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    febbraio 05
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    The Broker - J. Grisham
    Essendo una fan di Grisham, mi sarei decisamente aspettata di piu'. Quello che non mi ha convinto e' la storia. Personaggi sicuramente insoliti, ma invece, come al solito, di partire dal punto A per arrivare al punto B, qui si staziona per tutto il libro sul punto C. Non so, forse l'autore ha voluto incentrare il libro sul personaggio, piuttosto che sulla storia.


    La vita nonostante di Pier Paolo SCIOLA
    La vita nonostante di PIER PAOLO SCIOLA ed. Liberodiscrivere – Genova gennaio 2005 “La vita nonostante", di Pier Paolo SCIOLA è una storia particolare. E, quando dico particolare, intendo il termine preso nella sua ampia accezione, ché i temi trattati e la vicenda potrebbero anche essere all’apparenza scontati e non nuovi. Abbandono, adozione, droga, alcolismo…un sociale che non ci è sconosciuto, nel panorama letterario degli ultimi decenni, che non ci porterebbe, quindi, a scoprire, come si suole dire, l’acqua calda. Ma, come ormai si afferma di recente, come ormai è normale e fondamentale nell’approccio ad un romanzo, quel che conta è il come, ancora più che il cosa. E questa storia, questo romanzo è narrato in modo particolare, diverso. Un diverso che si fa normale e quotidiano e, in uno strano circolo vizioso, parte dal diverso per approdare al normale. Strano, ma vero. Sciola è un esordiente, ma fino a un certo punto. Nel 1989 è stato finalista al Premio F. Solinas per la miglior sceneggiatura inedita italiana con il lavoro “Jazz – un buco nell’anima”. Poi si è dato al racconto, di cui ha in attivo una ventina di esempi, spesso e volentieri, a mio avviso, profondamente e positivamente influenzato dalla lettura attenta e fedele di R. Carver, suo mito indiscusso, del quale ha colto la lezione migliore, quella del quotidiano narrato senza fronzoli, delle cose che sono e che sono così, senza cornici e gingilli e che Sciola riversa anche nelle sue poesie, spesso disincantate e poco…cantate. In questa prova narrativa l’autore va ancora oltre. Perché uno scrittore vero non sarà mai un epigono e saprà filtrare, in modo naturale, le letture e le fonti della sua formazione. Ma torniamo alla storia. Una vicenda che mescola, in modo oserei dire paradossale, atmosfere passate e situazioni attuali, in un clima sospeso, fortemente ammaliatore, che prende il lettore alla gola e lo soffoca, a momenti, e allo stesso tempo lo trattiene, quasi a legarlo alla sua essenza. A parlargli e a dirgli tutto, il tutto che sta alla base di questo vivere, nonostante… Un po' angosciante a tratti. Con squarci di rosa e pennellate di nero, stranamente combinati. Quando ho cominciato a leggerlo, circa un anno fa, mi chiedevo tante cose. Mi chiedevo intanto come poteva un uomo narrare in quel modo la storia di una donna. E mi chiedevo anche come potesse, quella stessa mente di cui avevo assaggiato prodotti diversi, poesie a-sintattiche, volutamente s’intende, coreografie di stati d’animo e di quotidianità bistrattata, a volte anche elucubrazioni, perché no, strategie, policromie, retroscena quasi ammalati di euforia… mi chiedevo insomma come potesse, quella tal mente, avere messo assieme pagine e pagine così pulite, sfrondate, a momenti disadorne e soprattutto rigorosamente ordinate e globalmente, dico globalmente didascaliche, nel senso migliore del termine. Ché didascaliche potrebbe anche apparire limitante o fuorviante, se non si collega la mia affermazione a quanto segue, in questo cammino che conduco assieme all’amico e collega di penna. Pagine e pagine semplici, discorsive, quasi ascoltate, come si diceva. Con un minuscolo apparecchietto che collega la pagina scritta all’udito e propone frasi, esclamazioni, sensazioni, richieste. Sì, a momenti chiudevo gli occhi, staccavo lo sguardo insomma dai fogli malamente da me rilegati, mentre a sera, rigorosamente a letto, ascoltavo Giusi parlare, la vedevo, ne sentivo su me il suo di sguardo, ambrato, stanco, rassegnato. Giusi La spina è la creatura che s’impossessa della nostra mente e la percuote con rimproveri non pronunciati e con ripensamenti mai rigorosamente abbracciati, per sua e per nostra disgrazia. Le chiedevo quasi di manifestarsi, tanto la sentivo viva. Di dirmi a voce lenta, ma ottimista. Di lasciarmi sperare che, prima o poi, il suo universo si sarebbe liberato del nero e del grigio, per lasciare posto al rosa. Raccontare una vicenda come quella che riguarda Giusi Laspina, la protagonista di questo romanzo, può dare l’impressione di essere facile. Ma facile non è. Né facile né semplice, perché quando si arriva a semplificare a questo modo, quando si riesce a raggiungere il lettore infilandolo, quasi di prepotenza, dentro ai pensieri dei propri protagonisti, quando si squarcia il vuoto della finzione e si tange, con occhio scrutatore, quello della psiche e della mente/anima/coscienza, vuol dire che lo scrittore ha dovuto camminare per strade dissestate, percorrendo chilometri e chilometri di cammino stilistico, ideologico, strutturale e soprattutto esistenziale. Ha dovuto lavorare. E pesantemente. E senza risparmiarsi, senza rinunciare a farsi male. E qui mi collego a quanto sopra accennato, a quel già sentito e già detto che, nonostante lo sappiamo, ci fa dire “Sì, è stato detto, ma non così”. In fondo lo sappiamo che chi scrive si autoconsuma. Che si rivolta da se stesso, come lenzuolo caldo di febbre e di stanchezza. Ce lo ha spiegato bene Thomas Mann, quando ha rappresentato, in quel piccolo grande capolavoro che è Tonio Krőger, il muro solenne e problematico che separa le ‘bionde creature’, felici e proiettate nella vita, dagli artisti che la vita vivono quasi solo per poterne parlare, restando intrappolati nel fascino conturbante di un ego dilatato, dipanato e contorto, allucinato e lucido, obiettivo e parziale. A momenti gabbia, se la vita è separazione dall’arte. Altri momenti vita, se la vita e l’arte trovano in qualche modo un punto di fusione. Quindi un intento pedagogico: alla fine si arriva sempre là, a parere mio. L’arte è comunque ancora un terreno irrisolto. La scala della contraddizione e la poliedrica lente d’ingrandimento che riunisce le particelle separate e separa le masse compatte. La scena. Lo sdoppiamento. No, non è facile, non deve essere stato facile costruire la lunga confessione di Giusi Laspina. Per questo, e per altre ragioni, Pier Paolo Sciola è un artista. Le sue vicende immanenti, di uno strano discorso trascendente, sembrano provenire da una voce estranea al suo stesso vissuto, da un distacco quasi preoccupante e inspiegabile, da una freddezza che mal si accorderebbe con il peso di certe situazioni e di tanti dolori. Ma questa semplicità, questo distacco non sono forse l’unico modo che resta, a una creatura che è nata orfana e che mai riuscirà a staccarsi di dosso questa condizione, questa seconda pelle, di poter accettare il suo passato e guardarlo negli occhi, per confessarlo infine? Si può attraversare una serie infinita di falò, un deserto senza oasi, se non illusorie, una landa disseminata di rovi e di spine, senza perdere l’uso della ragione? Pier Paolo Sciola ha avuto il coraggio di narrare una storia che suona vera, che accorda la semplicità della parola con la ricerca spasmodica e quasi ossessiva del suo senso, che infine tende alla vivisezione di quell’Assoluto del quale spesso ci sfugge il disegno: tutto questo attraverso una creatura normale, quasi grigia, a momenti spenta, a momenti estranea, a momenti parente di noi che leggiamo e che vogliamo afferrarla. Che vorremmo. Una anti-eroina. Una Jane Eyre, diceva qualcuno, dei tempi attuali, ma totalmente ad essa speculare. La lunga confessione si snoda lenta, dettagliata, quasi asettica, in un crescendo di esperienze che pare non voler mai toccare un apice, quasi fosse, la vicenda, compressa e strozzata nella stessa morsa che ha segnato, senza speranza, la vita della protagonista. E più leggi e più vuoi leggere, e più ti senti asciugato dentro, martellato, stanco…e più vuoi procedere e andare, andare, fino a bere tutto il calice di fiele assieme a lei, la creatura spenta che si trafigge da se stessa. Perché Giusi è una perdente, una ‘miserabile’ alla stregua dei personaggi di Hugo, una Fantina dei giorni d’oggi, costretta, da una sorte che non vuole mai mollare la sua presa, a percorrere le tappe di un cammino tortuoso e disperato, dove tutto e tutti concorrono a farla sentire indegna, forse, di essere nata e di meritare un ruolo ed una dignità che la sottraggano alla condizione di orfana cronica. Di vedova della sua metà. Ché Fantina, se vogliamo, è sorretta da una sua Etica stranamente protesa ad un Dio che sta dentro, manzonianamente dentro, mentre Giusi è protesa ad un deità che non si manifesta, se non invischiata e avviluppata da interrogativi laceranti e da risposte che forse, dico forse, domani verranno. Giusi è eroina in tensione, e quindi imperfetta, frammentata. Siamo nel terzo millennio, non lo dimentichiamo. E tuttavia, nella sua apparente ignavia, che a momenti ce la rende quasi sfuggente, in uno strano sdoppiamento narrativo che fa di lei, allo stesso tempo, la protagonista e la sua antagonista, lotta, agisce, a modo suo però, non subisce in modo passivo, almeno fino a un certo punto; cerca di aggirare gli ostacoli, e si perde, di farcela, e si lascia andare, di procedere, e si ferma, di resistere, anche se questo comporta a volte prezzi da pagare che sono al di là di ogni immaginazione e che lo scrittore disegna con mano ferma e decisa, soprattutto quando si perde nel buio di episodi crudi e cruenti, che ti tagliano a pezzi la percezione e ti lasciano a terra, senza fiato. Situazioni descritte che ti lasciano stordita e negli occhi quelle immagini, quelle situazioni, quella voragine cupa e disperata. Anche quando si abbrutisce, fino all’inverosimile, quando si abbassa, fino a toccare la melma, Giusi ci commuove. Ci commuove perché non è patetica, perché non è piagnona, perché non è retorica, perché non sta chiedendo pietà. Perché ci sta di fronte, non nascosta dall’odore delle pagine: entra nel nostro vissuto e noi le vogliamo bene, e le attribuiamo il valore di averci dato la percezione che quel Dio da qualche parte ci dovrà pur essere, nonostante… Sono orgogliosa di aver collaborato alla pubblicazione di questo romanzo, alla diffusione di quest’opera di Pier Paolo Sciola che ho conosciuto e apprezzato sul sito www.liberodiscrivere.it gestito e diretto con grande capacità da Antonello Cassan e da tutto il suo staff.
    Anna Maria Fabiano annafabiano52@virgilio.it



    veronika decide di morire
    "...svuotare la mente,smettere di riflettere e limitarsi ad essere" (P. Coelho) è un meraviglioso inno alla vita, al coraggio di svlegliarsi dal torpore della follia che ci assale e decidere di vivere per la vita stessa, per aprire gli occhi al mattino e respirare l'emozione di un nuovo giorno.
    Claudia J.



    "IL VENTO DEL MINJIANG"-Antonio Amato (Ed.Phasar)
    -Un tempo io, Chuang Chou, sognai di essere una farfalla: una farfalla svolazzante, contenta di essere tale e ignara di Chuang Chou.All'improvviso mi destai ed ecco:ero tornato ad essere davvero Chuang Chou.Adesso però io non so più se sono Chuang Chou, che ha sognato di essere una farfalla, o se sono una farfalla che sogna di essere Chuang Chou, benché tra una farfalla e Chuang Chou vi sia certamente differenza.("Il sogno della farfalla", di Chuang Chou, scrittore della scuola taoista del III secolo avanti Cristo)-. Veglia e sonno:due dimensioni che si alternano come sistole e diastole ne:"Il vento del Minjiang". Antonio Amato nelle pagine di questo libro racconta -in bilico tra realtà e mito- i suoi viaggi nella Terra di Mezzo. Accompagnati dalle parole dell'autore siamo trasportati in Cina e diventiamo anche noi testimoni del suo correre verso la modernizzazione.In questa corsa il gigante asiatico sembra perdere man mano pezzi di memoria. Quello del narratore è un rammemorare, un far soffermare il pensiero affinché le sensazioni, le percezioni indistinte non si disperdano senza lasciar traccia:"E' camminando passo dopo passo,lentamente,che la mia mente mette a fuoco fatti e avvenimenti di solito sfuggenti…Mi piace sentire voci che si sovrappongono confuse…passi,rumori,suoni vento e odori, tutti incasellati nella mente per aiutarmi un giorno a ricordare". Mnemosyne la divinità che ispirava le muse trova un suo spazio nel respiro lirico di alcune delle pagine del libro, è proprio la dimensione onirica, forse la più sacrificata nel pragmatico Occidente, quella più affascinante. Dove è più il Sacro? L'autore guarda con un misto di malinconia e amarezza i luoghi desacralizzati da un turismo "mordi e fuggi". Con lui assistiamo impotenti, durante una visita nella città di Leshan ad un imponente Budda(76m.)intagliato nella roccia, all'assalto di nugoli di visitatori che -come "topolini irrequieti"- "non aspettano altro che farsi fotografare in compagnia di qualsivoglia statua rappresentante una qualsiasi divinità…senza curarsi affatto della storia della religione, della bellezza del luogo(…) L'aspetto triste e anche inquietante è dovuto alla presenza di bandierine e palloncini colorati che addobbano la gigantesca statua come se questa non fosse un'immagine sacra ma un enorme panettone natalizio". I luoghi visitati si trovano nella pianura del Sichuan -regione sud-occidentale della Cina- dove scorre il fiume Minjiang che dà il titolo al libro. Visitiamo anche noi la già nominata Leshan, la cittadina Emei, dove è la montagna sacra sulla cui vetta si può assistere allo straordinario fenomeno naturale detto "L’aureola del Budda", la città capitale Chengdu "città del loto e del broccato…patria di Dei, poeti, ingegneri e strateghi, meta di viaggiatori, studenti e monaci" e altri paesi minacciati dalle "magnifiche sorti e progressive", un mondo che sta per essere seppellito per sempre con i suoi 2300 anni di storia. Ed è proprio una di queste storie leggendarie raccontate nel villaggio di Dujiangyan che ci tiene compagnia durante tutta la lettura. E' la leggenda legata alla costruzione, nel 256 a.C., del primo sistema d'irrigazione costruito dall'uomo e ancora oggi perfettamente funzionante. E' in queste pagine che vive la giovane e curiosa Yulong alla ricerca delle sue origini, che assistiamo all'iniziazione all’arte del Tai-Chi-Chuan del diciassettenne Maoyang, che riascoltiamo la vicenda del signore delle acque Li Bing (e del figlio Er Lang) che imbrigliò la potenza del fiume e separandone le acque rese fertili i campi prima tormentati dalla siccità. Così leggiamo di draghi che si trasformano in fiumi, di danze di aquile e di serpenti, di lontre magiche, di riti per propiziarsi la benevolenza della Natura, d'immortali, di Dei; tutto questo filtrato attraverso lo sguardo da "spettatore incantato" di un occidentale alla ricerca di piccoli angoli di ricordi in cui trovare "qualche verso di poesia nascosta".(per chi vuole approfondire:Li Bing,il maestro delle acque:http://www.tuttocina.it/fdo/Libing.htm -e- http://www.tuttocina.it/Cina-tour/Sichuan/Sichuan.htm)


    TOTEM E VIRTÙ
    RECENSIONE di GIANNI LATRONICO SUL LIBRO “TOTEM E VIRTÙ” di VITO DE FILIPPO IMMAGINAPOLI – FUORISERIE Dal progetto di Modeste Proposte per Trascorrere il Tempo alla tentazione di trasformare il passatempo in meditazioni filosofiche il passo è breve, se ad attuarlo è un virtuoso della parola, come Vito De Filippo, giornalista, laureato in filosofia. Per lui, le parole sono pietre, amuleti, totem, che diventano virtù dentro e fuori la Lucania, nella terra del basilico e della gaggia, ad Ellis Island ed a Manhattan ed in qualsiasi altro posto del mondo, dove fiorisce l’idioma lucano. La lucanità assume qui il significato di categoria dello spirito e rappresenta tutti i meridioni dell’universo, tanto da poter dire: mi duole la lucania e da poter constatare che nelle pagine di Deleuze c’è un esile filo lucano, fatto di musica e di armonia. I giorni, i mesi, le stagioni hanno sempre gli stessi nomi e solo il numero dell’anno cambia in corsi e ricorsi storici, generando civiltà, progresso, miglioramento, cambiando tutto e tutti e facendo tornare i conti, anche se la somma non fa il totale. Il passato è passato, eppure non passa, non passa mai, ripresentandosi in un ricordo, in un gesto, in un odore, in un sorriso, in una parola lucana, pronunciata in qualsiasi latitudine o scritta su qualunque superficie. Il viaggio è limitato dalla durata del tempo e dalla ristrettezza dello spazio, ma supera i confini di storia e geografia, attraverso la saggezza e la poesia, senza tempo e senza spazio della Lucania di Levi e Scotellaro, di Sinisgalli e Trufelli, di Pierro e Rosa Maria Fusco. L’ossimoro è lo specchio della verità; la contraddizione è l’anima della realtà; il paradosso è la condizione indispensabile dell’esistenza, nei tempi moderni di totem e tabù, totem e virtù, totem e vita. Queste profonde considerazioni sono le lame di luce che Vito De Filippo fa filtrare dallo splendido sole lucano, per illuminare la bruma, la nebbia, lo smog di tutti i nord del mondo, in tutti i mesi dell’anno. Gennaio, Giano bifronte, moneta a due facce, mese bivalente, dà il l’addio al vecchio anno ed il benvenuto all’anno nuovo, con tanti propositi, tante illusioni e poche certezze. Febbraio è corto e amaro, anche se poi si raddolcisce nella gaiezza del carnevale, con le allegre maschere a carattere, a gruppi ed a carri, con figure in cartapesta, al suono del cupa cupa, per i cortei e della fisarmonica, per le serenate. Ne “I corpi e le parole” Rosa Maria Fusco dice: “Salta, Arlecchino, giocami sul palmo della mano, non baratto una tua beffa con la saggezza del mondo”. Marzo, pazzo, variabile, strano, va avanti con estro e bizzarria, con l’esplosione dei temporali e della primavera, nei sapori e negli umori, ma anche con il matrimonio della volpe e l’insorgere di nuove assopite emozioni. Nella lucida follia, la vera gioia non è austera, ma contagiosa, è battuta dal dolore, nei sinonimi, ma non nella letizia. Ad Aprile si fanno le prove; con Cristo risorge la natura e, restituiti i cinque giorni, presi in prestito dal pastore, questo mese fa dimenticare del tutto la neve, il gelo, il letargo invernale, in un tripudio di colori, suoni e passioni. Maggio scorre tra mito e poesia, tra profumo di rose ed incenso alla Madonna, nel ricordo la mostra grandiosa di Carlo Levi, nella città del muro, finalmente crollato, a Berlino, con commenti critici e poetici di Mario Trufelli ad un evento così rilevante. Giugno, con la falce in pugno, lotta contro l’abolizione del Mezzogiorno, con la forza degli emigranti, uniti dal ricordo della Lucania e dal rispetto delle tradizioni, nella perenne affermazione della propria identità, della propria origine e delle proprie radici. A Luglio avviene il matrimonio tra luna e sole, al frinire delle cicale ed allo zirlio dei grilli canterini, nell’attesa dell’aureo agosto e delle vacanze al mare, in pianura ed in montagna. Ogni Lucano è filius loci, avvertendo sempre vivo in sé lo spiritus loci, senza dimenticare la madre terra e la madre patria e onorando i propri genitori. Agosto, non ti conosco: questo mese affronta la fatica della ripresa dall’afa del solleone, con il pensiero che il globo terrestre, il pianeta terra è formato per tre quarti dal mare, da cui sorgono oggetti, animali e persone e al quale tutti tendono a tornare. A settembre cadono le foglie ed è piacevole rileggere l’alta poesia del sommo poeta Dante Alighieri: “Come d’autunno si levan le foglie, l’una appresso de l’altra, fin che il ramo vede a terra tutte le sue spoglie”. Per non soccombere alla noia, alla stanchezza e al languore, Marcello Veneziani consiglia di votarsi alla lettura di bei libri. Ottobre deve essere il mese dell’Iliade e dell’Odissea, dedicato ai viaggi di ricerca ed all’esplorazione di angoli remoti, cercando di scoprire tutto lo scibile umano, il patrimonio culturale ed il regno minerale, seguendo Ulisse in virtù e conoscenza. Novembre è il mese dei morti; però le prefiche non aspirano all’aldilà, ma piangono la vita, rimpiangendone ogni aspetto negativo e positivo, purché produttivo e vitale, con l’auspicio della salvezza e del congiungimento finale. Dicembre supera il calendario, tagliando in due la storia e scandendo il tempo all’insegna della nascita di Cristo, nella crescita dell’umanità, con sempre nuovi suoni, sapori, colori. Finisce un anno e ne comincia un altro, all’apice del 25, che porta luce e sole sulle strade del mondo, consegnando il testimone, per poter rimanere ostinatamente Lucani. Come si travalica l’autunno e si supera l’inverno con l’aroma del caffè, così si possono sconfiggere le traversie della vita, con la tolleranza e la forza di quella scintilla lucana, che brilla in ognuno di noi.

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