Speaker's Corner
 
Racconti notturni
 di Fabio Lentini

  • Premessa
  • 1a puntata
    Incontri

  • 2a puntata
    Khaled
  • 3a puntata
    Il cosmonauta (1a parte)
  • 4a puntata
    Il cosmonauta (2a parte)
  • 5a puntata
    Il vento
  • 6a puntata
    La battaglia
  • 7a puntata
    La rosa del Cretto
  • 8a puntata
    Ritorni
  • 9a puntata
    I canali di Hans
  • 10a puntata
    La leggenda della vecchia ferrovia (1a parte)
  • 11a puntata
    La leggenda della vecchia ferrovia (2a parte)
  • 12a puntata
    L'ultimo walzer
  • 13a puntata
    Il teorema



    Autoromanzo. Storia d'amore a Tre Voci
    di Roberto Cicero


    Storie di quartiere
    di Carlo Trotta

































  • Realizzato da
    Visiant Outsourcing
    Speaker's Corner
    Racconti Notturni
    a cura di Fabio Lentini


    LA LEGGENDA DELLA VECCHIA FERROVIA
    (prima parte)



    La locomotiva si era appena arrestata ammorbando l'aria di sudice folate di vento. Charlie l'aveva deviata sul binario dei vecchi magazzini ferroviari. Era lì che avrebbe realizzato il suo piano, un'idea folle e visionaria che da tempo gli ossessionava la mente.
    Quei depositi erano stati abbandonati con la rapidità di un amante in fuga e, sebbene fosse evidente la crudele ombra del tempo, ogni cosa stava ancora a suo posto. Vagoni, carbone e ricambi, simulacri dell'era moderna dove una scoperta è sufficiente a sconfessare il passato.
    - "Tutta colpa di quella dannata elettricità!" aveva sentenziato alla vista di quello spreco.
    - "Già, proprio così!" gli aveva fatto eco l'amico fuochista.
    Charlie e Tom facevano una bella coppia. Per oltre trent'anni, avevano condotto i treni lungo le strade ferrate del Delta. La loro vita era ormai una leggenda ed insieme detenevano una serie invidiabile di primati.
    Charlie era il figlio di una famiglia sbandata e si poteva dire che non avesse avuto infanzia. Da subito, era stato gettato nell'officina del signor Ryan, un uomo spigoloso che non perdeva mai occasione di umiliarlo ma dal quale aveva appreso i rudimenti della meccanica. La madre lo aveva abbandonato in tenera età, stanca delle continue angherie del marito, e di lei rammentava una carezza, un'immagine svanente strappata ad un raro momento di felicità.
    Tom era un uomo dal fisico imponente a cui la gente non perdonava di essere negro. Charlie l'aveva incontrato mentre, afflitto e disperato, tracannava una bottiglia di un pessimo distillato di mele. Per un strano caso del destino, si era offerto di metterlo alla prova. A lui non importava che fosse di colore ma ciò che era in grado di fare e quell'uomo dell'Alabama di cose ne faceva. Quando era in forma, poteva alimentare una caldaia per quasi un'intera giornata spingendo una motrice oltre i limiti consentiti. Era senz'altro il miglior fuochista che avesse mai incontrato e, da quando lavoravano in coppia, le compagnie facevano a gara ad ingaggiarli.
    Nelle loro mani, il treno sfrecciava come un uccello in picchiata per poi planare dolcemente ai primi indizi di una stazione. Sebbene si impegnassero allo stremo, non avevano mai fuso un motore e ciò, probabilmente, andava ascritto all'attenzione con la quale curavano il macchinario. Bastava vederli quando, con secchi di aceto, liberavano i cilindri dal calcare facendoli brillare come diamanti. Era incredibile poterli osservare mentre spargevano il grasso nelle bielle ma alla prova dei pistoni davano il meglio di sé. Quel giorno, Charlie diventava nervoso e allora Tom evitava di parlargli. Irrequieto, puliva gli occhiali alitando ripetutamente sulle lenti poi, col cuore palpitante, verificava che le teste non mostrassero lesioni e solo al termine dell'ispezione tirava un sospiro di sollievo.
    Tom era addetto al controllo del passo, la cui distanza andava sempre mantenuta parallela. Come tutti i fuochisti, era solito intonare delle nenie che accompagnavano il lancio del carbone. Quante ne conosceva di malinconiche canzoni, palliativi di una vita difficile e severa. Mai un sorriso, mai un ringraziamento ma a lui non importava. Era il prezzo che pagava per non essere bianco.
    - "Mezz'ora ed i fuochisti sono tutti negri!?!" ripeteva spesso Charlie provocandone il sorriso. Per lui avrebbe dato la vita perché era l'unica anima nera che avesse la pelle bianca.
    Tutto questo era il loro trascorso perché il presente li vedeva confinati dentro uno stupido trenino per turisti. Relegati dietro una pallida icona del passato, gli epici giorni sbiadivano alle domande di ragazzini impertinenti e così, ogni notte, le ferite si facevano profonde.
    Quel museo del vapore Charlie non lo aveva digerito. La leggenda del Sud, il macchinista volante, la folgore del Tennessee ridotto a comprimario in una stupida e grottesca messinscena ma, tant'é, era l'unico modo per restare sui treni poiché a nessuno importava più di quel vecchio macchinista. E così, per lungo tempo, aveva soffocato il suo cuore ignorando i rintocchi dell'orgoglio.
    Quando la Compagnia gli annunciò la chiusura, Charlie rimase in silenzio. Col labbro tremante, continuò a fissare quel dispaccio e Tom non gli diede a parlare. Il museo andava dismesso per una più redditizia fabbrica di birra. Il sito era ideale, vicino ai binari e lontano dai centri abitati. Un mese ed il sipario sarebbe calato. Un mese per tutta una vita. Fu allora che quell'idea lambì la sua mente martellandola come la goccia di una stalattite.
    All'inizio, l'aveva accantonata poi, lentamente, aveva fatto breccia lubrificando i gangli del suo orgoglio. Un giro in pompa magna su una vecchia motrice a carbone sarebbe stato un bel modo per chiudere coi treni. Camminare un'ultima volta lungo le strade ferrate del Tennessee cominciava a stuzzicargli il palato e così, riacquisito il sorriso, iniziò a progettarne i dettagli.
    Quando varcò gli uffici della Compagnia, nessuno lo degnò di uno sguardo. Agghindato in una giacca stretta e demodé e con al braccio una grossa cartina arrotolata, chiese più volte di incontrare il direttore ma, dopo un'interminabile serie di rifiuti, si accontentò di parlare a un dirigente. L'uomo era un burocrate grasso e sudaticcio che di treni non ne capiva nulla. Nascosto dietro una pila di faldoni, lo aveva accolto in una stanza opprimente dove il ronzio di un areatore faceva da padrone.
    - "Signor Watson - aveva esordito palesando un evidente fastidio - quello che ci chiede è impossibile!". - "Che vuol dire?!?" aveva replicato il vecchio Charlie.
    - "...ha idea di quanto costi interrompere la circolazione?!?".
    - "Certamente ma considerando il riscontro pubblicitario...".
    - "...ma a chi vuole che interessi il suo giretto commemorativo!?!" sbottò sempre più irritato.
    - "Che diamine...!?!".
    - "Lei mi è simpatico - continuò sollevandosi in piedi - lasci perdere i sogni e si goda la pensione!"
    terminò mettendolo alla porta.
    Charlie lo guardò, amareggiato, e piegando la cartina uscì mestamente dal palazzo. Con lo sguardo perduto nel vuoto, cominciò a camminare. Le parole di quell'uomo gli ronzavano pesantemente nella testa.
    Come poteva dubitare di lui? Una scarica di rabbia franò nel suo orgoglio e, all'improvviso, ogni cosa apparve chiara. La corsa si sarebbe svolta attraverso la vecchia rete di scambi manuali e poco importava se la Compagnia non gli avesse concesso l'autorizzazione. Con sguardo beffardo, cominciò ad immaginare il nervoso tam tam dei dispacci e le facce inviperite dei dirigenti. Non temeva la prigione perché tanto si sentiva relegato da un pezzo.
    - "Amico mio, occorre che tu prenda una decisione!" aveva confidato al fido Tom ottenendone in cambio un sorriso.
    Il tempo era breve ed occorreva fare in fretta così avevano trafugato la motrice deviandola in quel posto dimentico e spettrale. Era il luogo ideale dove nessuno li avrebbe cercati, il pozzo dei desideri in cui ogni cosa era a portata di mano. Certo l'incuria del tempo pesava ma Charlie conosceva il mestiere e ad ogni intoppo poneva rimedio.
    - "Olio di gomito!" sentenziò alla vista dei primi attrezzi arrugginiti. Per più di un mese, lavorarono senza tregua spezzandosi la schiena sotto il peso della sfida. Ogni pezzo fu controllato, provato e riprovato, il carbone ordinatamente impilato nel solo modo che Tom conoscesse, boccole e bielle ingrassate e collaudate.
    Quando il giorno arrivò, Charlie non credette ai propri occhi. Guardava, inebetito, la motrice come si osserva un figlio appena nato. Grondante di sudore, Tom sorrideva ed insieme si lasciarono andare ad un abbraccio.
    Quella sera attorno al fuoco restarono a lungo in silenzio. La voce dei pensieri permeava l'aria di note silenti. Schiariti dalle fiamme, i ricordi si fondevano alle attese in un miscuglio inconsueto e seducente.
    Quanto vibravano quelle emozioni nel ridestarsi a viva forza dal passato e così, dopo un rapido giro di sguardi, cullarono alla notte i loro sogni.
    - "Il conto mandatemelo a casa!" sentenziò Charlie ai primi chiarori del giorno. Raggiunta la motrice, issò una bandiera dell'Unione ed un groppo gli attanagliò la gola. Nervosamente fissò l'orologio e, quando il responso apparve chiaro, attivò sonoramente il fischio.
    - "Andiamo!" esclamò, deciso, e il fido Tom prese ad alimentare il bruciatore. Gli sbuffi inondarono l'aria ed un fragore assordante ringhiò sui binari. Un'intensa emozione lo strinse forte a sé sfociando in una lacrima che prontamente affogò nel bavero della camicia poi, con piglio deciso, la motrice rombò. - "Forza amico, diamogli sotto!" continuò con lo stesso entusiasmo dei vecchi tempi. Tom lo guardò e, non appena la pressione fu raggiunta, riprese a lanciare il carbone. Erano di nuovo in corsa, non una stupida e breve esibizione ma il rombante fragore di un vero locotender.
    - "Ora vedranno di che pasta siamo fatti!" farfugliò con voce roca. D'istinto, preso a intonare una canzone, un vecchio gospel che canticchiava il padre e una polvere densa gli si addensò sul viso. Charlie aumentò gradualmente l'andatura ed il vento cominciò a fischiargli tra i capelli. Era una brezza leggera, di quelle che solo al Sud si possono sentire, che li guidò dolcemente al primo scambio.
    - "Adesso si fa sul serio!" tuonò dando corpo alla sua rabbia. I pistoni cominciarono a librare ed i manometri alzarono gli sguardi. Tom prese a lanciare altro carbone adeguandosi al ritmo della danza. I suoi splendidi occhi neri luccicavano nell'arancio colore del mattino.
    All'incedere dei campi di tabacco, Charlie frenò lievemente. Nervoso, riprese a consultare l'orologio e, quando le lancette furono appresso alle sette, ridiede nuovamente potenza.
    Il casello si erigeva in lontananza, misero e scalcinato a fianco di una vetusta carreggiata mai asfaltata. Era la strada delle piantagioni e di rado veniva attraversata.
    Con sguardo confuso, Chukey scrutò l'avvicinarsi del convoglio e, quando la motrice fu vicina, non riuscì a trattenere lo stupore.
    - "Ma che diavolo sta succedendo?!?" gridò, stralunato, maledicendo il vecchio macchinista. Charlie lo superò, facendo fischiare la locomotiva e il casellante rientrò velocemente in cabina. Era quello il momento tanto atteso che decretava l'inizio della corsa. Subito il volto ridivenne serio e, con molta attenzione, diede nuova spinta ai motori. Stizzita, la caldaia si riempì di vapore riprendendo, nervosa, a scalpitare.
    Stridevano i binari al suo passaggio, ardenti e traballanti come mai.
    - "La prossima meta è Davidson - esclamò col volto tirato - e questa volta non sarà facile!". Non si trattava di un piccolo casello di campagna ma di un enorme passaggio a livello che tagliava di netto la statale. Occorreva fare molta attenzione perché una distrazione, un semplice ritardo avrebbe provocato un incidente.
    - "Nessuno si deve fare male!" aveva sempre ripetuto rivedendo i dettagli del piano così diede sfogo ripetutamente al fischio e il casellante lo sentì. Dapprima, uscì dalla garitta agitando furiosamente le mani poi, quando la motrice fu troppo vicina, si piegò sul comando manuale abbassandone la leva. La voce dei segnali acustici preannunciò la chiusa delle sbarre e, in concitata sincronia, la locomotiva passò.
    - "Fermatevi - urlò, sconvolto, il casellante - non siete autorizzati!?!".
    Un sospiro di sollievo si abbandonò sul volto di Charlie, premiato da un fresco rivolo di vento.
    - "Adesso non ci daranno tregua!" sentenziò con tono grave e difatti, alla violazione del secondo casello, la Centrale aveva già bloccato i treni.
    Tom afferrò nuovi blocchi poggiandoli dinnanzi al bruciatore poi, con la fronte sudata, fissò nuovamente l'amico.
    - "Dove credi possano arrivare?" domandò, pensieroso.
    - "Non lo so - replicò quello mascherando la sua inquietudine - ma non preoccuparti, non riusciranno a fermarci!".
    Un sorriso stirato si propagò sul labbro di Tom. La nebbia dell'ansia era scesa sul suo volto e così riportò lo sguardo alla caldaia riprendendo a lanciare il carbone. - "I motori non sono ancora caldi - tuonò ancora Charlie - ci vorrà qualche istante per dare manetta!". Nuovamente guardò l'orologio e, per un attimo, chiuse gli occhi lasciandosi trasportare dalla brezza. La conosceva bene quell'arietta, uno zefiro dolce che l'aveva seguito in mille corse. A lungo, si lasciò carezzare sperando che gli affanni scivolassero dietro. Per una vita, aveva assaporato quegli odori, i suoni assordanti di quando scorazzava per le strade ferrate. Cosa c'era adesso di così diverso?
    - "Vedrete cosa ancora sono in grado di fare!" sussurrò a denti stretti.
    La motrice ebbe un sussulto stridendo sui binari infreddoliti.
    - "A tutta birra!" urlò, indemoniato e la locomotiva scalciò come un puledro.
    Tom scagliò altro carbone vociando rabbiosamente alla sorte. Il forno lo inghiottiva nel suo ventre vorace fagocitandolo senza tregua. Lentamente, il ritmo si fece incessante preannunciando la comparsa dello scambio. Charlie lo cercò con lo sguardo e all'improvviso un'intuizione gli folgorò la mente.
    - "Noooo!!!" gridò furibondo tirando la leva del freno. Le bielle interruppero la spinta e la motrice graffiò sui binari. Per lunghi, interminabili istanti, fissò la curva che declinava in lontananza e, percorrendola con l'immaginazione, si trovò sotto il tiro delle carabine.
    - "...ci stanno aspettando!?!" farfugliò prendendo faticosamente fiato. Tom lo guardò e, senza esitare, si lanciò sullo scambio spingendo il deviatoio.
    - "A Franklin!" urlò Charlie riprendendo a ritroso il cammino ed il volto dell'amico si schiarì. Non potevano certo immaginare che cinquemila dollari pendevano già sul loro capo. Lo sceriffo non era disposto a farseli scappare e, per oltre un quarto d'ora, ne aveva atteso l'arrivo passeggiando nervosamente avanti dietro. Quando capì di essere stato beffato, un urlo di rabbia vibrò dalle sue labbra.
    - "Tornano indietro...!?!" proruppe, imbufalito, entrando bruscamente nell'auto. Con violenza, sbatté lo sportello e sgommando si allontanò dal blocco.
    - "Adesso vi faccio vedere!" tuonò, furibondo.
    Una nuvola di polvere ombreggiò per la strada offuscando brevemente il sole. Con tutto il suo rancore, prese a infierire sull'acceleratore quasi fosse l'artefice di ogni sua disgrazia e, dopo aver imboccato la statale, improvvisamente sterzò su una stradina. A velocità sostenuta, solcò un piccolo sentiero di campagna lacerando i nobili fusti del mais e, mentre il suo vice lo fissava sconvolto, puntò una staccionata sfondandola in mille pezzi. Il contraccolpo lo fece sobbalzare e, nella foga, batté più volte il capo.
    - "Maledizioneeee!!!" sbraitò come un ossesso pigiando il pedale allo stremo. La macchina reagì vistosamente e, in controsterzo, raggiunse un lungo rettilineo asfaltato.
    - "Lo so che sei qui, da qualche parte!" ringhiò ferocemente cercandolo lungo il binario della vecchia ferrovia. Con aria di sfida, continuò a fissare l'orizzonte fino a quando una sottile scia di fumo cominciò a farsi luce in lontananza.
    - "Lo sapevo!?!" berciò digrignando fastidiosamente i denti. Col tachimetro allo stremo, tentò di avvicinarsi al convoglio. Le ruote fischiavano paurosamente ma, imperterrito, continuava a dare gas. Una serie di zig zag si impressero sul dorso della strada che, in pochi istanti, fu lacerata da caldi frammenti di gomma. Più volte, provò a ridurre la distanza ma, dopo un paio di vani tentativi, sterzò nuovamente su di un fianco.
    - "Sceriffo, che avete intenzione di fare?" farfugliò, sconvolto, il suo vice con le mani avvinghiate ai braccioli.
    - "Chrick Hill!" rispose quello freddamente.
    - "Chrick Hill...?!?".
    - "Già!" continuò, inferocito, e con un colpo deciso si lanciò dentro i campi di cotone brulicando l'aria di soffici batuffoli imbiancati.
    - "Come pensate di fermarli?" domandò l'aiutante sempre più preoccupato.
    - "Ora vedrai!" replicò l'altro con lo sguardo rivolto alla collina. Quella piccola altura si stagliava dalla piana scuotendone brevemente l'omogeneità. Il binario la penetrava lungo un'angusta e abbandonata galleria che Charlie avrebbe dovuto oltrepassare.
    Sterzando oltremodo, lo sceriffo deviò la traiettoria lambendo l'entrata del condotto. Rapide, le ruote solcarono i binari e di colpo la corsa si arrestò. Col muso che ostruiva l'imbocco, riaprì lo sportello puntando minacciosamente il fucile. Charlie lo intravide da lontano e, d'istinto, frenò l'andatura.
    - "Che diavolo vuole fare?" sbottò, meravigliato. Tom sollevò lo sguardo e, dopo un'occhiata, prese a ridere fragorosamente.
    (fine prima parte)



    © Fabio Lentini 2002. Tutti i diritti riservati.