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    "Mr Brother" - M. Cunningham
    Un libro dalle dimensioni ridotte. Due racconti brevi e veloci, un saggio su Virginia Woolf. Due adolescenti che mettono allo scoperto momenti di vita. Rapidi stralci di esperienze, da cui stillano sensazioni viscide come gelatina abbandonata al sole. Odore di vita che cola silenziosamente dalle pagine bianche sporcate di nero. L’autore costringe il lettore ad impersonare uno dei due fratelli. Quello grasso e infelice, quello molle e in crisi, quello i cui occhi si perdono nell’ammirare il fratello maggiore: Mr Brother. Sì, Mr, perché è colui il quale comanda con sguardo freddo e superiore. E’ il signore, tra i due. Il Mister che è bello come una statua greca ed ama il suo riflesso nudo, adorando il proprio corpo scolpito da muscoli delineati, tesi come corde di una chitarra elettrica. Lo scrittore gioca a fare sentire noi che nuotiamo tra onde di parole in una posizione di sudditanza. Non si sfugge a questa imposizione. Ci viene chiesto se vogliamo impersonare il fratello, ma, se si desidera proseguire nella lettura (ed interromperla non è semplice), dobbiamo farlo. Una costrizione. Una regola a cui non si può disubbidire per poter conoscere il finale del racconto. Veniamo denigrati dal Signor Fratello. Lo scrittore, il regista di questo cortometraggio su carta, ha scelto che tra i due ragazzi, noi lettori fossimo il debole. Il fragile che immagina, un giorno, di essere a sua volta stimato dal fratello maggiore, di essere colui il quale riuscirà ad ottenere soddisfazioni dalla vita. Noi lettori parliamo con nostro fratello, ma non abbiamo la possibilità di vivercela, questa sfida massacrante e crudele, questo gioco di forza. Le battute ci vengono messe in bocca, le labbra si aprono senza comando, senza un nostro ordine. Tutto è già deciso, come da un demiurgo pianificatore. Se ne esce scossi, senza capire più nettamente chi davvero siamo (chi?). Dissolvenza in nero. Altro luogo. Un altro adolescente affascinante. Per quale motivo sta aprendo la porta di una nuova parte della sua esistenza proprio in quella notte? Perché in quel modo? Non è necessario esserne a conoscenza. Il lettore non viene informato. Un centimetro quadrato della pelle che ricopre i ricordi del giovane viene estrapolata per essere presentata a chi legge. Noi che poco fa eravamo il fratello di Mr Brother. Estate 1973. Il ragazzo aspetta il suo primo cliente. La sua prima volta di sesso a pagamento. Nessuna etica o morale. Nessuna parola superflua. Solo il nitido e pulito racconto di un’esperienza allucinante. Sono i fatti narrati che creano gli spazi ed i tempi. Sono le azioni ed i dialoghi che si auotplasmano. Parole crude, a volte tenere ed inattese. Parole che feriscono e risanano. Parole che inquietano e d’un tratto rincuorano. Non un ritmo serrato, bensì di continua attesa come in un thriller, quando la musica non si decide ad accelerare per far tremare lo spettatore. Una fine estremamente dolce, quasi nauseante. Questi gli ingredienti del fresco cocktail che offre Michael Cunningham. Sapore quasi acre, di quelli che pungono le narici, confondendo il gusto e l’olfatto. Colori scuri, in cui gli sporadici personaggi appaiono come ombre tinteggiate da toni pastello. Sfumature fluorescenti nel buio. Elementi cromatici che nuotano come in un acquario di spesso cristallo. La consistenza sparisce. Da servire nelle sere d’estate con abbondante presenza di ghiaccio. Da gustare frettolosamente, pensarci sopra può risultare fatale.
    Elisa Pasino
    elpasino@libero.it


    L'Alchimista di Paulo Coelho
    Non sono mai stato particolarmente incline alle professioni di fede o quant'altro inerente ai dogmi ed alle manifestazioni esteriori delle religioni, intese come visione assolutistica ed intollerante nei confronti di tutto ciò che non si identifica con esse. La connotazione faziosa e tipicamente acritica dell'atteggiamento religioso non mi appartiene. Non possiedo tessere di partiti, non sono nemmeno tifoso di calcio. Ho trascorso i primi cinque anni della mia formazione scolastica in un istituto di Salesiani. Sono loro grato per l'ottima preparazione di base di cui mi hanno fornito, solido trampolino culturale che mi ha permesso di affrontare tutti i miei studi successivi in discesa. Purtroppo per loro, però, hanno fallito nella loro missione più importante: non sono riusciti a trasformarmi in un devoto, solerte ed illuminato seguace della nostra Religion di Stato. Anzi, la portata della loro sconfitta, da questo punto di vista, è stata maggiore del previsto: non ho abbandonato una fede per professarne un'altra. Sono un galileiano convinto. Una fede anche questa, se vogliamo. Senza dogmi, tutto opinabile e da discutere. Nel massimo rispetto reciproco, con una fiducia indistruttibile nella tolleranza. Ho letto "L'Alchimista" di Paulo Coelho (Ediz. Bompiani). Un buon libro, sotto il profilo letterario: una storia delicata, un lessico scorrevole e un ritmo ben cadenzato. Racconta del viaggio di un giovane pastore Andaluso, cattolico, che cerca di realizzare la Leggenda Personale della sua vita, attraverso il mondo islamico, fino in Egitto. Ne riporto un brano: ... "C' era un biglietto sulla porta ad avvertire che lì si parlavano varie lingue. il ragazzo vide un uomo comparire dietro il bancone. -Potrei pulire questi vasi, se volete- disse il ragazzo. -Così come sono, non li comprerà nessuno.- L 'uomo lo guardò senza dire niente. -In cambio, mi pagherete qualcosa da mangiare.- L'uomo continuò a tacere e il ragazzo sentì che doveva prendere una decisione. Nella bisaccia aveva la giacca, che nel deserto non gli sarebbe più servita. La tirò fuori e cominciò a pulire i vasi. In mezz'ora lustrò tutti quelli della vetrina: in quel frattempo entrarono due clienti, che acquistarono due oggetti di cristallo. Quando ebbe finito di pulire tutto, chiese al Mercante qualcosa da mangiare. -Andiamo insieme,- gli disse il Mercante di Cristalli. Mise un cartello sulla porta e andarono in un minuscolo bar in cima alla salita. Appena si furono seduti all'unico tavolo esistente, il mercante di cristalli sorrise: -Non c'era bisogno che pulissi niente,- disse. -La legge del Corano ci obbliga a dare da mangiare a chi ha fame.- -Allora perché me lo avete lasciato fare?- domandò il ragazzo. -Perché i cristalli erano sporchi. E sia tu che io avevamo bisogno di ripulirci la mente dai brutti pensieri.- " ... La legge del Corano ci obbliga a dare da mangiare a chi ha fame... Leggere un principio del Corano, in una situazione così umana della storia di Coelho, dopo la demonizzazione indiscriminata dell'Islam a seguito dell'undici Settembre 2001, mi ha fatto riflettere a lungo, costringendomi a scrivere questo editoriale. Questo non è un panegirico alla dottrina mussulmana, ma una difesa del pensiero dell'umanità. Non sono i valori delle religioni ad essere errati, ma l'interpretazione finalizzata di chi abbia la presunzione, se non la malafede, di spiegarli. Non conosco la religione islamica per esprimere un parere teologico, anche se nutro un particolare interesse nei confronti del Maghreb, mi piace il deserto e adoro la cucina nord africana. I principi positivi a cui si ispira, sono comuni alle altre religioni, compresa quella cattolica. Sono i fondamenti del sentire umano, innati in ogni bipede con 46 cromosomi, compresi i galileiani. Ritengo che sia sempre un rischio criminalizzare l'Idea e non il singolo, perché apre dei varchi enormi all'intolleranza ed allo scontro. Sarebbe auspicabile riappropriarci dello spirito nobilmente religioso, senza particolarismi, che permea la godibile opera di Coelho. E' un'esortazione alla sua lettura: ripaga ampiamente delle tre ore che occorrono per gustarlo.
    Marco Angelotti
    posta@marcoangelotti.it


    Il grande Ernest
    Il primo di giugno, il maggior quotidiano nazionale ha dedicato un'intera pagina ad Ernest Hemingway. Leggendo le informazioni riportate negli articoli pubblicati, sono rimasto meravigliato del fatto che molti, in passato, abbiano mosso ad Hemingway l'accusa di essere un bugiardo, di costruire fatti, nei suoi romanzi. Per amore del vero, devo dire che i giornalisti di detta testata sono tutti in favore dell'autore, citando aneddoti e persone a lui avverse, come Guido Almansi, che dichiara che in Hemingway l'arte di scrivere consiste in un "making it up", per adoperare una delle sue espressioni favorite: "...nell'abilità di inventare le cose, di evocarle, combinarle e manipolarle, in modo da creare un'illusione di esperienza diretta. Prepara il suo intingolo con la Waterloo della Certosa di Parma, la conoscenza diretta della rotta di un esercito nei Balcani e il lavoro di ricerca (in biblioteca, se non in archivio) su quello che era successo sul fronte italo-austriaco." Non penso che il Grande abbia mai avuto bisogno di alcun difensore. Se Ernest Hemingway, personaggio scomodo, tronfio, antipatico, dedito all'alcol e ad una vita esagerata, avesse avuto la pretesa di essere uno storico, le accuse sarebbero enormi. Non mi risulta che "Addio alle armi" sia un saggio sugli avvenimenti della Prima Guerra Mondiale accaduti sul fronte italo-austriaco. Poco importa se l'autore non era presente alla disfatta di Caporetto. Che cosa significhi essere colpito da una granata e da un proiettile in una gamba, lo ha provato. Ed anche questo non sarebbe stato necessario. Omero era a Troia? Salgari ha mai lottato con una tigre? E non mi risulta che George Orwell fosse vivo nel 1984. Almansi non si è reso conto che ha reso ad Hemingway il maggior onore che si possa rendere ad un narratore: riconoscergli la capacità di condurre per mano il lettore in un mondo che esiste solo nei propri pensieri, e di renderlo vero. Dalla prima riga di Addio alle armi, chi legge si sente sul fronte italo-austriaco nel 1917. Ma il romanzo non è la storia della Grande Guerra, è il dramma personale di un uomo distrutto dalla guerra stessa, col desiderio di fare "una pace separata" col nemico, e continuare a vivere. E non è saggistica, è solo un romanzo. Di un borioso, scomodo, antipatico grandissimo scrittore.
    Marco Angelotti
    www.marcoangelotti.it


    "Bugiarda solitudine" - Pio Favia
    Romanzo per lettori forti questo! Entra nelle viscere, interroga il lettore come raramente si percepisce nel leggere romanzi. La solitudine e le sue cause, noi stessi e la nostra percezione di essa giusta o falsa che sia. Quanto l'anima delle persone soffre la solitudine anche se immersa tra l'amore di chi ci circonda, tra la folla che ci lambisce da tutte le parti, e i media che ci scavano dentro non appena offriamo il fianco delle nostre debolezze? Tutti noi siamo condannati a nostre solitudini, chi più grandi, chi piccole ma comunque vissute come solitudini che ci accompagnano per tutta la vita.
    Nadia D'onofrio
    freedraw@libero.it


    Sulla bellezza e sull'essere giusti
    SULLE SCOGLIERE DELLA BELLEZZA CHE SALVA Nella riflessione dei nostri giorni, rioccupa un ruolo primario la Bellezza. Questa nuova attenzione, da cui nasce una rinnovata estetica, ha radici antiche. Pensiamo solo al testo biblico della Sapienza (cap.13) o ai passi delle Confessioni agostiniane. La cacciata della bellezza dalle discipline umanistiche degli ultimi due decenni è stata accompagnata da una serie di accuse “politiche” che le sono state rivolte. Ma la Bellezza, icona della storia degli uomini, si erge su tutte le liminari ermeneutiche del suo bacio infinito. Il saggio di E. Scarry ("Sulla Bellezza e sull’essere giusti", Ed. Il Saggiatore, Milano), prendendo a modello Platone, Omero, Proust, Simone Weil o i quadri di Matisse, è un appassionato manifesto per la rivalutazione della bellezza nella nostra percorrenza, un itinerario da viversi nel lavoro, nelle scuole, nei musei o nelle case. Ogni volta che ci troviamo di fronte a qualcosa di bello, noi viviamo un atto di replica. Come scriveva Wittgenstein, quando l’occhio scorge qualcosa di bello, la mano vuole disegnarlo. La bellezza vuole essere moltiplicata, e detta in altri modi. Un bel volto disegnato da Verrocchio colpisce come un’illuminazione un ragazzo di nome Leonardo che lo copierà più volte e lo porterà infine a perfezione. In altri casi, l’ascolto di certa musica provoca in noi reazioni anatomiche di denti e gengive. La bellezza, come viene confermato dal Simposio platonico, fa sì che concepiamo i nostri figli ed è sempre la Bellezza, come rivela Diotima al buon Socrate, che induce a generare poemi e leggi. E’ la bellezza di Beatrice che nella Vita Nuova impone a Dante di comporre un sonetto. Anche quando la bellezza non può essere reduplicata, essa ci impone di guardare per secondi o minuti i percorsi migratori di uccelli o lo spettacolo inquieto di una natura colta nel suo stimmung profondo di forze che agitano e svegliano pensieri. Pater racconta che Leonardo, quasi fosse fuori di senno, era solito seguire le persone per le strade di Firenze per cogliere anche solo "un barlume di bellezza negli occhi o nei capelli insoliti di uno sconosciuto" e, a volte, insisteva su quei pedinamenti fino al tramonto. Il geniale Caravaggio andava a "fotografare" con i suoi occhi le belle prostitute per farne le sue immortali Madonne, rendendo visi consumati dal piacere icone di preghiera su incensi di storie oranti, bisognose di riferimento. Proust non riesce a staccare gli occhi dal viso di una dolce ragazza dai capelli rossi che vende latte a una fermata del treno. Anche le istituzioni educative, dal canto loro, perpetuando la bellezza esortano la volontà a creare continuamente. Dalla meraviglia nascono scenari. Eppure la bellezza si rivela sempre nel particolare. E’ Omero a cantare per primo la bellezza delle cose particolari. Ulisse, gettato dal mare su una spiaggia deserta, coperto di salsedine e quasi morto, s’imbatte in una nuova comunità umana e in una persona in particolare, Nausicaa, la cui bellezza lo lascia sgomento e gli fa dire "mai i miei occhi videro un mortale così; stupore mi prende guardandoti. Vidi a Delo, vicino all’altare di Apollo, una volta, un giovane germoglio di palma levarsi così". Il discorso di Ulisse rende la novità della bellezza. Essa è sacra, paragonata qui al suolo delio. Omero non è il solo a pensare che la bellezza abbia un potere salvifico; anche Agostino, tempo dopo, la descrisse come "una zattera in mezzo alle onde del mare" e ancora Altri, fino alla penna di Dostoevskij che tratteggiò nel discorso dell’Idiota, quella "bellezza che salverà il mondo". Fa battere il cuore questa forza. Né Nausicaa né la palma salvano Ulisse dalle onde, eppure sono la prima cosa che il naufrago vede dopo essere scampato agli artigli della morte, liberazione dalle catene d’alghe di un mare iroso che ne ha sballottato l’esistenza peregrinamente perduta dietro un andare e ritornare. Redenzione tutta umana, tragica e bella, dopo lo scontro col Destino. Ulisse sente Nausicaa ancor prima di vederla, "la sua voce è verde, risuona come acqua che scorre tra rigogliose erbe di prato". La bellezza spinge anche alla decisione. E’ il "qui e ora" della poesia di R. M. Rilke o il sentimento che scorre nel sangue di Madama Autunno quando ascolta una strofa cantata da Keats. In questo oceano di bellezza come le Nereidi ci tuffiamo e ne usciamo ininterrottamente, perché sappiamo che le cose belle portano con sé, sempre,un saluto di altri mondi. Come ebbe ad osservare Kant, il piacere che traiamo dalla bellezza è inesauribile; essa crea l’aspirazione a una certezza durevole che attraversi il gran freddo del cercare umano; lei "viene a noi senza che facciamo nulla, poi ci lascia, pronti a iniziare un’opera titanica". Non è dunque vero che la bellezza ci distrae dalle ingiustizie sociali. Piuttosto essa ci assiste nei problemi che affrontiamo. Anche sulla sponda del sacro, chi attacca la divinità non lo fa prendendone di mira la bellezza. Il sublime dell’Inferno di Milton continua a parlarci nel non-notturno che desideriamo, conferendo alla bellezza il ritmo di un movimento di remi, l’affondare e tirare, verso la rotta della nostra infinita caccia di senso. L’alchimia morale della bellezza continua a portare i nostri passi sulla via di un mondo scolpito dalla Natura, mentre la sua parola nuda si offre ai nostri frammenti di vita, ai lembi malati del rischio e dell’attesa, dell’oscurità e della domanda. La Bellezza è la primogenita del mondo: con Sapienza Dio creò. Perciò di essa si deve predicare la stessa cosa che il poeta Orazio asseriva della natura: anche se si strappa via col forcone, "tamen usque recurret" (Ep.10,24). Bellezza è servizio della Verità, voce e passo che non si ferma alle cariatidi della storia. Perciò la Bellezza è essenzialmente parabola. E icona. Ricordando tuttavia, che la Bella Gerusalemme è sempre, al contempo, la Città fondata da Caino; Bellezza e il suo contrario si fronteggeranno sempre nel cuore degli uomini. E la parola decisiva spetta alla scelta di ognuno rispetto al suo volto semplice di evidenza limpida. "L’albero tropicale non ha garanzia che la sua linfa durerà in ogni stagione, anche se nessun inverno oscura il fogliame felice". Sono versi di Hopkins. Promessa di vita, oltre il gelo che fascia e recinta il nostro Destino. Parola di speranza per un tragitto da compiere alla luce di poche lanterne, sempre più essenziali. GERARDO PICARDO
    Gerardo Picardo
    gpicardo@libero.it


    "Sulla sponda del fiume Piedra mi sono seduta e ho pianto" - Paulo Coelho
    UN VIAGGIO DELL'ANIMA CHE PARTE DALLO SPAZIO PRIVATO E INTIMO DI UNA GIOVANE DONNA E FINISCE NELLA DIMENSIONE INFINITA DELLA RELIGIOSITA'. DALLO SPAZIO LOCALIZZATO E GEOGRAFICO DELLA SPAGNA MISTICA E VERA A QUELLO COSMICO, IN CUI CI SI PERDE, SI VIENE INGHIOTTITI E SI RINASCE. "SULLA SPONDA DEL FIUME PIEDRA MI SONO SEDUTA E HO PIANTO" DI PAOLO COELHO E'PRIMA DI TUTTO UN INNO ALL'AMORE, ALLA VITA E ALLA DONNA. UN LIED ALLA MANIERA ROMANTICA TEDESCA, DOVE DAPPRIMA SI PONGONO I FRENI ALLA PASSIONE, ALLA FORZA DEI SENTIMENTI, ALLA PAZZIA "BUONA", E POI SI PRECIPITA NELLO STURM UND DRANG DI EMOZIONI E SENSAZIONI. COSI' E' LA PROTAGONISTA, PILAR (PERCHE' VIENE ALLA MENTE HEMINGWAY?): E' UNA DI NOI, FORSE SIAMO NOI. ALL'INIZIO E' LA XENIA DEL MICHELSTAEDTER GORIZIANO, DIVENTA LA CORAGGIOSA MOLL FLANDERS E INFINE, SEDUTA SULLE SPONDE DEL FIUME E' LA SAFFO INNAMORATA E DELUSA. UNA PROVINCIALE QUALSIASI CON IL SOGNO DI VINCERE UN CONCORSO STATALE E SISTEMARSI, UNA CASA, UN MARITO E IL FINAGE DELLE CAMPAGNE DI SORIA. OLTRE A CUI CI SONO, SECONDO LEI, SOLO SOGNI E DESIDERI IMPOSSIBILI. UN'ESISTENZA NORMALE COME TANTE ALTRE, FATTA DI ROUTINARIA ABITUDINE E CORIACEE CERTEZZE. E' DIVERSO LUI, IL MISTICO RIVOLUZIONARIO, IL PASSIONALE ROMANTICO GIOVANE GIUNTO PRECOCEMENTE ALLA SAGGEZZA. E' IL PELLEGRINO WERTER, E' L'ORLAMDO FURIOSO A CACCIA DEL SENNO SULLA LUNA, E' IL SANT'AGOSTINO CHE TROVA NELLA SUA INTIMA PREGHIERA IL SENSO DEL SUO ESISTERE. LEI E LUI IN ANTITESI. DUE MONDI A CONFRONTO: STATICO UNO E DINAMICO L'ALTRO. PILAR SI ACCONTENTA E NON SEMBRA VOLERE ALTRO, NON VUOLE OSARE (QUELLO DEL CORAGGIO E'TEMA CARO A COELHO), NON VUOLE LASCIARSI ANDARE. MA NELLA VITA, PER TUTTI (ANCHE PER LE MENTI PIU' LOGICHE E RAZIONALI), ARRIVA UN MOMENTO IN CUI GLI ARGINI SI ROMPONO E LA CORRENTE TRASCINA VIA OGNI CERTEZZA. MA INVECE DI PROVARE PAURA SI INIZIA A GODERE DI UNA PIACEVOLE SENSAZIONE DI STORDIMENTO, UN IMPROVVISO ASSAGGIO DI LIBERTA'. COELHO E' UN MAGO DELL'ATTESA: IL PLOT PROCEDE IN SALITA E GIUNTO AL CULMINE VUOLE UNA RISOLUZIONE. COSI' PILAR LASCIA LA SUA CASA, SI INNAMORA DEL SUO AMICO D'INFANZIA, AFFASCINANTE ED EVOLUTO, APPREZZATO DALLA FOLLA CHE LO ASCOLTA A BOCCA APERTA. MA SE E' VERO CHE LA DONNA RIMETTE IN DISCUSSIONE PER AMORE TUTTA LA VITA, E' ALTRETTANTO VERO CHE ANCHE LUI, IL PROFETA DEL SENTIMENTO ASSOLUTO, ENTRA IN CRISI METTENDO IN DUBBIO IL SUO FUTURO DI PREDICANTE. ANCHE LUI LO FA PER QUELL'AMORE TERRENO, SENSUALE E MAGICO CHE PRIMA O POI ESPLODE NELLE VENE DEL CORPO TEMPORALE DI OGNI UOMO, COLMANDO IL CUORE DI UNA GRAZIA COSI' VICINA A DIO DA ESSERE CONFUSA CON IL SUBLIME: "SCOPRIRE NELL'ALTRO UNA PARTICELLA DI DIO". AFFERRA L'ISTANTE MAGICO, DIMENTICA LA FRASE "AVREI POTUTO, LASCIATI ANDARE!" IL MESSAGGIO DELLO SCRITTORE E' DI SPERANZA NEL CAMBIAMENTO E NELL'EVOLUZIONE. COME PILAR E IL SUO AMATO VAGABONDANO TRA CHIESE DI CAMPAGNA, BORGHI MEDIOEVALI E CAMPI SENZA FINE, COSI' OGNI UOMO INTRAPRENDE NELLA SUA ESISTENZA UNA STRADA DIALETTICA, IN CUI LA SINTESI E'SICURAMENTE L'AMORE PER LA VITA IN SENSO LATO. COELHO E' UN DEBUSSY DELLA PENNA, COME DICE GIACOMO DEBENEDETTI, NON AMALGAMA I TIMBRI, MA LIBERA LA PERSONALITA' DELLE NOTE. QUANDO PILAR DISPERATA PIANGE SUL FIUME, CONVINTA CHE LA SCELTA DI LUI SIA ANDATA ALLA MISSIONE, E'LA NOSTRA ANIMA CHE PIANGE L'AMORE PERDUTO. QUELLO IMPOSSIBILE DI TRISTANO E ISOTTA, DI LANCILLOTTO E GINEVRA, DI GIULIETTA E ROMEO. MA COELHO SUPERA LA TRAGEDIA E FA RICONCILIARE GLI OPPOSTI, L'ERACLITIANA ARMONIA TRA POLARITA' DIVERSE SUPERATA DAL FATALISMO DI COELHO: "TUTTI I CAMMINI DEL MONDO MI RICONDUCEVANO A TE". I SEGNALI DI SANTIAGO NELL'ACHIMISTA SONO QUELLI DELLA "PROFEZIA DI CELESTINO" DI REDFIELD, DELLA "REGINA DEL SOLE" DI MICHAEL.TUTTO QUESTO FILONE LETTERARIO NEW AGE NASCE DALLO STATUS CONFUSO DELL'UOMO DEL DUEMILA. E' IL QUASIMODO AFFACCIATO AL NUOVO SECOLO CHE SCORGE IL BARATRO DI ALTRI MILLE ANNI DI STORIA. COELHO RIEMPIE QUESTO LUNGO SPAZIO CON PIGLIO AUTOREVOLE E SOMMESSO, ORACOLARE E RELIGIOSO. LASCIA UNA TRACCIA INDELEBILE NEL LETTORE: CHE CI SI SENTA PILAR O L'AMATO NON IMPORTA. CIO' CHE DAVVERO CONTA E' CHE "LA VITA CI RICONSEGNI ALLA VITA" CON GLI OCCHI MERAVIGLIATI DI UN BAMBINO E (COME PREDICA GHIBRAN) "CON NELLA BOCCA UN CANTICO DI LODE" PER UN DIO DI TUTTI, BUDDHISTI, ISLAMICI E CATTOLICI. E' IL DIO DELL'AMORE, ETERNO, INDISCUTIBILE E PIU'UMANO DI QUALSIASI ALTRO IDOLO.
    STEFANIA AMODEO
    steamodeo@libero.it


    Una giovinezza inventata - Lalla Romano
    Mi passavano accanto gli anni tristi del mio incanto.Erano anni che nessuno,nemmeno me, osava rispolverare, vista l'ingiuria delle ferite, il loro odore acre di lacrime e di stenti,di malattie e, nonostante tutto, di speranza. Una fiamma accanto, nella piccola libreria del cuore, fra i tanti, un libro di Lalla Romano, letto e poi riletto, della sua giovinezza inventata nella realtà fumosa di anni,che forse si sognano o si vivono,senza accorgersene.E' stata una vicinanza tra le asperità di un rigo, della lettura, che non vuole che nessuno mai perda la misura del tempo, di tutti gli anni che ti sono assenti.
    Flora
    titolo15@virgilio.it

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