Speaker's Corner
 
Racconti notturni
 di Fabio Lentini

  • Premessa
  • 1a puntata
    Incontri

  • 2a puntata
    Khaled
  • 3a puntata
    Il cosmonauta (1a parte)
  • 4a puntata
    Il cosmonauta (2a parte)
  • 5a puntata
    Il vento
  • 6a puntata
    La battaglia
  • 7a puntata
    La rosa del Cretto
  • 8a puntata
    Ritorni
  • 9a puntata
    I canali di Hans
  • 10a puntata
    La leggenda della vecchia ferrovia (1a parte)
  • 11a puntata
    La leggenda della vecchia ferrovia (2a parte)
  • 12a puntata
    L'ultimo walzer
  • 13a puntata
    Il teorema



    Autoromanzo. Storia d'amore a Tre Voci
    di Roberto Cicero


    Storie di quartiere
    di Carlo Trotta

































  • Realizzato da
    Visiant Outsourcing
    Speaker's Corner
    Racconti Notturni
    a cura di Fabio Lentini


    IL COSMONAUTA
    (parte seconda)

        - "Mir a sonda, Mir a sonda, Yuri mi senti?".
        Il russo rimase esterrefatto.
        - "Comandante....!" rispose, emozionato.
        - "Yuriiii!?! - gridò, stupito, l'ufficiale - dove diavolo sei finito?".
        - "Non lo so e comunque adesso non ha più molta importanza!".
        - "Sciocchezze, dammi le tue coordinate!".
        - "Il generatore è saltato. Non sono in grado di darle informazioni...!".
        - "Non ha importanza, da terra sono in grado di localizzarti...!".
        - "...ed a che scopo? Non c'è più modo di venirmi a prendere!".
        - "Ascolta...".
        - "...comandante, volevo dirle che mi dispiace per Vladímir. Volevo bene a quell'uomo....!".
        - "Lo so, bastardo di un russo!" si udì improvvisamente dalla radio.
        - "Vladímir...!?!".
        - "C'è mancato davvero poco che mi ammazzassi...!".
        - "Mi dispiace, non so che mi abbia preso. Ero in preda a una strana euforia. Sentivo una musica, un richiamo irresistibile che mi avvinghiava a sé....!".
        - "Non c'era alcuna musica attorno a te...!".
        - "Le giuro, comandante, per quanto possa sembrarle assurdo l'ho sentita davvero....!".
        - "L'Agenzia mi ha informato che l'ossigeno della tua bombola era sporco!".
        - "Cosa?!?".
        - "...proveniva da una partita difettosa. L'ipossia ti ha dato alla testa!".
        A quella frase, di colpo le prospettive parvero mutare.
        - "Un difetto nella miscela...!?! - sbottò con aria sconsolata - che stupido modo per morire!".
        - "Forse c'è ancora una possibilità!".
        - "Ma che diavolo state dicendo?".
        - "C'è uno Shuttle in orbita....!".
        - "Americani? L'Agenzia non concederà mai l'autorizzazione...!?!".
        - "Sciocchezze, parlerò al compagno Gorbaciov, se necessario...!".
        - "E anche se fosse? Io mi sto allontanando!?!".
        - "Lo so, ma se riuscissi a stabilizzare la tua posizione...!".
        - "E come faccio? Non ho più alimentazione!".
        - "Potresti usare i micromotori di manovra. Hanno un loro comando autonomo!".
        - "... sono troppo potenti, non farei che spingermi su un'altra rotta!".
        - "Se ne disattivassi un paio....!".
        - "...è tutto inutile, fra poco rimarrò senza ossigeno!".
        - "Hai sempre in dotazione le tre bombole di emergenza!".
        - "Già, sei ore di sopravvivenza...!?!".
        - "Potrebbero bastare....!".
        - "Comandante, è una follia!".
        - "Lo so ma è l'unica possibilità che ti resta!".
        Yuri guardò la radio benedicendo la sua piccola batteria all'uranio. Mentre la luce della sonda si faceva più fioca, quella scatola metallica continuava allegramente a lampeggiare come un piccolo alberello di Natale. Quelle vividi luci, l'affetto del comandante, l'insperata voce di Vladímir lo assalirono di commozione inondando il suo volto di lacrime.
        - "Santa Madre Russia!!!" gridò ad alta voce e con ritrovato vigore sollevò la botola di stivaggio mettendo le bombole in posizione. Con fare attento, assicurò la prima alle sue spalle lanciandosi alla ricerca dei microvettori. Freneticamente, prese ad aprire i pannelli inseguendo con lo sguardo i chilometri di cavi annodati poi, come un'oasi nel deserto, apparve una piccola centralina lunga la quale si perdevano decine di fili colorati. Lentamente strappò alcuni cavetti annodandone un paio alle punte e, con fare deciso, estrasse il processore di controllo. Adesso poteva sperare.
        All'improvviso, le luci si spensero e la cabina precipitò in un buio tetro ed agghiacciante. Il cosmonauta si avviò al sedile di comando guidato solo dalle lucine sfavillanti della radio. Di colpo, una serie di interrogativi assalì i suoi pensieri tormentandoli come mosche cocchiere. E se il vettore non avesse funzionato, e se fosse rimasto nello spazio...? Se, se, se, quanti dannati se ronzavano nella sua mente frustandola con violenza. Con un gesto della mano, parve scacciarli lontano e, di scatto, spinse il pulsante di accensione. Uno scossone agitò la sonda poi improvvisamente il silenzio. Con aria incerta, lanciò lo sguardo sul grande oblò trasparente traguardando con gli occhi una piccola stella. Gli attimi trascorsero infiniti senza che un gesto animasse il suo corpo. Incredulo, puntò ancora quell'astro e solo allora capì. La controspinta ne aveva stabilizzato la posizione e adesso era di nuovo fermo come una boa ben agganciata nello spazio. Di colpo, si lanciò verso le benevole luci della radio agitando furiosamente le mani.
        - "Comandante, ci sono riuscito....!!! - proruppe, impaziente - sono riuscito a stabilizzare le coordinate...., comandante, mi sente?" continuò, nervoso.
        Un inquieto silenzio scandì intensamente quei secondi.
        - "Comandanteeee!!!" urlò ancora ripiombando nella desolazione.
        L'eco sorda delle sue grida si spense dietro le fredde pareti della navicella.
        - "Ho sbagliato sul conto del comandante - mormorò fra sé e sé ripercorrendo con la mente quelle ultime, maledette ore - quell'uomo è il miglior astronauta del mondo.... papà, se sei lì da qualche parte, aiutami...!!!".
        Una selva intricata di pensieri gli martellava la mente mantenendola vigile e convulsa.
        Di scatto, guardò l'orologio: era già passata un'ora. Con fare nervoso, prese a fissare l'infinito poi spinse freneticamente i pulsanti della radio ma niente, niente, niente che non fosse quel dannato silenzio. Dov'era finita quella musica avvolgente, quei baldanzosi richiami alla fuga, quel dannato ronzio di insoddisfazione?
        - "Vigliacche sensazioni - sbottò fra sé e sé - svanite all'apice del loro trionfo....!?!".
        Lentamente indossò il casco dando sfogo alla valvola della prima bombola. I suoi respiri lo accompagnarono per altre due ore fino a quando il propellente cominciò a scarseggiare. Con fare rassegnato, rimpiazzò l'attrezzo riprendendo nuovamente a respirare. Quell'aria fresca parve ampliargli gli orizzonti e di colpo le cose a cui non aveva dato importanza divenivano preziose: l'aria, il tempo, la vita stessa ora che si andavano lentamente dissolvendo le agguantava tenacemente a sé stringendole con tutto il suo vigore. Pulsava frenetico il suo cuore irrorando i pensieri di una linfa impetuosa ma cosa avrebbe potuto fare in quello sterminato oceano di silenzio? Lo spegnersi della bombola lo scosse dal suo torpore riportandolo drammaticamente alla realtà.
        - "Dannazione, è finita...!" sussurrò, sconsolato, indossando quell'ultima riserva di vita.
        D'istinto, rallentò il respiro provando a prolungarne la durata. Di colpo, il tempo parve fermarsi riavvolgendosi indietro a spirale. Rivide suo padre mentre leggeva un libro ad alta voce, la piccola casetta in riva al fiume dove pescava insieme ai suoi fratelli, il passo stanco e lento di suo nonno... Ogni istante del passato riemergeva dalle memorie avvolgendolo di una vibrante nostalgia. Stille di incontenibile gioia mondarono la sua coscienza infondendogli coraggio. Doveva resistere, non mollare proprio adesso, centellinare ogni piccola bolla d'aria e sperare, continuare dannatamente a sperare.
        Cominciò ad immaginare Leningrado. Rammentava la neve che, copiosa, la cingeva nella gelida morsa invernale. Pareva quasi di toccarla quella soffice, meravigliosa neve ora che la temperatura della sonda scivolava inesorabilmente giù. Con tutta la forza, cercò di allontanare il peso dell'angoscia fino a quando, in un attimo di debolezza, riprese a consultare l'orologio. Un'altra ora volgeva al termine ed il freddo cominciava a pungergli le dita. Sconsolato, lanciò nuovamente lo sguardo all'oblò e una tenue nebbiolina si adagiò fastidiosamente sulla visiera del casco. Istintivamente tentò di allontanarla ma i suoi caldi respiri si infrangevano su una spessa tenda di vapore. Ormai cieco, riaprì gli occhi al suo passato. Avvertiva nuovamente gli aculei pungenti della Neva quando, per una stupida prova di coraggio, aveva aperto una crepa nel ghiaccio immergendosi fino alla vita, provava ancora la stessa angoscia quando la lastra aveva ceduto, sentiva vivide le stesse emozioni quando riuscirono miracolosamente a estrarlo...
        - "Devi pensare al tuo futuro!" esclamò all'improvviso suo padre.
        - "Non voglio andare all'Accademia!" replicò, stizzito.
        - "Avresti grandi possibilità. Potresti persino diventare un astronauta!".
        - "Non mi piacciono i militari!".
        - "Poche storie. Io e tua madre abbiamo già deciso!".
        - "Ma papà....!?!" sbottò battendo i denti dal gelo.
        - "Tenente Karnienko, siete stato scelto per la missione aerospaziale!" urlò, imperterrito, il sergente.
        - "Santa Madre Russia...!?!" esclamò, incredulo.
        Con sguardo inebetito, si volse ad osservare il padre che non riusciva a nascondere la commozione.
        - "Figlio mio!" irruppe la madre abbracciandolo con forza.
        - "Non preoccuparti mamma. Devi sentirti orgogliosa!" replicò il cosmonauta poco prima di entrare.
        La donna lo fissò con aria incerta mentre l'inno sovietico accompagnava la partenza. Il conto alla rovescia volgeva ormai alla fine e d'istinto si volse salutando ancora una volta poi si introdusse nell'astronave prendendo la posizione assegnata.
        La navicella cominciò a vibrare mentre una voce scandiva lentamente i secondi. Quattro, tre, due, uno, partenza, un forte boato scosse la sonda che, in un'apoteosi di sbuffi, si staccò da terra accecandolo di luce.
        - "Dio mio!" esclamò, sconvolto.
        - "Hey fellow, (ehi, compagno!) - replicò una forma appena accennata - is get along ok? (va tutto bene?)".
        Yuri ne intuì il movimento e, dopo un attimo di smarrimento, si sentì trascinare nel vuoto.
        L'americano lo agganciò ad un cavetto spingendolo nello Shuttle. Il padre lo guardò, commosso, salutandolo un'ultima volta.


    © Fabio Lentini 2002. Tutti i diritti riservati.