Racconti Notturni
a cura di Fabio Lentini
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LA ROSA DEL CRETTO
L'anziana signora si aggirava in mezzo al Cretto ¹ diffondendo le note di un oscuro lamento. La sua tunica, nera e spettrale, risaltava nel cemento come una folgore nella notte. Era l'unica cosa che animasse la collina, così fredda e dimenticata, che era impossibile non vederla.
Ero salito per quella strada, attirato dall'insolente curiosità che attornia le rovine. Quel terremoto si era abbattuto su Gibellina schiacciandola come un insetto molesto. Non potevo ricordare. Allora ero solo un bambino ma sapevo delle insolite sculture, erette su quei luoghi, e quel giorno ero venuto ad osservarle.
Avevo lasciato Santa Margherita con la mente attonita e confusa. Quella vista mi aveva toccato. Era incredibile come tutto fosse rimasto al suo posto. L'intera cittadina, completamente saccheggiata dal sisma, stava ancora lì, ferma nella sua inquieta fissità, attorniata dalle severe voci del silenzio. Solo gli uccelli, talvolta, l'animavano di brevi movenze ed il vento, uno strano vento che pareva il respiro dei suoi antichi abitanti. Più in basso, ai suoi piedi, sorgeva la nuova città, un'anonima raggiera di case disposte lungo un perimetro senza storia.
"Deve andare a Gibellina!" aveva risposto un ragazzo alle mie impertinenti domande. Solo un giovane avrebbe potuto farlo. Chi teneva ancora vivi i ricordi mi avrebbe lasciato al mio imbarazzo ma, tant'è, il lavoro di cronista aveva in me scolorito ogni traccia di discrezione. Così, senza esitare, avevo seguito quel consiglio trovandomi nudo di fronte al mistero.
Il Cretto mi era stato descritto come un'immensa colata di cemento, gettata sulle macerie della vecchia città.
"La solita scultura moderna!?!" pensavo fra me e me avanzando lungo i contorti ed affannati tornanti. Non avrei mai potuto immaginare eppure la desolazione che affollava il paesaggio avrebbe dovuto allarmarmi.
Le prime avvisaglie le avevo avvertite alla vista dei ruderi che qua e là affioravano dalla campagna, celati dietro le strette morse delle curve. Un senso di profondo disagio echeggiava al loro cospetto amplificandone il sinistro abbandono ma quando, di colpo, mi parve dinnanzi restai a bocca aperta. In silenzio, rimasi ad osservare la sua disperazione solenne. Vuoto e, nello stesso tempo, stipato dai sogni che il terremoto aveva infranto, andava ben al di là dell'immaginazione.
Lo fissai per alcuni minuti, inseguendo con gli occhi le lunghe, tortuose stradine che lo sfrangiavano all'interno. Era imponente ed incredibilmente vivo.
La notai per un istante poi scomparve lentamente alla vista. Che diavolo faceva lassù? Incuriosito, salii verso l'interno. Le grigie ed imponenti pareti mi conducevano verso un punto ben preciso.
Quando fui all'apice della collina della donna non v'era più traccia, come inghiottita dentro le cuspidi delle memorie. Invano tentai di ritrovarla serpeggiando lo sguardo lungo i dedali di candida malta. Le ombre si piegavano lungo i varchi aperti dai crocicchi dileguandosi dietro una pallida e vaga lontananza.
"Quella donna è Licia Russoni - mormorò Antonio a bassa voce - e ogni primo di maggio sale al Cretto a trovare la sua rosa!".
"Quale rosa?".
"Quella che cresce lungo l'asse orientale. E' incredibile che sbocci sempre nello stesso punto...!".
"Non capisco!?!".
"Non è una qualsiasi rosa ma la sua rosa!".
"Che differenza fa, e poi ...una donna così anziana!".
"Ha cinquantasei anni!".
"Cosa?!? Ne dimostra più di settanta...!".
L'uomo mi fissò con aria severa poi si sollevò dalla sedia con la fronte avvilita dal sudore.
"Nella mia vita ne ho viste di cose...!".
"...capisco!".
"Amico mio, se davvero vuole capire vada a parlarle!".
"...e dove diavolo la trovo a quest'ora?".
"Sul Cretto, naturalmente...!".
"Come sa il mio nome?" domandò, meravigliata, la donna.
"Sono Gabriele Cedretti, il cronista del...".
"So chi è lei...!" aggiunse, sorpresa.
"Sa, l'ho intravista stamani e mi chiedevo...".
"...mi lasci in pace, è quasi l'imbrunire!".
"Suvvia, solo un paio di domande...!".
"Le ho detto di lasciarmi in pace!!!".
"...cosa ha fatto quassù tutto il giorno?".
"Non sono cose che la riguardano!".
"...è per via di quella rosa?".
"Non si azzardi minimamente a toccarla!!!".
"...non ci penso nemmeno...!".
A quella frase, la donna si zittì. Di sbieco, scrutò quel fiore che incredibilmente affiorava dal cemento e una piccola lacrima gli scivolò sul volto.
"Non ero mai venuto sin qui!" aggiunsi di rimando.
"Ma insomma, cosa diavolo vuole da me?".
"Soltanto capire!".
La donna si fermò, fissandomi severamente. Il tempo scivolava senza che un cenno animasse il suo corpo. Soltanto quel bocciolo declinava ai tiepidi respiri del vento mentre l'aria si tingeva di un intenso profumo di agrumi.
"E' una povera matta!" proruppi spalancando bruscamente la porta del locale.
Antonio continuò a sorseggiare il suo vino poi, lentamente, si sollevò dalla sedia.
"Ma davvero...?" replicò, divertito.
"...c'è solo da compatirla: ha perduto la figlia nel terremoto...!?!".
"Già...!" continuò con uno strano ghigno.
"Non vedo cosa ci sia di tanto divertente!".
"Si è mai chiesto il perché di quel fiore?".
"Non significa nulla...!".
"A volte le cose non sono come sembrano!".
"Chiacchiere, la verità è che la sua storia non mi interessa!".
"La verità potrà solo arricchirvi!" terminò, serafico.
L'osservai allontanarsi a passo lento mentre in me straripava l'incertezza. Deluso, uscii nervosamente dal bar prendendo la via del ritorno. Braccato da una crescente irritazione, non riuscivo a convincermi di aver dato credito ai vani sproloqui di un vecchio contadino.
Una nuvola di fumo si era appena sollevata nell'aria tremolando lungo i vetri appena aperti. Il suo tocco pungente si era subito insinuato nella stanza costringendomi a respiri forzati. Con fare irritato, avevo allontanato la sedia rovesciando inavvertitamente la posta e, mentre mi affannavo a raccattarla, il mio sguardo si posò su un giornale. Era il solito periodico che cestinavo gloriosamente il giovedì, un'immonda accozzaglia di fatti, messi insieme da un collante scadente e senza identità. D'istinto, lo scagliai nel cestino e, dopo un paio di brevi planate, il foglio rovinò sul pavimento mostrando, compiaciuto, l'immagine del Cretto.
"Ma allora è una persecuzione!?!" proruppi, irrequieto, continuando a sbirciare. Di colpo, un'onda si sollevò nella mia mente infrangendola di dubbi e di domande. Invano, tentai di scacciarla ma i quesiti divenivano possenti arginando gli scogli della volontà.
"Devo capire!" sbottai tra me e me dando spazio a quelle voci. Bruscamente abbandonai l'ufficio e, brancolando nell'inquietudine, mi diressi nuovamente verso il Cretto.
Quando vi giunsi, il sole era ancora deciso e sfavillante. Senza pensare, mi infilai nei suoi cavi e allucinati passaggi addentrandomi nell'occhio del ciclone. Rapido, raggiunsi la rosa scrutandola con aria di sfida. Quel fiore continuava dolcemente ad ondeggiare, incurante del mio turbamento.
Risentito, mi avvicinai alla murata e, dopo avervi poggiato sopra la rivista, vi salii con un balzo sedendomi sull'orlo. Il sole si era messo di taglio fioccando strali di luce rovente e solo il ronzio degli insetti risuonava blandamente nell'aria.
Con le gambe penzoloni, aprii la pagina che avevo marcato immergendomi nella lettura.
...divelte dal terremoto, le sue spoglie giacciono riverse in un silente gemito di fumo. Gibellina è scomparsa, avvinta dalle braccia del sisma le cui immani impronte si dissolvono in un crescente senso di morte. Le case, le strade, gli interi quartieri gridano ancora il loro sdegno. Una stretta smodata ci attanaglia il cuore, mistura di rabbia e di stupore che niente potrà mai stemperare. Come un immenso sudario, il Cretto immobilizza il presente proiettandosi in un futuro oscuro e senza tempo. Il dedalo di calce ricopre ogni via serpeggiando vanamente lungo i vecchi assetti urbani....
Con aria stanca, interruppi la lettura sollevandomi di scatto ad osservare. Una cascata d'ombre rifluiva rapidissima a valle tratteggiando le forme delle antiche dimore. Pareva quasi di toccarle quelle case violentate dal sisma il cui cuore, come un tronco divelto dal ceppo, continuava a vivere e a pulsare. Dimentiche della loro fine, si ergevano dall'immensa lapide di calce in un grave e composto silenzio.
Uno strano turbamento mi attanagliò la gola fino a che una sferza anomala di vento si sollevò dalla piana scoperchiando dalla polvere i ricordi. Di colpo, intravidi le logore sagome dei vecchi passeggiare stancamente per le strade, i bambini sfrecciare nei cortili ed acuti rintocchi di campana echeggiare tra le sordide mura di pietra.
Inquieto, sgranai gli occhi alla ricerca di una spiegazione ma quei brusii divenivano più forti picchettandomi le orecchie in un crescendo di foga e di emozione.
Ero sull'orlo dell'enigma e forse adesso cominciavo a capire.
"...correva a piccoli passi lungo le strade ammantate di sole. Quel giorno, pareva quasi di toccarlo tanto era caldo ed intenso da sciogliere le nuvole ed il cielo. La campagna pulsava di gioia ed il suo fresco odore picchiava dolcemente alle porte delle case. Nessuno le negava un sorriso. Aveva appena otto anni e le trecce le scivolavano vistosamente sulle spalle. Dopo aver girato l'angolo, era andata incontro al piccolo randagio che, ogni giorno, l'attendeva sotto casa in attesa di una carezza e di un tozzo di pane. Qualche moina e si era subito infilata dentro. Un profumo invitante debordava dalle spesse pareti di calce dando forza a quella ricorrenza. Era il giorno del suo compleanno. Trepidante, si appoggiò sul rosso davanzale di cotto aspettando che la madre tornasse. Scorgendola dalla vetrata, il piccolo cane si mise a latrare ringhiando nervosamente all'infinito. La bimba cominciò ad imitarlo rimbombando la voce sulla finestra. Avvinta da quel gioco, diede corpo al suo fiato finché il tremore si propagò lungo la stanza scuotendola con violenza. Spaventata, si ammutolì ma il sortilegio si era ormai sprigionato liberando il suo immane potere. Le mura vibrarono rabbiosamente, accompagnate da sinistri e gravi scricchiolii. Un pianto disperato si insinuò in quel fragore mentre una fitta nuvola di polvere cominciava a ricoprire il paese. Con lo sguardo impietrito, osservò le prime case andar giù scivolando in un buio ed infinito silenzio...!".
"Rosaaa!!!" gridò la donna al termine del suo racconto.
Come un tuono nella notte, quella parola rotolò nella mente tracimando gli alvei dei miei pensieri. Di colpo, le parole di Antonio rimbombarono gravi, "non è una qualsiasi rosa ma la sua rosa" e le cose mi apparvero chiare. Rosa era il nome della figlia e adesso, per uno strano ed incredibile caso, proprio laddove sorgeva la sua casa si ergeva un bocciolo, candido e leggiadro come il volo di una farfalla.
"Molti mi credono pazza ma sono certa che è lei!" continuò Licia con voce rotta dalla commozione.
Una rondine volteggiò tra le mura lambendone più volte i bordi aguzzi. Con gli occhi irrorati di pianto, la donna continuava a fissarmi inondandomi i pensieri di pietà, un'emozione così sbiadita che faticavo a distinguerne i contorni.
"Perché...?" accennai timidamente.
"Deve ancora fare il suo tempo!" terminò con tono più pacato. Continuavo a guardarla e fui subito inondato dal suo amore infinito. Vanamente frenato dagli argini del tempo, quel sentimento la spingeva lassù, incurante di ogni logica e ragione.
"La ringrazio per avermi accompagnato!" esclamai visibilmente toccato.
La donna mi sorrise dolcemente scomparendo tra le bianche ferite del Cretto.
¹ Visionaria ed imponente opera di Alberto Burri, edificata sulle rovine della città di Gibellina.
© Fabio Lentini 2002. Tutti i diritti riservati.
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