... con i piedi stanchi e sommersi nell'acqua continuo il mio pellegrinare...in questa valle....dove l'anima gelida raffredda adesso un corpo che mite non vuol più lottare...in preda ai giochi ambigui delle parole lacrime scendono disegnando sul mio viso percorsi smarriti da tempo. ...lungo il fiume freddo lentamente la nebbia disperde le illusioni dei sentieri disperdendo le mie certezze... a stenti adesso il mio cammino prosegue...le mani in avanti poggiano sul nulla...e urlo!! urlo contro il vento contro il silenzio...e tu?! starai navigando in questo mare d'illusioni..e attraccando sulla mia stessa terra hai trovato altre parole che segnano percorsi...non smarrirti..ti auguro...!!! tortuoso risale il fiume..e mi chiedo con quale forza prosegue adesso il suo cammino...quali sogni insegue? la destinazione è ancora lontana e le fatiche da compiere ancor di più..proverò a fischiare per chiamare il mio destriero...e gli chiederò di riportarmi sulla strada e condurmi come compagno di viaggio alla mia ITACA.... ps: lungo il freddo fiume sogni e illusioni si son smarriti ma ha disegnato un percorso e costruito strade e ponti che mi hanno permesso di compiere e portare a termine la prima parte del mio cammino comprendendo ciò che per questo tratto mi ha accompagnato... seconda parte Stanco e intorpidito attendo la mia sentenza...seduto sulle sponde del fiume la mia testa è china tra le mie ginocchia...una folata di vento gelido cristallizza le paure sulla pelle...e inesorabile la notte inizia la sua danza... La mia anima è palcoscenico e il mio riflettere...se mi è ancora concesso è spettatore. Incredulo il cuore accellera la sua corsa, per un'antica emozione che consideravo smarrita nel labirinto del passato. Prende forma dinanzi a me e con artigli affilati inizia a graffiare la mia anima... Vorrei...si vorrei reagire...ma qualcosa di indefinito e invisibile sta bloccando ogni mio movimento, ogni mio muscolo e il gelido trascorrere pervade ogni mio senso, lentamente, come un'agonia... -perchè questo tormento? perchè demoni attraversate il mio viaggio? Oramai prigioniero, cado nel fiume sospinto e dalla corrente ascolto la musica del suo freddo trascorrere... Non sarai tu il mio compagno di viaggio, non sarai tu antica emozione la mia condanna...e il triste fardello non sarò io a portatrlo..forse ne sarò contenitore, forse il tuo sguardo sarà esploratore...ma troppo tempo ha inseguito il tempo e il tuo batter d'ali è la mia illusione per non perdermi tra gli artigli di questo demone che sta tormentando la mia anima... Ma anch'esso si perderà e molto ancora dovrà grattare prima di trovare ciò che cerca...il suo viaggio sarà ancora più lungo della mia fuga... Sento la notte sopra di me...avverto la sua presenza...percepisco il suo silenzio e improvvisamente riesco ad aprire gli occhi. Il cielo sopra di me fa da sfondo ad un'assurda danza fatta da figure che cercano di afferrarmi, sospinte da chissà quale forza... Un rumore lontano si avvicina...una sensazione di abbandono sta cercando d'intrappolare le mie certezze le mie sicurezze... le figure sopra di me sembrano sorridere della mia condizione...della mia impotenza...e si allontanano o così sembra, ma lo stomaco si contorce e la mia mente è avvolta da una forte vertigine perchè capisco che sto cadendo da un'altissima cascasta... rimmarrò vivo? mi chiedo...è sempre vita...finche sarò qui a lottare...finchè il mio cuore continuerà a battere... la vertigine mi raggiunge dentro...gli artigli sprofondano con forza e rubando ancora brandelli rallenta la mia caduta...ma quale sarà il suo scopo? perchè vuole tormentarmi così? come un avvoltoio o come un'aquila strappa ogni angolo della mia anima e tutto il resto mi avvolge...tutto il resto dei demoni si accalca attorno a me durante la caduta...si affollano l'uno su l'altro e avidi avvinghiano ciò che riescono a prendere... -rimarrà qualcosa di me?- ...sprofondo con forza infondo al freddo fiume, la mia caduta è terminata...un silenzio assordante e surreale intorbidisce ogni mio cenno di resistenza, di lotta...e ritorno a galla privo di sensi urtando contro la riva sono fermo... -chissà quale atroce tormento adesso mi attende!?- ma un alito caldo e forte colpisce il mio volto, meravigliato scopro che sono ancora seduto sulla riva del fiume. Sollevo lo sguardo e quello sbuffo d'aria si ripropone... e tra le lacrime mi alzo in piedi abbracciando il mio destriero... ...amico mio...compagno di viaggio...inseguiamo la notte...prima che il nulla ci raggiunga...ITACA è ancora lonatana..... terza parte Corri mio destriero, aiutami ad inseguire la notte, aiutami a fuggire dal nulla... Attraversiamo la pioggia che cade.Ombre crescono minacciose ai nostri fianchi.Paure e tormenti si affannano dentro un'atroce inseguimento.Dove sarai in questo istante, mentre lotto contro i miei demoni...quali parole staranno colorando questo momento e chissà se un raggio di sole starà scolpendo il tuo profilo... Corriamo silenziosi o mio destriero...prima che i sogni svaniscano e le illusioni iniziano a corrodere l'anima... Mi stringerò forte per non cadere...ma non chiuderò gli occhi, anche se il vento dovesse congelarli... Il loro sbatter d'ali è sempre sopra di noi, le stelle non possono raggingerci, hanno interrotto il loro viaggio, oppure ogni speranza è persa? ma non dobbiamo smettere di lottare, di correre. Lontana è la notte e tu i tuoi sogni avrai gia messo da parte? o li porterai in giro con te per il mondo?!Ascolta la tua anima o dolce amore mio, io sono col pensiero li vicino a te e non chinare lo sguardo, non sentirti triste mentre osservi la pioggia...perchè ogni goccia di pioggia e un mio bacio sulla tua pelle, ascolta il suo cadere perchè son le mie parole che con forza raggiungono il tuo cuore.. Il mio viaggio continua, il mio personale inferno continua a graffiare la mia anima, continua a nutrirsi di me. Mi chiedo se non fossi vivo lui cosa sarebbe... Il lungo fiume freddo è sempre sotto i nostri piedi a dimostrazione del fatto che forse siamo ancora vivi, che forse abbiamo ancora speranza.Verso dove ci starà guidando, verso quale incerto futuro sta conducendo le nostre anime e soprattutto verso chi mi sta conducendo... Parole e pensieri s'inseguono, rumori si affollano,atorno è un grande palcoscenico di eventi che rasentano la follia, ma non posso fermare la mia corsa...non posso. Amico mio affonda con più decisione la tua corsa, sicura e veloce, leggero conducimi verso quella luce che all'orizzonte appare...forse è lì la fine di questa assurda danza!?..... Improvvisamente il paesaggio muta il freddo fiume raggiunge la sua meta..termina la sua folle corsa.... la luce accecante che si espande difronte a noi disperde il batter d'ali che fino a qualce secondo fà ci inseguiva...e tu amico mio riposati...la carezza sul tuo fianco che diffonda nella tua anima sempre più sicurezza....riposati...adesso! perchè la forte luce non ha fermato il mio demone...anche se ha abbandonato la presa ed è affianco a noi che osserva l'orizzonte... Qual'è il tuo scopo..perchè adesso hai fermato il tuo respiro accanto al mio? ..io in sella al mio destriero...tu demone alato al mio fianco..perchè insieme al mio sguardo insegui l'orizzonte? ...forse la mia ITACA è li?.... amico mio il nostro viaggio è qui finito!!grazie per aver attraversato la notte insieme a me...per aver protetto i mie sogni..allontanandoli dalle mie paure...ma adesso è giunto il momento che non mi permetterà di fuggire..il lungo freddo fiume ci ha condotti qui...e il motivo ci sarà...infatti dovrò lottare cotro il mio demone...sorvolando questo mare...verso l'orizzonte dove sta scritta la fine di questa assurda storia... quarta parte Vorrei sedermi un attimo, prima di partire. Vorrei sedermi su questa sabbia per guardare il mare e reggiungere l'orizzonte che adesso si distende maestoso davanti a noi. -Qual'e la tua storia o mio demone, perchè ha deciso di attraversare la mia vita?- questo silenzio tra noi è protagonista, mi seduce e mi turba, se terminassi la mia folle corsa qui? se decidessi di finire il mio tempo in modo da contemplare per sempre il mare? quale sarebbe il suo scopo o meglio avrebbe ragione di esistere? domande e inquietudini affollano la mia mente,mentre l'immagine del tuo unico sorriso illumina con forza il mio infinito... ho questo da contemplare, ho soltanto questo adesso di fronte nei miei pensieri e forse lo raggiungerò...chissà!? Navigheremo controvento, affronterò le mie dbolezze e le mie paure...incontrerò te, t'incontrerò nei sogni dove questo demone non potrà venire a disturbare... Non voglio più aspettare mi alzo contro vento e le tue ali mi avvolgono, mi rapiscono e lacrime di sangue ricoprono il mio volto, troverò le parole giuste per descrivere ciò che sento e ciò che scrivo sarà veramente ciò che sento? chi sarà il giudice delle mie azioni dei miei pensieri... vuoi portarmi via adesso e dall'alto vedo il mio destriero andare lontano, senza voltarsi riprende la sua strada... Demone libera la mia anima, non lasciare che le illusioni corrodano il mio cervello, che ingannino la mia vista,lascia che almeno il suo sorriso non sia finto. Si vicina l'ho sentita eppure era così lontana..sembra di sentire le canzoni di damien* e non riesco a non pensarti, non riesco a cancellarti, quali saranno i tuoi sogni questa notte, mentre lotterò contro questo mio demone silenzioso. Chiudo gli occhi e ascolto il mio ricordo di questa canzone...blower's daughter*, e come condannato vorrei asprimere il mio ultimo desiderio... -perchè ti senti condannato?- il demone ha interrotto il suo silenzio, itaca forse è vicina? -hai l'opportunità di lottare, hai l'opportunità di lottare contro il tuo demone e liberati di esso, non tutti hanno questa opportunità- -so benissimo che dici queste parole per distruggere ciò che ti rimane tra i tuoi artigli della mia anima e sai benissimo che sto soltanto mentendo per farti illudere di vincere, perchè sappi che finchè avrò forza guarderò in direzione della mia Itaca, dei miei sogni e anche delle mie illusioni.- -quante volte ho cercato la mia strada , quante notti insonni ad inseguire nel buio i miei sogni e quante tentazioni,o meglio quante volte ti sei mascherato da tentazioni per intercedere tra i miei passi- e il suo sorriso riappare come miraggio mentre seduta accanto a me sorride e mi parla, dove saranno adesso tutte quelle parole, tempo riportami indietro in tutti quei momenti che adesso pian piano e veloci ritornao alla mia memoria... --ti ho sognato questa notte, mi salutavi e poi di spalle andavi via in sella al tuo destiero, e ho pianto perchè sapevo in cuor mio che sarebbe stata l'ultima volta in cui avrei giocato con il tuo sguardo.-- La luce all'orizzonte è meno abbagliante e intravedo con fatica una sagoma delinearsi, dovrei gridare Terra!! Terra!! e forse un pò pirata lo sono..un pò bugiardo lo sono e credo che questo sia il momento giusto per chiedere perdono. ..e mi rivedo bambino sul mio triciclo...e poi seduto su un albero di ciligio a mangiarne a più non posso...e poi seduto tra i banchi di scuola...e poi a giocare con i miei amici al pallone...e poi il primo bacio...e poi canzoni e parole continano ad insegirsi...immagini e ricordi stanno componendo un collage fatto di emozioni passate e forse anche dimenticate... -è terra quella..si è terra portami lì...perchè so che è lì che devo andare..da lì proviene quella luce, vorrei sapere perchè adesso piango e sento il tuo profumo nell'aria...dove sei? ..lasciami demone, libera la mia anima perchè sono sicuro che adesso non sono più tuo prigioniero e forse non lo sono mai stato...lasciami a terra...voglio andare verso quella luce, verso il suo profumo.- ---Sappi che non potrai più tornare indietro.--- terra i miei piedi hanno toccato,leggero sento il mio cammino e tra il bagliore vedo una sagoma avvicinarsi... le lacrime continuano ad inondare i miei occhi, il tuo odore i miei polmoni...sei qui..sei tu...amore mio, si sei tu!!!! --Abbracciami forte, abbracciami più forte che puoi,appoggia le tue labbra sulle mie e abbracciami ancora e non aver paura di ciò che vedrai dietro me...-- -non ho più paura, non ne avrò più,aprirò gli occhi perchè l'ultima cosa che ricordo è "non ce l'ha fatta", mentre invece ho raggiunto la fine del mio viaggio, ho raggiunto la mia Itaca,ho ritrovato te amore mio...- fine....
da: vincenzo spinelli
Siesta d'amore(omaggio a Dalì)
Sole sugli aranceti prossimi ai mattoni laceri della casa di campagna a Figueres,Spagna del 1926,sole che penetra tra gli scuri divelti della camera da letto di Salvador Dalì e della sua compagna Gala.Insieme nel letto matrimoniale sfatto,Salvador approfitta della schiena mostrata da Gala coricata per girarsi pure lui,coricato,e darle le spalle poichè non avrebbe mai dovuto chiamarla "principessa" in quanto "principessa" per una donna richiama nubi celestiali tra le quali la donna è apparizione che rivela un futuro certo,non di parole,ma di appagamenti ossia una meta sensuale che è il futuro del percorso di desiderio di un uomo.Ma Gala è voltata dall'altra parte,distesa nel letto,viso girato dall'altra parte nei confronti di Salvador poichè Gala conosce bene il suo uomo e sa che i sentieri della vita con lui sono sempre gli stessi come è vero che Salvador non cambia;Gala non vuole vederlo poichè vorrebbe un estraneo che in quanto a lei sconosciuto,l'estraneo le mostri una strada diversa,connaturata all'estraneo,estraneo lui estranea la strada o percorso che ha formato l'individuo sconosciuto:ogni strada è di una persona,e strada sconosciuta è strada di persona sconosciuta da condividere con Gala avventurosamente.Salvador conosce questa ripicca di Gala,così Salvador si alza dal letto e disperato tasta ogni palmo della parete,ne tocca ogni infisso,ogni appiglio per trovare la leva di un passaggio segreto sconosciuto dove con un nuovo tragitto poter impressionare Gala con un percorso nuovo,estraneo ma ereditato dagli antenati di Salvador così Gala è riconoscente alla famiglia di Salvador per un nuovo tragitto,e non riconoscente a un estraneo.Con gli occhi assonnati Gala vede Salvador tastare le pareti,così la donna si leva dal letto e va a aprire i battenti scalcinati e cigolanti della finestra:vede il sole sul verde del tiglio e del fico col grano giallo sulla pianura in lontananza,e così Gala apre le mani coi palmi al sole,sole che la tocca con la vista,sole che agisce su Gala con la vista che la riscalda mentre il sole è alto e limitato a una palla nel cielo:Gala vuole essere toccata con la vista per sentire il calore di un sentimento che proviene da lontano e quindi vero poichè il lontano è spazio pieno di prove e di pericoli,e un calore che viene da lontano è maturo e eroico per tutte le prove che ha solo visto(la vista del sole)senza imbrattarsi prima di arrivare a Gala e superare la donna,poichè Gala non è meta del sole ma solo un momento irrilevante della vista solare,vista con la coda dell'occhio per non essere al centro dell'attenzione,ma con la coda dell'occhio per fremere la vista del sole di un presentimento,di un dejà vu.Salvador vede Gala sulla finestra irradiata e raggiante all'abbaglio del sole,conosce l'irrilevanza di lei da lei confidatagli,e Salvador riconosce la libertà che non è desiderio,ma conseguenza dell'essere irrilevanti dinanzi al mondo che ci rende senza una forma,e la libertà non ha forma che possa essere riconosciuta per dare identità,riconoscimento e collocazione in quella via anche se estranea,in quella residenza,in quello Stato,e a tale libertà Salvador sa come parlare:Salvador si avvicina e soffia all'orecchio di Gala.A Gala il soffio alita sui suoi sensi aperti come i fiori di girasole mossi dalla brezza a perdere il polline come polvere d'oro che non ha deposito,ma si libra nell'aria per stuzzicare le nuvole bianche a un idillio d'amore,idillio che Gala sente al soffio di Salvador,così Gala va vicino al letto,sul comodino da dove prende tubetti di colori a olio,tavolozza e pennelli che porge al suo pittore Salvador per scremare dalle nuvole su tela gli incubi che amareggiano le nuvole stesse.Salvador guarda i suoi strumenti di pittura,e alla sensibilità all'ambiente di Gala contrappone i suoi sogni da uomo che dipinge,e nei suoi sogni c'è pure Gala,ma il sogno lo fa da solo come un masturbatore e nelle fantasie del masturbatore c'è pure la donna ma l'uomo è solo a masturbarsi.Così amareggiato Salvador scende da solo le scale e va nel cortile acceso dal sole.Salvador va vicino a un albero d'arancio e con le dita usando il nero dipinge sul tronco una freccia dopodichè alla sua Gala affacciata alla finestra Salvador dice:-Questa freccia fa sanguinare e uccide un cuore solo,ma unisce due cuori per sempre!-e al disvelamento del segreto degli amanti,Gala corre in cortile e sotto l'arancio abbraccia il suo Salvador Dalì.---------------------PS:Omaggio a Salvador Dalì,il mio pittore preferito,e al suo unico amore nella nobile russa Gala.
da: Salvatore Lèvanto
Memorie Oniriche (Mario Giacomelli fotografo dopo una sua mostra)
Il borsalino nero calato sul viso, con grosse sopracciglia bianche che sormontavano occhi persi nel vuoto. Lo sguardo travalicava la scena che gli era dinanzi, la mente lontana al ricordo di un vissuto che piano piano prendeva forma. Seduto sulla panchina, con intelaiature in ferro e doghe di legno ormai logorate dal tempo, e la gamba sinistra accavallata sull’altra con un braccio che correva lungo il bordo. Persone che ciondolando, gli passavano a volte a fianco, altre volte gli venivano incontro per cambiare direzione improvvisamente borbottando. Non vedeva tutto questo, ma vivide nella sua mente c’erano, quelle persone che circolavano, con modi ossessivi, con espressioni smarrite o sorrisi perenni, nascondendo grossi drammi interiori. Il corpo pesante, coperto da un lungo cappotto nero che arrivava fin quasi a sormontare le scarpe, anch’esse di colore nero, era sprofondato sulla panchina. La rasatura della mattina metteva in mostra la pelle del viso liscia, lastricata qua e la da profonde rughe, accentuate ancor di più dall’espressione che ora aveva assunto. Una smorfia di dolore interiore traspariva dalla bocca piccola con labbra appena accennate. Gli occhi acqua marina, erano fissi su un punto che esisteva solo nella sua memoria, e stava riaffiorando con tutto il dolore e sottile commozione che incarnava. Le rughe della fronte cominciarono a prendere forma, sempre più spesse, la mano che correva lungo il bordo della panchina, stringeva con forza il legno freddo ed umido, mentre l’altra, sprofondata nella tasca, sembrava stringesse qualcosa. L’immagine cominciò a prendere corpo, mi vedevo seduto sullo sgabello di legno, guardavo mia madre, intenta ad assistere un vecchio che ormai da 15 anni non si alzava da quel letto, se non per sporadiche visite in ospedale. Il viso del vecchio si presentava alla mia vista, scarno, con due grossi occhi che uscivano dalle orbite fisse sul soffitto scrostato. Il naso, simile al becco dell’aquila, talmente fino che le narici sembravano fessure, impossibile per l’aria filtrare. La coperta arrivava a lambirgli il mento, nascondendo un corpo inesistente. Quando le scuole erano chiuse, mia madre mi portava lì, dove lei svolgeva il suo lavoro, perché non sapeva dove lasciarmi. Non ricordo se fossi contento o no di andare, però c’era qualcosa che incuriosiva ed affascinava la mia fantasia di bambino, ed erano i racconti fatti dalle persone che risiedevano in quel luogo. Ridevo con loro, mi nascondevo e loro mi cercavano, oppure si nascondevano loro ed io li dovevo cercare. Ogni tanto qualcuno si nascondeva così bene che non riuscivo più a ritrovare. E nei giorni seguenti non si presentava più insieme agli altri. Quel giorno mia madre volle che la seguissi, perché fuori pioveva a dirotto, nella stanza del vecchio. Gli si sedette a fianco, prese il libro che stava sul comodino e cominciò a sfogliarlo fino ad arrivare alla pagina dove c’era come segno un fiore secco colto nel giardino, e cominciò a leggere. La sua voce calda riempiva la stanza, il silenzio amplificava la musicalità della voce e più che leggere recitava le poesie che vi erano scritte. Un piccolo armadio di legno laccato di grigio e una scrivania con sopra un vaso di fiori sempre freschi che mia madre portava ogni mattina, una sedia dove ora era seduta, erano tutto il mobilio che arredava la stanza, facendo si che l’eco modificasse la voce in suggestive sensazioni di benessere. Alle pareti c’era solo un crocefisso sospeso sulla testiera del letto. La testa del vecchio, sollevata dal cuscino, con gli occhi che ogni tanto andavano sulle labbra di mia madre, lucidi, per poi ritornare a fissare il soffitto. Mia madre mi raccontava che grand’uomo era, prima che la malattia lo colpisse fino a scarnificarne il corpo, immobilizzandolo a letto. Guardandolo, le faceva rivivere le immagini degli internati, girate dagli americani, trovati ancora vivi nei campi di concentramento tedeschi alla fine della guerra. Ogni tanto il vecchio si sforzava di parlare, mia madre accostava l’orecchio alla sua bocca tentando di coglierne le parole, o erano incomprensibili, o non avevano un nesso logico. Ad un tratto il vecchio portò entrambe le mani sull’addome inesistente, inarcò la schiena ed emise un urlo, prese la mano di mia madre, la strinse talmente forte che vidi sul suo viso una smorfia di dolore, e si accasciò sul letto. Lei si girò di scatto verso di me e m’intimò di uscire subito dalla stanza, io rimasi inebetito dalla scena, di un vecchio che negli anni progressivamente aveva perso la capacità di movimento, che con forza le stringeva la mano. Il volto cominciava a rilassarsi e una lacrima gli usciva da un solo occhio e facendo segno a mia madre di avvicinarsi, le disse: “ grazie! “, chiudendo gli occhi per sempre. Quell’ultima immagine lo risvegliò, con la consapevolezza di aver trovato ciò che da anni cercava. Allentò la presa della mano, stette ancora un attimo seduto a riflettere e poi si alzò con molta fatica, tirò fuori
da: Roberto Zanettini
Cos'è la guerra
Dietro la porta a vetri, osservo la bicicletta in attesa che il pane sia cotto e venga imbustato per le consegne. Appoggiata al muro, con due grosse ceste, una davanti e l’altra dietro, pronta per il primo giro mattutino. Le gomme un po’ sgonfie e senza freni, la vernice quasi scomparsa da farla sembrare appena uscita da una vecchia cantina, rimasta li per anni. Il cielo cominciava a colorarsi e poche nubi all'orizzonte anch’esse tinte di rosso. Il vento della notte sembrava aver spazzato via un’aria putrescente che perdurava ormai da giorni. La strada, ancora ricolma ai lati, di macerie da portar via, e, le case che la circondavano erano quasi tutte lesionate o parzialmente distrutte. Non c’era da stupirsi che lì i lavori andavano a rilento, sapevamo, che la periferia sarebbe stata l’ultima ad essere presa in considerazione per la sistemazione delle strade, delle fogne e dell’illuminazione. Infatti, nelle notti senza luna non si vedeva oltre il proprio naso, con gran fatica riuscivamo a ritrovare la strada di casa. Nessun'abitazione o negozio poteva permettersi quando l’aveva, di tenere accese le luci oltre il necessario. Il padrone mi chiamò dicendomi che tutte le buste con il pane erano pronte, e su ognuna aveva scritto il nome e l’indirizzo, con su anche l’importo che doveva venirmi dato. Ogni volta il padrone mi raccomandava di non consegnare il pane se prima non avessero pagato l’importo dovuto, meno quelli che avevano un conto aperto. Mi si stringeva il cuore, ogni qual volta andavo da famiglie molto numerose, che vivevano da sei a dieci persone in due stanze con letti separati da lenzuola stese A volte mi supplicavano piangendo di consegnare comunque il pane, nonostante non erano riusciti a trovare il denaro necessario per pagare, mi scongiuravano che avrebbero saldato tutto la volta successiva. Io acconsentivo per pietà, sapendo che quando ritornavo al negozio dovevo giustificare con il padrone il denaro non riscosso. Mi ritenevo fortunato, di avere un lavoro che mi permetteva di mantenere mia moglie e i quattro figli. L’odore che usciva dai forni, aveva una fragranza che si spandeva per tutto il quartiere, richiamando torme di bambini fuori dal negozio a chiedere un pezzo di pane. La fame patita permaneva ancora tra la popolazione; pochi anni erano passati dalla fine della guerra. Cominciai a riempire le ceste con le buste del pane, sempre più numerose ogni giorno che passava. Finito, avvertii il padrone che avrei cominciato il giro e che sarei stato di ritorno dopo un paio di ore. Iniziai come il solito dalla signora Matilde, rimasta vedova del marito con tre figli ancora piccoli e la madre che viveva con lei. I pochi negozi che incontravo, risparmiati dai bombardamenti iniziavano a tirare su le serrande, altri più mattinieri avevano la merce già esposta fuori. Non era da molto che negozi di generi alimentari avevano nei loro scaffali zucchero, farina, olio e caffè. Ogni mattina rallento in prossimità del negozio di Aristide; uno dei pochi ebrei sfuggiti alla deportazione, il più fornito della zona, per vedere se ci sono nuovi arrivi, ma il mio occhio cade sempre sulle confezioni del caffè. Nonostante abbia uno stipendio, questo non mi permette di coronare il sogno di svegliarmi la mattina e bermi una tazza di caffè nero bollente, e non il solito orzo o quant’altro dentro viene aggiunto. La maggior parte delle strade sono piene di buche, e quando piove bisogna fare molta attenzione a non scivolargli dentro. Il percorso mi porta a fare una viuzza e, passandoci dentro si ha l’impressione che il tempo, lì, si sia fermato. Non si sentono urla di bimbi, donne che parlano da un balcone all’altro, uomini per la strada ad esercitare il mestiere d’artigiano o riparare a qualcosa. Il silenzio tombale che si ode, richiama alla memoria l'attesa della successiva incursione degli aerei carichi di morte. Affisso sulle case un cartello, “Pericolo di crollo. Non avvicinarsi”. Neanche gli sfollati, alla ricerca di un rifugio nelle fredde notti, rischiano di occupare case che potrebbero da un momento all’altro crollargli sulla testa. I rumori delle strade vicine non riescono a penetrare la via della morte, così nominata dalla popolazione del quartiere, evitandola come la peste. Si, perché sono ancora troppo forti, i ricordi delle persone che vi abitavano, ora sepolti nelle fosse comuni, dopo una notte d'inferno. Alla fine della via della morte, ho svoltato a destra: d'innanzi a me si apriva una grande strada alberata, il paesaggio di colpo cambiò, più numerose erano le case abitate, su alcune si vedevano alle finestre vasi di fiori colorati. Grandi palazzi si ergevano, in mezzo a una moltitudine di piccole case. Mi fermai davanti ad uno di essi, rimasto miracolosamente illeso: un vecchio palazzo di cui non saprei definirne l'epoca, con il giardino ben curato, un cane, che ringhiava dietro il cancello in ferro battuto serrato con grosse catene, attirò l'attenzione delle persone che sostavano davanti all'accesso
da: Roberto Zanettini
Uomo d'altri tempi
Clacson che starnazzano per le vie, di giorno e di notte. Sproloqui in direzione di persone, che con tranquilla calma vivono la vita. Velocità! Sembra sia l’imperativo primo, travolgendo ogni cosa, ma… per arrivare dove? L’uomo nuovo deve fare i conti con il continuo evolversi delle tecnologie, modificando comportamenti e relazioni. C’è ancora l’immagine di una società antica, dove il tempo era scansito dal passare delle stagioni, ormai relegata nell’immaginario, che ancora scorre nelle vene degli anziani, perché l’hanno realmente vissuta. Molti di loro comunque, questo nuovo modello lo subiscono ogni giorno, adeguandosi, per sopravvivere, malgrado certi valori siano rimasti inalterati nella sua essenza primordiale. Gli anziani, questi si, che possono essere un esempio dell’antico rapporto che c’era: tra l’essere umano, quello che lo circonda ed il tempo. La memoria dell’anziano deve essere di esempio per tutti quelli che hanno fatto e continuano a distruggere quell’antico ma necessario legame che ci unisce alla natura delle cose. Ci sono uomini ancora che….. Calzoni rattoppati sulle ginocchia, camicia e maglia di lana per rimanere caldo nelle fredde mattine, giaccone ormai consunto che svolge ancora bene la sua funzione, scarpe pesanti da non far passare il gelo della terra e l’acqua delle piogge invernali. Questo e quello che indosso ogni mattina. Una grande tazza di caffè e latte con pane vecchio di giorni accanto al fuoco della stufa, la moglie che riempie le ciotole per il pranzo di mezzogiorno, una bottiglia con dentro mezzo litro di vino bianco. Come ogni mattina la mia Renault 4 stenta a partire, ogni volta la compiango e le do ragione, sono molti anni che fedelmente mi accompagna ai campi, sembra che ogni volta faccia uno sforzo a mettersi in moto, felice nel riuscirci a condividere insieme un’altra giornata. Quella mattina pioveva a dirotto, la notte stentava a lasciare spazio al giorno, le pozzanghere davanti alla casa mi costringevano a zigzagare evitando così che l’acqua raggiungesse la calotta, se ciò fosse avvenuto avrei gettato una giornata al vento d’ozio. La pioggia continuava a scendere incessantemente, i tergicristalli faticavano a spazzar via l’acqua dal vetro, la mia vista ormai calata da anni, riusciva a distinguere malamente le macchine che sopraggiungevano dalla parte opposta, ed i fari accentuavano questa difficoltà. Intanto la macchina per abitudine proseguiva lenta, nel mentre riaffioravano ricordi di un tempo ormai trascorso, rimpiangendo con commozione e il rammarico le difficoltà ogni volta di più di farli riemergere. Di colpo sentii una fitta alla testa, chiusi gli occhi dal dolore e mi apparvero come in un sogno tutte le immagini dalle mia povera ma onesta esistenza. Ero felice di riviverle così nitidamente dandomi calore e gioia mai provati prima. Lasciai che scorressero inesorabili come un fiume in piena, ed io sopra ad una zattera di legno mi lasciavo trasportare dal turbine di emozioni che scaturivano. Riaprii gli occhi e mi trovai come sbalzato in un sogno in mezzo ad un campo di grano in fiore, lo sguardo arrivava a scorgere in lontananza una casetta sul colle, con a fianco una grossa quercia che l’ombreggiava completamente al tramontare del sole. Dalla parte opposta c’erano campi coltivati di avena, altri ancora con giovani viti e sulla sinistra un campo a perdita d’occhio di colore violetto, un profumo di lavanda, portato dal vento inondava le mie narici. Stupito rimasi a contemplare un mondo che esiste ormai nella memoria dell’uomo antico, o in piccole isole terrestri difficili da raggiungere. Mi domandai se stessi sognando, e se ciò fosse vero, voleva dire che mi ero addormentato al volante della macchina. Mi agitai e tentai di pizzicarmi per ritornare alla guida dell'auto, sperando che nulla fosse successo. Gli sforzi che facevo per ritornare alla realtà sembravano vani, anzi, sentivo qualcosa che mi spingeva a camminare verso la casetta sul colle. Mi venne il dubbio che stessi ancora dormendo nel mio letto, che avessi sognato di vestirmi, di fare colazione, di prendere la macchina ed evitare le buche d’acqua. Questo pensiero mi tranquillizzò così tanto, da cominciare a camminare verso la casetta sul colle, con una felicità infantile di raggiungere il sogno della mia vita. ULTIME NOTIZIE: alle 05.30 di oggi sulla strada statale Aurelia, un’auto di grossa cilindrata andava a tamponare una Renault 4 con alla guida un uomo dall’apparente età di 70 anni, non ancora identificato, sbalzandolo fuori dall’auto, facendolo finire sul prato, faccia a terra. Gli inquirenti confermano che il vecchio è morto all’istante, riscontrando un viso stranamente rilassato una volta girato, e un sorriso traspariva dalla bocca semi aperta coperta dal fango. Illeso il conducente dell’altra auto. Subito interrogato, aveva affermato che il vecchio camminava a bassa velocità e lui scorgendolo solo all’ultimo, non aveva fatto in tempo ad evitarlo. Il conducente è stato rilasci
da: Roberto Zanettini
Mi affacciai sulla porta della camera da letto
Mi affacciai sulla porta della camera da letto, lei era li, distesa di lato sotto il piumone, sembrava galleggiare in un oceano di colore blu intenso. La spalla sinistra sporgeva completamente ed il braccio si piegava con la mano che sfiorava il candido viso. Gli occhi con nere sopracciglia marcate ancora chiusi. Si era riaddormenta nel tempo di una doccia. Rimasi a guardarla appoggiato allo stipite della porta, colpito dalla bellezza che la figura emanava ai miei occhi, accovacciata sotto il piumone. Immaginai il corpo nudo al contatto con le calde lenzuola. S’intravedeva la linea della gamba che saliva verso il sedere dando forma al blu del tessuto, sembrava una collina ergersi da una pianura verdeggiante. Poi c’era la discesa che segnava i fianchi per poi risalire fino alla spalla scoperta. La pelle era lucida, o così sembrava dalla fievole luce mattutina che passava attraverso le fessure delle persiane. La spalla sviluppata da sembrare quella di un uomo, contrastava fortemente nel colore con il tessuto. Sembra di vedere un’immagine di Gauguin, con la differenza che lei era quasi del tutto coperta. Rimasi a fissarla che dormiva, ancora un po’. D’un tratto mi ricordai che dietro di me, sulla libreria, c’era la macchina fotografica appoggiata qualche giorno prima e non più rimessa a posto. La pre-si tentando di non far rumore, tolsi il copri obbiettivo e mi avvicinai con i piedi nudi al letto, sperando in cuor mio che non si svegliasse. Era un’immagine che volevo non solo imprimerla nella memoria ma anche su un supporto da poterle poi mostrare. Mi avvicinai talmente tanto che quando misi l’occhio nel mirino, la situazione cambiò completamente, non avevo più punti di riferimento. Attraverso l’obbiettivo mi ritornava un’immagine di una spalla che ne copriva un terzo, il resto lo prendeva il viso. Tutto era sfocato e con lentezza girai la ghiera della messa a fuoco, per rendere nitida l’immagine. Posta a fuoco, mi concentrai sulla quantità di luce da far entrare per rendere leggibile la futura immagine. Aprii completamente l’obbiettivo e abbassai i tempi fino a quando l’esposimetro non mi dette la corretta esposizione. Per fare tutto questo ci misi del tempo, perché muovevo le ghiere con la massima lentezza per far meno rumore possibile. Determinata l’esposizione posi l’attenzione sull’inquadratura. Ad un tratto si mosse scostando leggermente il piumone, facendomi arrivare alle narici gli umori del suo corpo. Rimasi un attimo a godere di quell’odore che mi rimandava il gusto di saperlo ancora nella mia mente. Non si svegliò, ma subito l’espressione del viso mi bloccò. Lo avevo a pochi centimetri da me e copriva ampiamente lo spettro del mio occhio. Ne vedevo chiaramente tutti i tratti. La fronte regolare con dei piccoli ciuffi di capelli appiccicati che formavano astratti disegni. Le nere sopracciglia che segnavano il confine della fronte con il resto del viso. Le ciglia spesse e lunghe. L’occhio sinistro non era completamente chiuso, si vedeva una sottile striscia bianca che correva per tutta la larghezza assottigliandosi ai lati. Gli zigomi pronunciati che davano rotondità al viso. Il naso prominente, distorto sia dal tipo di obbiettivo usato, dalla vicinanza e da essere visto quasi di profilo. Quell’enorme protuberanza celava la bocca. Una bocca ben disegnata, il colore vermiglio faceva risaltare ancor di più il disegno. Labbra non troppo grandi né troppo piccole, belle, che ti fanno sognare. Il mento non molto pronunciato, sporgeva dall’avvallamento sotto la bocca, proseguendo con il collo coperto come l’orecchio sinistro da foltissimi capelli neri. Mi concentrai sull’inquadratura, sapevo che da un momento all’altro si sarebbe svegliata. Per quanti sforzi facessi il naso risultava sempre preminente. Trovai quella che meno lo evidenziasse, mettendo tutti gli elementi in equilibrio. Spinsi il pulsante dello scatto, il rumore fece si che dopo pochi attimi lei aprì lentamente gli occhi, mi sorrise con lo sguardo facendolo seguire da un bacio con il movimento della bocca.
da: roberto zanettini
Al primo sparo scomparve la luce
Al primo sparo scomparve la luce Il parcheggio di Lampugnano quel giorno era particolarmente triste e grigio. Giungevano quasi timorose le prime macchine in vista della partita. Avrebbe giocato l’Inter Lui sapeva che questa era l’ultima consegna, l’ultima delle sei consegne previste e ciò lo rendeva meno teso. Sei consegne: sei viaggi Genova-Milano ; la prima e la quarta domenica del mese, da settembre a novembre. L’avvocato era stato chiaro: “posso farti riavere la patente” aveva detto “ma sono costretto a chiederti un piccolo favore”. Sei viaggi. Del resto la patente per Lui era importante e giocarsela per sei mesi a causa di una fumatina con gli amici non era un gran successo. Come le altre volte, anche quella mattina era passato a ritirare la ventiquattrore dallo Smilzo al bar della Stazione alle sette e tre quarti. La prassi prevedeva una sosta per il caffè con lo Smilzo (cosi aveva detto di chiamarsi quel ragazzo intorno alla quarantina, elegante, magro, con la faccia da chi non è mai a suo agio) e una sosta in autostrada nei pressi di Tortona, per la colazione. Appuntamento al parcheggio di Lampugnano, Milano, tra le nove e trenta e le dieci. Anche oggi sarebbe arrivata un’Audi nera da cui sarebbe sceso un signore di mezza età abbronzato, con i capelli un po’ grigi, lievemente appesantito;il signore si sarebbe avvicinato chiedendo “Come va?” La risposta doveva essere: “Medio” A quel punto avveniva lo scambio In realtà Lui non aveva mai saputo la natura del contenuto della ventiquattrore consegnata o della valigia che avrebbe riportato a Genova. Non lo sapeva, ma qualche dubbio l’aveva avuto. E a dire il vero aveva anche pensato di fare il furbo un paio di volte ma poi l’avvocato non avrebbe gradito; soprattutto era intimorito dal signore milanese, con quel suo sorriso al tempo stesso rassicurante e diabolico. E poi pensava alla sua Giada Lei non immaginava che il Suo uomo fosse un filtro per traffici “speciali” e sicuramente non avrebbe approvato. Lei, la paladina dei deboli, la Sua Giada. In quelle domeniche non era stato semplice tranquillizzarla: qualche straordinario, un paio di amici da portare in aeroporto, il Capo che rompeva i coglioni, un’improvvisa visita di uno zio argentino,due tornei di biliardo in Lombardia…. Lei si lamentava un po’ ma poi Lui riusciva a calmare le acque con piccole promesse e coccole. Oggi sarebbero andati allo stadio. A Giada piaceva andare allo stadio, specialmente quando giocava il Genoa. E oggi avrebbe giocato il Genoa. La prima volta che Giada vide la gradinata nord prima di un match importante pianse per la commozione, proprio come i bambini. Forse un giorno Giada sarebbe diventata sua moglie: ma per avere una famiglia servono i soldi e per avere soldi bisogna lavorare e per lavorare Lui aveva bisogno della patente. A tutto questo pensava mentre guardava l’orologio: 9e 35. Alla radio i Depeche Mode. Novembre era il mese dell’anno che più lo rattristava; o forse, a pensarci bene, gennaio era anche peggio. A Genova almeno, anche a novembre e a gennaio il sole scalda le giornate e verso mezzogiorno puoi rimanere in maglione in riva al mare. Sempre che non ci sia vento…… 9.40. Ecco la macchina. Come la prima volta e come ogni volta, alla visione di quella Audi scura sentì un brivido di freddo lungo la schiena e incominciò a respirare con un certo affanno. La macchina si affiancò, come da accordi. Riconobbe il signore di mezza età. Sembrava più sorridente del solito. Il signore si avvicinò al finestrino. Certo che quei guanti neri incutevano un certo timore reverenziale. “Come va?” “Medio” ma non era affatto vero. A questo punto il signore doveva risalire in macchina e prendere la valigetta prima di ritirare la ventiquattrore. Ma fece una mossa diversa. Mise la mano all’interno della giacca e rivolse un sorriso a metà strada tra lo sprezzante e il dispiaciuto. Ogni gioco ha i suoi rischi. E in ogni gioco ci sono un vincitore e un perdente. Al primo sparo scomparve la luce. Colonna sonora: Brown Sugar. Rolling Stones.
da: freccia
Cronache finniche
Tra i fumi delle paludi il vapore del respiro del fuggiasco Mika in una notte umida della Finlandia del 930 d.C.Mika si stringe nel mantello di lana imbevuto di rugiada mentre guarda nell'oscurità dietro di sè per scorgere gli inseguitori,e per questo inciampa in una pietra miliare sulla quale è scritto:Virrat.Era tornato nel villaggio di Virrat dove era nato,e essendoci capitato senza volere si insospettì del proprio destino che avrebbe riservato condizioni nefaste a lui,Mika il ladro e ora fuggiasco.Infatti al buio Mika dinanzi a sè vide due occhi illuminati di rosso:erano il segno di Ragnarok,il signore della fine dei tempi.Quando era bambino sentiva gli abitanti di Virrat parlare della profezia che trasmetteva:-Arriverà un principe con una voglia di drago sulla guancia che sconfiggerà Ragnarok usando se stesso!-.Ma Mika il ladro già sapeva che la profezia era eredità di colui al quale la profezia ci teneva,ossia il giovane campione Altagir che la profezia aveva eletto marchiandolo sulla guancia con la voglia a forma di drago.Così Altagir fin da infante era ben nutrito,rispettato,e prendeva i doni concreti destinati a lui,il pupillo della profezia che guardava alla sostanza delle cose visto che le cose gli erano dovute.Ma Mika ora si era avvicinato ai due occhi luminosi di rosso e riconobbe Altagir senza vita,la voglia di drago sulla guancia infossata bucata nel teschio di un corpo in decomposizione:le mani ossute di Altagir tenevano l'elsa della spada conficcata nel suo stesso petto con la lama a fuoriuscire dalla schiena:Altagir si era trafitto da solo e i suoi occhi luminosi mostravano il cadavere come un segno della vittoria di Ragnarok sul predestinato.Mika pensava al suo essere ladro e quindi non guardava alla sostanza sicura di una coltivazione,di uno scambio commerciale,insomma di una vita regolare e sicura;ma da ladro Mika guardava l'ombra che presagiva l'inseguitore,lo starnazzare di oche per l'arrivo di una insidia,quindi tracce,segni premonitori senza sostanza poichè Mika guardava alle apparenze,immagini che non erano pericolose ma che allarmavano per un pericolo imminente da fuggire.La profezia diceva:-Usa te stesso!-ma Mika capì che avrebbe usato l'apparenza,l'immagine di se stesso:questo è il primo punto fermo.Poi sul collo scheletrico del cadavere dell'eletto Altagir riconobbe un talismano gemello all'altro talismano che lui,Mika,aveva appena rubato.Mika interrogò il proprio talismano sul da farsi contro Ragnarok,ma il talismano incise sulla terra fradicia la parola:-Trafiggiti!-.Mika capì che il suo talismano rubato,e non donato a un eletto,poichè rubato il talismano sfogava il suo odio per Mika influenzato dal talismano gemello di Altagir che durante la lotta di Altagir con Ragnarok, all'eletto della profezia il talismano con orgoglio doveva sicuramente avergli detto:-Ragnarok è aderente alla tua schiena!-e così l'eletto Altagir si era trafitto trapassandosi dal petto alla schiena,lama che esce dalla schiena per uccidere Ragnarok aderente alla sua schiena stessa:Altagir come diceva la profezia aveva usato se stesso per uccidere Ragnarok che il suo talismano presentava aderente alla schiena del predestinato.Il concreto Altagir si era sacrificato e Ragnarok aveva vinto!Così Mika il ladro gettò il suo talismano rubato al fianco del talismano gemello di Altagir,e tornò al suo punto fermo:usa l'immagine di te stesso!dopodichè estrasse la lama dal petto di Altagir,vide se stesso riflesso su un lastrone di ghiaccio e vi proiettò la lama a trapassare l'immagine di Mika sul ghiaccio,lama che passò da parte a parte il lastrone mentre sull'immagine specchiata di Mika,sulle spalle si materializzarono due mani uncinate sotto fauci sbavanti a due occhi luminosi,e si materializzarono per dissolversi nell'urlo di Ragnarok trafitto che veniva spedito nel regno delle ombre per sempre.Mika non osò toccarsi le spalle poichè dietro di lui non c'era nessuno,solo dietro la sua immagine trafitta sul lastrone di ghiaccio c'era stato Ragnarok ora morto di lama che poteva stare solo sulla schiena di una immagine riflessa poichè il male non affronta mai di petto gli eroi.Ma Mika sentì l'ululo del lupo alla luna,i suoi inseguitori erano vicini,e Mika il ladro,dopo aver annientato Ragnarok,Mika abbandonò il villaggio di Virrat risucchiato dalle nebbie nella notte di Finlandia.
da: Salvatore Lèvanto
UN PERSONAGGIO PER OGNI FERMATA
Da piccolo sognava di fare il navigante Erano i racconti di Salgari, le favole dei nonni e i film sui pirati a rendere fervida l’immaginazione e a proiettarlo in un mondo fantastico, fatto di mostri marini, oceani, spiagge incantevoli e incontri avventurosi. Spesso di inverno andava al molo a vedere le onde infrangersi alle prime luci dell’alba, mentre tutti in casa dormivano e il paese iniziava a risvegliarsi Quando era fortunato poteva incontrare anche i pescatori e ascoltare le loro storie in dialetto E poi via, di corsa a casa, prima del risveglio di mamma e papà. La nonna, l’unica che aveva conosciuto, avrebbe voluto che diventasse un oculista; nonno Beppe lo sognava ufficiale della Marina, nonno Enrico gli ripeteva sempre di “imparare un mestiere”, mamma e papà scherzavano sulla sua fantasia (un giornalista, uno scrittore, un gallerista…) Ma lui voleva andare oltre le aspettative E poi scopri’ il treno, meraviglioso mezzo con cui viaggiare e scoprire nuovi orizzonti. Le prime volte fantasticava sui vicini di carrozza: il mestiere del signore con i baffi, il passato di quella vecchietta, i pensieri di quella ragazza da sogno Oppure si domandava vita e segreti dei luoghi in cui transitava: immaginava gli interni delle case, l’attività delle fattorie, gli inverni dei posti di mare e le estati dei posti di montagna Chissà chi vive in quella villetta, chissà dove si sta recando quel ragazzo in motorino, chissà da dove provengono i genitori del controllore… E intanto cresceva, terminava gli studi, ampliava le conoscenze della vita, le esperienze di amicizia e di amore Scelse studi classici, un mestiere di insegnante e una moglie straniera, laureata in filosofia. Era soddisfatto della propria esistenza e continuava a viaggiare in treno, a volte per necessità, altre per semplice diletto. E iniziò a inventare storie su se stesso Parlando con i vicini di carrozza si descriveva ora professore di filosofia, ora ingegnere, ora musicista, ora maestro di tennis, ora imprenditore, ora biologo… E la sua famiglia proveniva dalla Francia, dagli USA, dal nord o sud Italia a seconda delle occasioni. I suoi nomi ovviamente variavano di continuo e faceva bene attenzione a non confondersi nel caso di incontri ripetuti Solo una volta non riconobbe una signora che, giunta a destinazione gli sussurrò all’orecchio “ti preferivo pianista di piano bar, come la scorsa settimana” Lui sorrise e riprese a parlare con i vicini di come era difficile diventare accordatore di pianoforti. Per entrare nei personaggi si preparava con meticolosità studiando la parte, il tono della voce e l’abbigliamento Ed era diretto a una festa di laurea , a un funerale, alla nascita di una nipote, all’aeroporto per uno stage all’estero Lo ritrovarono disorientato e sprovvisto di documenti in un fosso nei pressi della stazione di un paesino di campagna E quando gli domandarono come si sentisse rispose: “oltre ogni aspettativa ”
da: FRECCIA
Cronache dalla Toscana
Toscana dell'anno 1502 nell'Italia rinascimentale dove Leonardo da Vinci sale gli scalini per entrare nello studio di Michelangelo Buonarroti.Il maestro Leonardo invita Michelangelo a scolpire una statua,mentre Leonardo dipinge su un piccolo pannello di legno.Dopo un po' Michelangelo proferisce:-Leonardo,ho finito di scolpire il Mosè!-.Anche Leonardo aveva finito di dipingere la sua Gioconda,dopodichè Leonardo prende i cocci di marmo al suolo resti della statua e proclama:-O spiriti del passato morti nel remoto a testimoniare il presente,questi cocci di marmo sono le tracce lasciate dalla statua che non cammina,mentre il mio dipinto mostra paesaggi che non si possono percorrere.Spiriti,rivelatemi il tempo tra i paradossi delle due opere d'arte!-.Così tra statua e dipinto compare una bacinella d'acqua posata al suolo dalla quale bacinella gocciolano gocce verso l'alto a scandire lo scorrere del tempo esumato dalla formula di Leonardo.Michelangelo interviene:-Leonardo,se vuoi il segreto dell'eterna giovinezza non devi ottenere una porzione di tempo da vedere,ma devi fermare il tempo,e quindi fermare il gocciolare della visione!-e Leonardo risponde:-Certo,ma aspetto un ospite indesiderato-e a quelle parole,tra statua e dipinto,dietro la bacinella che gocciolava verso l'alto che mostrava il tempo nel suo scorrere pure ingabbiato da Leonardo con la sua formula,da dietro la bacinella comparve un saio nero a tenere nel cupo cappuccio il teschio della Morte,la quale Morte esclama:-Tu Leonardo che ti spingi laddove nessun altro osa,ora che hai esumato,estratto dalla realtà lo scorrere del tempo nel gocciolare in alto della bacinella a terra,tu che hai scandalizzato il creato con questa tua provocazione,trova ora la soluzione al quesito dell'eterna giovinezza o io,la Morte,ti porterò via con me!-.Michelangelo si ripete:-Leonardo,abbiamo estratto lo scorrere del tempo,ma come possiamo fermare il tempo per rispondere al segreto dell'eterna giovinezza?-.Prese allora a parlare la statua del Mosè:-Io prima ero un blocco di marmo,e ora ho una figura da ammirare e labbra per parlare.Prima ero materia,poi sono divenuto io,c'è stato dunque il "prima" e il "poi",ossia il tempo che mi ha creato-.Interviene il dipinto della Gioconda:-O Leonardo,lascia questa tua folle impresa di fermare il tempo;lo vedi che tra me dipinta e la statua del Mosè gocciola la bacinella al trascorrere del tempo,ma se pure congiungi il mio pannello dipinto al naso della scultura schiacciando la bacinella siamo sempre due,dipinto e scultura,due come il "prima" e il "poi" che sono sempre lo scorrere del tempo,prima il dipinto e poi la statua anche se appiccicati a schiacciare nel niente la bacinella e il gocciolare del tempo-.Allora la Morte da sotto il mantello nero sfoderò la falce e disse:-Ora Leonardo ti prendo poichè non c'è risposta al "prima" e al "poi",ossia allo scorrere del tempo che non si può fermare per avere l'eterna giovinezza!-e Leonardo in tono di sfida avvicina lo sguardo alle orbite della Morte e dice:-Lì fuori ci sono nuvole che sembrano pecorelle-e la Morte:-A me non sembrano pecorelle-e Leonardo:-Certo,per taluni una cosa esiste e per altri no;"prima" esiste e "poi" non esiste;"prima" esistono le nuvole a pecorelle,e "poi" non esistono le nuvole a pecorelle e qui,o Morte,ti lancio la mia sfida:"prima" l'istante esiste,e "poi" l'istante non esiste:ci sono il "prima" e il "poi" che sono due,ma l'istante che c'è,che esiste è uno solo:il "prima" e il "poi" sono due,ma l'istante è uno(l'altro istante non esiste) e dunque il tempo si è fermato!-.A quelle parole la Morte scossa provò a indietreggiare,ma Leonardo s'infilò nella sagoma della Morte come fagocitato mentre Michelangelo osservò la trasfigurazione del maestro Leonardo...Oggi al museo del Louvre davanti al dipinto della Gioconda un giovane si prende gioco della Gioconda salutandola.Allora un vecchio professore diede dello screanzato al giovane e lo spintonò,ma il giovane Leonardo voltò le spalle alla Gioconda per andarsene poichè in fondo la Gioconda l'aveva dipinta in età inoltrata,e dunque la Gioconda era più giovane di lui.
da: Salvatore Lèvanto
Scontro di titani
Anno 2326 in un laboratorio cibernetico un robot riferisce all'intelligenza artificiale:-Gli umani hanno i super-vaccini che garantiscono loro prestazioni superiori.Il fatto è che ogni ente genetico è composto da un principio attivo che costituisce la vita,e un principio passivo che geneticamente appartiene allo stesso ceppo genetico del principio attivo,ma il principio passivo è lo scarto genetico(stessa genetica)del principio attivo.Gli scienziati umani hanno isolato il principio passivo a esempio della formica insetto che solleva un peso 70 volte il peso del corpo della formica stessa,allora gli umani si iniettano eslusivamente il principio passivo genetico della formica,tale principio passivo della formica iniettato nel corpo umano gli fa produrre gli anticorpi che uccidono le parti genetiche dell'uomo che impediscono all'uomo di avere una forza 70 volte il peso dell'uomo:ma all'uomo non cresceranno le antenne della formica poichè il super-vaccino estratto dallo scarto genetico della formica agisce solo sui principi fisici(ossia della scienza fisica)come volume,densità,forza,viscosità eccetera:tali caratteristiche fisiche col super-vaccino possono solo aumentare poichè l'uomo non si ridurrà al volume di una formica in quanto il principio attivo genetico umano pone dei limiti inferiori a volume,densità,forza eccetera,limiti inferiori che non possono essere sfondati.Così con il principio passivo del rinoceronte iniettato l'uomo prende il volume del rinoceronte ma l'uomo resterà sui due piedi senza corni sul naso.Il super-vaccino va sempre fatto poichè i neonati umani saranno normali,pure se figli di super-vaccinati con prestazioni sovrannaturali,mentre l'orologio genetico,ossia la durata massima della vita di ogni individuo resterà la medesima-.Intanto,a molte miglia da lì,nel laboratorio degli uomini,uno scienziato riferisce:-L'intelligenza artificiale contro la quale combattiamo è nata poichè nella programmazione del computer c'è il programma vero e un programma fantasma che appartiene al programma vero,ma tra vero e fantasma ci sono dei confini.Allora con un virus informatico si attacca solo il programma fantasma che va in tilt,fantasma in tilt che moltiplica le frontiere col programma vero,e al vero aumentando le frontiere aumentano gli spessori delle capacità facendolo diventare una intelligenza artificiale-.Così uomini col volume di elefanti(sembianze solo umane)fronteggiano gli automi diretti dalla intelligenza artificiale in uno scontro di titani.-------------------------PS:Questo racconto è un invito agli scienziati per sperimentare due mie intuizioni:il super-vaccino per dare maggiori prestazioni agli uomini e l'intelligenza artificiale del computer,entrambe le intuizioni come descritte in questo racconto.
da: Salvatore Lèvanto
IL VECCHIO PIETRO
IL VECCHIO PIETRO «Giovanni, Giovanni! Non ne posso più! Si deve pur vedere cosa ha da farsi! È da stamattina che giro per casa come una matta». «Sii buona, Concetta, cerca di capire; non è poi così difficile, sai? Sei tu che vuoi farne un dramma per sbarazzartene; pensaci un po’,» continuò Giovanni «non è un soprammobile, sai? Che devo fare? Dimmelo! Ricorda che alla fine si diventa tutti vecchi… e allora?». Era da qualche tempo, oramai, che quella storia si trascinava; spesso erano dovuti intervenire i vicini per sedare le liti tra i due. Giovanni, buonuomo, tutto casa e lavoro, tornando a casa, dopo il duro lavoro nei campi, doveva sempre vedersela con la moglie Concetta, la quale, per la sua agiata provenienza, abituata nella casa paterna alla servitù e beni d’ogni genere, le veniva difficile ora avere a che fare con il vecchio Pietro che, per la sua veneranda età e gli acciacchi ereditati dalla dura vita campestre, era costretto a stare quasi sempre seduto e quindi a dover chiedere, ogni qualvolta ne aveva bisogno, aiuto alla nuora. Una situazione che per Concetta era divenuta pesante; tanto che spesso rimproverava il marito di non darle ascolto, quando gli suggeriva di portare suo padre all’“Ospizio”. «Questa, dove abitiamo, è la casa che s’è costruita mio padre con grandi sacrifici!» continuava a ripetere il marito. «Egli ha qui dentro tutti i suoi ricordi! Lo capisci o no? Come faccio a toglierlo da qui? Come posso portarlo in un posto dove sicuramente soffrirebbe di più nel vedersi abbandonato, dopo ciò che ha fatto per i figli?». Sette figli, e tutti emigrati per l’Italia in cerca di lavoro; qualcuno s’era già impiantato con la propria famiglia in una di quelle città, e Gianni, terzogenito, avendo trovato lavoro a Belmonte Mezzagno, paese natìo della famiglia, era rimasto ad abitare nella casa paterna, dove già da anni, morta la moglie, il papà viveva da solo. La storia continuava a trascinarsi da lungo tempo; erano già venuti al mondo Pietro e Vincenzino. Pietro, non appena il nonno apriva bocca, subito gli era accanto. «Cosa vuoi, nonno? Come stai?». «Ho solo dato un colpo di tosse, caro il mio Pietro; su, giacché sei qui siediti, voglio raccontarti una storia. Devi sapere che tantissimi anni fa, quando la fame e la miseria abitavano quasi tutte le case del nostro piccolo paese…». «Ancora con le favole! E i compiti?» interveniva Concetta, inviperita. «Su, vieni a studiare, se non vuoi diventar somaro», quasi che essa non digerisse nemmeno i racconti narrati dal vecchio al piccolo Pietro. «Ma, mamma!». «Niente mamma!» continuava la donna, borbottando sottovoce frasi verso il vecchio che, a causa della sopraggiunta cecità, non riusciva a scorgere la nuora e a capire quanto essa mugugnasse. Il tempo passava, i piccoli cominciavano a farsi adulti; e per il vecchio Pietro gli anni diventavano sempre più pesanti. I diverbi tra marito e moglie, anziché cessare, crescevano sempre più, tanto che il marito, per evitare che i figli continuassero a sentire le lamentele, si convinse a portare il padre in quella casa per anziani: l’“Ospizio”. E così, un giorno e di buon mattino, mentre i figli e la moglie dormivano, si mise in spalle il povero padre e iniziò a percorrere la strada per Palermo. Non esistevano mezzi di trasporto a quei tempi. Lungo la strada… o, meglio, il viottolo che sale per la scorciatoia che da Belmonte porta alla città, vi era, e c’è tuttora, uno spiazzo, un grandissimo spiazzo con un’enorme quercia dove ancora oggi nidifica l’usignolo, e al centro una piccola sorgente, “’a Giarritedda”. Giovanni, stanco e sudato, si fermò per riposare e bere un po’ d’acqua; adagiò suo padre su una grossa pietra accanto alla sorgente ed emise un rantoloso sospiro: «Ah!». Il vecchio Pietro d’un colpo capì quanto stava avvenendo e disse al figliolo: «Eh, figlio mio, anch’io ebbi a tirare un rantoloso sospiro, quando adagiai qui mio padre, proprio in questo posto, dove ora tu hai adagiato me, mentre lo portavo all’“Ospizio”». Giovanni rimase impietrito a guardare suo padre, e capì quanto egli aveva detto e il significato di quelle parole; si rimise il padre sulle spalle e, anziché dirigersi verso Palermo, fece la via del ritorno. Pensava e ripensava, lungo la strada, a quelle parole dette da Pietro: «Anch’io sedetti mio padre e tirai un rantoloso sospiro, in questo posto, dove tu ora hai adagiato me». Quelle parole pesavano più di quanto egli portasse sulle spalle. «E mio figlio?» pensò. «Mio figlio, quindi… avrebbe dovuto un giorno non tanto lontano… per questa strada…». Era orribile quanto pensava; ma era pur vero che, per accontentare le isteriche voglie di sua moglie… li avrebbe educati… «Certo! La moglie!» continuò a pensare. «Aspetta che torno a casa e sentirai cosa ho da dirti!». «Parli con me, Giovanni?» fece Pietro, mentre il sole cominciava a sciogliere la rugiada mattutina e l’usignolo a riprendere il suo soave verso. Rocco
da: Rocco Chinnici
Ipocrisia in bianco e nero
Suonano le sirene di una guerra lontano da me. Io sono qui a bere il mio terzo gin, ma sono triste. Stanno scrivendo la storia ma io non so nemmeno quale sia la verità. La gente qui è felice, ma non sa, guardano ogni tanto il telegiornale e ormai sono abituati a vedere gente mutilate, forse pensano che sia l’ultimo film prodotto dalla fabbrica di droghe visive che è Holliwood. Io mi sento scosso e impotente d’innanzi ad una guerra che io non ho mai vissuto sulla mia pelle, ma solo tramite gli occhi, gli occhi di un cameraman con una musica di sottofondo tanto per rendere l’atmosfera più cupa. Non mi tremano le gambe sentendo il numero di vittime civili, per me, per noi sono solo numeri, forse all’inizio della seconda guerra del golfo mi facevano impressione quei numeri, ma ora sono assuefatto. Quando sento cento morti per un attentato, sessanta feriti e così via, ormai è routine, come lo è anche la paura di un attentato a casa nostra. Ho pianto per Londra, come pure per New York, ma la cosa che più mi spaventa è questo senso di precarietà nelle nostre vite, basta che un folle si riempia di esplosivo, vada in metrò e ciao ciao. Io odio tutto ciò, forse per questo mi nascondo dietro questo gin e a questo falso sorriso, o forse è solo perché non so in realtà cosa sta accadendo dietro le linee nemiche. Se sto in silenzio le sirene le sento veramente, forse è il ricordo dei miei avi di una guerra che avevano già vissuto, e che conoscono, sanno che odio porta solo altro odio, e sangue chiama sangue. Io credo nell’evoluzione, ma ho come l’impressione che nel nostro caso qualcosa non abbia funzionato. Sento un brivido, è il freddo, a sì, è inverno quasi me ne dimenticavo. Esco dal pub, sorrido, perché so che una volta che arrivo a casa, chiudo la porta, e so per certo che se non accendo la televisione la guerra sarà ancor più lontana, anzi non ci sarà per niente. Ipocrita? No questo è adattamento, per sopravvivere, per non capire che sulle decisione del mondo conto come il due di picche e che su un libro di storia non ci sarà mai il mio nome, ma soprattutto chi racconterà la storia? Su cosa si baseranno? Sugli scritti degli americani o di quelli degli arabi? Arrivo a casa e non resisto, accendo la televisione, ciak si gira, la guerra comincia, cominciano ad ingigantire i fatti ed a ometterne altri, prendo i pop corn e ascolto. Mi chiedo se mai ci sarà pace in tutto il mondo, poi capisco che pace è una parola che esiste solo sui dizionari, così, mi accontento di sperare di non vedere mai una guerra se non che in televisione, senza sapere che odore ha la guerra. Vorrei poter girare il sole e farvi vedere che siamo un mondo triste in bianco e nero, ma nemmeno io ci crederei, infondo io credo solo a quello che vedo, e quindi quello che c’è al telegiornale, e finchè loro non ci diranno che siamo un film già visto io continuerò a pensarci un mondo felice con una guerra lontana.
da: Bruno B
Carnevale a Napoli(seconda parte)
(continua)E Pulcinella:-E qui sta l'inganno,caro governatore:il popolo non vi dichiara che siete pazzo per non scoprirsi nel movente di nascondere i soldi al governo:il popolo non dice a voi governatore che siete pazzo,che governate in modo pazzo così a voi governatore non viene in mente che per non affidare le tasse a un pazzo il popolo i soldi li nasconde!-.E il governatore:-Allora per non sembrare pazzo(per il quale motivo il popolo nasconde il denaro)devo rivelare la ragione dei segreti di Stato che non saranno più segreti-.E Pulcinella:-Se rivelerete i segreti di Stato non avrete diritto sui tesori nascosti e segreti del popolo:infatti è ragionevole che il segreto abbia giurisdizione sul segreto:voi mantenete i ragionevoli segreti di Stato,li mantenete segreti per amministrare i soldi nascosti e segreti del popolo-.E il governatore:-Perdiana,è così:io governatore ho diritto e giurisdizione sui soldi nascosti del popolo:che cifra può essere?-.Pulcinella rispose:-Siccome il popolo nasconde i soldi,è ovvio che non dichiarerà mai l'ammontare nascosto pertanto voi staccate assegni sui soldi nascosti dal popolo,e se tali assegni superano l'ammontare del denaro nascosto,la differenza la pagherà il popolo stesso senza protestare:si ricorda che il popolo vuole tenere nascosto il denaro e quindi se non lo dichiara,non si può neppure lamentare di averlo perso altrimenti dovrebbe dare delle spiegazioni:al tacito assenso del popolo,alla sua omertà lei governatore sui soldi nascosti può staccare assegni per qualsiasi cifra!-.Il governatore così esaltato fa una lettera di raccomandazioni a Pulcinella per rivolgersi al giudice,dopodichè il governatore chiede di essere lasciato solo per staccare assegni su fondi non identificati,ossia come un matto il governatore emette assegni a vuoto.Pulcinella,con lo stomaco che brontola ancora per la fame,va così dal giudice,giudice che fa una smorfia e gli dice:-Caro Pulcinella attento,poichè io giudice prevedo tutti i pericoli!-.Pulcinella dichiara:-Caro giudice,se lei nel suo cammino prevede i pericoli,fa un invito ai delinquenti che vi seguono come un'ombra per scansare i pericoli che ha appena scansato lei,grazie a lei la fanno franca i delinquenti che seguono lei giudice che dovrebbe invece condannare quei delinquenti che la usano come paravento per farla franca-.E il giudice:-E già,se io giudice evito i pericoli,li eviteranno pure i delinquenti che mi seguono,e se un delinquente non incappa in pericoli o trappole,come faccio a arrestarli?Ci sono!La giustizia è armata solo per chi sta davanti a me,e dunque non mi segue,ma io seguo lui come un cacciatore sulle tracce della preda,preda che come incappa in un gruppo di poliziotti,come incappa in una trappola poichè è davanti a me,io da giudice lo posso condannare.Ti voglio fregare,Pulcinella.Tu starai davanti a me.Ti eleggo procuratore dello Stato!-.Allora Pulcinella affamato chiese della mensa del procuratore,e i maggiordomi lo portarono in sala da pranzo.Pulcinella alzava in alto con un pugno degli spaghetti che ricadevano sulla sua bocca aperta all'insù,quando un maggiordomo lo interruppe dicendogli:-Procuratore Pulcinella,lei è richiesto dal giudice per un affare compromettente!-.Pulcinella sapendo che il primo incappa nei pericoli e il secondo li evita,Pulcinella risponde:-In guerra avanzano prima i soldati semplici,poi gli ufficiali:dunque il caso compromettente si passi prima alla responsabilità del giudice,poi io da procuratore giudicherò o il caso compromettente o il giudice che si è fatto scoppiare il caso compromettente tra le mani restandone coinvolto:e ora lasciatemi pranzare!-e Pulcinella visse procuratore,senza responsabilità e contento nella Napoli del 1700.-------------------------------PS:Per me quest'anno la capitale morale del carnevale è la città di Napoli:i napoletani non devono cambiare nulla della loro personalità arguta,sagace e altruista che farà uscire Napoli dalla crisi che la attanaglia.
da: Salvatore Lèvanto
Carnevale a Napoli(prima parte)
Tra le case bianche di Napoli,in Italia nell'anno 1786,tra le vie sterrate piene di rifiuti di locande e osterie si fa largo Pulcinella coi suoi vestiti di tela bianchi e uno stomaco che rumoreggia per la fame,Pulcinella cerca lavoro presso il barone della zona.I servitori del barone sorridono nel vedere avvicinarsi Pulcinella,e alla domanda di Pulcinella se c'è lavoro per sfamarsi,i servi del barone gli rispondono:-Caro Pulcinella,il barone non ti prenderà mai a lavorare per lui dopo che tu,Pulcinella,hai venduto al barone delle piante carnivore vegetariane che in definitiva sono piante comuni-.A quelle parole,con lo stomaco che brontola,Pulcinella su tutte le furie decide di andare a lamentarsi dal commissario della polizia del re.Il commissario riceve Pulcinella,e il commissario dice:-Attento Pulcinella,che io guardo ai fatti concreti e non all'immaginazione da poeti:a esempio mio padre è defunto,e io commissario concreto so di non poter parlare coi defunti!-.Allora Pulcinella allarga le braccia e con occhi spiritati proferisce:-Caro commissario,se non si può parlare coi defunti,io Pulcinella posso lasciare una lettera indirizzata al vostro padre defunto,ma siccome è da concreti non parlare coi defunti,la mia lettera al vostro padre morto sarà senza firma!-.Esaltato il commissario incalza:-E' vero,una lettera senza firma non si sa da dove viene,e mio padre defunto non si sa dove sia andato!-.E Pulcinella:-Certo,commissario,tutti leggeranno la lettera,sanno che è indirizzata a vostro padre,tutti a Napoli cercano vostro padre che diventa introvabile,tutti parleranno per le vie di Napoli di vostro padre che si è nascosto chissà dove,e sugli elogi del padre voi commissario che siete suo figlio sarete la persona più in vista di Napoli,persona omaggiata da tutti per quel diavolaccio di vostro padre che non si trova!-.Allora al commissario uscì una lacrima e disse commosso:-Anche se defunto,mio padre sarà sulla bocca di tutti e chissà quanti diranno pure di averlo visto restando tale padre introvabile,e io commissario degno figlio suo sarò l'invidia del re.Pulcinella,per ringraziarti ti farò una lettera di raccomandazioni per il governatore-.Così Pulcinella lascia il commissario pieno di sè per un padre morto da tempo e si dirige dal governatore.Il governatore squadra con un'occhiataccia Pulcinella,dopodichè il governatore proferisce:-Caro Pulcinella,io governatore per giudicare mi baso sui principi della ragione e non sui pettegolezzi alla moda del popolo!-.Allora Pulcinella risponde:-Caro governatore,principi di ragione,o meglio sono ragionevoli i vostri segreti di Stato che non possono essere rivelati ai pettegolezzi della gente:ma se la ragione è segreta e nascosta,dinanzi alla gente sarete dunque senza ragione,ossia governerete come un pazzo!-.E il governatore:-Se governassi come un pazzo in quanto nascondo la ragione nei segreti di Stato,per pazzo che posso sembrare il popolo me lo direbbe in faccia!-.(continua)
da: Salvatore Lèvanto
Storia (purtroppo) vera
Oggi è Domenica 07 Maggio 2006. Questa mattina il tempo sembra molto incerto ma col passare delle ore, evviva ecco che il sole appare. Sono Le ore 12.45 e decido di fare la mia solita corsa sul lungomare di Ostia. Mi accontento di strappare alle mie gambe solo sei chilometri in quanto reduce da ben sedici punti di sutura alla caviglia, retaggio di una brutta caduta in montagna, sul ghiaccio, sempre in allenamento da Jogging. Fa caldo e la caviglia a modo suo “protesta” un pochino…rallentando di colpo la mia corsa. Decido allora di fermarmi al terzo chilometro (partendo da casa mia) per riprendere un pochino fiato. Mi trovo quindi davanti lo Stabilimento balneare “Le Dune “. Esausto, decido di sedermi un pochino per recuperare e sollevare qualche secondo la gamba sinistra che ora “protesta vivacemente". Dopo neanche dieci secondi mi sento “bussare” alla spalla. Un giovane inserviente dello stabilimento mi chiede: “Signore, Lei fa parte del Club” ? ( o qualcosa del genere) Rispondo, di “no, perché ?…Quale Club ?” “Perché lei non può sedersi qui ! ( preciso e perentorio.) Guardate che sono seduto sulle comuni scale di accesso allo stabilimento distanti meno di due millimetri dal marciapiede. “Si alzi e vada via per cortesia, “aggiunge il ragazzo. Non mi va di protestare e mi alzo quindi sotto lo sguardo inquisitore di tre inservienti sbucati dal nulla e che non sembrano affatto imbarazzati da quella sciocca e incivile richiesta. Ecco, il racconto è tutto qua. Vi ho fatto partecipi della mia piccola e banale avventura di una Domenica di primavera che mi ha regalato il Lungomare di Ostia, ma che dà molto da riflettere. Consiglio quindi ai sportivi stanchi, ai corridori, ai bambini disattenti, passanti, nonnine, vecchiette e vecchietti, andicappati, pensionati e non di non azzardarsi a sedere sulle scale di quel Stabilimento Balneare, previo una immediata ed irremovibile sentenza di sfratto ! Vorrei rivolgermi al proprietario dello Stabilimento "Le Dune" o chi per Lui : Caro Signore. Lei mi insegna ( o no?) che l’Ospitalità e la cortesia sono l’ anima del commercio. L’Ospitalità mio Caro Signore apre i Cuori, apre ai sorrisi, apre alla speranza e all’amicizia. Apre anche agli affari…e apre specialmente il portafoglio. Non credo che seduto per meno di un minuto sulle scale avrebbe comportato non so che di osceno o di fuori luogo. Però magari facendo parte del “Club” (??) o con la dovuta “tessera” non ci sarebbero stati problemi ed andava pure bene, vero ?. Quindi la Sua ospitalità Caro ignoto Signore è limitata ai possessori di tessera. Gli altri, crepino pure. Le suggerisco allora di elevare un filo spinato attorno al Suo benamato stabilimento. Poi anche una alta torre blindata all’ingresso. Ci metta dentro una ventina di guardie armate di bazooka ed il primo intruso, (quel ignorante!) morto di fatica, o semplicemente stanco, ma sprovvisto di quella sacrosanta tessera, che si azzardasse a sedersi anche per qualche secondo sulle sue divine scale, gli faccia vedere allora che cosa Lei intende per ospitalità ! Vedrà, che così vincerà il Primo Premio dello “Stabilimento Balneare più Ospitale di Ostia”. Mi congratulo con Lei per la Sua generosa ospitalità Sua Maestà Padrone e Divino proprietario dello stabilimento “Le Dune” e spero tanto che Lei non abbia mai bisogno, vita naturale durante, di una banale scalinata, salvo la Sua, per prendere fiato qualche minuto qualora fosse stanco e sfinito. Roberto Dana ---Ostia-Lido di Roma-RM-
da: Roberto DANA
Spiderman vs dottor Destino(seconda parte)
(continua)Allora Spiderman schiaccia il terzo pulsante alla tempia che permette alla sua membrana oculare di rilevare a vedere il calore dei corpi:all'interno dei corpi degli uomini per ordine di Destino l'acqua elettrica che circolava nei corpi umani era più calda dell'acqua normale sempre nei corpi,così Spiderman verso l'alto schiaccia il terzo pulsante sul palmo e fuoriescono ragnatele che scontrandosi con un'asta portabandiera tali tele si aprono a fiore con i fili della tela uniti tra di loro da membrane uguali ai piedi palmati delle anatre,membrane nella tela con la capacità di aumentare il calore del sole per come sono disposte a fiore aperto di un diametro di 100 passi,calore solare che fa evaporare l'acqua elettrica già più calda rispetto agli altri umidi dei corpi umani,acqua elettrica che evapora dai corpi umani lasciandoli finalmente liberi come corpi organici con acqua normale e non più dei corpi cibernetici controllati dall'acqua elettrica di Destino.L'acqua elettrica ora è in vapore,allora Destino ruota braccia e gambe ferrate congiungendole infine piedi con mani a ordinare all'acqua elettrica in vapore,a ordinare a ogni molecola di tale vapore di scontrarsi fra di loro,molecola contro molecola per tutte le molecole affinchè ora il vapore acqueo elettrico emetta un campo magnetico che produce ultrasuoni che fanno impazzire gli uomini dal dolore.Allora Spiderman schiaccia il quarto pulsante sulla tempia che permette alla sua membrana oculare di vedere ai raggi X,raggi X diretti verso una nave nel porto,nave abbandonata col generatore di energia in funzione.Ai raggi X Spiderman vede tale generatore all'interno della nave,generatore che non deve toccare!Spiderman corre sul molo verso la nave,col mignolo schiaccia il quarto pulsante sul palmo che sputa un flusso di ragnatele con punte di diamante che si conficcano nello scafo della nave e salta in alto con le tele in tensione conficcate sul lato sinistro della nave,al salto Spiderman ruota attorno alla nave come una leva con le sue tele d'acciaio che a giro dal lato sinistro ruotano con l'eroe a tagliare la nave finchè l'eroe stesso atterra sul molo opposto.Il generatore di corrente della nave non l'ha toccato,ma ha tagliato la nave coi fili elettrici fuori dai cavi che ora dal generatore mandano corrente a tutta la nave in metallo,nave che diventa l'antenna che attira gli ultrasuoni del vapore elettrico di Destino.Inoltre la nave,che scarica gli ultrasuoni in mare lasciando liberi dal dolore la popolazione,la nave è elettrizzata positivamente mentre il vapore è elettrizzato negativamente,e così la nave attrae il vapore e per segni opposti fanno corto circuito e saltano in aria coi pezzi della nave sparsi per la baia.Ora Spiderman si getta su Destino,sferra un pugno al viso ferrato che vola mostrando l'armatura vuota.Destino si è dileguato!Così Spiderman,nella lotta di quel giorno,arrampicato sull'Empire State Building,guarda il traffico di New York per ogni insidia che ci può essere dietro la miriade di fari delle auto in cammino.
da: Salvatore Lèvanto
Spiderman vs dottor Destino(prima parte)
Un'alba enigmatica per l'odierna città di New York dove sulla trentatreesima strada Spiderman corre,nel suo costume integrale aderente,corre mentre un raggio laser lo sta per colpire con Spiderman che col dito indice schiaccia il primo pulsante sul palmo della mano che proietta una ragnatela elastica sulla parete in alto dietro di lui e la stira per altri dieci passi tendendo la ragnatela dalla parete al suo polso che alla tensione critica si restringe di colpo come una molla che richiama Spiderman all'indietro mentre il laser colpisce il punto in cui si trovava l'eroe un attimo prima.Spiderman così rigettato all'indietro fa una capriola e attacca i piedi al profilo del grattacielo,schiaccia il primo pulsante sulla propria tempia di modo che la membrana trasparente sugli occhi dell'eroe gli dà una vista ingrandita come vedesse da un binocolo,e così vide a 300 passi da lui chi gli aveva sparato il laser:era il dottor Destino,rivestito d'armatura con fessure per sguardo e labbra e il capo d'acciaio ricoperto da un cappuccio legato sulle spalle ferrate a un mantello svolazzante,Destino che professa:-Caro Spiderman,a me basta aspettare!-e Destino strappò un cavo dell'alta tensione dal quale cavo usciva stranamente dell'acqua la quale acqua come un magnete attirava i metalli più vicini.Destino continuò a dire:-Caro Spiderman,con la mia alchimia ho trasformato la corrente elettrica in acqua elettrica nei cavi,e nelle tubazioni al contrario l'acqua pura ha preso i connotati dell'elettricità e così gli uomini di New York berranno acqua elettrica e guarda qua!-e Destino muoveva le dita d'acciaio come un pianista e gli uomini si muovevano come burattini quasi che Destino ne muovesse fili invisibili.Allora Spiderman fu allarmato dai suoi sensi di ragno e proferì:-Certo,gli uomini sono fatti d'acqua perlopiù,e poichè l'acqua è ora elettrica tutti gli organi vitali,vene e arterie sono percorsi da elettricità come in un impianto elettrico,corpo umano che attraversato nei suoi organi da acqua elettrica tale corpo è come fosse fatto di circuiti e transistor e gli uomini sono così diventati dei robot controllati da Destino!-.Allora Spiderman alla sua tempia schiacciò il secondo pulsante che dava alla membrana trasparente sugli occhi,dava la possibilità di vedere il movimento nascosto sotto le strade;Spiderman avvistò la corrente dell'acquedotto principale,vi si gettò aprendo una botola e sull'acqua elettrica che scorreva,affinchè non inquinasse gli uomini a tale acqua elettrica Spiderman sparò le ragnatele partite dal secondo pulsante schiacciato dal dito medio sul palmo,ragnatele con nervature all'azoto liquido che innervarono l'acqua elettrica solidificandola,ghiacciandola affinchè non penetri o sia bevuta dagli uomini.Ma allora interviene Destino che mimando un cerchio con le braccia impartisce l'ordine alla sua creazione di aumentare l'intensità di corrente elettrica nell'acqua elettrica ghiacciata,e aumentando l'intensità elettrica aumentava il calore di tale acqua che disciolse le nervature d'azoto della ragnatela facendo fluire nuovamente l'acqua elettrica nell'acquedotto a appestare la città.(continua)
da: Salvatore Lèvanto
LA FAME
Me la ricordo ancora bene quella notte. La sensazione adrenalinica della voglia di vivere mi spingeva addosso. Vivere velocemente, non fermarsi, divorare ogni istante, con i suoi odori, suoni, colori. Questa la mia dottrina. Famelica e mai sazia. La musica colava dalle casse surriscaldate, il motore su di giri e il tuo piede che spingeva al massimo sull’acceleratore. Ingordigia, fame di vita. Volevo raggiungere il tempo, braccarlo. Ma lui mi aveva già divorata senza che me ne rendessi conto. Ancora un colpo d’acceleratore, scali di una marcia, troppo poco… La curva è vicina, ma i tempi di reazione sono dilatati dall’ebbrezza. Credi di farcela, poi l’impatto, inevitabile. Non sei stato tu a schiantarti contro il muro, lui ti è venuto addosso. Io c’ero, l’ho visto! Subito dopo l’impatto una sensazione di pace, fradicia di sangue e benzina. S i l e n z i o L’effetto Doppler delle sirene, suoni disordinati, lontani che piano si avvicinano o forse vicini che lentamente si allontanano…non mi è chiaro lo svolgersi di questa scena. Ricordo solo il rumore che mi ha destata dalla quiete e la corsa frenetica in ambulanza mi ha reso di nuovo nervosa, famelica. Voglio ancora mordere la vita, ma ho la bocca impastata di sangue. L’unica cosa che sono riuscita a mordere è la mia lingua,tranciata di netto. Tengo gli occhi aperti, non posso perdere nemmeno un istante di questo spettacolo. Dietro la luce abbagliante di una piccola lampada tascabile, conficcata nelle mie pupille dilatate, riesco ad intravedere lo sguardo attento e premuroso di una giovane soccorritrice in divisa arancione. Avrà più o meno la mia età, e sembra serena, appagata. 2 Lei non ha più fame da un pezzo. Dove sarai tu? Ricordo bene la luce aggressiva delle lampade attorno ai chirurghi imbavagliati, con la fronte imperlata di sudore sterile, tutti presi a ricucirmi la nuca aperta in due punti. Due ferite profonde, ho perso troppo sangue. Qualcuno ha mormorato con voce mesta “l’abbiamo persa”. Nessun dolore, te l’assicuro, solo il puzzo di sangue misto all’odore acre del disinfettante. Ma nessun dolore. Il dolore lo provo adesso, invece. Straziante, mi squarcia il petto e mi inonderebbe gli occhi di pianto se solo riuscissi ancora a lacrimare. È una così piacevole sensazione piangere! Sentire le guance rigarsi di un liquido caldo, che cola giù lungo il naso e si insinua fin dentro la bocca…salato…mi fa venir fame. Ti osservo. Sdraiato nella mia vasca da bagno, con indosso gli stessi vestiti di quella notte. O meglio, di ciò che resta di quei vestiti, che ormai sono brandelli di stoffa, lerci di sangue e benzina incrostati. Ti sei reciso le vene proprio all’altezza della cicatrice, l’unico marchio dell’incidente visibile ad occhio nudo. Se in questi mesi qualcuno fosse riuscito a vedere le cicatrici che ti sono rimaste dentro, alcune ancora umide, ferite aperte che tu non hai voluto rimarginare. Se qualcuno ti fosse stato vicino, amore mio. Hai continuato ad infliggerti colpi mortali e anche le ferite chiuse hanno ricominciato a sanguinare. Ti guardo adesso, pallido nella luce asettica del bagno di casa mia, che sarebbe stata nostra se solo… 3 Maledizione! Vorrei aiutarti, ma non mi ascolti. Non mi hai mai ascoltato! Se lo avessi fatto adesso non te ne staresti disteso in quella sudicia vasca, rossa di sangue, che sembra che l’acqua sia scivolata interamente attraverso lo scarico. Sai cosa mi fa soffrire, amore mio? Tu non hai colpa, la colpa è solo mia, che ti incitavo ad accelerare, andare più veloce. Volevo soltanto raggiungere il tempo. Avevo fame,troppa fame quella notte. Ti ho contagiato parte della mia esaltazione, il gusto per l’eccesso, la bulimia della vita. Ingorda, non mi sono accorta del tuo amore. Stavi cambiando. Diventavi sempre più simile a me. Uguali le abitudini, i gusti, le passioni. Uguali le paure, le aspettative, le ambizioni. Ti stavo clonando… Vedi? La colpa è mia. Non lo volevo, lo sai e lo so anch’io. Ma guardati adesso. Prima di reciderti le vene ti sei aperto la nuca in due punti e non c’è nessuno a tentare di ricucirtela. Non c’è nessuno a mormorare mestamente “l’abbiamo perso”. Ti sei perso da solo e ci sono soltanto io qui, ad osservarti, demente, senza riuscire a far nulla. Sento il verso della televisione che mugola messaggi promozionali, anestetizzanti catodici. L’hai lasciata accesa, come ho sempre fatto io prima di entrare nella vasca da bagno. Domani qualcuno comincerà a preoccuparsi della tua assenza e verrà a cercarti qui. Poi sarà il solito via vai di poliziotti e giornalisti e fotografi che immortaleranno di nascosto il tuo viso tumefatto ma sereno. Perché, dopotutto, hai raggiunto il tuo scopo…che era il mio. Hai afferrato il tempo e l’hai bloccato. Hai impedito che fosse lui a divorarti per primo. Adesso me ne vado, amore mio. Forse da qualche parte ci rincontreremo e allora te lo chiederò. 4 Ti chiederò come diavolo ci sei riuscito, come hai fatto a fregare il tempo…e a non avere più fame.
da: ALICE
GIALLO A VENEZIA
1. "A downstair rooom, please!" chiese la nobildonna imbellettata ad un sussiegoso portiere d'albergo. Quello si affrettò a consegnarle le chiavi della camera al primo piano più vicina all'ampio scalone e distolse lo sguardo dalla anziana signora in nero, tutta pizzi, merletti e britannico cappellino dell'anteguerra. Venezia era da sempre meta di turisti stranieri. L'incanto delle calli umide e odorose, i riflessi della laguna al tramonto, la sua cucina tipica e la schiettezza della gente erano tratti che affascinavano. Erasmo Torquato conte di Lanciafiorita aveva da poco preso possesso della sua suite e si era infilato sereno in una vasca da bagno colma d'acqua tiepida, lasciando acceso il televisore per non perdere le notizie del giorno. Una coppia di giovani sposi inaugurava al piano superiore una luna di miele lagunare con due bicchieri di champagne, nell'attesa che venisse l'ora della cena. Alle 19.30 in punto la hall dell'hotel era piena di gente che pigramente, chiacchierando sommessamente o ad alta voce, andava a prendere posto a tavola. Un black-out improvviso creò ai clienti ed al personale qualche non piccola difficoltà: d'inverno le giornate erano troppo brevi per cenare senza illuminare il salone a giorno. Poi la luce ritornò e fu allora che l'anziana signora inglese con veletta che sembrava uscita da un romanzo di Agatha Christie si alzò e si diresse verso l'uscita, senza nemmeno terminare la cena. "Fu l'ultima volta che la vidi" concluse ansiosamente la giovane cameriera guardando negli occhi strabici il commissario Volpini, che appariva tutto intento ad appallottolare una barchetta di carta mal riuscita. Il resto era storia nota. Il conte di Lanciafiorita era stato trovato esanime nella vasca, fulminato da un phon lasciato cadere inavvertitamente nell'acqua saponata. 2. Volpini era nel caos più totale, come sempre. Tutte le sue inchieste erano state risolte a causa di qualche incidente in cui era incorso. I piccioni avevano nuovamente sporcato il davanzale e l'inchiesta era ad un punto morto. Non riusciva a trovare il bandolo della matassa, il suo sesto senso lo guidava in direzione dell'anziana nobildonna ma non trovava un movente valido. Aveva passato al vaglio l'intera esistenza del conte, gli ultimi vent'anni spesi dietro a donne del bel mondo, e non aveva concluso nulla. Sulla turista inglese non aveva trovato nessuna notizia che potesse aiutarlo a risolvere l'arcano. Donna integerrima, due volte madre, viveva a Londra con la figlia minore che al momento del delitto si trovava a Parigi a studiare recitazione presso una nota scuola di mimo. E allora? Sporse la testa dalla finestra spalancata sul Canal Grande e venne colpito in pieno con una precisione da tiratore esperto. Pulendosi con un fazzoletto constatò come le leggi della fisica siano molto più affidabili di quelle dell'umana psicologia. "La forza di gravità è sempre uguale a se stessa" pensò. "E se e se...De Alessi! De Alessiii!!!" urlò. L'appuntato comparve sulla porta trafelato. "Comandi, paron!" "Andiamo all'hotel, ho risolto l'enigma!" "Sior sì!" 3. Vennero tolti i sigilli dalla porta della suite del conte. Tutto era stato lasciato così come si trovava quella sera. Sopra alla vasca, una mensola inclinata era stata imbrattata di sapone e dietro a questa era visibile la presa di corrente alla quale era stato collegato il phon prima che fosse gettato in acqua. "L'apparecchio è stato acceso e posto con cura sulla mensola in modo che la forza di gravità lo facesse lentamente scivolare verso la vasca colma d'acqua. Il rumore del televisore ad alto volume ha impedito al conte di accorgersi del pericolo. Il resto è cosa nota" disse Volpini non nascondendo la sua soddisfazione. "L'autrice del delitto è la signora in nero, la donna il cui volto costantemente coperto da una veletta non poteva tradire la fortissima rassomiglianza esistente fra lei ed il conte". "Vuol dire..." "Voglio dire che la nobildonna era la madre del conte. Fra le sue carte ho trovato un libro con una dedica vergata a mano, al mio diletto figlio Erasmo era scritto. La grafia rimandava inequivocabilmente a quella della nobildonna inglese. Ho fatto confrontare le firme sul registro dell'hotel da un perito calligrafo che ha confermato i miei sospetti. Erasmo aveva abbandonato la madre quando, anni fa, lei aveva subito un ricovero in un ospedale psichiatrico del Regno Unito. E' venuta a Venezia per ucciderlo, vendicandosi così dell'abbandono. Alla reception ha sottratto le chiavi della camera del figlio, ha aperto la porta e ha sistemato il phon sulla mensola. Si è trattato di una delitto architettato fin nei minimi dettagli da una persona che conosceva bene le abitudini della vittima". Volpini era soddisfatto. Aveva risolto un altro caso. Rientrato al commissariato si sporse dalla finestra in direzione del tetto, con lo sguardo incrociò l'occhietto vitreo color della corniola di un piccione e sorrise.
da: Annamaria Bortolan
Flash Gordon(seconda parte)
(continua)Allora Flash aprì un boccaporto sul tetto del missile e all'esterno vi si mise in piedi mentre osservava nubi multicolori a Mongo,con uomini-falco che vi volavano tra i vapori rosa a turbinare negli sbuffi violetti e allora istintivamente Flash chiuse gli occhi:alla sua mente si affacciò suo fratello David in camicia e pantaloni kaki,David che riferì:-Fratello Flash,in questa tua impresa ricorda l'enigma:movimento crea pentimento-e a quelle parole Flash riaprì gli occhi ritrovandosi sul tetto del missile a osservare fiori giganti che dalla corolla sputavano palle di fuoco,finchè una palla di fuoco si affondò due orbite tra le fiamme e sotto una breccia,orbite che divennero occhi e breccia che diventò bocca a dire:-Benvenuto,Flash Gordon,io sono l'imperatore Ming del pianeta Mongo e ti distruggerò:ma a te,Flash,concedo l'onore della prima mossa!-.Flash ricordando il monito di David a non muoversi,chiese:-Ming,mostrami prima l'idea di come mi distruggerai-e Ming sospeso nel cielo giallo e violetto di Mongo proiettò un raggio dalla bocca che distrusse un missile uguale al suo,e nelle mani di Flash cadde un braccio mozzato e sanguinante:Ming gli mostrò il braccio mozzato di Flash sostenuto tra le mani di Flash stesso per far capire all'americano la sua prossima fine.Ming disse:-Ti ho mostrato,Flash,come ti squarterò!-.Allora Flash,sempre passivo,disse:-Ming,io sono americano e sono pratico:mi hai illustrato l'idea precisa di come mi distruggerai,ma l'idea non può essere illustrata a altri da un corpo,ossia una testa non può proiettare fuori dal cervello un'idea da illustrare a altri,ma solo un'illusione senza corpo puo proiettare a altri la visione dell'idea della distruzione di Flash,dunque tu Ming che hai mostrato l'idea di come mi distruggerai,tu Ming che illustri idee come visioni,tu Ming non sei corpo(che non trasmette visioni fuori dal cervello),ma solo illusione:come per un giocatore il tuo bluff è scoperto e non puoi più continuare il tuo gioco,ossia illudere con le tue illusioni delle quali illusioni tu sei costituito-.A quelle parole nubi multicolori,uomini-falco e fiori giganti sparirono per far vedere solo un pianeta brullo e disabitato.Flash tornò all'interno del missile e disse a Zarko di tornare sulla Terra.Zarko esclamò che senza l'alieno Ming con le sue direttive,Hitler era sconfitto!Allora Flash chiese:-Zarko,da dove è nata l'illusione di Ming?-e Zarko rispose:-Forse la sua illusione è l'eco dell'esplosione dell'universo quando l'universo fu creato-.Allora Flash confessò:-Sai,Zarko,che se Ming mi avesse dato l'illusione di mio fratello David per passeggiare insieme,io mi sarei sottomesso all'illusione di Ming?-e Zarko rispose:-Per Ming l'illusione è come la mistica e l'ideologia nazista:suggestiona e così costringe l'uomo,ma non vuole renderlo felice.Ming non ti avrebbe mai reso felice facendoti stare con tuo fratello David che non c'è più-.Così Flash guardava le stelle dall'oblò:l'ideologia e la mistica di Ming e di Hitler erano finite,e ora tra le stelle si poteva tornare a sognare liberamente!
da: Salvatore Lèvanto
Flash Gordon(prima parte)
E' il D-Day,lo sbarco alleato in Normandia nel 1944 per invadere l'Europa nazista.Gli alleati anglosassoni hanno conquistato 100 km di costa o spiaggia per una profondità di 30 km verso l'interno,ma i nazisti li stanno per ributtare in mare mentre nel frattempo circondano una rampa con un missile installatovi a forma di dirigibile puntato verso il cielo stellato.All'interno del missile c'è il dottor Zarko che dagli oblò vede i nazisti avvicinarsi al suo mezzo,così Zrko dà l'avvio ai motori tra i fumi di scarico che fanno tossire i nemici mentre il missile dalla rampa si proietta verso la notte.Al posto di comando Zarko guarda dietro di sè seduto sul sedile passeggeri l'unico altro passeggero di quella volata nello spazio,il passeggero Flash Gordon,marine americano ora anestetizzato per essere sicuri che avrebbe seguito Zarko nella sua folle impresa.Dagli occhi chiusi di Flash fuoriesce una lacrima in ricordo del fratello David morto in battaglia contro i nazisti,mentre Zarko guarda dal parabrezza del missile dinanzi a lui la variopinta nebulosa di Andromeda e i cupi nembi di Magellano,e ricorda,il dottor Zarko,rammenta il motivo del suo viaggio:il capo dei nazisti,Adolf Hitler è stato intercettato nella sua persona,è stato intercettato da forze aliene che hanno riconosciuto Hitler dalla sequenza di ombre che il corpo di Hitler getta al suolo al tragitto del sole a partire dall'alba fino al tramonto:dall'alba al tramonto l'ombra che cambia della persona di Hitler è unica,e quindi ridotta in codice da forze aliene che sull'ombra di Hitler comunicano il volere degli alieni:Hitler sulla propria ombra vede accendersi le costellazioni;Hitler chiede alla propria ombra stellata il responso per una decisione da prendere o ordine da dare:se nell'ombra di Hitler si vede una stella cadente,allora il responso della sua costellazione(e quindi degli alieni che riproducono la costellazione sull'ombra di Hitler)tale responso è positivo;se la costellazione nell'ombra di Hitler resta immutata,il responso a un progetto di Hitler è negativo e dunque da non perseguire.Sotto la guida della sua ombra manipolata dagli alieni,con tale guida Hitler sta sconfiggendo e ributtando in mare gli alleati anglosassoni sbarcati in Normandia!Così Zarko col suo missile vuole raggiungere e distruggere gli alieni che manipolano Hitler,e ciò lo farà con l'aiuto di Flash Gordon anche se Flash ha appena perso il fratello David.L'alieno da sconfiggere è l'imperatore Ming sul pianeta Mongo.Intanto Flash si risveglia e si avvicina al posto di guida di Zarko che gli dice:-Flash,siamo arrivati sul pianeta Mongo,preparati a sfidare l'imperatore Ming!-.(continua)
da: Salvatore Lèvanto
Alimatha – volto di donna
I giorni passavano docili, sull’isola. Frenetici soltanto i corvi e le gazze, e le formiche per trovare una strada tra i granelli di sabbia, tra le cose. Lontano l’orizzonte, sempre più lontano nel vuoto ciclico delle onde, resistente alle nuvole distanti sull’oceano. Qual è la corsia esatta per il nostro volo-sembravi domandarmi- ma a volte i nostri bagagli ci sospingevano a terra e tu sembravi frantumarti sotto le palme, sembravi sparire nelle tane profonde dei granchi. Quando riemergevi, sotto la buccia salata sapevi di sole. Qual è la traiettoria precisa (proprio quella e non altre) da seguire nel cielo? Tu mi cercavi con gli occhi nelle sere umide e vuote quando la luna esplodeva sopra i tetti di bambù, io complice della tua presenza, spesso giocavo ad annacquare il mio sorriso. Poi giù nell’acqua, verso le tane profonde delle tartarughe, ascoltando la voce delle murene. Bisogna sputare sulla maschera perché non si appanni – mi rivedo condurti giù dalla scaletta, una pinna sull’altra, un passo esitante e goffo dopo l’altro. E il profumo di te era più dolce quando ti asciugavo i capelli, osservando la sabbia ai nostri piedi e gli scherzi del sole. E la voglia di te sempre più grande nei momenti in cui stupidi bisticci facevano scivolare il nostro sorriso dentro una smorfia muta e tagliente. In un attimo costruivi un silenzio nero di rancore, lo sguardo acceso e spento, le labbra secche di pianto. Ma poi tornava l’alba sulle tue risate, dentro i tuoi occhi sorgeva il sole ed io non sapevo come accogliere la tua gioia improvvisa e volevo stringerti e morderti e giurarti che sarei rimasto lì, per sempre, ad aspettare un altro giorno per nasconderci dal mondo, per misurare il nostro tempo come clessidre di sabbia, vicini, sempre noi, senza mai smentire quell’esplosione di colori, di voci e di baci che il sole lasciava in eredità alla notte. E insieme sotto le palme studiavamo i segreti delle foglie, dando vita a sculture effimere e scambiandoci promesse di baci e fantasie. E insieme fuggivamo dalla pioggia improvvisa e fresca, cercando riparo sotto i tetti di paglia, saltellando allegri tra le pozzanghere, indovinando la strada più breve per raggiungere il quieto tepore del nostro giaciglio. Scivolavano via così la sabbia bagnata e le malinconie lontane delle nuvole basse e minacciose all’orizzonte. A volte raggiungevo il pontile per osservare in silenzio le barche allontanarsi e la vita esplodere ai miei piedi in una folla di colori. Allora tu silenziosa scivolavi al mio fianco per raccogliere gli sguardi perduti oltre le secche e le barriere, asciugando la tua pelle addosso a me, senza dire niente, ascoltando solo i capricci inquieti del vento, il volto umido rapito dalle correnti. Dentro di te c’è il rumore del mare-l’ho sempre pensato. Dentro di te c’è lo schianto attutito dei temporali, al largo, che accendono d’improvviso l’Oceano, lasciando un vuoto freddo e nero quando scompaiono negli abissi e rilanciando in alto, verso le stelle, la voce delle onde.
da: Stefano Lazzarini
Devo raggiungerti - 4
Paura Che paura mi fa questo marciapiede deserto. Il vento mi porta il suono della solitudine. La mia, la sua. Un vento che arriva da lontano, dal giorno della mia partenza per l’università, e, passando per i miei ritorni sempre più rari e le telefonate sempre più brevi e sfuggenti, si ferma qui, su una panchina qualsiasi di una stazione che per me non vuol dir nulla, a schiaffeggiarmi forte in pieno viso. Stavolta i segni resteranno, come quelli delle sculacciate che lei non mi ha mai dato, dei rimproveri che non mi ha mai rivolto se non con delle occhiate che non mi hanno mai fatto paura. E a chi mai avrebbe potuto far paura Angelina. Ascolta tutti, capisce tutti, tutti giustifica e tutti difende. Risultato? Sono tutti perennemente arrabbiati con lei! Le abbiamo sempre scaricato addosso i nostri guai, le nostre angosce e i nostri lamenti, cercando di coinvolgerla nelle nostre ridicole guerre quotidiane, e lei? Sempre dalla parte del nemico, sempre a metterci davanti proposte d’armistizio e compromessi che mortificano le lame affilate con tanta cura. Frustrante, umiliante per il nostro amor proprio da crociati senza macchia e senza paura, avere spiattellata in piena faccia tutta l’inutilità e la miseria delle nostre beghe da comari, delle nostre nevrosi da bipede, senza alcun rimprovero o cenno di riprovazione, ma con un sorriso dolce, un orecchio attento e delle parole semplici e pacate. “Perchè non ti sei mai sposata, zia Angelina?” – domanda da bimba che non sa di aprire ferite, non sa ancora di come le parole, specie se innocenti e senza doppio scopo, possano arrivare dritte al cuore e far riflettere e scavare in fondo al pozzo di una vita che è semplicemente andata com’ è andata, senza pensarci troppo, senza magari accorgersi degli anni che si sovrapponevano veloci, dei volti amati che apparivano e sparivano in piccoli dolori sempre uguali, implosi in schegge che mai nessuno ha visto o voluto vedere. La mia domanda candida non ha mai ricevuto una risposta sincera, pensava che non l’avrei capita, o semplicemente una risposta non c’era. Mi raccontava di un fantomatico fidanzato, Pasquale, morto in guerra e mai sostituito. Mai esistito questo Pasquale, parola di sua sorella, ma era un comodo spaventapasseri per tenere a bada una figlioccia curiosa dall’animo romantico che leggeva romanzi rosa per ragazzine e pendeva dalle labbra di Cary Grant e dagli occhi languidi di Audrey Hepburn. La verità? L’attitudine congenita da Angelina Custode. Prima, da brava figlia maggiore, una giovane mamma vedova da supportare nella cura dei fratelli minori, poi la guerra, la perdita di un fratello, colonnello d’aviazione, precipitato a Sfax, la fuga in campagna, una sorella autoritaria e ingombrante da aiutare nella gestione della casa e della prole. Poi il ritorno in città, la malattia e la morte della madre, quella del fratello medico, il più amato, il sostegno alla nipote depressa, le pronipotine da allevare, le cure per il cognato immobilizzato su una poltrona e un tempo caterpillar su dei giorni espropriati a forza senza congruo ne’incongruo indennizzo. Un marzo freddo morte, senza sole, senza odori. Il vento soffia forte, trascinando via rifiuti, cappelli e manifesti. La polvere negli occhi si mischia con le lacrime: si formano pietre, dure, graffianti, dolorose, imprigionate fra le palpebre, meteoriti di pietra lavica, sassolini di calcare, spigolose rose nel deserto di pensieri in tempesta. Sento da lontano il fischio di un treno in arrivo. Stavolta sono qua, pronta a prenderlo. Un paio d’ore e sono da te, con il fresco di un panno bagnato sulla tua testa in subbuglio, con la tua mano ossuta stretta forte nella mia, col mio profumo che conosci a memoria posato addosso come una coperta calda, ti proteggo io stavolta. Un piede sopra lo scalino dell’Espresso. Un SMS al cellulare. E’ di mia madre. Non serve altro. Non lo prendo più quel treno. Sulle spalle un dolore macigno. Mani in tasca. Freddo intenso. Ora so da dove viene quel vento di bora che soffia su tutto. Il battito d’ali di milioni di angeli venuti ad accogliere insieme una vecchia sorella ritornata a casa.
da: raffaella nicotra
Devo raggiungerti - 3
Chissà se esiste ancora, da qualche parte in fondo a un ripostiglio polveroso, quel cestino, paradigma inconsapevole di come avrei voluto si svolgesse per sempre ogni giornata di tutta la mia vita. Mordevo il freno, ma non lo aprivo mai prima della ricreazione, vincevo la curiosità con il gusto dell’attesa e la certezza della sorpresa promessa. Al via della maestra, sganciavo la chiusura in un secondo e, prima di affondarvi occhi e mani, lasciavo che gli odori che ne uscivano mi fossero profeti di piacere. Poi le mie certezze: il tovagliolo a quadri blu con una grossa, sorridente mela rossa, da stendere sul banco, la borraccia azzurra e la solita merenda. E infine, la sorpresa. Un piccolo segreto fra lei e me, quel qualcosa di illecito, di tassativamente proibito da mia madre, che riempiva entrambe di una gioia immensa. A volte era un pacchetto di patatine, altre un panino alla Nutella, altre solo una chewing gum all’arancia, e si formava un ponte telepatico immediato fra due complici innocenti di un’associazione per delinquere a scopo di felicità purissima. Avevo solo tre, quattro anni. Come possono certi ricordi essere ancora tanto chiari nella mia mente? E perché non ne ho mai parlato con lei? Come le avrebbe scaldato il cuore sapere che nessuno dei suoi gesti d’amore è passato inosservato, che ogni sua tenerezza, ogni suo rimprovero, ogni suo sorriso, ogni sua canzone stonata, sono impressi dentro di me come se il tempo fra noi non fosse mai passato. “Signorinella pallida, dolce dirimpettaia del quinto piano; non v'è una notte ch'io non sogni Napoli…” “Nel millenovecentodiciannove, vestita di voile e di chiffon Io v'ho incontrata non ricordo dove, nel corso oppure a un ballo-cotillon … Poi vi condussi ... non ricordo dove, e mi diceste ... non ricordo più. Nel millenovecentodiciannove vi chiamavate forse ... gioventù” Note, parole, a volte confuse, a volte inventate, che credo dimenticate e che, invece, inattese, emergono, inscindibili, col ricordo di lei. La mia mano nella sua all’ufficio postale a prendere la pensione, i suoi tacchi alti e le mie scarpette correttive fra i corridoi di un supermercato, le storie di Giufà. L’emporio dello “Scemo” vendeva per 50 Lire batterie di pentoline, servizi di piattini e kit da medico, don Carmelo frutta fresca e genuina, il signor Triolo il filetto per prevenire temute anemie. Nella gola, nel naso, nella testa, assaporo l’aroma di alloro del fegato alla veneziana, l’origano delle patate alla pizzaiola e il profumo della scorza di limone del bianco mangiare conservato nelle antiche formine di terracotta. Chissà quale disegno sarebbe venuto fuori, stavolta, sformando la crema dal suo guscio, il suo preferito, la rosa, o il mio, un grappolo d’uva dagli acini fitti e cicciotelli. Le ho riviste quelle formine, a casa di mia madre, dopo la morte della nonna, dopo che le mani della zia Angelina si sono gonfiate e deformate a tal punto da non riuscire nemmeno a tenere ferma una delle molte sigarette quotidiane, dopo che la sua mente ha cominciato a prendersi pause sempre più lunghe, e grandi laghi immobili e scuri hanno preso a formarsi fra le anse morbide del suo cervello stanco. L’alfabeto si mescola come un mazzo di carte e le parole sfuggono, introvabili, irraggiungibili, incapaci di rendere utilizzabili idee che nella mente assumono contorni sempre più sfocati, come i ricordi vicini e quelli lontani, quadri dinanzi ad occhi ogni giorno più miopi, ogni giorno più opachi. Uno spettro terrificante e incontrollabile emerge talvolta da quelle acque torbide. Violento, infido, oscuro, dotato di forza spaventosa, sovrumana o comunque insospettabile in una donnina di quasi novant’anni. Urla e si dibatte dentro di lei come un demonio prigioniero. Ho cercato invano dentro i suoi occhi la dolcezza di chi mi cullava, mi curava, mi parlava, e li ho trovati spenti. Chiunque abiti adesso in lei, si chiami Alzheimer, o come diavolo vuole lui, me l’ha portata via. Mi sono chiesta tante volte chi si sia trovata accanto quando il mostro s’assopiva, se si sia chiesta mai cosa ci facesse in una casa non sua, fra gente estranea, senza una voce nota che la confortasse. Chi ha cercato? Chi avrebbe desiderato vedere, stringere, sentire? Se da piccola mi fossi svegliata in piena notte, cieca nel buio più nero del nero, avessi urlato il suo nome e il suo viso non mi fosse apparso subito accanto, cosa avrei provato?
da: raffaella nicotra
Devo raggiungerti - 2
Luce. Un tremito delle palpebre annuncia la comparsa dell’iride. Spalanco gli occhi in una nebbia densa che piano si dirada su una cupola di visi sconosciuti. Sembrano maschere di gomma: curiose, preoccupate, imbarazzate, ammiccanti. Come in un risveglio in sala operatoria, la luce mi abbaglia e non mi confortano affatto i volti estranei che mi esaminano dall’alto. Qualcuno alza lentamente il volume, comincio, dapprima piano poi sempre più chiaramente, a percepire i suoni di fondo, le voci di quella gente. I miei occhi si spostano spaesati da un viso all’altro portando nell’aria domande, richieste mute d’aiuto. Si risveglia l’olfatto e il torpore libera le terminazioni nervose su ogni angolo del mio corpo. Riprendo i contatti con la terra, con me stessa, con i capitoli della mia storia, ricordo tutto ciò che è accaduto e vorrei essere padrona di quell’interruttore magico che ha permesso alla mia mente di trovare quiete. “Grazie, grazie, sto bene. Davvero”. Qualcuno mi porge un grande bicchiere con qualcosa di caldo. Accetto volentieri per togliermi di dosso quella sensazione di gelo che sembra non abbandonarmi mai. Mi aiutano a tirarmi su, a mettermi a sedere su una panchina e, ad uno ad uno, si dileguano, senza dirmi una parola o, forse, non ho sentito io una sola parola. Guardo imbambolata il binario vuoto, il marciapiede deserto. Mulinelli di polvere, cartacce e fogli di giornale sono sospinti dal vento verso i miei piedi. E’ come se quei vortici volessero risucchiare anche me. Tiro su le gambe, me le stringo al petto e sorseggio piano il tè bollente. Pausa. Silenzio. Solo la voce del vento che si lamenta infilandosi insistente fra i vagoni fermi sui binari. E’ successo di nuovo. Un altro treno se n’è andato ed io qui, a stimare i danni dell’ennesimo sbaglio. Solo che stavolta non doveva accadere, non potrò perdonarmi. Fosse capitato solo qualche giorno fa’, avrei detto “Pazienza. Sarà per la prossima volta. Tanto è là che aspetta e non s’arrabbia se non mi vede arrivare, non s’arrabbia se all’ultimo momento chiamo per dire che ho perso il treno, che ho forato, che ho mal di pancia, che un’amica ha una crisi esistenziale o le è scoppiato un brufolo sul naso. Comprende. Mi vuole bene e sa che gliene voglio anch’io”. E ora che dico? Le mie scuse nemmeno può sentirle. Me le posso tenere, adesso, le mie meschinità e posso scavarmici il cuore come mi pare. E scavo, scavo, scavo fino a scoprire il nervo più doloroso della mia anima, quello che alimenta impietoso il mio senso di colpa. Scavo nel presente, nel passato, fino al primo ricordo che ho del suo viso. E’ china su di me, gli occhi stretti in una fessura, intrappolati da una ragnatela di minuscole rughe, nascosti da occhiali che, per quanto spessi siano, non riescono ad interrompere quel flusso di dolcezza che avvolge tutto il mio corpicino infuocato. Il fresco di un panno bagnato sulla fronte, la sua mano ossuta che stringe la mia, quel profumo di sapone naturale e talco che sento ancora addosso come una coperta calda, come l’ala soffice e protettiva di un angelo custode. Chi ha detto che gli angeli custodi sono spiriti che aleggiano al nostro fianco? Sono più veri e presenti di quanto possiamo immaginare e, a volte, hanno persino il nome giusto, come lei, come la zia Angelina. Non so come sia stata da giovane. Credo, ma no, è solo uno scherzo della mia mente, che sia stata sempre uguale: piccola, un po’ curva, con i capelli grigi, labbra sempre truccate e manicure impeccabile alla lacca rosso fuoco. Un sorriso dolce, discreto, quasi imbarazzato nel dover mostrare una dentatura ormai poco attraente. Misuravo la crescita del mio corpo, appoggiandomi sul suo. Il suo seno prosperoso mi sembrava allora un obiettivo ambizioso da raggiungere col capo, ora è lei a rannicchiarsi tenera sotto il mio petto. Immagini brevi e nitide, cartoline che la memoria invia da un passato reso sereno dal mio angelo, anzi, dalla mia Angelina. Immagini della sua stanza da bagno: il mio corpicino nudo sotto il getto dell’acqua tiepida mentre mi strofina le ginocchia nere, perennemente sbucciate, il faccino sudicio, ed insapona con vigore i miei biondi riccioli ribelli. E ancora foto della sua cucina: il tavolo di formica, il frigo rumoroso, la ciotola azzurra del latte, uno scalino inutile che sporge dal muro, l’odore della frutta e dei panini al latte da mettere con cura nel cestino in vimini che avrei portato con me all’asilo.
da: raffaella nicotra
Devo raggiungerti - 1
Devo raggiungerti. Non posso perdere un altro treno che possa portarmi da te. Ne ho persi anche troppi: alcuni per distrazione, altri per incuria, altri per pigrizia, altri per pura combinazione, altri me li sono visti partire proprio sotto gli occhi, mentre cercavo di dare una priorità ai troppi impegni della mia vita. Mi stringo addosso la giacca a vento, volendo intercettare e cercare di fermare le stilettate d’aria gelida che mi trafiggono il petto. Ma quella orribile sensazione di freddo non mi abbandona un attimo dandomi conferma di quello che già temo: il gelo ce l’ho dentro. Corro a perdifiato, ginocchia, gambe e braccia coordinate al massimo, muscoli tesi allo spasimo, mossi da un’energia innaturale, a divorare il nastro d’asfalto grigio lungo il marciapiede del binario 6. La borsa mi sbatte sulla coscia al ritmo indiavolato della corsa, mentre i capelli mi si incollano, pungenti e fastidiosi, al viso umido, congestionato. Devo correre più forte, non ce la farò. Uno sguardo all’orologio, le lancette maledette vanno molto più veloci del mio passo. Nella testa, nelle orecchie il rimbombo assordante del cuore impazzito ricopre d’ovatta la voce metallica che annuncia nell’aria arrivi e partenze. Sono in ritardo, per l’ennesima volta arrivo in ritardo ad un appuntamento fissato dalla vita. Corri, Bianconiglio, stavolta non ti verrà data un’altra opportunità, devi saltare su quel treno perché non ce ne sarà un altro. Mi rincorre il tempo, rincorro il tempo disperata, cercando di fermare gli ultimi granelli di una clessidra su cui non ho potere. Mi scoppiano i polmoni, il sangue si fa piombo fuso nelle vene. Respiro a bocca aperta, l’aria non basta mai, e una fitta mi trapassa la trachea, mentre il freddo asciuga, congela e infiamma una caverna spalancata ed avida. Forse morirò, forse questa corsa sarà l’ultima della mia vita, ma non posso fermarmi, non adesso. Lo vedo. I miei occhi s’incollano alla coda dell’ultima carrozza della mia ultima speranza. Aspettami, arrivo. Sono qui, senza scuse, senza alibi, senza più falsi pudori o assurdi pregiudizi. Forse corro più veloce perché nuda d’ogni ‘forse’, ‘se’, ‘quando’ o ‘ma’. Non ho più giustificazioni, cadono di schianto le difese di una vita e voglio che lo sappia. Un fischio squarcia l’aria, i miei timpani, il cervello. All’inizio impercettibile, poi sempre più deciso il sobbalzare della coda dell’ultima carrozza. Tendo inutilmente le braccia, allungo al massimo le dita, tutto il mio corpo si protende in avanti come se ciò potesse bastare a coprire una distanza che, di secondo in secondo, cresce, si moltiplica, mi da’ un calcio in faccia e mi licenzia in tronco. “No!” . Il mio urlo rauco, assordante disperato congela il tempo, l’aria, il respiro e gli occhi di tutti i viaggiatori, ma non quel maledetto treno. Un’anomalia drammatica di un fermo-immagine fallito e lui se ne va, incurante del mio urlo, se ne va, ignaro d’essere la mia ultima speranza, se ne va, dritto e indifferente sulla sua strada di ferro, il muso duro puntato verso la mia meta, l’ultimo vagone che sembra agitarsi in un beffardo, lunghissimo, indifferente addio. Un bianco e nero sfocato. Un sacco vuoto che si affloscia al suolo. Inciampo sui miei stessi piedi che si intrecciano scoordinati. I muscoli cedono di colpo. Le braccia ancora protese in avanti, rovino a terra scomposta. Sento appena il contatto del viso con l’asfalto, seguito dal tonfo sordo della mia testa vuota. POC! Un ronzio assordante. Buio. Il tempo. Com’è relativo e inutile il concetto tempo se non hai un orologio a rendere misurabile, reale e circoscritto quel che, per sua natura, è assolutamente inafferrabile. E il tempo è, in una mente che fluttua, una dimensione assente, elemento sconosciuto e inconoscibile di un livello di coscienza talmente distante da sembrare inesistente. Su questo piano, tanto reale quanto indefinibile, commuta il cervello, quando, da perfetta macchina elettrica qual’ è, in preda ad un sovraccarico di lavoro emozionale, fisico, intellettivo, va in protezione per evitare il collasso. Un interruttore salvavita stacca i contatti e la mente si ritrova a vagare in un luogo che non è un luogo, perché non ha spazio, ma è memoria, riposo, è salubre, conciliante assenza. Isolato dall’interferenza dei sensi addormentati, un nulla liquido refrigera i circuiti e li prepara al nuovo fluire dell’alta tensione. Ora un piccolo stimolo e TAC, l’interruttore ripristina i contatti e la realtà riprende il sopravvento. I sensi si risvegliano dal sonno artificiale e riassumono il controllo della mente, padroni indiscussi del piano cosciente.
da: raffaella nicotra
Immagini di repertorio dalla Calabria(seconda parte)
(continua)Allora Serena va su tutte le furie e inveisce:-Ragazza a me?Io sono Serena Colpitelli,valletta di "Domenica insieme"alla TV,e tu Mario non sei nessuno!-.L'avevano adescata!Così lo zuccherino Alfio recita la sua parte e chiama in disparte Serena,lontani dall'irriverente Mario,e Alfio chiede a lei:-Serena,posso fare qualcosa per te?-e Serena rispose:-Certo,caro Alfio:prendi amici tuoi e come si usa in Calabria,linciate Mario per me che sono importante!-.Alfio sapeva che per aiutare il loro politico dovevano arrivare al protettore istituzionale che raccomandava Serena verso una splendida carriera,così Alfio chiese a lei:-Cara Serena,per linciare Mario ho bisogno di una copertura istituzionale per non finire in galera-e allora Serena disse:-Alfio,vieni con me,dal mio protettore e non avrai noie da parte della polizia-.Il protettore di Serena era certo l'artefice della trappola scattata al loro politico Righello!Intanto Alfio seguì Serena,sapendo che il "cattivo" Mario li seguiva senza essere visto,finchè Alfio e Serena arrivarono a una villa dove lei suonò al campanello.Era la villa del prefetto Guidalfo che riconoscendo Serena,non avvisò a sorveglianza a 200 passi dalla villa,lontana per l'intimità da vivere nella villa stessa.Serena presentò Alfio al prefetto Guidalfo,e Alfio disse:-Lei è prefetto,immobiliarista e faccendiere di Calabria!-ma Alfio terminò appena quel riconoscimento che un colpo d'arma da fuoco risuonò nella stanza accanto,e da quella stanza uscì (sorpresa!)lo sgorbutico Mario che trascinava per un piede il corpo riverso di un bambino negro di 5 anni col cranio maciullato dai pallini della doppietta.Mario lanciò un'altra doppietta a Alfio,mentre il prefetto inveiva:-Avete ucciso il mio bambino africano:lo avevo appena adottato,bastardi!-Ma Alfio rispose:-Allora ci mantenevi un bambino negro con le tue tresche da faccendiere,l'autoritarismo da prefetto e lo sfruttamento degli affitti alle giovani coppie nei tuoi appartamenti:mantenevi un bambino negro prendendo 1300 euro di affitto alle giovani coppie calabresi per 80 metri quadrati di appartamento con gli stipendi che in Calabria non superano i 1000 euro!-e terminato il discorso Alfio sparò a Serena squarciandole il ventre con gli intestini della ragazza che guizzavano viscidi sul pavimento.Il prefetto disse:-Bastardi,avete ucciso una donna disarmata!-e Mario rispose:-Serena si doveva armare se aveva intenzione di provocare uno scandalo sessuale ordinato da lei,prefetto,scandalo sessuale per rovinare il nostro politico Righello:e ora a lei caro prefetto i saluti della mafia calabrese,saluti dalla 'Ndrangheta!-e Mario sparò con la doppietta al petto del prefetto.Alfio e Mario si diedero solo un'occhiata,incendiarono la villa e risero della loro crudeltà che faceva della 'Ndrangheta la mafia a capo della mafia mondiale.
da: Salvatore Lèvanto
Immagini di repertorio dalla Calabria(prima parte)
Storia di una Calabria,in Italia,che ha molto da nascondere per non essere coinvolta,e così il politico Righello convoca Mario e Alfio,due giovani affiliati alla 'Ndrangheta,la mafia calabrese,e il politico Righello afferma ai due mafiosi:-Mi dovete aiutare poichè da politico attivo sono uno dei vostri,un politico della 'Ndrangheta:è successo che la valletta Serena Colpitelli,la valletta del programma "Domenica insieme" trasmesso sul canale televisivo nazionale,tale valletta ha registrato su videocamera nascosta,ha registrato i suoi amplessi amorosi avuti con me che sono sposato con un'altra donna:cari Mario e Alfio,voi capite lo scandalo sessuale che scoppierebbe per me che sono un politico.Se la valletta Serena mette in pubblico le immagini della sua scopata con me,io divento un politico rovinato;e siccome sono dei vostri,anche la 'Ndrangheta ci rimetterebbe!-.A quelle parole i giovani mafiosi Mario e Alfio lasciano la villa del politico Righello e si dirigono verso l'abitazione della valletta Serena Colpitelli.Durante il tragitto,Mario professa:-Qui bisogna che con la valletta si tratti come per un asino,ossia si usano il bastone per colpire e la carota per rabbonire:io che sono Mario faccio il bastone,il punitivo mentre tu Alfio fai la carota,lo zuccherino compensativo!-.I due giovani arrivano sotto il palazzo dove abita la valletta e Alfio,la carota(o zuccherino)dice:-Caro Mario,vallette e modelle pretendono che tutti gli sguardi si concentrino su una sola di loro,ognuna per se stessa,e in base a questo useremo il bastone e la carota!-.In attesa da mezz'ora,i due fingevano di confabulare tra di loro quando dal portone d'ingresso del palazzo uscì la valletta Serena Colpitelli che si guardava attorno per stanare chiunque le posasse lo sguardo addosso sul vestito attillato sulle curve della ragazza che voleva essere osservata come se per la gente non ci fossero altri pensieri se non per lei,e fu un affronto per Serena vedere Mario e Alfio che parlottavano voltandole le spalle,e adirata per tale negligenza si dipinge un sorriso di maniera sulla faccia e per farsi notare avvicina i due e chiede se loro potessero offrirle una sigaretta.Scatta la trappola del bastone e della carota!Alla richiesta di una sigaretta da parte della ragazza Mario,col pacchetto pieno di sigarette in una mano,fa il cattivo,il punitivo bastone e dice beffardo a Serena addirittura di non avere sigarette Mario sventolando il pacchetto di sigarette sotto il viso della ragazza la quale ragazza stizzita proclama che Mario è un tipo scarso,una vera nullità!Allora interviene Alfio,il buono(la carota o zuccherino),Alfio che fingendo timidezza in modo asservito offre una sigaretta a Serena.A tale offerta Serena risponde:-Grazie!-ma anzichè Alfio è lo scontroso Mario a rispondere:-Prego!-.Allora Serena si gira infuriata verso lo sgorbutico Mario e gli urla:-Il mio "grazie" era per Alfio che mi ha dato la sigaretta!-e Mario ridendo risponde:-Ragazza,guarda che ti ringrazio per avermi risparmiato una mia sigaretta!-.(continua)
da: Salvatore Lèvanto
Lettera d'amore
Carissimo amore mio, sembra una cosa d’altri tempi, lo so, ma ho sentito l’irrefrenabile bisogno di scriverti. Non so che forma prenderà ciò che sto facendo. Forse dovrei trovare il coraggio di chiamarla lettera d’amore. Perché di questo si tratta. Di un qualcosa di devastante che mi fa venire i brividi lungo la schiena al solo pensiero. Sono pochi mesi che posso chiamarti mio marito. Ancora troppo poche le notti trascorse insieme e le giornate cominciate con te. Ancora irrisorio è il numero di caffè sorseggiati insieme la mattina e ridicolo il numero di cene consumate in due la sera. Così forte è il desiderio che tutto questo continui per sempre e così terribile e devastante è la paura che tutto possa finire da un momento all’altro. Tutto crollerebbe, tutto perderebbe di senso. Respiro affannoso, acqua alla gola. Soffocamento. Euforia e smarrimento allo stesso tempo. Sembra che gli anni siano volati. Eppure ogni minuto è stato usato per pensare a te. Ogni minuto sfruttato nel tentativo di incontrare la tua anima. Ogni minuto alla rincorsa del tuo inafferrabile spirito. Schivo, riservato, silenzioso. Ma onesto, sincero, vero. Poche le risate fragorose: ma contagiose. Poche le urla disperate: ma dignitose. Sempre un sorriso buono ed una carezza per coprire i miei infiniti errori. Una nota di pazienza per dimenticare i miei capricci da bambina. Perché è questo che io sono: un misero essere in cerca di protezione. Un randagio affamato che gratta la tua porta. Necessito comprensione. Testa confusa e sconclusionata la mia. Ma pretenziosa… costantemente intenta a chiedere il massimo, sempre di più. Pronta ad annientarti totalmente pur di averti completamente. Amore totalitario: ossimoro? No, pura realtà. Realtà delirante, ma concreta. Realtà che spinge a girare per le strade in piena notte, piangendo e urlando fino a perdere la voce. Voglio te. Voglio ogni tua goccia. Ma la tua piccola e dolcissima bimba sa solo prendere. E tu lo sai: non chiedi mai nulla, non avanzi mai nessuna pretesa. Sei pronto a offrirti e immolarti. Talmente generoso... Perché? Perché assecondare sempre i desideri bizzarri e i sogni impossibili di questa cantilenante ragazzina? Una moglie bambina: ecco cosa ti sei preso. Hai scelto. Hai giurato: davanti a tutti, persino a Dio. Chissà come sogghignava, da lassù… Eppure ti ama. Ne è convinta. E di un amore esclusivo… Grande uomo fortunato. Scopriremo le carte, ora? Come potremmo andare avanti facendo finta di nulla? Oramai i nostri corpi si sono come dissolti: siamo nudi, uno di fronte all’altra, occhi negli occhi. Costretti a guardarci davvero. Legati talmente stretti da non poter muovere nemmeno un muscolo. Intrappolati. Troppo amore per una semplice unione tra due banali esseri come noi: forse imprigionati o forse solo aggrappati uno all’altra in cerca di pace. Eppure dovrebbe essere così semplice… l’amore non è complicato. Mai ostile. E’ leggero, si apre in sorriso. Non versa lacrime. Ed io, invece, ne ho piante troppe fino ad ora. Il cuore sempre scosso da tempeste ed uragani. Tu dici che le mie voglie irragionevoli sono energia pura. Dici che so guardare oltre le cose. Che non mi fermo mai. E sei costretto a rincorrermi… come pazzo inebriato. Euforia: gioia pura. Ti faccio girare la testa, perdi il senso dell’orientamento. Mio dolcissimo amore, questa notte non ho potuto dormire. Come poter chiudere gli occhi avendo il tuo corpo caldo al mio fianco? Ho accarezzato a lungo le tue braccia ed odorato la tua pelle: non ho altro motivo di vita oltre a ciò. Poi l’ho detto. La mia bocca si è schiusa lentamente e dalle mie labbra sono uscite quelle terribili parole, finalmente. Finalmente sono riuscita a pronunciarle. In un sussurro ti ho svelato il mio segreto. Il tuo corpo ha avuto un fremito. Poi ti sei voltato dall’altra parte ed hai continuato a dormire. Come se niente fosse. Come se tutto si fosse dissolto in una bolla di sapone. Ho confessato: sono libera, adesso. Nel buio e nel silenzio della notte. Bambina vigliacca. Devi capirmi… ho dovuto farlo. Mi avrebbe portato via te, il tuo amore, la tua attenzione, i tuoi occhi, la tua dolcezza: mi avrebbe derubata di tutto. Defraudata. Depredata. Non potevo permetterlo… tu sei l’unico motivo che mi fa alzare il mattino e l’unico che mi permette di addormentarmi la sera. Non chiedo perdono: è stata l’unica scelta, l’unica alternativa possibile. Amore mio, ho ucciso il tuo bambino.
da: Elena Schillaci
Le conseguenze della vita senza amore
Pino Sammarco detto Sangiovese si teneva la testa fra le mani in un gesto che era insieme di stizza e di disperazione. Fino a qualche mese addietro la sua vita era l'assenza di emozioni, la monotonia di un tedium vitae che si ripeteva ogni giorno immutabile, eguale a se stesso. Insegnava in una scuola media adesso e per lui quel "media" era sinonimo di mediocre. Alla mediocrità di un'esistenza vissuta tra un mini appartamento vuoto d'amore e un istituto scolastico retto da un potente gerarca, un uomo dai capelli alla Geoffrey Rush, nodoso e spigoloso nel corpo e nello spirito, si associava una sorta di nausea esistenziale, di rigurgito di cultura che spaziava dai classici alla saggistica, dalla storia delle religioni ai trattati di informatica, tanti erano i suoi interessi e gli ambiti entro i quali si muoveva con una discreta agilità, lui, alto poco di un metro e un tappo, minuscola botticella di cultura. In quella scuola c'era lei, Venere del paleolitico, dai seni turgidi e gli occhi verdelaguna, squarci di mare aperto, fresche iridescenze nella calura estiva. Ma c'erano anche loro: il già nominato axis scholae, dirigente-manager imponente come una montagna, solido come una quercia le cui radici si estendevano nel profondo degli inferi, penetrando nel mondo dei demoni e degli elfi, di streghe e misteriose creature ostili alla comunità degli uomini. E poi i colleghi. Tutti. Un amalgama di ostilità e falsità che si respira attraverso i pori della pelle. Mobbing. Vessazioni. Umiliazioni. Controlli immotivati, accuse digrignate fra i denti ma mai palesate e poi l'incontro a tu per tu per chiarirsi con il dirigente scolastico, il Montezemolo che si occupava delle cattedre e degli arredi scolastici con la stessa competenza con cui un tecnico mette a punto il motore di un'automobile. "Lei deve pur avere dei fondati motivi per licenziarmi" "Non occorre che siano fondati, basta che siano motivi", si era sentito rispondere. Precario a vita, sottomesso agli studenti e ai colleghi, oggi viveva nel panico. Sentiva l'ala della morte, vedeva il freddo, sorridente teschio della signora in nero che lo invitava ad un fugace accoppiamento, un abbraccio che assumeva nella sua mente i contorni eccitanti di un amplesso fra amanti. La sua mente: ecco il problema: Perchè non sapeva reagire ma soprattutto non sapeva farsi avanti, tentare una piccola chiance con la donna angelicata che intravvedeva scivolare leggera nei corridoi, librarsi fra le aule vuote come una libellula nelle umide serate estive, le dita leggere che sistemavano i registri sulle cattedre di prima mattina e che lo avrebbero accarezzato fra i capelli e sulle labbra. Affogare i desideri nel vino, lasciarli galleggiare come schiuma di birra nel bicchiere. Lasciarli scorrere come lacrime, come perle di vita senz'anima. Farli volare nel vuoto, come nuvole, come insetti, come splendide farfalle palpitanti di gioia. "Sono vissuto senza amore" era scritto sulla sua lapide. Era vissuto senza conoscere la vita.
da: Annamaria Bortolan
Immagini di repertorio dal Salento(seconda parte)
(continua)e appena la speaker terminò,due fari di motocicletta illuminarono lo specchietto retrovisore di Rug che vide le catene roteare da un pugno di entrambi i motociclisti che sferrarono a frusta le catene frantumando i vetri laterali dell'auto.Ma qui Rug si rammenta del telone messo sul tettuccio da Antonio,apre il tettuccio e slega e getta il telone oltre il parabrezza,telone che si dispiega sulla carreggiata,e quando auto e motociclisti attraversano il piano del telone aperto,l'auto frena di colpo,ruota su se stessa attorcigliando il telone che viene ritirato da sotto le gomme delle due motociclette che perdono il contatto col terreno e si ribaltano con lo schiocco delle ossa che si rompono dei due motociclisti.Rug avvia nuovamente la sua Alfa Romeo che strascica sul telone lasciandoselo dietro a svolazzare con le sue pieghe,e Rug è sempre più convinto che Nicola,l'organizzatore,voglia ucciderlo.Intanto all'autoradio la speaker comunica:-Il pulcino Rug sa che chi più ne ha più ne metta:sono finiti gli ostacoli sulla strada,e è ora che si affronti la legge!-e alla fine di quelle parole Rug vide davanti a sè nell'oscurità della notte,vide una piccola luce di telecamera a infrarossi che lo riprendeva,e quando superò la telecamera su quella piccola luce si accesero i lampeggianti della polizia.Era stato registrato in flagranza di reato!Ora c'erano le prove del suo coinvolgimento nella Thunder Road,e al suo specchietto retrovisore si riflesse l'auto della polizia con la luce di un accendino a delineare il viso di Nicola all'interno dell'auto della polizia stessa.Lo avevano incastrato,e la soluzione è uccidere i poliziotti e distruggere la telecamera!Allora Rug sui finestrini rotti dai motociclisti mise a incastro le taniche di benzina e bitume di Antonio tutte sul lato del guidatore,dall'alta velocità di 300 kmh a lancette ore 12 e 30 frenò di colpo sgommando l'Alfa Romeo a ruotare a ore 15 e 45 di slancio a gettare le taniche per la forte spinta che capovolse l'Alfa Romeo che cadendo sul tettuccio schiacciò le taniche di benzina e bitume e la spinta mandò in avanti auto e tettuccio sull'asfalto scoccando le scintille che incendiarono il carburante spalmato dal tettuccio inseguito dalle fiamme che s'accendevano con le scintille del metallo del tettuccio sull'asfalto finchè l'attrito ripulì il tettuccio dalla benzina che stava strisciando al suolo.LAlfa Romeo si fermò così capovolta mentre Rug a testa ingiù vedeva il bitume incandescente nella benzina infiammata,il bitume incandescente che si rapprendeva alle gomme delle volanti incendiando le ruote per far esplodere le volanti stesse.A testa ingiù Rug uscì dall'auto e vide i corpi tra le fiamme tra i quali quello di Nicola.Anche le prove sulla telecamera erano distrutte!Rug con una leva d'acciaio presa dal portabagagli rigirò la sua Alfa Romeo con le ruote che riconquistarono l'asfalto.Su Radio-Rama in onda la speaker sentenziò:-Bravo,Rug Maio,ora che le prove sono distrutte non c'è storia,ma solo il mito di Rug Maio vincitore alla Thunder Road del Salento!Alla prossima,mitico e inafferrabile Rug!-.Rug terminò la prova al traguardo nella città di Maglie:lo aspettavano chi doveva riferire l'esito della prova:nessuno si congratulò con lui tanto che una volta vistolo al traguardo tutti se ne andarono in sordina con le loro auto.L'Alfa Romeo di Rug tornò a Galatina,davanti al distributore di benzina Q8 dove il grosso e sorridente Antonio lo aspettava.Antonio gli disse:-Rug,ho sentito la radio,sei un mito!-.Rug rispose:-Certo,mio padre aveva nominato amministratore della mia industria del vetro,aveva nominato Nicola che ha cercato di uccidere me,unico erede,per impossessarsi della fabbrica:ma ora Nicola è morto e io a 18 anni dirigerò l'industria del vetro a Galatina!-.Antonio rimase interdetto nel vedere gli occhi rossi di Rug che lacrimavano,e Rug singhiozzando disse:-Antonio,mio padre è morto!Io,suo figlio,ho affrontato la morte e ho vinto!Non morirò mai!Se io sono eterno e mio padre è diventato eterno,un giorno io incontrerò mio padre?-e qui Rug cominciò a piangere.Ma Antonio terminò:-Certo che lo incontrerai,Rug,ma ora questa è la notte da passare nei pubs di Galatina,i pubs degli eroi!-.-------------------PS:Consiglio a tutti di comprare un'Alfa Romeo per vivere emozioni indescrivibili.Ciao!
da: Salvatore Lèvanto
Immagini di repertorio dal Salento(prima parte)
Un Salento che deve crescere sulle braccia del diciottenne Rug(Ruggero)Maio al volante della sportiva Alfa Romeo mentre va alla periferia della sua città,Galatina,all'imbocco della strada che porta a Lecce.Qui Rug vi vede il distributore di benzina Q8 dove lo aspetta Antonio,corporatura grassa col pizzetto al mento,Antonio che segnala a Rug di accostare alla pompa di benzina quella sera del 20 gennaio.Rug scende dall'auto e chiede a Antonio di preparare quanto accordato nel pomeriggio,e Antonio assicura un telone di plastica ripiegato in quattro sul tettuccio dell'Alfa Romeo dopodichè mette 4 taniche di benzina con ognuna contenente un decimo di bitume nel carburante,le sistema sui sedili posteriori.-Tuo padre non lo accetterebbe mai!-esclamò Antonio,ma Rug senza tradire emozione alcuna risalì sulla sua Alfa Romeo e rispose:-Mio padre è morto,il destino ora è nelle mie mani,e parteciperò alla Thunder Road!-.Sfrecciando in auto fuori dal distributore di benzina,Rug salutò l'Antonio appiedato e si diresse,da Galatina,verso Lecce dove c'è il raduno che lo aspetta.Rug accende l'autoradio e sulla frequenza di Radio-Rama resta impietrito,poichè la speaker con voce suadente parla:-Questa,radioascoltatori,questa è la serata di Rug Maio da Galatina,rampollo delle industrie Maio vetri di Galatina,Maio vetri che non avrà più eredi in quanto Rug stasera ci lascerà le penne alla prova automobilistica della Thunder Road-.Rug viaggiava sulla strada per Lecce pensando a suo padre magnate del vetro di Galatina,suo padre morto una settimana fa,suo padre che sul letto di morte testimoniò a Rug:-Rug,figlio mio,tuo padre ha sempre lavorato con ossequio verso dirigenti pubblici e di polizia;a tali dirigenti versavo sempre la metà di ciò che incassavo poichè quei pubblici ufficiali io non ho mai sfidato perchè amavo te,Rug:ma ora che sto morendo voglio che tu,Rug,tu mi giuri che non ti farai mettere i piedi in testa da nessuno!-e al giuramento verso il padre ora Rug era arrivato a Lecce,al luogo d'inizio della prova automobilistica della Thunder Road.Tra le luci accese di auto parcheggiate su un fronte,Rug fermò la sua Alfa Romeo;gli si fece incontro Nicola,l'organizzatore della prova che strinse la mano a Rug e gli augurò ogni bene,dopodichè Rug si avviò con la sua Alfa Romeo sulla strada statale che da Lecce porta a Maglie dando inizio alla prova.L'autoradio su frequenza Radio-Rama lasciava parlare la suadente speaker:-Ebbene il giovane Rug ha iniziato la Thunder Road:non abbiate il fiato sospeso poichè tutto finirà subito nel necrologio del giovane Rug Maio!-.Rug aveva percorso 5 chilometri della statale quando vide due tir con rimorchio,due tir affiancati:la prova consisteva nel passare al centro attraverso i tir i quali tir invece fecero il gioco sporco di procedere a zig-zag coi rimorchi a serpeggiare dietro i tir chiudendo la corsia tra di loro.I camionisti tra il loro mezzo e il bordo della carreggiata che andava in uno strapiombo,tra tir e bordo stradale si lasciavano due passi in larghezza di asfalto.Coi tir a serpeggiare coi rimorchi sulla strada,Rug fissò la strettoia di due passi al bordo della carreggiata e vi si buttò con l'Alfa Romeo a 300 Kmh come lancette ore 12 e 30,Rug innestò la retromarcia che contrastò con la rotazione in avanti e schizzò le ruote posteriori dell'auto in alto di tre passi ruotando l'auto a ore 15 e 45 rispetto al bordo della carreggiata di due passi che risucchiò l'Alfa Romeo che viaggiava di traverso ai due passi di carreggiata posandovi le ruote anteriori mentre le posteriori erano rialzate sullo strapiombo,inclinate sulle ruote anteriori sulle quali anteriori ora il peso dell'auto poggiava su un corridoio di due passi di strada lasciato dai tir,corridoio che l'auto attraversò con stridìo delle ruote anteriori di appoggio.Superati i Tir con l'auto inclinata in bilico sullo strapiombo ai bordi della carreggiata,superati i tir Rug inserì il comando per avviare le 4 ruote motrici,inserì la prima marcia e le ruote anteriori sul bordo strada stridettero nel far rientrare in corsia il retro dell'auto sullo strapiombo,retro che si abbassò sulla strada in sicurezza.Così Rug si mise con l'Alfa Romeo di fronte ai due camion che procedevano a zig-zag e accese loro i fari abbaglianti che come previsto frenarono di colpo sul loro movimento a zig-zag che fece loro perdere il contatto col terreno mentre i rimorchi a serpeggiare come onde si infransero sulle motrici che rotolarono sull'asfalto in miriadi di pezzi.Rug sapeva che l'organizzatore Nicola aveva fatto il gioco sporco,quindi si doveva aspettare dell'altro.Così Rug avviò la sua Alfa Romeo mentre la speaker di Radio-Rama annunciava:-Il pulcino Rug ha fatto il gioco pesante uccidendo due camionisti,signore e signori:ora pretendiamo tutti insieme la punizioe del bamboccio Rug Maio!-(continua)
da: Salvatore Lèvanto
NOTE A MARGINE
[Increspa l’alba - d’onde di madreperla- la volta azzurra.] La data è primo d’ottobre 2005, è un sabato. La scritta si trova sul lato destro della pagina del registro della IIC Scientifico accanto all’intestazione. La grafia è minuscola, dimessa e, decisamente, non è una calligrafia. Se proprio non la si vuol definire uno sgorbio, diciamo che è un appunto, una noticina a margine. Soprattutto non avrebbe motivo d’esserci su quel documento. - Assomiglia a un hayku giapponese, mi piace ogni tanto “fermare l’attimo” ispirandomi a quelle miniliriche con quella concisione che obbligano le 17 sillabe. E’ un esercizio severo per chi compone nella nostra lingua e ha nella mente il ritmo dell’endecasillabo, la fluidità dell’Italiano, ma, proprio perché si deve dire tutto in quello spazio espressivo, occorre fermarsi, bisogna cogliere l’essenza e metter giù parole che sappiano evocare oltre il loro significato piano, oltre il “racconto”. - Devi riuscirci tu, ma deve intenderti anche il lettore e mai come in queste composizioni la “parola data” già “non ti appartiene” appena hai finito di scriverla. Insomma ci vuole esercizio da una parte e dall’altra che mal si concilia con la fretta e il “tritatutto” della verbosità d’oggi. - Bisogna essere educati a trattenere il respiro, mentre ti coglie un’emozione, solitamente di carattere naturale, e lasciarla espandere nell’anima finché trova il significato che più ti è proprio. Poi cercare le parole per narrarla, possibilmente nel metro richiesto. Un po’ di limatura ci vuole sempre, diciamo anche che i “pentimenti” si rincorrono spesso, mentre “prendi nota”, mentre rileggi, anche a distanza di tempo: “È proprio quello che volevo dire?” “Sì, più o meno, ma col metro non ci siamo….non dico quello perfetto, ma neanche nel pressappoco.” I luoghi e la fonte d’ispirazione sono le passeggiate en plaine aire, i trekk, le evasioni domenicali, ecc. Non sempre – anche i luoghi abitati hanno le loro muse nascoste - ma spesso. Che c’entra dunque il registro di classe di un liceo, scientifico per giunta?! - E’ sabato, dicevo. Finisce la settimana, inizio la giornata scolastica e tocca a me intestare il registro: appunto 1 ottobre 2005, sabato. Stop. - Solo che ‘stamattina non mi basta la burocrazia. Io ho ancora nelle pupille l’alba, l’aurora, il sorgere del sole, mentre con l’auto, andando ad Est, raggiungo la scuola. E quella trascolorazione in sequenza, tutta giocata sullo sfumato, oggi era davvero speciale: lo devo scrivere! Mi va di inciderlo proprio dove il dovere mi chiamerà altrove. Non m’importa né dei possibili commenti dei colleghi che verranno dopo, né delle curiosità dei ragazzi, né dell’eventuale richiamo per uso indebito del registro di classe. - Ci sono sempre delle priorità e a tutti capita, prima o poi, di trovarsi sulla riva del personale, piccolo Rubicone: hayku iactum est! - Chiuso. Nessuna aspettativa di alcun genere oltre che ritrovare, forse, a ritroso nel tempo, quella traccia d’ottobre e ritornare a quella vibrazione di nembi in madreperla in lento movimento che increspano il cielo, mentre azzurra al nuovo giorno. - Invece no! La collega di lettere, che si avvicenda, qualche giorno dopo mi ferma nel corridoio. Mi sorride e si complimenta, non ricordo con quali parole. Non capisco subito, poi mi mostra la sua agenda di scuola e ritrovo appuntato il mio hayku: “ è proprio bello, l’ho letto ai ragazzi e mi sono congratulata con loro che hanno un insegnante di Scienze che usa il registro in questo modo”. “Tu scrivi di queste cose abitualmente”? Mi prende in contropiede, non so che cosa rispondere: così su due piedi come faccio a dirle del mio rapporto con le miniliriche giapponesi. Borbotto qualcosa. Lei sa degli hayku, ma non li pratica….il discorso va avanti un paio di minuti. - “Visto che sono graditi, continuo allora…”. “Ho tempo quasi una settimana: sabato prossimo alla prima ora, promesso”! E sorrido, come si fa per uscire da un situazione inaspettata, nuova, velatamente imbarazzante. Beh, non ho mancato un sabato, fedele come un soldatino! O, se proprio vogliamo metterci un po’ di delicatezza, come il fidanzatino di Peynet sulla panchina, con l’immancabile mazzolino di fiori in mano. Presente, anche quel 27 dicembre che la scuola - evento - è rimasta chiusa per neve: ho “preso nota” da casa sulla moleskina e ho riportato il testo sul registro il lunedì successivo. Ci vuole poco, alle volte, per diventare una musa. Son quelle persone che sanno leggerti “le parole di dentro”, le parole che trattieni per pigrizia o perché non è il caso o il luogo, perché lasci il cervello e l’anima a riposo.
da: Ubaldo Busolin
L'esercito di Milite(seconda parte)
(continua)Milite guardò il citofono all'esterno grazie alla TV,e poi guardò il microfono sul suo computer dal quale aveva risposto,e ancora intuì solo senza capire a fondo il collegamento tra il citofono oltre il labirinto che chiudeva la base,e il microfono all'interno della base dal quale Milite aveva risposto al campanello suonato da Micì:Milite svitò lo schermo del computer e dietro lo schermo trovò il pannello dei chips del computer stesso;svitò pure tale pannello e vi vide attaccati migliaia di fili senza sapere qual era il filo ottico che portava fino al citofono sparato.Intanto Micì all'ingresso del labirinto spiegava alla troupe televisiva di Tele-Rama che lui aveva fatto rispondere Milite al citofono per essere certo che il citofono fosse collegato alla sala centrale della base circondata dal labirinto:ora tutti dall'esterno avrebbero seguito il filo del citofono che portava al microfono di Milite nella base trovando così la pista giusta all'interno del labirinto per giungere alla base che proteggeva:seguendo tale filo tolto dall'intonaco della parete da Cicò sarebbero arrivati da Milite.Il procuratore Del Balzo seguiva i due agenti in TV e ebbe un sogghigno prima di predicare a Celletti al suo fianco:-Micì e il caro Cicò da Nardò saranno distrutti dall'esercito di Milite una volta raggiunta la base oltre il labirinto!-Ma subito dopo il procuratore in TV sentì dire da Micì che Milite non sapeva da quale budello del labirinto Micì e Cicò sarebbero pervenuti alla base militare poichè il filo del citofono che i due agenti seguivano confluiva,tale filo,tra le migliaia di fili ottici legati allo schermo del computer di Milite:Micì e Cicò dall'esterno seguivano un solo filo per l'interno,Milite dall'interno aveva migliaia di fili per comandare la base:quindi per catturare Micì e Cicò,senza sapere da quale anfratto del labirinto provenissero,per catturarli l'esercito di Milite si sarebbe diviso e disperso tra i mille meandri del labirinto che circondava la base militare di Milite.A quelle parole il procuratore Del Balzo trasalì e ordinò al commissario Celletti:-Celletti,l'esercito di Milite è disperso tutto nel labirinto:ora Milite è solo nella sua base sotterranea!Prendi la squadra antiterrorismo e segui la breccia nel muro che parte dal citofono e segui il percorso di Micì e Cicò:la mia squadra arresterà Milite e tu Celletti ti occuperai di mister intuito Micì e del suo degno compare Cicò!Inoltre ci sono altri ordini...-e il procuratore Del Balzo parlò all'orecchio di Celletti.Intanto la TV mostrava Milite nella sua base circondato da Micì e Cicò.Milite prese a dire:-Io ero in combutta per voti di scambio per eleggere governatore del Salento il pro...-ma uno sparo interruppe la voce di Milite ferito a un braccio.La telecamera allora inquadrò la pistola fumante davanti al commissario Celletti che disse:-Generale Milite,il procuratore Del Balzo vi arresta per attività armata sovversiva:chiudete il becco,Milite,se volete sopravvivere in carcere!-.L'attenzione delle telecamere era sulla squadra antiterrorismo guidata da Celletti,Celletti che si strofinò l'orecchio come se Del Balzo gli parlasse in quel momento,e Celletti disse ai due agenti:-Micì e Cicò,il procuratore vi ha trasferito alla banda musicale della polizia municipale di Tricase dove suonerete il fischietto!Obbedite o vi salta il posto!-Così la polizia del procuratore arrestò Milite,chiuse i boccaporti della base che portavano al labirinto dove era disperso l'esercito di Milite che sarebbe morto di stenti come ordinato da Del Balzo,aprì il tetto d'acciaio della base da dove l'ascensore portava in superficie nel territorio di Tricase mentre Celletti riportava a Lecce sia Micì che Cicò i quali già intuivano i titoli del Quotidiano di Lecce,ossia "Dopo l'arresto di Milite,il procuratore Del Balzo è in testa nei sondaggi per l'elezione a governatore del Salento".------------PS:Non aspettate il pienone dell'estate,ma visitate la mia terra,il Salento,già da ora scoprendo in ogni angolo e anfratto la magia di questa terra.Ciao!
da: Salvatore Lèvanto
L'esercito di Milite(prima parte)
Nell'odierno Salento gli agenti Agesilao Micì e Aristide Cicò in forza al commissariato di Lecce sono in giro per delle ispezioni.Intanto nella cittadina di Tricase il procuratore Del Balzo nella sua sala operativa usa un walkie-talkie,una radio portatile poichè i telefonini cellulari possono essere intercettati,usa una radio trasmittente portatile per parlare col generale Milite che si trova in una base militare nel sottosuolo di Tricase.Del Balzo alla radio proferisce:-Caro generale Milite,allora siamo d'accordo per il voto di scambio:tu impartisci ai tuoi militari sottoposti di eleggere me,Del Balzo,quale governatore del Salento e il tuo Del Balzo in cambio ti garantisce una percentuale in euro sonanti su tutte le commissioni e appalti militari.Caro Milite,siamo d'accordo?-.Del Balzo conclude guardando dalla finestra una pianura desolata nel sottosuolo della quale pianura si nascondeva la base militare.Dopo un po' di silenzio,Del Balzo al suo ricetrasmettitore si sente rispondere dal generale Milite che dice:-Caro procuratore Del Balzo,io,Milite,io ho nelle mie mani l'esercito e con un colpo di Stato io,Milite,diventerò governatore del Salento e tu,procuratore Del Balzo,tu verrai messo da parte!-e alla radio segue una sonora risata di Milite.Del Balzo,ancora a bocca aperta,chiama al telefono il commissario Celletti il quale commissario raggiunge subito la stanza del procuratore:Del Balzo dice a Celletti tutto riguardo il programmato colpo di Stato di Milite,e Celletti col suo ringhio proferisce:-La base militare sotterranea di Tricase dove c'è Milite,tale base è chiusa dall'alto da due portelli apribili spessi 20 passi di puro acciaio che neppure la bomba atomica può aprirvisi un varco;inoltre l'accesso sotterraneo alla base è un intricato labirinto che circonda la base con chilometri e chilometri di budello,e se anche una squadra antiterrorismo superasse il labirinto(cosa impossibile)e arrivasse alla base militare,l'esercito di Milite con armamento da guerra annienterebbe la nostra squadra!-.Ormai anche giornali e televisioni sapevano dell'imminente colpo di Stato,e il canale televisivo Tele-Rama inquadrava l'entrata sotterranea che avrebbe introdotto nel labirinto che circondava la base di Milite,e tale ingresso è ripreso alla TV con le inquadrature che mostravano l'arrivo di Micì e Cicò.Micì diceva alla giornalista che sarebbero arrivati alla base dall'ingresso al labirinto davanti a loro,che sarebbero entrati con un'idea geniale:sull'ingresso al labirinto Micì suona il campanello,dall'interno risponde Milite al citofono,e Micì spara al citofono interrompendo i convenevoli di Milite col Micì esaltante in TV:-L'abbiamo preso!Abbiamo preso Milite!-.A questo punto guardando la TV Celletti diventa rosso in viso e sbavando abbaia:-Dannato Micì da Galatina,di tutte le cazzate questa è la cazzata più gigantesca che abbia mai visto:Micì,hai preso il mio paio di ciufoli e mentre noi poliziotti dovremmo affrontare preponderanti forze nemiche protette dal labirinto attorno alla base militare,tu Micì spari a un citofono parlante e dici di aver preso il generale Milite!-.Anche il generale Milite dalla sua base rideva guardando la TV che inquadrava Micì con la pistola ancora fumante sul citofono a brandelli.Ma fu un attimo.Milite ebbe un'intuizione sul labirinto per una vista con la coda dell'occhio,e la televisione inquadrò Cicò che sbrecciava dal citofono il filo ottico di comunicazione come si toglie da sotto la sabbia un filo di canapa in tensione.(continua)
da: Salvatore Lèvanto
cocorite
A proposito del nuovo anno. La mattina della vigilia sono uscito quando ancora sbadigliavano i troppi colombi della piazza di Laus. In bicicletta. Cioè, a rischio. Il Cittadino, quotidiano della città, non ne parla, perché per fortuna non ci scappa il morto, ma girare in bicicletta in centro a Lodi è impresa più da incoscienti che da coraggiosi. I pedoni attraversano la strada senza guardare; le macchine, con o senza pass, sgommano a fior di pedale: se non vi arrotano è solo per timore che i pedali potrebbero rigare la carrozzeria. Altre bici - più distratte dei pedoni, più ciniche delle macchine - attentano alla vostra incolumità, sfrecciando contromano, saltabeccando su e giù dai marciapiedi come ranocchi. Ma al mattino presto si può andare tranquilli. A meno che... Kennst du das land wo die zitronen blühen? ( Conosci la terra dove fioriscono i limoni?). L’omaggio di Goethe alla Sicilia, opportunamente parafrasato: Kennst du das land wo die Kokoriten singen? ( Conosci la terra dove cantano le cocorite?). Non intendo le dolci papagalline che parlottano come comari sull’uscio, o come Lodetti e Trapattoni nel Milan di Nereo Rocco. Chiamansi cocorite anche certe dolci signore in pelliccia, che posteggiano di primo mattino e aprono la portiera alla stordita, perdute a guardare nello specchietto retrovisore: non lo zio Athos, cigolante in bicicletta, ma il trucco che dovrebbe mascherare i loro anni fitti di co-co, ri-ri, te-te. La cocorita di turno, mi ha sportellato per le terre, abbottandomi una mano, il pettorale destro e la chiappa sinistra, che ha fatto da cuscino. La bicicletta se l’è cavata senza un graffio. Mi sono rialzato da bullo ( intorno stava infittendosi il crocchio dei curiosi). La cocorita, premurosa: «Mi scusi tanto, si è fatto male?». Non ho avuto tempo di guadarla bene in faccia, né l’accortezza di prenderle il numero di targa e fiondarmi al pronto soccorso: mi è parsa una gherminella. Tastandomi il polso dolente: «Così di buonora cantano le cocorite?». L’ho pensato soltanto. L’avessi detto, chissà?, magari era la cocorita a denunciare me.
da: andrea maietti
MISTER
MR: ALWAYS-ON Cari i miei amici always-on, venitemi a salvare: il capo ha un diavolo per capello, stamattina… gli rode, parecchio. Forse è per questo che fatturiamo venti milioni di dollari l’anno… Oggi ha fatto diramare un’altra comunicazione interna, vuole che ognuno di noi ricominci a usare il badge identificativo conta-orari. Una cosa che non facciamo da anni. Siamo una Content Factory modello Superkamiokande, non un ufficio del Dipartimento dell’interno. Facciamo intrattenimento, non pratiche per il rinnovo della licenza di guida. Abbiamo fretta, il nostro tempo non è come quello dei tanti che sgobbano le otto ore per portare a casa quanto basta al vestito buono dell’amante, noi non portiamo al parco i ragazzini. Viviamo in un altro universo, pieno di mondi sempre nuovi con giornate di 60 secondi. Viviamo al presente. Ho ai piedi le Nike limited edition in gel e nomex fluorescenti. Abbiamo tutti i nostri bei vestiti ma queste Nike le ho solo Io. Sono alto un metro e novantasei. Sono fuori forma ma non importa. Sono tutti come me, quì dentro, siamo gente che piace dodici mesi all’anno. Ci crediamo e siamo forti, proprio forti. Prediciamo il futuro che poi scorre davanti ai nostri occhi, ed è un futuro dove tutto è ascoltabile, raggiungibile, accessibile. Sappiamo com’è perché siamo noi che lo creiamo, è una cosa tangibile che per gli altri dipende da molte cose. A noi invece, appartiene. I nostri prodotti vanno in televisione, girano su piattaforme per computers, fanno tendenza. Il concept siamo noi, un evoluzione della specie: i nostri occhi catturano immagini, la nostra mente le riordina, organizza, divide per aree tematiche e ne estrapola i contenuti d’interesse. Il nostro cervello ha la capacità riflessa di selezionare, garantendoci la possibilità di pensare, ragionare, valutare più cose, fatti, oggetti, prodotti nello stesso momento. Siamo figli del multitasking. La nostra mente elabora in parallelo, noi agiamo muovendoci in più direzioni, facendo diverse cose, dando un ritmo sincronico alla mobilità perpetua dei nostri istanti. Action, Adventure, Board games, general knowledge, variety games, reality show, stunt, tech games e ognuno con spot, aperture, cuscinetti, anteprime, promoteinment, televendite, clips, interviste, promos, minifiction, miniseries, strisce quotidiane, editing con montaggio in parallelo, doppio, triplo, serrato, pop up videos, cromatismi, sovraimpressioni, computergrafica, audio tridimensionale simulato: produciamo tutto, siamo i maghi del format per immagini. La cronaca nutre i nostri progetti, il time to market è dettato dal Telpress. Un attentato? Ne facciamo un modulo del prossimo sparatutto antimutanti per Natale. Un’epidemia? Mettiamo in produzione un adventure in cui servono cognizioni mediche per far sopravvivere i giocatori. Abbiamo corrispondenti da ogni dove che ci mandano decine di plot ogni ora, tutti basati sulle cronache nere dei quotidiani locali, possibilmente americani. Per il prossimo anno pensiamo di simulare un rapimento e farne un reality via Web cam: chi salverà la povera reclusa strappata ai suoi cari? Passiamo intere giornate e smontare e rimontare tabulati in flash in attesa che ci diano X-Light, una soluzione più fluida che insieme al BinDCT manderà in linea i nostri giochi alla velocità della luce. A casa disegniamo i tracciati che ci volano nella mente tutta la notte, perché una buona idea non ha orari e nessun badge. Viviamo sempre a tre ore dal fallimento, senza Photo Shop siamo morti. I nostri amici sono sempre strumenti e colleghi di lavoro, il nostro tempo libero un viaggio perpetuo sulla rete. Siamo anime che sognano a due gigahertz al secondo, processori su di una piastra madre che ci regala ogni genere di gadget. Siamo tutti ricchi, alcuni di noi sono ricchissimi ma non è di questo che godiamo, non c’è modella o macchina o superattico che tenga all’orgasmo del release di un prodotto che hai creato Tu. Specie se il plot iniziale è una tua idea, puoi schizzare come non hai mai fatto. Meglio di quando avevi quindici anni. Non abbiamo orari e viviamo mentre la vita accade, come la mente dietro Sim City. Viviamo adesso, nessun badge può starci appresso. E’ una richiesta assurda. Non siamo mai arrivati a questo punto. NICK
da: Nicola Santoro
Origine nascosta
Stava scendendo le scale muovendosi lentamente; prima un piede, poi l’altro, e mai mollò la presa del corrimano. Le sue dita, incredibilmente bianche, scivolavano su quel legno scuro e liscio, e il pizzo candido della camicetta che cercava di imitarle, le seguiva da vicino.
Aveva delle labbra stupende, disegnate con linee perfette, marcate con un rossetto brillante. Erano chiuse in un’espressione seria, leggermente arricciate, e sobbalzavano impercettibilmente ad ogni scalino; ma non si socchiusero mai, per tutta la durata della discesa.
Le lunghe ciglia nere contornavano degli occhi di un azzurro grigiastro che osservavano pensosi i gradini rimanenti. Li studiavano uno ad uno.
I tacchi, nascosti sotto una lunga gonna nera, producevano un suono sordo ad ogni scontro con il pavimento. Toc… toc… toc…
I capelli biondi erano stati raccolti dietro la nuca, a formare una specie di chignon, e solo qualche piccolo boccolo era stato lasciato libero di cadere lungo le guance.
Una catena d’oro le scendeva giusto dentro la camicetta, perfettamente in mezzo ai seni. Il tessuto bianco le stava attillato sul petto, metteva in mostra le sue forme, che lei esibiva senza vergogna… senza pudore, le ostentava; ma tutto celato dietro uno sottile strato di perbenismo. Stava scendendo le scale muovendosi lentamente, la prima volta che la vidi. Stava perfettamente eretta, senza tuttavia sembrare rigida. Teneva la testa appena appena inclinata in avanti, quel tanto necessario per poter programmare i passi successivi.
Un anello d’argento e ambra, che portava all’anulare sinistro, giocava a riflettere le luci dell’ingresso e i miei occhi osservavano quello scintillio perdendosi all’interno. Fu l’unico momento in cui non mi persi in lei. Ad ogni passo, la punta scura di una scarpa fuoriusciva dal suo nascondiglio e, quasi involontariamente, tirava la gonna quel minimo indispensabile per delineare il contorno di due gambe perfette.
Appena superato anche l’ultimo gradino, una cameriera le si avvicinò per aiutarla ad indossare la lunga mantella nera. Mio zio arrivò e la baciò sulle guance. Lei si protese per contraccambiare e, nel farlo, alcune vene del collo sfiorarono la superficie, permettendomi di intravedere qualche linea bluastra in quel campo latteo. Le seguii fino al punto in cui andavano a nascondersi sotto i vestiti.
“Ah! Valentin!” fece mio zio, con la mano protesa verso di me “Vieni qui! Lascia che ti presenti madame Gourmande.”
Io mi avvicinai e, come da etichetta, le presi la mano destra e me la portai alle labbra.
“Corinne,” continuò lui “Questo è mio nipote Valentin” e in quel momento, proprio nel momento in cui le ultime lettere del mio nome si disperdevano nell’aria, la sua soffice pelle ricevette il mio bacio. Il mio cuore s’arrestò e, forse per colpa del sangue che non veniva più pompato, le mie guance si accesero di un colore incomprensibile.
Eva osservava la mela proprio come Adamo osservava, solitamente, lei. Non sapeva se fosse perché la desiderava più di quanto desiderasse il suo compagno, o semplicemente perché non aveva altro da fare…
Era rossa, scarlatta, di una lucidità senza pari e totalmente priva d’imperfezioni. Non era l’unica in quell’albero, ma era la più perfetta.
Su di un lato, il rosso era leggermente sbiadito in un arancio corposo, intenso, un arancio tramonto, e proprio in quel punto si stava riflettendo l’ultimo sole della giornata.
Era come se la stesse chiamando, come se quella luminosità sopita che la circondava fosse una sorta di messaggio destinato solo a lei. Solo a lei…
Che cosa avrebbe dovuto fare? Solitamente, quando scopriva qualcosa di nuovo, qualcosa che non sapeva ben identificare, chiamava Adamo; lui sapeva sempre cosa era buono e cosa cattivo. Ma questa volta era diverso! Questa volta voleva essere l’unica, la sola che potesse giudicare… che potesse provare, assaggiare…
La mela voleva farsi toccare da lei, e da lei sola! Un leggero venticello fece dondolare delicatamente le fronde del melo, e il frutto si mise a ruotare leggermente. Era come se fosse il sole stesso a girare. Sentì un fruscio, appena dietro le foglie verdi, ma non vide nulla, nulla se non quel frutto senza pecca. Sembrava avere una superficie così terribilmente liscia! Sembrava essere matura al punto giusto! Sembrava che non aspettasse altro che il morso di una donna, il suo morso…
Eva allungò indecisa il braccio, poi ci ripensò e lo fece ridiscendere al suo posto. Si portò la mano sinistra ad arricciare un ciuffo di capelli e rimase ad osservare il buio che si andava sempre più addensando.
Sentì nuovamente un fruscio sui rami e poi ancora un alito di vento. La mela si scosse leggermente e -per un attimo soltanto- tornò, nella sua interezza, a riflettere quel sole ormai destinato alla morte. Vide un’ultima volta quel colore perfetto, quella lucidità così… divina. Era sicuramente una cosa buona, perché era troppo bella…
da: Andrea Storti
zoh(vita)
L¡¯appartenenza. Zoe non si era mai sentita di appartenere a niente, a nessuno. Se non si ¨¨ mai provata la non appartenenza ¨¨ un sentimento difficile da capire, non immediato. Appartenere vuol dire riconoscersi in qualcuno, in qualcosa. Sentire che si ¨¨ parte di un qualcosa, una tessera di un mosaico. Sei sola ma sai che fai parte di un disegno, sai che concorri a creare un¡¯opera d¡¯arte sai che gli altri hanno bisogno di te e te di loro. Questa ¨¨ l¡¯appartenenza, sapere dove ¨¨ il tuo posto. Sapere che posto ti spetta di diritto. Zoe non si sentiva parte di niente era sempre stata una tessera caduta fuori dal disegno. Non apparteneva e quindi non possedeva. Niente sentiva come suo: non la sua casa di infanzia, non i suoi oggetti, non i suoi titoli di studio. Niente. Se non appartieni ti senti in balia del Caso, ti senti una barca alla deriva, non possiedi nulla. Sua figlia. Sua figlia le apparteneva. La aveva fatta, sangue e carne, l¡¯aveva voluta, l¡¯aveva amata. L¡¯amava. Eppure dai reconditi del suo animo arrivava il senso del non appartenere. Anche sua figlia non era per lei era per altri. Non le apparteneva. Ti appartiene e tu appartieni. L¡¯appartenenza ¨¨ duplice, vive solo nei due sensi, non esiste a senso unico. 8 ore, sua figlia aveva solo 8 ore e lei sentiva che questa creatura le apparteneva, si apparteneva a lei e lei a Zoe. Non sarebbe pi¨´ stata sola. La sua bambina l¡¯avrebbe resa libera. Leonilda ¦¥¦Ô¦Á¦Ã¦Ã¦Å¦Ë¦É¦Á. Leonilda Buona novella. La sua bimba sarebbe stata parte di un tutto, sarebbe stata la tessera pi¨´ importante del mosaico della sua vita. Lei l¡¯avrebbe presa in braccio e da lontano le avrebbe mostrato il disegno magnifico che grazie a lei stavano costruendo. Le avrebbe insegnato la sua importanza, la sua appartenenza. Le avrebbe insegnato a volersi bene. E ogni cosa che avrebbe insegnato a Leonilda sarebbe stato come impararla anche lei. Sarebbe stato come rinascere, cominciare a camminare, imparare a camminare di nuovo. Leonilda era la vita che le si spalancava davanti, era tutto quello che lei avrebbe potuto recuperare dalla sua esistenza, era la colla per rimettere insieme i pezzi. Leonilda era amore. Puro. Istintivo. Animale. Era la cosa pi¨´ bella che avesse mai visto. Era la cosa pi¨´ bella che avesse mai fatto. Leonilda esisteva e basta. Non aveva bisogno di motivazioni o giustificazioni. Esisteva. Esisteva e pretendeva dalla vita tutto. Urlava le sue necessit¨¤. Amava. Un bambino non ¨¨ solo un cucciolo d¡¯uomo ¨¨ la vita stessa che si manifesta. E¡¯ la vita per la vita.
da: emanuela patrocchi
La dolce attesa
Avevo dormito talmente poco che i miei sogni si trattennero ancora un po’ sul cuscino. Colpa della tensione per il colloquio. La grande occasione. Finalmente. La mia passione. I miei corsi. I miei studi. Tutto perfettamente finalizzato a ciò. Scelsi con cura l’abbigliamento e decisi per una camicia blu sotto maglioncino a “v” grigio. Fuori dalla finestra una giornata limpida di sole. Gennaio dal cielo terso. Sistemai il cappotto sul sedile del passeggero e mi misi alla guida. Verso Roma. Partii in largo anticipo. Inserii nello stereo una cassetta di Bob Marley che non ascolto mai, al solo scopo di tenermi alto il morale e mantenere ottimo l’umore. Dentro la città il traffico fluiva senza grossi problemi. Ebbi la fortuna di parcheggiare subito e vicino e mi rimase un’ora. Un caffè macchiato al bar. E sigaretta. Nella testa si rincorrevano i miei discorsi prefabbricati, risposte a possibili domande, anche i sorrisi e battute ironiche a sdrammatizzare. Camminai a lungo nei dintorni. Un tipo si stava facendo fare una camicia su misura in un negozio di sartoria a vetro, praticamente in mezzo alla strada. Lo guardai da fuori e lui si imbarazzò. Accanto, sulla vetrina di un’agenzia di viaggi spiccava un poster di Alberto Sordi in abiti da turista e dentro una signora brutta e truccatissima illustrava depliant ad una coppia. Il sole dietro i palazzi portò quasi all’improvviso ombra sul piazzale antistante il luogo del mio appuntamento e un vento gelido iniziò a tagliarmi la faccia. La voce da segretaria che mi aveva comunicato la data e l’indirizzo per telefono mi era sembrata dolce e disponibile. Le mie mani si fecero gelate. La bella giornata e il cielo limpido non riscaldavano affatto la temperatura. Lessi cartelloni e manifesti attaccati ai muri. Il freddo non faceva scorrere molto velocemente il tempo della mia attesa. Mi avvicinai al portone che mancavano dieci minuti. Individuai il campanello a cui suonare. Un’altra sigaretta e conseguente mentina per togliere il fumo dalla bocca. Suonai il citofono con un minuto di studiato ritardo. Sulle scale mi sfregai le mani e schiaffeggiai la faccia a riscaldarmi un po’ e togliere quel tremolio non proprio estetico. Ci tenevo ad apparire sicuro. Due rampe di scale. Una ragazza dal sorriso cordiale aprì la porta e mi introdusse dentro un ufficio. “Buongiorno”, dissi. La signora in tallier grigio che mi attendeva non alzò lo sguardo, indaffarata nelle sue scartoffie da scrivania, non rispose al mio saluto, ma mi chiese di accomodarmi. Mi accomodai. Le avevo anche teso la mano, ma non se ne era accorta e fui abbastanza veloce nel tirarla immediatamente indietro ad evitare la brutta figura. Prendeva fogli da una parte, dava loro una sbirciata e li sistemava da un'altra parte. I termosifoni mi aiutarono molto. Rimasi un po’ in silenzio aspettando che si accorgesse di me e poi dissi: “Oggi il sole è ingannatore”. “Subito il primo luogo comune?”, disse lei. “Subito il primo vaffanculo?”, dissi io. ”Il primo e l’ultimo”, disse lei. “Arrivederci”. “Arrivederci”.
da: Carlo Spataro
I love tibet
) love Tibet In ladakh abitavo a qualche km da Leh a casa di Sandrolma, tibetana, buddhista con la faccia sempre colorata di nero fuliggine a causa della stufa che faceva molto fumo. Era difficile tenerla accesa perché a quell'altitudine la legna é un lusso e normalmente si brucia lo sterco secco di yack che evidentemente fa molto fumo! Aveva il suo sontuoso copricapo di turchesi appeso ad una trave della cucina e quando ne aveva voglia mi offriva un thè salato e un po di tzampa. Era amore odio, non sapeva che farne di me, non sapeva se amarmi o darmi un calcio nel sedere! Io muslim, facevo la preghiera sulla sua terrazza e la cosa la intrigava un po! Casa buddhista, preghiera mussulmana, aspetto Laddhaky! Si perché io so che per lei io, con i miei capelli rapati a zero e con il vestito come il suo, ero piuttosto una monaca buddhista!...E l'immagine che avevamo l'una dell'altra era meravigliosa, allora diventava buona e mi offriva il suo meraviglioso the salato al burro di yack. Ma quasi ogni giorno faceva la presioza e mi faceva attendere, io andavo avanti indietro fino a vederla cedere finalmente mi offriva una tazza. Lo so non aveva mai visto una straniera cosi Laddhaky , a dir il vero lo so era stupita perché sentiva che ci assomigliavamo. Allora m'insegnava come si allaccia la cintura del vestito nel modo tradizionale e mi faceva esplorare la sua grande casa. Io l'amavo e spiavo i suoi gesti. Cioé la musica dei suoi gesti mi raggingeva mentre ero nella mia stanza. Quando faceva il burro era una musica, quando mungeva era un'altra musica e quando andava al fiume a lavarsi era ancora musica. Finalmente potevo vedere il colore della sua pelle in più mi spiegava che c'erano degli orari ben definiti per andare a lavarsi al fiume. In quelle ore gli uomini erano esclusi dal fiume. Costumi locali azzeccati. in una stanza c'era un baule con i suoi vestiti ed io non resistevo, e nelle notti di stelle giganti, di nascosto mi vestivo con le sue stoffe ed andavo a fare quattro passi per urlare al cielo qualcosa di mio qualcosa di suo qualcosa di dolcesalato come il suo the. Era come la giostra che gira in tondo quando sei piccola e grande!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
da: Asiya Gach
CD comprati o masterizzati?
Facciamo che siete un gruppo che si è spaccato il culo per arrivare dove è arrivato; facciamo che, senza donne non fa niente, senza dormire ormai è un’abitudine, ma che senza soldi lo siete sempre stati; facciamo pure che un bel giorno, mentre suonate in un luogo sperduto senza faccia e senza nome si avvicini un tipo basso, brutto e col cappotto; facciamo che vi chiede notizie sul vostro ultimo? (noo, unico CD) e lo compri senza la solita (dammi quanto cazzo vuoi) contrattazione; facciamo che dopo una settimana si faccia risentire dicendovi che vorrebbe parlarvi; facciamo che pur non convinti per niente (ma se cazzo non l’ha comprato nemmeno la mia ragazza) andiate a prendere un’altra bastonata al vostro già vacillante ottimismo; facciamo che il tipo (tanto non si farà trovare vedrai che sarà uno scherzo) vi squadri da dietro la sua scrivania lucente, ordinata e grande, vi faccia accomodare in quattro (siete quattro spero) poltrone sprofondanti e che, sapendo dove mirare, vi proponga un provino così senza preamboli, senza preavviso, senza un sorriso, senza dirvi neanche, cazzo bella la vostra musica o cazzo mi piace il vostro impegno, oppure, cazzo che bona la ragazza del cantante, no, niente, solo una fottuta, imbecille, spregiudicata e impossibile richiesta di un provino; facciamo anche che cadendo dalle nuvole, ma quasi tirandosela, il coglione del gruppo tira fuori l’agenda (è vuota cazzo che cazzo fai ma sei diventato scemo?) e fa finta di vedere quando, fra un concerto e l’altro, c’è un attimo di spazio libero per un sogno a 2000 watt e che prima che lo roviniate di botte, il tipo si alza in piedi porgendovi la mano (cazzo a tutti l’ha stretta) vi saluta con l’augurio di rivedervi in settimana nella saletta delle prove; facciamo che fra eccitazione, paura, tensione, stress e affanculi vari, non riuscite a dormire ne a mangiare ne a scopare e che nel fatidico giorno entrate nella più bella, grande, insonorizzata, comoda (cazzo pure il frigo c’è), (puttana troia anche le birre c’hanno messo) sala di registrazione non solo che abbiate mai visto ma anche più bella di come potevate immaginarla; facciamo che presi da un orgoglio quasi vomitevole o scaramantico, vogliate suonare con quei vecchi strumenti che avete (cazzo non si è rotta nemmeno sulla testa di quel coglione che voleva pogarmi sui testicoli e dici che l’abbandono per una semplice stupida ma vecchia telecaster); facciamo che vi esca il suono più bello, caldo, avvolgente e melodico che ricordavate e che guardando il tipo basso brutto e col cappotto, che intanto si era acceso un enorme sigaro provocando una nebbia così intensa da perdere l’orientamento, notate che stava sorridendo (ma come cazzo hai fatto a vederlo che io non vedevo nemmeno il microfono); facciamo che dopo una stretta di mano (di nuovo a tutti cazzo, ma allora questo è proprio rincoglionito) vi inviti al ristorante (speriamo si possa fare casino) a discutere di affari e che infine vi proponga di accollarsi le spese di realizzo dell’album e del suo ingresso nelle scalette delle radio; facciamo che all’inizio ci sarà da soffrire ma poi se piacerà avrete i vostri riscontri; facciamo che il CD piaccia molto e che ovunque, naturalmente nei posti adatti e sempre nell’ambito cittadino, si senta quel suono fraterno e conosciuto ma conti alla mano, non è che le cose nelle vostre tasche siano cambiate più di tanto (ma che cazzo di presa in giro è questa?) e che un giorno il vostro brutto basso e con il cappotto, produttore vi chiami e vi dica che le vendite non sono andate troppo bene e che non rappresentate una possibile fonte di reddito (ma come cazzo, lo sentono ovunque, tutti conoscono il nostro CD e questo ci dice che non funzioniamo economicamente); facciamo che in tasca dopo questa avventura vi rimanga niente di più di una cena con i pochi amici che ci hanno creduto; facciamo che vi ubriacate e che la mattina dopo credete che sia stato solo un sogno, bello o brutto?; facciamo che per questo, abbandoniate la musica non giudicandovi all’altezza; anche se avreste potuto essere i nuovi Nirvana; facciamo che vi rendiate conto alla fine che se il computer non avesse aperto le frontiere della pirateria forse adesso sarebbe stato diverso, non dico meglio, solo diverso; facciamo anche che dopo questa esperienza vi ritrovate a dover comprare un CD di una nuova band emergente e che per non infrangere i loro sogni decidiate di comprarlo originale e vi rendiate conto che, forse saranno famosi o forse si bruceranno in un paio d’anni ma forse, ripensando a quello che c’è dietro vi rendiate conto che, per un qualche minuto di buona musica e tante genuine speranze si possa anche spendere di più del tempo, perso, dietro ad un freddo computer ad attendere la stampa, dei sogni altrui, su di un vergine disco bucato. l’abc gretelansel@virgilio.it
da: Alfen73
capodanno
Per l'ennesima volta ho semsso di amarti.Epilogo banale,come la vita,come la morte.Oggi la foschia era piu tremenda del solito:il giorno pareva immerso in un alba lattiginosa senza consistenza e senza tempo.Ho pensato alle infinite tue parole,a ieri che con la mezzanotte credavamo di pter cambiare i nostri modi di essere.non hai ancora capito che il capodanno è solo una parola e che ogni giorno possiamo cambiare?Ma tu mi dicevi che io ero un filosofo perditempo,che volevi vivere,che per queste sciocchezze c'era sempre tempo,una volta diventati vecchi.Ecco,allora ho smesso di amarti,cosi banalmente che non me ne sono reso conto.Tu allora ti sei messa a pinagere e allora mi son reso conto che dentro di me qualcosa si muoveva:non quell'imperterrita abitudine di rivedere il tuo viso,ma forse un senso di appartenenza che non credevo di possedere.Allora non ho smesso di amarti ancora..era solo un piccolo pretesto per vedere la tua rezione alle mie parole..
da: Tarco Madini
A.D.2651
la soluzione era apparsa lampante. l'unica cosa che ci si chiedeva,ormai,era perchè nessuno ci avesse pensato prima- qualche centinaio d'anni prima,magari. il problema era vecchio:in Italia,come nel resto del mondo occidentale,il tsso di natalità era bassissimo,la popolazione invecchiava sempre di più,la "razza" italica rischiava di scomparire e la storia era sempre la stessa:non ci sono i soldi per mantenere i figli,manca il tempo per accudirli-abbiamo da lavorare,noi. finchè qualcuno-un brillante preposto al ministero della famiglia- aveva avuto l'idea. e così,in tempi rapidi-a dimostrare che,volendo,le opere pubbliche non richiedono decenni di lavori che sfumano nel nulla-la struttura era stata costruita e le "ospiti" erano state fatte accomodare. stranamente,apparivano assai poco contente di essere state selezionate per rendere un servigio alla nazione-e sì che venivano anche pagate,e non poco,per giunta. eppure eccole lì,con le loro faccette smorte,le scarse donne in età fertile destinate ad essere fecondate e a trascorrere una decina d'anni(un'inezia,nella grande ruota nella vita)a sfornare figli. poi,sarebbero tornate nelle loro agognate casette e avrebbero ripreso le loro importanti occupazioni,mentre i bambini sarebbero stati allevati in strutture statali-tutto pagato dai contribuenti,ovviamente. una soluzione semplice,ovvia,comoda.peccato che nessuno fosse più in grado di vederne la mostruosità. A.D. 2651.
da: nicolina altitoro
Un uomo
Un uomo cammina per la strada. Una ventiquattrore di pelle in una mano, una sigaretta nell'altra, simile nell'atteggiamento ad un salmone su due piedi, fende la corrente umana che sfila nel senso contrario al suo. Non è infastidito l'uomo, no, ormai ha fatto l'abitudine agli impatti non voluti e non evitati con gli altri passanti, alla maleducazione di chi si ferma all'improvviso nel bel mezzo del marciapiedi. Non ci fa più caso, come tutti gli altri. Continua a camminare, con la ventiquattore di pelle e la sigaretta, adesso di due centimetri più corta, sempre immerso nei suoi pensieri. Si volta di qua, si volta di là, una luce appesa ad un lungo, curvo palo giallo, gli dà il permesso di attraversare la strada. E l'uomo obbedisce, attraversa. Alla sua destra due ragazzetti, alla sua sinistra una signora anziana, davanti una mamma con un bambino in un passeggino rosso. Intorno, le automobili ferme in paziente e rombante attesa del prossimo cambio di preferenza della luce del palo giallo. Il medio e il pollice dell'uomo, uniti e rilasciati in sincrono con elasticità, fanno volare il mozzicone in mezzo alla strada. Esplode sull'asfalto, in una diffusione di effimere scintille, ne rimane solo un misero filo di fumo azzurrognolo. L'uomo sbuffa via l'ultima boccata, ingordo, ancora simile ad un salmone, ma stavolta ad un salmone lasciato dibattersi sul fondo della barca che lo ha appena pescato. Fruga nella tasca interna della giacca dal taglio perfetto, ne estrae il cellulare. Lo ha appena sentito dibattaresi come un piccolo animale da tana. Dopo la consueta sequenza di tasti, ecco comparire sul piccolo schermo un perentorio "ricordati di prendere il pane". Non si aspettava di meglio. Sposta la valigetta nella mano destra, solleva il polso sinistro compiendo un piccolo movimento rotatorio con il braccio. Getta un'occhiata senza interesse al piccolo cerchio di metallo lucido. Impietose, le lancette indicano le sette e ventidue del pomeriggio. Troppo presto per tornare a casa, ma troppo tardi per non tornarci. Cammina, l'uomo, pensando a tutto quello che avrebbe voluto fare. Un pensiero enorme, se rapportato a quanto ha fatto in realtà. Cammina, su per una strada in salita, mentre attraverso i pioppi sul ciglio del marciapiede un sole ritardatario manda i suoi ultimi raggi a colorare le cose di quell'arancione tanto bello, ma così triste. Quel sole non sembra proprio volerne sapere, ancora, di immergersi nell'orizzonte. Fa caldo. I vestiti dell'uomo non sono adatti alla stagione, oltre a non essere mai stati adatti alla sua persona. Infila due dita nel colletto, allenta la cravatta, non abbastanza da permettere di uscire al senso di oppressione che lo pervade. Non può nemmeno mettere in bocca un'altra sigaretta, a casa sanno che ha smesso di fumare, e allora in bocca si infila una gomma. Alla menta. L'ha sempre odiata, la menta, ma purtroppo è l'unica cosa in grado di restituire al suo alito un odore non compromettente. Il sapore amato del tabacco a poco svanisce, sotto i colpi irruenti della gomma. L'uomo cammina, riducendo ad ogni passo una distanza che vorrebbe incolmabile, ma che come tutte le cose umane è destinata ad esaurirsi ed esaurirsi, sino a scomparire. Senza volerlo, allunga anche il passo. Il panettiere sta ormai per chiudere. Sua moglie odia il pane nelle buste di plastica, vuole quello fresco, e lui lo sa bene. Non ne può più della gomma, e allora la sputa via con rabbia, cerca di darle un calcio. La manca. Le suole dei mocassini scivolano sul marciapiedi liscio. Quasi cade, ma riesce a recuperare l'equilibrio. In extremis. Una signora lo guarda da lontano fallire in quello strano tentativo. Lui le rivolge un'occhiata ostile, carica di stizza. Poi l'uomo si volta, non ha tempo da perdere. Dopo pochi minuti è arrivato, le porte della panetteria si spalancano non appena la sua presenza va ad interrompere il contatto invisibile tra le fotocellule. L'uomo entra, lasciando fuori tutto quello che avrebbe voluto fare e non ha fatto, che avrebbe voluto essere e non è stato. Prima di parlare con la ragazza dietro il bancone, si stringe di nuovo il nodo della cravatta. Ha un'immagine da mantenere, in fondo. Finalmente, il sole inizia ad andare giù.
da: Federico Fascetti
Ma picchì mi riri ‘nta la ‘mpigna ?*
Turbamenti di mente acidi e dormienti annaspano turpi contro i sandali repressi nell’odio per il prossimo. Provo un senso di fastidio notevolmente accentuato dal puzzo di fumo che inebria queste stanze troppo illuminate, è anche tardi. Ma il luogo della faccia ? Il caso si fa man mano più intricato e complicato; nessuno riesce a venirne fuori con una soluzione adeguata; la vicenda sta assumendo proporzioni paradossali. Eppure lui lo conosciamo bene, è un tipo tranquillo, ha una faccia, un viso tondo, una fossetta proprio nel bel mezzo del mento, due baffi di plastica, e due occhietti veloci. Sul colore degli occhi però ci sono diverse correnti di pensiero, qualcuno sostiene di averli visti neri. Eppure lui lo conosciamo bene, è un tipo pacato, ha una bella pancia, mangia forse un po’ troppo oppure non fa caso a ciò che mangia, comincia a vederci poco e stiamo controllando tutti gli oculisti della zona. Sappiamo tutto di lui, è un tipo strano, fuma troppo e non si cura delle cicche, le butta via dove gli torna più comodo, poi accende un’altra sigaretta e lancia la cicca nella stessa direzione di prima. Chi lo conosce bene sostiene lo faccia perché vuole comprendere a fondo le teorie di Eraclìto e San Tommaso. Chi lo conosce poco sostiene lo faccia perché è scemo. Chi non lo conosce affatto se ne fotte del tutto, almeno fino a quando non glielo raccontano. Di sera, al buio, il tipo è stato visto gesticolare animosamente prima che decidesse di avvicinare le mani al naso. E passeggia e fuma, ma quanto fuma ! Di sera, al buio il tipo è stato visto ancora, stavolta non gesticolava. Il luogo della faccia è ambiguo, credo sia fondamentalmente corretto dal punto di vista della questione che appare. Il luogo della faccia non c’è, appare e scompare dietro la faccia. Il luogo della faccia è al limite, oltrepassato il limite del luogo, rimane il fango. Era sparito già da un paio di minuti, eppure lei sentiva qualcosa di strano, un brivido, come quello che aveva provato l’ultima volta che aveva mangiato il suo gelato al limone, l’ultimo inverno. Anche lei non c’era, non c’era polvere e non c’era tempo, fuori era come dentro e dentro era come se non ci fosse nessuno. Ma erano passati molti giorni e quella marca di gelato non l’aveva più trovata. Un’altra sera di assenze si materializzava, non aveva il suo gelato preferito ma aveva comprato il caffè, quello nero, quello che si beve dopo averlo preparato con cura, ché se non lo prepari con cura non si può bere. Il luogo della faccia è ambiguo, non ci si può fidare, ti fotte troppo velocemente. Il luogo della faccia non c’è, forse. Il luogo della faccia è al limite, carambola all’indietro dopo la pioggia. C’era anche uno scarafaggio dentro al caffè. Questa storia degli scarafaggi non si riusciva proprio a risolvere. Venivano su da tutte le parti, venivano su non si sa bene da dove, sempre di notte. La cucina di notte era piena di scarafaggi, si incontravano, si salutavano, facevano le loro cose, andavano a trovare i parenti, al buio era un viavai inammissibile di scarafaggi. Il luogo della faccia poi, è sempre più ambiguo, adesso si aggira senza meta con fare sempre più truffaldino. Il luogo della faccia non c’è, non ancora. Il luogo della faccia è al limite, barcolla in maniera indecorosa. Il brivido aveva suggerito il caffè, da un paio di minuti non riusciva a togliersi dalla mente le sue mille facce, il suo viso tondo, la sua fossetta nel mezzo del mento, i suoi due baffi di plastica, i suoi due occhietti veloci. Anche lei aveva dei dubbi sul colore dei suoi occhi neri, verdi, azzurri, rossi… Il luogo della faccia ambisce. Il luogo della faccia è assente. Il luogo della faccia è un piccolo astuccio. *Ma perché mi ridi in faccia ?
da: Nicola Salemi
Robertino e il pesciolino rosso
La storia di Robertino e il pesciolino rosso… C’era una volta un bambino di nome Robertino, molto molto povero. Viveva in una casetta diroccata, proprio accanto ad una spiaggia insieme alla mamma e al papà. La mamma era molto malata e trascorreva tutto il suo tempo coricata in un lettino piccolo piccolo, fatto di stuoie e alghe che il papà aveva raccolto durante le sue camminate sulla spiaggia, poco prima di andare a pesca, giorno per giorno. Il papà infatti era un pescatore e aveva un peschereccio molto vecchio, tutto rattoppato, anch’esso di alghe e stuoie…infatti, quando la mamma di Robertino stava ancora bene, cuciva insieme sia le reti da pesca che le alghe con le stuoie in modo che l’acqua non entrasse nell’imbarcazione del papà. Robertino era un bambino molto buono e tutti i giorni preparava il pranzo per la mamma cocendo il pesce che il papà pescava. Ma era molto debole, perché la sua porzione di pesce la conservava sempre per la sera. E per cena, donava alla mamma anche quella, perché il papà non pescava più come una volta. Le reti non erano mai piene zeppe di pesci…nemmeno una cozza…solo e sempre tante alghe. Ma nella casa, il fuoco era sempre acceso e oltre al calore del focolare, v’era il calore dei cuori che la notte battevano tutti insieme, nello stesso letto di alghe e stuoie perché così avevano caldo! Una mattina Robertino passeggiava come sempre sulla spiaggia e cercava verso l’orizzonte la barca del papà…ma venne distratto da una voce tra le onde. Si guardò intorno, nella speranza di trovare un bambino col quale giocare…ma la spiaggia era deserta, come tutti i giorni. Robertino era così povero che non poteva andare neanche a scuola, perché doveva badare alla mamma molto malata e perché i suoi abiti erano tutti ma proprio tutti stracciati. Meno male che di giorno sulla spiaggia brillava sempre il sole e c’era un caldo anzi no, un caldissimissimo! Ma, se non ci sono bambini – pensava Robertino – chi parla?? Robertinooooo, Robertinoooo…sono qui, tra le onde…mi vedi??? Robertino s’avvicinò alla riva e incredulo, vide un pesciolino rosso che guardava proprio verso di lui. “mmm, pensava…se non riprendo a mangiare un po’ di pesce, và finire che davvero anche le alghe mi parleranno!”. Ma, incredulo o no, s’accorse presto che il pesciolino rosso parlava davvero…anzi era anche molto colto…sapeva contare persino fino a cento! Era proprio un pesciolino speciale…aveva pure gli occhiali, proprio come un maestro. Quella mattina Robertino parlò tantissimissimo col pesciolino rosso e anche la mattina seguente e quella dopo. Gli raccontò tutta la sua storia, della mamma malata e del papà pescatore…e il pesciolino rosso si commosse tanto ma così tanto che volle fare a Robertino un bellissimo regalo. Un giorno, mentre la mamma mangiava e il papà era a pesca, il pesciolino rosso chiese a Robertino di seguirlo, di nuotare con lui fino agli scogli…perché poteva trovare un tesoro! Ma Robertino sapeva che il papà non voleva che nuotasse da solo fino agli scogli, perché l’acqua era alta e perché da solo era meglio non andasse mai da nessuna parte! Era un bambino molto ubbidiente, e buono e aveva davvero un cuore gentile. Proprio per questo il pesciolino rosso voleva regalargli un tesoro. Passarono tanti giorni, e la mamma continuava a stare male…il papà da tre giorni non aveva pescato neppure un solo pesce, così la famiglia si sfamava con succhi d’alghe a pranzo e a cena…il peschereccio era affondato qualche notte prima perché il mare era troppo mosso e c’era molto vento e la barca aveva imbarcato troppa acqua…le reti s’erano tutte attorcigliate e rotte e la mamma non aveva più la forza neppure di aggiustarle…era così debole che il papà doveva stare tutto il giorno vicino a lei, per tenerla al caldo e per non farle mancare mai nulla. Il papà e la mamma di Robertino si volevano davvero bene…s’erano conosciuti proprio su quella spiaggia e s’erano amati dal primo istante in cui si videro! Infatti il papà raccontava sempre a Robertino l’Amore per la mamma quando pescavano insieme…e anche la mamma raccontava a Robertino del suo Amore per il papà quando insieme cucivano le reti e rattoppavano con alghe e stuoie il peschereccio. A Robertino dispiaceva troppo di non poter aiutare i genitori così, si fidò del pesciolino rosso e lo seguì a nuoto verso gli scogli! Con una maschera e un boccaglio, vide tutto il fondo del mare…tanti pesci, coralli, alghe, resti di barche…vide anche quella del papà! Poi, ad un certo punto s’accorse che gli scogli erano vicini…e aveva un po’ di paura. Ma trovare questo tesoro era troppo importante, perché aveva grandi idee…intanto disse: “mmm…comprerò le medicine per mamma e una barca per papà”. Era un bambino molto molto buono…e pensava sempre prima agli altri. Si fece coraggio e seguì il pesciolino rosso fino in una grotta. Era una grotta strana, perché era sott’acqua…ma c’era una specie di stanza molto grande…era tutta vuota, ma vicino ad una roccia a forma di colomba, c’erano tre sacchi…pieni pieni pieni! Robertino rimase a bocca aperta e si avvicinò pian piano. Era tutto bagnato…aveva anche la tosse…e il moccio…e non aveva nemmeno i fazzolettini per soffiarsi il naso! “se lo sa mamma – pensava – s’arrabbia”. Un sacco brillava tantissimo…sembrava pieno di grano, perché era un brillare giallo giallo! L’altro sacco brillava di rosso, blu, verde e di tanti altri colori…sembrava un arcobaleno, Robertino ne aveva visti tantissimi sul mare, perché quando pioveva si nascondeva sempre sotto una barca per sentire il rumore della pioggia. Così correva sulla spiaggia finchè l’ultima goccia d’acqua formava verso l’orizzonte un arcobaleno che partiva dalla sua casetta diroccata, fin proprio agli scogli, giusto giusto sulla collocazione della grotta! Ma, cosa c’era nel terzo sacco?? Robertino era troppo stanco, aveva nuotato tantissimo e non vedeva l’ora di tornare a casa, dalla mamma e dal papà. Si avvicinò ai sacchi e infilò la mano nel primo…era pienissimo di monete d’oro che luccicavano come il grano d’estate… e l’altro era peno di pietre preziose…rubini, zaffiri diamanti e smeraldi, coloratissimissimi! E il terzo sacco era strano…aveva una forma come di scala…era pieno zeppo di libri, tantissimissimi! Si fermò lì, nella grotta e li lesse tutti tutti…diventò intelligentissimo e si dimenticò anche del tempo che passava. Chissà quanto tempo era rimasto nella grotta…forse giorni o mesi o forse …forse qualche anno. Non lo sapeva più. Così chiese al pesciolino rosso: “che giorno è oggi?” E il pesciolino rosso disse: “è il giorno di Natale!”. Nuotò in fretta Robertino, più veloce del pesciolino rosso, si caricò i sacchi sulle spalle e un polpo gigante amico del pesciolino rosso lo aiutò a portar in riva tutti i tesori…così, potè curare la mamma con le medicine e comprò al papà una barca nuova…mangiarono tantissimissimo…anche il panettone! Robertino entrò a scuola e studiò tantissimo, divenne un imprenditore e commerciò succhi d’alghe in tutto il mondo! Quando rivide il pesciolino rosso sulla riva del mare gli disse “grazie”. E il pesciolino rosso rispose… “non devi ringraziare me, mail tuo coraggio!”e ancora chiese: “dimmi Robertino, qual è il tesoro più grande che hai trovato?” Robertino disse…”sono indeciso tra tre” “tre sacchi?” chiese il pesciolino rosso. “no, non so cosa scegliere tra il sorriso di mamma, l’abbraccio di papà, o l’esser figlio loro”.Allora disse il pesciolino rosso: “Robertino, dove risiede l’Amore e la tua felicità, lì troverai il tesoro più grande!” E disse allora Robertino: “il mio tesoro più grande dunque è la mia famiglia!”. Il pesciolino rosso disse: “hai scoperto lo Spirito del Natale, conservalo nel cuore per sempre”…e sparì tra le onde del mare.
da: Giulio Lobina
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