Raffaella Bongermino
RECENSIONE DI GIANNI LATRONICO SU 'D’acchessì se cande o pajìse mìje' di Raffaella Bongermino: Canti popolari di Laterza Castellaneta, Vinosa, Palagiano, Taranto, Montescaglioso, Matera, Potenza, Lecce, Brindisi, Napoli, Salerno, Bari, Cosenza, Palermo Schena Editore Il libro, di 475 pagine, con numerose foto d’epoca, si apre con dolci serenate all’innamorata ritrosa, alla padrona reticente, al massaio risparmiatore ed a tutti gli amici di un’allegra combriccola. Muniti di cupa cupa, organetto, cembali e fisarmonica si riunivano a carnevale e tanto suonavano e tanto cantavano, fino a convincere la ritrosa massaia ad aprire la porta e la madia, la dispensa e la cantina. Con tavolate interminabili, tra focacce, maccheroni al ragù, olive, formaggio, carne, salciccia e formaggi vari, innaffiati dall’aleatico, ridendo e scherzando, si facevano le ore piccole e, alle prime luci dell’alba s’intraprendeva la via luminosa, per il rientro al casolare. Così, la serenata veniva immancabilmente a coincidere con la mattinata non solo fiorentina, ma anche del meridione, alle prime luci dell’alba, per dormire fino a sera e riprendere a setacciare i vari quartieri, per la questua. A volte andava buca ed allora giù con rimbrotti, imprecazioni, stornelli a dispetto, sempre con ironia, sempre a due voci, per sentire anche la controparte, con botta e risposta, rigorosamente a braccio, tra suocera e nuora, fidanzati respinti e donne stizzose. A volte era il giovane contadino a rifiutare vaso e padrona, contento di ricevere un ramo di basilico, da esibire ad un’altra ragazza, come un trofeo, per farla innamorare. I canti di campagna si aprono con l’invocazione al sole, per farlo uscire dal canale, o alla luna, per farla spuntare dal monte ed asciugare i panni del corredo in campagna o intenerire i cuori di pietra delle ragazze da marito, alla finestra. Esse erano succubi dei genitori severi, delle voci mormoranti e delle usanze paesane, così rigide, ma anche eludibili, da parte di giovanotti intraprendenti, pronti a tutto, pur di fare breccia nel cuore della mamma e della figlia maggiore. Le altre minori dovevano aspettare il loro turno, facendo la calza, tessendo ala telaio o filando al fuso, all’arcolaio; mentre gli uomini di casa potevano pensare al matrimonio, solo dopo aver sistemato tutte le sorelle. Dopo la vecchia zappatura, aratura, mietitura e trebbiatura sull’aia; nei mesi invernali, si badava alla raccolta delle olive, lanciando strambotti, stornelli e strofette improvvisate da un uliveto all’altro, con assoli, duetti ed in coro, capeggiato dalla colonnella. Ogni occasione era buona per cantare e la vita era scandita da ritmi lenti, stagionali, senza cartellino da timbrare né catene di montaggio da ingranare, corsa al falso progresso, fame di vile denaro e sete di ingannevole potere. La costituzione della famiglia era di tipo matriarcale o patriarcale; l’attività era a conduzione familiare e la società era basata su saldi principi morali, di buon vicinato, prestandosi reciproco soccorso. Sagre, tarantelle, farandole erano all’ordine del giorno, senza invidie, gelosie, tradimenti, con case dalle porte interne comunicanti, per una continua assistenza a bimbi, anziani e malati sia di giorno, che di notte, dall’alba al tramonto. Tra compari e comari, si seguiva la consuetudine del baratto, nei rapporti sociali ed economici, all’insegna della parsimonia, del risparmio, ma non della sordida avarizia o dell’usa e getta dell’attuale, sfrenato consumismo. Erano i tempi beati dei canti, degli usi e delle tradizioni popolari, prima tramandati oralmente ed ora trascritti in questo libro di storia paesana che, partendo da Laterza, abbraccia tutti i paesi meridionali del mondo intero. Essi sono stati affabilmente ed incessantemente registrati, dalla viva voce dei protagonisti laertini e non, tramite la paziente opera della maestra elementare, attualmente in pensione: Raffaella Bongermino. Lei continua ancora la sua appassionata ricerca, a tutto campo, mentre io mi associo al Foscolo, quando dice: “Un popolo che ignori la sua storia è infelice, quanto un trovatello che ignori i suoi genitori” per vivere in perfetta gioia ed armonia con me stesso e con tutto il creato. Gianni Latronico
oceano mare
"Oceano mare", di Alessandro Baricco. Non ha solo cambiato la mia vita, me l'ha svelata e spiegata. Non è un semplice cambiamento, è un salto nel tutto, è la vertigine dello smarrimento, è una forza sovraumana che ti scaraventa nel burrone della finitezza dell'uomo, della debolezza. Ci si ritrova, senza tempo, a vagare nel clima nebbioso del sogno, sempre accompagnato da irreali colonne sonore, i colori si possono sentire e ti pare di ascoltare gli odori, in una sinestesia senza limiti, nella follia che porta a tentare di dipingere il mare con il mare stesso. Pian piano ti rialzi, dopo lo scontro carnale con la Verità, la tua verità che sa di sangue e la verità maestosa e indomita dell'Oceano. "Chi ha visto la verità resta per sempre inconsolabile". Ed io sono rimasta iconsolabile, da quando due anni fa ho chiuso questo libro, per riprenderlo in mano all'infinito, rileggendo le parole che dicono ciò che per me era l'inneffabile: la verità, il segreto dell'umano, la solitudine, la tristezza e le emozioni che attraversano, travagliano, rendono unica ogni vita. Solo un piccolo neo ha incrinato il mio entusiasmo per "Oceano mare"... l'ultimo libro di Baricco, "Senza sangue"... mi ha lascito senza parole ma piena di dubbi.
Ilaria
Ho paura
RECENSIONE DI GIANNI LATRONICO SU: “Ho paura” di GIOVANNI ROSIELLO Publishing: Altrimedia Edizioni – Matera – Tipografia: Controstampa La paura di Giovanni Rosiello è quella di tornare a piangere, per il distacco dal cordone ombelicale della mamma tanto amata, venerata, adorata, idealizzata e paragonata alla Madonna, Madre di Gesù Bambino. La sua però è una Madonna non celestiale, ma terrena, pronta ad imbandire la tavola con grappoli d’uva genuina della vigna e pane croccante, impastato in casa, con le sue proprie mani e fragrante, dallo squisito profumo del forno a legna. Sembra di vederla questa mamma premurosa, che si alza all’alba, per preparare le orecchiette e condirle con il ragù, preparato a fuoco lento e girato continuamente nel paiolo, fino a riempire l’ambiente del suo inebriante aroma. Altre volte, lei preparava il pesto per i cavatelli, macinando insieme patate, cipolle, agli, da lei stessa coltivati nell’orticello, sul retro della casa, di fianco alla tinozza in pietra viva, per il bucato e per il bagnetto. “Accarezzava il tuo seno nudo il bambino e lo cercava” – “Innocenti i tuoi anni, figlio. Abbraccia tuo figlio, Madre” La sua presenza aleggia dall’inizio alla fine dell’Antologia, per non far pesare l’assenza ingiustificata del padre, sempre lontano, sempre distratto, sempre in tutt’altre faccende affaccendato. Per sopperire al suo affetto mancato, all’infanzia tradita, alla solitudine ed al vuoto esistenziale, lui cerca la donna, correndo per tutto il mondo; la trova alfine e le affida il ruolo materno, di regina del focolare. Il Poeta Giovanni Rosiello così ricorda la sua Madre-Matera: “Grigio è il colore della mia città” e maschere colorate sono i Sassi con carretti davanti all’uscio, sotto la pergola, e l’argilla viene bagnata da acqua piovana. Dopo tanti affanni, guai e peregrinazioni, lui trova soddisfazione nel lavoro, gioia nell’amore, serenità nella famiglia e tutto sarebbe perfetto, se non fosse per quella maledetta paura, che gli fa temere di tornare a piangere. Il suo sarebbe il pianto sconsolato del bambino debole, indifeso, abbandonato a se stesso, costretto ad affrontare ostacoli, lotte, pericoli più grandi di lui, senza riuscire a trovare da solo una soluzione, una rivalsa, una qualunque via d’uscita. In una così profonda solitudine spirituale torna consolante il ricordo della Madre, la fede in Dio, l’amore per sua moglie e per i suoi figli. Solo in seno alla famiglia ritrova la serenità, perduta nelle traversie della vita, e la salvezza finale, smarrita nella siepe terrena e riconquistata nella vera poesia. Gianni Latronico
la vecchia russia
Meno male che ci sono i vecchi russi! Nella mia vita di lettore le più svariate letture sono inframezzate ogni tanto dall'incontro con i classici russi. E' sempre un piacere re-incontrare questi romanzieri, con la loro capacità di scrittura superba e con la potenza delle loro riflessioni sull'anima umana improvvisamente così "attuali".. 'Sta volta è toccato ai Fratelli Karamazov di Dostoevsky. L'arrivo della primavera nella mia città ha avuto per me sullo sfondo le figure del buon Alosa , del saggio Zosima, del folleggiante Dmitri, dell'affascinante Ivan.. Il tutto immerso nel clima del più affascinante misticismo russo. Ogni tanto: ci vuole!
roberto
il ritorno del fantasy
Da un pò aspettavo di ritrovare la magia della lettura in qualche libro "per ragazzi". L'antico fascino del Signore degli Anelli o la simpatia di Harry Potter non sono facili da creare. Qualcosa di simile sto ritrovando tuttavia nella lettura di Eragon di Christopher Paolini. Lascio il giudizio sospeso - è uscito solo ieri in libreria, devo ancora portare lettura a termine! - e chissà che intanto qualcun altro metta in comune i suoi pensieri sulla bella scoperta...
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