DIVINA COMMEDIA
gianni.latronico@libero.it RECENSIONE DI GIANNI LATRONICO SULLA “ DIVINA COMMEDIA ” DI DANTE ALIGHIERI IN VERSI SICILIANI DI PADRE DOMENICO CANALELLA Lontano dal suo paesello natio, chiuso in un convento domenicano, Padre Domenico Canalella si immedesima nel ghibellin fuggiasco e rende in alati versi siciliani la lirica fiorentina della Divina Commedia di Dante Alighieri. L’opera omnia è stata pubblicata dalla assegna Culturale “L’Alfiere” – Stampata da “La Stampa” di Savona – Via Torino 21/r, in collaborazione con la Redazione di S. Cataldo (Caltanissetta) – Via S. Nicola 17, in fascicoli, riuniti poi in tre distinti volumi, rispettivamente per l’Inferno, il Purgatorio ed il Paradiso, collocati insieme in un unico elegante contenitore. Proprio come sta avvenendo per la mia traduzione in dialetto della stessa opera, da parte della rivista bimestrale Boè, che dal 2004 pubblica, in ciascun numero, due canti dell’Inferno, con l’aggiunta di estratti degli stessi, per la rilegatura finale dei tre volumi danteschi, in fiorentino ed in ferrandinese. Ecco cosa scrive Giuseppe Bugio nella Prefazione: “ Ho accettato, con qualche perplessità, di fare questa mia succinta presentazione e dei rapidi sommari a pie’ di pagina a questa pubblicazione in fascicoli della Divina Commedia di Dante Alighieri, nella traduzione in versi siciliani del reverendo padre Domenico Canalella. Perché, tutte le volte che mi sono accostato a Dante, ho provato come una specie di soggezione e di riverenza, mi sono sentito come dominato dalla sua vitalità poetica, dalla significazione del suo messaggio, dalla immensa ricchezza delle situazioni, dei personaggi, dei sentimenti, dei concetti, che si dispiegano nei suoi versi mirabili. Tutto quanto di bene e di male la civiltà cristiana del Medioevo espresse dal suo seno, il mondo dei suoi contrasti terreni e delle sue accanite passioni politiche, le idealità filosofiche, morali e religiose sono, nel poema dantesco, stupendamente rappresentati, c’interessano e ci commuovono ancor oggi”. Il chiarissimo Prof. Giorgio Piccitto, glottologo insigne dell’Università di Catania asserisce: “…per la struttura in terzine e il numero dei versi dell’originale che già di per sé è titolo di merito grandissimo ed anche per la fedeltà e la scorrevolezza del verso. Si tratta di un importante documento linguistico, dove, da dialettologo, ravviso chiare tracce tipiche delle parlate nissene, sia pur mescolate a in massima parte con il Siciliano comune letterario …un’opera davvero interessante sia sul piano lessicale che su quello linguistico; sono perciò lieto di esprimere la mia ammirazione all’autore, per un così ben riuscito lavoro di traduzione poetica.” L’emerito docente della Pontificia Studiorum Universitas di Roma Prof. Beniamino Emmi, in una lettera, indirizzata all’autore, si congratula vivamente per la sua “riuscita traduzione Siciliana della Divina Commedia”. Al coro di elogi aggiungo il mio plauso per l’alto afflato poetico, per il rispetto della rima e per la cadenza siciliana, che trasferisce ambienti, personaggi e situazioni nel profondo Sud Italia: si ha l’impressione di trovarsi nel ginepraio dell’attuale società, afflitta dai mali infernali, elevati però dalla grazia della poesia. La prima cantica dantesca è solo l’occasione che dà il la all’amaro sfogo del poeta Domenico Canalella, per i tanti disagi e le tante ingiustizie sociali, toccando le vette liriche del Nabucco di Verdi. Ora, come allora, il passato è passato, ma le sue propaggini sono radicate nella storia attuale, nell’immaginario collettivo e nell’anima individuale. Attraverso le colpe umane, le pene spirituali e le fiamme infernali comincia il viaggio interiore, che parla di vizi e virtù, barriere e speranze, bene e male, in senso universale. Ecco i primi versi dell’Inferno: ‘Nt’u mezzu d’u caninu di la vita ‘ntra un voscu scuru iu mi ritruvai, ca a un trattu la via dritta avia smarrita. Quantu a diri qual era duli assai ‘stu voscu rampianti e sdirrupusu tremu a pinsarlu comu ddà trimai! Lu muriri nun è cchiù dulurusi: ma pr’ addicari a ‘u beni chi ddà cc’era, di l’antru vistu iu vi dirrò ccà jusu. Solo immergendosi nella divina poesia dell’Inferno dantesco e fiorentino, canalelliano e siciliano, si possono superare lotte e guerre, odi e rancori, croci e delizie delle vanità terrene, per accedere alla perfetta letizia dell’arte sovrumana, sublime, immortale. Prof. Gianni Latronico
"Sulle corde del vento"
Solitamente sono una lettrice che si affida a note pubblicazioni di altrettanto note case editrici(mondadori e affini),a dimostrazione che un grammo d'immagine vale più di un chilo di fatti...tuttavia una persona a me cara mi ha consigliato "Sulle Corde del Vento"di Francesco Cirina edito da robin,una casa editrice minore..per il grado di emozione lasciatomi dal libro devo riconoscerlo:"nella botte piccola sta il vino buono" ero prevenuta per niente
Comici spaventati guerrieri - di Stefano Benni
Scrivere è comunicare emozioni, leggere è viverle. Mi piace lasciarmi cullare dalle parole seguendo l’umore. Quel giorno mi sentivo triste e sono entrata nella solita libreria senza un’idea precisa. Ho scelto Comici Spaventati Guerrieri di Stefano Benni, attratta dal titolo. O meglio, dalla parola “comici”: il pensiero di un libro che potesse farmi sorridere già mi aveva messo di buon umore. Intendiamoci, non avevo cercato un libro di battute spiritose o di barzellette, come molti che troviamo nelle vetrine tutte le estati. Confesso di averne iniziato uno, mesi or sono, e di essere stata presa dalla depressione senza arrivare a finirlo. Non sono riuscita ad alzare nemmeno un angolino della bocca leggendo le battute da cabaret, perché non è sufficiente essere un comico per fare un libro comico. Un libro non è un palcoscenico: ha tempi diversi, usa parole che portano a immaginare un umorismo che non può essere quello mordi-e-fuggi della televisione. Durante uno spettacolo televisivo, l’atmosfera creata dalle luci, dagli applausi, dalle risa di sottofondo, fanno da supporto. Ma quando tutto questo manca, le battute nude non riescono a reggere. No, il mio umore aveva bisogno di uno stimolo intelligente, di un sorriso ironico. Di Benni non avevo letto ancora nulla, ma sapevo che come autore si distingue dagli altri perché sceglie il comico, una categoria trasversale che è quasi genere, utilizzando un linguaggio versatile che attinge alla lingua orale. Quindi, una scelta non completamente alla cieca. Non voglio parlare della storia, ma del modo di scrivere. Di questo libro mi ha colpito la percezione straniante, un modo creativo di immaginare le scene ed i personaggi che ha portato ad una descrizione originale. Di ogni aspetto del racconto l’autore coglie la forma più stravagante, descritta utilizzando metafore che stimolano la nostra fantasia. Benni riesce, con visioni un po’ ciniche, a mostrare il personaggio e ad inserirlo in un contesto particolare com’è questo romanzo. Ancora una volta le regole, la chiave di lettura di un racconto e lo stile di narrazione sono fissate dall’autore nelle prime pagine. Benni non dà indicazioni precise su date e luoghi, ma racconta situazioni lasciando al lettore la possibilità di immaginare. La storia si svolge in un “…paesaggio diverso dal nostro. In agglomerati di abitazioni chiamati città […] nell’era detta del Vecchio con la Caffettiera (dal nome del più antico reperto trovato)[…]. Lucio Lucertola, uno dei personaggi, è un vecchio artritico e con la dentiera, ma in questo modo si sarebbe potuto descrivere un personaggio di un ospizio, in un romanzo dalla trama drammatica e strappalacrime. No, in questa storia “…Lucio Lucertola (già il nome è tutto un programma) […]riteneva questo un fondamentale segreto della vita: svegliarsi e addormentarsi un numero di volte esattamente uguale. […] sorge dal letto faticosamente, con una protesta rumorosa di tutte le ossa.[…] In un bicchiere sul comodino, Lucio ritrova il sorriso da cui si è separato per una notte[…]” Il nostro Lucio ha anche altri problemi, legati alla sua età, e li scopriamo seguendolo nella sua quotidianità. […] con un colpo di pettine lusinga i suoi trenta capelli superstiti, quindi eroicamente piscia. Ci fu un tempo lontano, in cui doveva prendere ogni precauzione perché il dorato arcobaleno non imbizzarrisse e bagnasse ovunque […] ora sta attento che maligne gocce perpendicolari non gli condiscano le pantofole” Mentre il nostro protagonista si è appena svegliato nel letto della sua casa, e ci porta ad immaginare un normale inizio di giornata, ecco arrivare un motivo che distoglie, che attrae l’attenzione. Lucio Lucertola si affaccia e guarda il suo quartiere […]che deve il suo nome al fiume Fagiolo, così chiamato per la purezza delle sue acque le quali ricordano appunto la minestra che si ottiene strangolando detto legume. […] vi si pescano orrendi pesci bitorzoluti con occhi sbarrati che sembran dire: grazie di averci portato via di lì […]. Le apparenti assurdità nella descrizione di luoghi, personaggi e scene sono il motivo trainante di questo libro. Un personaggio come Lucio Lucertola ci fa già sorridere e diventa simpatico. Non stona con l’ambiente in cui lo si fa muovere. La bravura di un autore non è solo quella di scrivere una storia, ma di farlo in modo accattivante, mai banale. Quindi, le premesse per un racconto di una comicità arguta, a mio avviso, c’erano tutte. L’ho letto d’un fiato, e il mio umore è subito cambiato. Scrivere è comunicare emozioni, leggere è viverle.