Untitled
 
Recensioni del 2003:
  • gennaio
  • febbraio
  • marzo
  • aprile
  • maggio
  • giugno
  • luglio
  • agosto
  • settembre
  • ottobre
  • novembre
  • dicembre


    Recensioni 2006
    Recensioni 2005
    Recensioni 2004
    Recensioni 2002
    Ultime recensioni



    Torna al Caffè degli scrittori






















  • Realizzato da
    Visiant Outsourcing
    gennaio
    Leggi... e condividi i "libri della vita" degli altri speakerini del mese di giugno

    Leggi le ultime recensioni pubblicate


    "Di noi tre", "Seminario sulla gioventù", "Altri libertini":
    "Dove mai esiste più quella gioventù dalle lunghe giornate e lunghe nottate, che non sa che fare né dove andare, annoiata ma per verginità e vuoto intorno, non per sazietà e vuoto interiore come oggi ?" – I.Calvino, intervistato da Carlo Bo; "L’europeo", XVI, 35, 28 Agosto 1960.
    Gli psicologi evolutivi generalmente utilizzano questa classificazione per i giovani: pre-adolescenza(9-11 anni), prima adolescenza(11-14), adolescenza(14-17), tarda adolescenza(17-20), giovinezza(20-30)[Andreoli, 1995].
    D’altronde però l’universo giovanile è un caleidoscopio. Spesso i termini degli esperti del settore si sovrappongono o addirittura si confondono. Spesso i distinguo crescono esponenzialmente, mentre al contrario la realtà fenomenica giovanile diviene sempre più sfuggente e di difficile comprensione. Un altro problema è quello di fare delle generalizzazioni indebite e di dimenticare l’unicità e l’irripetibilità degli individui. L'unico settore di studio, in cui la categoria giovanile viene seriamente analizzata e vivisezionata è quella del marketing, perchè i giovani per inesperienza sembrano essere il target più appetibile e più proficuo per il mercato.
    Rileggendo quelle frasi di Calvino mi sono chiesto se esistessero o meno dei romanzi, che esprimessero il "vuoto interiore" delle generazioni giovanili moderne. Naturalmente ho subito ritenuto un salto mortale cercare di paragonare tutti i romanzi della generazione di Pavese con i romanzi moderni: troppe svolte epocali, troppi anni, marcate differenze stilistiche, differenze forse inconcialibili di vedere il mondo. Dopo averci pensato su mi sono detto che i romanzi italiani di questi ultimi anni- che io chiamerò del vuoto interiore- sono i seguenti: Di noi tre di Andrea De Carlo, Seminario sulla gioventù di Aldo Busi, Altri libertini di Tondelli. Sono tutti romanzi, che trattano il tema della giovinezza. Nessuno di questi tre autori è un manierista di Calvino. Calvino è stato un grande scrittore, però aveva quella che lui stesso aveva definito "un'ossessione descrittiva". Ma Calvino possedeva al contempo una grazia, una maestria, una capacità inventiva tali da renderlo unico, originale e mai noioso. Invece a mio avviso altri lo hanno imitato senza acume e "l'ossessione descrittiva" è divenuta allora descrizione ossessiva pedante.
    Ma ritorniamo a De Carlo, Busi e Tondelli. Tutti i romanzi sono ambientati principalmente negli anni’80 e negli anni’90, con l’unica eccezione di Altri libertini di Tondelli, in cui si percepiscono gli echi culturali del’77 di Bologna, degli stili di vita freaks, beat, hippy, del femminismo, delle ideologie, dell’esistenzialismo, etc, etc. Tutti i romanzi mettono alla berlina quello che io chiamo il conformismo dell'anticonformismo presente nella condizione giovanile e prescindono dai luoghi comuni di certa mitologia giovanile.
    Di noi tre di Andrea De Carlo è un libro avvincente. L’io narrante è Livio, ma i protagonisti sono tre: Livio, Misia, Marco. Livio ha appena dato la tesi in storia antica e la sua esposizione ha causato una polemica aspra con la commissione di laurea. La stessa sera incontra Misia. Livio rimane colpito da questa ragazza bionda nel marasma di una cantina sudamericana perché emana "una luce speciale", "un’aria luminosa", "una naturalezza leggera". E per arrivare a conoscerla si intromette addirittura nella lite tra Misia ed il suo ragazzo, subendo l’aggressione fisica del tipo. Livio frequenta assiduamente Marco, che lo vuole coinvolgere in uno dei suoi tanti progetti strampalati: fare un film senza nessun tipo di finanziamento né statale né privato. Devono perciò trovare attori non professionisti, organizzare la troupe, scrivere la sceneggiatura, decidere la scenografia, gli interni e gli esterni, etc, etc. Livio presenta Misia a Marco e la coinvolge nel film. A questo punto Livio avverte che tra Misia e Marco è nata un’intesa, un’affinità elettiva. Infatti utilizza le espressioni: "reazione di campi magnetici", "comunicazione telepatica", "corrente che li teneva legati". Della sofferenza dovuta a questa delusione sentimentale non c’è che labile traccia nel libro. Livio-Andrea De Carlo è come se rimuovesse la frustrazione di essere diventato terzo incomodo. Livio però diventa un pittore affermato, grazie all’interessamento di Misia, che riesce ad organizzare una mostra dei suoi quadri. Poi il film ha successo e porta alla ribalta Marco come regista e Misia come attrice. Marco diventa quindi un mito, addirittura prigioniero del suo stesso personaggio: rifugge la mondanità, detesta l’ambiente del mondo dello spettacolo, rifiuta lavori puramente commerciali. Non voglio però raccontare tutta la trama. Dirò solo che i colpi di scena si avvicendano vertiginosamente tra Barcellona, Londra, l’Afghanistan, Buenos Aires. A mio avviso le tematiche principali espresse da questo romanzo sono: 1) la ricerca costante del protagonista di questi due amici, che lo destano dal torpore esistenziale in cui a tratti cade, fino a quando non impara a dominare i propri alti e bassi(muovendosi raso terra, così basso che non ha nessun posto dove cadere…..De Carlo cita questo verso di Bob Dylan); 2) la critica nei confronti della società moderna. In una discussione accesa con Livio la stessa Misia sostiene che l’importante è vendersi. Dice che tutti si vendono. Naturalmente c’è chi vende il corpo, chi vende la sua dignità, chi vende le proprie idee, chi vende le proprie competenze specifiche. Le scelte esistenziali di tutti e tre i protagonisti sono invece profondamente antitetiche a queste leggi di mercato.
    Il libro di Andrea De Carlo è imperniato sulle vicende di tre individui originali e creativi, mentre ad esempio il libro di Aldo Busi è incentrato tutto su un protagonista, che si trova solo contro tutti. La frase che mi ha colpito di più di questo capolavoro di Busi è l’incipit del libro: "Che resta di tutto il dolore che abbiamo creduto di soffrire da giovani ? Niente, neppure una reminiscenza. Il peggio, una volta sperimentato, si riduce col tempo a un risolino di stupore, stupore di essercela tanto presa per così poco….".
    Già il tempo e la maturità rimarginano ferite adolescenziali ritenute allora letali: non essere considerati nella propria comitiva, non essere fortunati sul piano sentimentale, etc, etc. Ma il vero fulcro del romanzo è lo stesso Aldo Busi, che ci mette tutto dentro: il corpo, l’anima, la rabbia, la disperazione, il cinismo, l’ironia disincantata. Tra un susseguirsi di mestieri per mantenersi, tra una ricaduta del trigemino e un incontro furtivo Busi ci spiega tutti i meccanismi di quello che lui chiama "sessualterrorismo". Come scrive lo stesso Busi "uno fa tanta fatica per sfuggire allo scemo del villaggio e al genio e si ritrova giullare privato di una fighetta turistica". Sì, perché il protagonista per riuscire a barcamenarsi pur essendo omosessuale, si fa mantenere da Arlette, pur sopportando a stento le sue amiche, la vanità ed i narcisismi femminili, le frivolezze e la superficialità di queste giovani donne. Il protagonista, omosessuale dichiarato, in un crescendo di insofferenza nei confronti del perbenismo e dell’ipocrisie, si vendica dei suoi amanti, borghesi dalla reputazione immacolata, con ricatti, sceneggiate, stoccate fatali nelle loro pieghe dell’animo. Esamina a fondo l’emarginazione ufficiale, che gli viene impartita dalla società ed allo stesso tempo le voglie ed i vizi segreti di coloro che insospettabili, hanno una doppia, tripla, quadrupla vita. Sarebbe bastato così poco a questi amanti segreti del protagonista per non subire vendette dell’anima. Sarebbe bastato essere meno moralisti pubblicamente.
    Un'altra felice intuizione di Busi si trova in questa frase: "le vere personalità sono quelle inventate: non c’è grandezza dove non c’è violenza". Come a dire che Busi è diventato un grande scrittore, perché ha dovuto sopportare e costringersi ad accettare mestieri e persone, che se avesse avuto possibilità di scelta avrebbe rifiutato categoricamente a priori. E sono assolutamente d’accordo su questo.
    Il tratto distintivo di Altri libertini di Tondelli invece è –a detta della critica- il Noi narrativo, la soggettività plurale. Spadaro ha notato l’uso del parlato nella scrittura di Tondelli, per accentuare l’espressività e la carica emotiva delle storie(tant’è che Tondelli ne "L’abbandono" scrive della "Letteratura di potenza", ovvero della letteratura che esprime gli universali affettivi ed emotivi). I protagonisti in questo libro sono provocatori, contestatori, ma al tempo stesso dimostrano coesione ed affiatamento con gli altri. In ogni racconto c’è un io-narrante, ma nessuno è personaggio minore né comparsa. Tondelli tratta la gioventù studentesca che vive ai margini della società. Alcuni di loro bivaccano alla stazione e non hanno più vene buone. La maggior parte di questi giovani sono smarriti e confusi e inseguono un vitalismo esasperato sulle strade dell’Emilia, tra dancing all’aperto, centri sociali, gruppi autogestiti.
    Tondelli ad un certo punto della sua opera parla di un "vuoto enorme". Ma il vuoto enorme non è dovuto ad un mancato rinvio del militare oppure al piano di studi consegnato in ritardo. No. Suppongo che questo vuoto enorme sia dovuto a due motivi: l’insofferenza verso i pregiudizi sociali e lo stato mentale, che io chiamerò Zabrieskie point, che è un film di Antonioni. All’inizio del film Antonioni riprende tutti gli interlocutori di un seminario autogestito. Ma questo senso di collettività, di socialità, di coesione, di solidarietà non salva il protagonista del film dalla sua disperazione esistenziale, che infatti fugge nel deserto e fallisce la relazione problematica con la propria ragazza a causa dell’incomunicabilità, che regna tra loro. Tondelli rifugge dal primato della politica e dal predominio dell’ideologia. Infatti scrive: "ma la Sylvia ha la forza di urlare sulla porta che a noi non frega un cazzo dell’ideologia, ma solo delle persone tout-court e che le alleanze si stringono sui vissuti e mica sulle chiacchere". Che sia questo il motivo del suo vuoto enorme ? Spadaro infatti a proposito scrive di Tondelli che esperisce "la comprensione più profonda dell’umanità tramite la separazione".
    Evidda evidda@yahoo.it


    TUTA BLU (Ire, ricordi e sogni di un operaio del Sud)
    La tuta blu Tommaso Di Ciaula torna dopo 25 anni a raccontare la sua vita da operaio metalmeccanico in una fabbrica pugliese. L’editore Zambon ripubblica il libro che,uscito nel ’79 (ed. Feltrinelli -collana “Franchi tiratori”),conobbe uno straordinario successo che oltrepassò il confine italiano. Tradotto in diverse lingue ha avuto anche una riduzione cinematografica e varie rappresentazioni teatrali. Il libro è stato presentato nella libreria Feltrinelli(Ba)il 21/05/03.

    L’autore da poco tornato dalla Germania -dove è molto amato- ha animato un angolo della libreria con parole a volte rabbiose, a volte nostalgiche, senza il timore di far trasparire i suoi sentimenti. “La gente ha paura delle emozioni” dice il Di Ciaula e infatti dalle pagine del suo romanzo autobiografico lui sembra balzar fuori per scuotere dall’apatia il lettore. Mentre scorro le parole sulla carta, riascolto il suono della sua voce, l’autore è indistinguibile dall’opera, ritrovo il carattere ruvido e sanguigno, la passione per le idee in cui crede e che non ha mai tradito, pagando a caro prezzo questa fedeltà. Il suo sguardo poetico non si è mai piegato alla “prosa del mondo”. L’operaio Di Ciaula osava non essere un automa:“Ci vorreste tutti idioti robot vicino alle macchine, ma noi abbiamo una testa”, e ironicamente domandava: “Che cosa aspettiamo per mettere su queste macchinette le scimmie?(…)le scimmie in fabbrica e gli operai sugli alberi. A volte mi pare che siamo più stupidi delle scimmie”. Il “drago-officina” per funzionare ha bisogno di uomini senza testa e anche un solo individuo che voglia essere considerato “ancora un essere pensante” può far saltare gl’ingranaggi della catena di montaggio.
    L’operaio conta solo per il suo “rendimento”…questa parola perseguita quasi il Di Ciaula, rendimento, rendimento. Il tornio è la macchina di cui è schiavo questo Mimì Metallurgico pugliese che non si rassegna ad essere solo un robot e per non dimenticare di essere un uomo si affida ai ricordi: “Certe corse in bicicletta chi può scordarle mai: a gruppi per i viottoli lunari a respirare nebbia azzurra e cantavano le rane e gli uccelli notturni. Saccheggiavamo gli alberi carichi di frutta e quando la pancia non ne poteva più c’era posto nella canottiera, nelle tasche(…)Altre volte portavamo pure pane e vino e si stava tutta la notte all’aperto. C’era chi dormiva, chi raccontava fatti di fantasmi, qualche altro esplorava la campagna in cerca di legna per fare un falò. La mattina quando ci si svegliava sembrava il primo mattino del mondo, ti sentivi vero e felice”. E se la storia delle lotte operaie ci sembra inattuale, molto attuali e che ci riguardano profondamente sono sicuramente alcune riflessioni: “Ci stanno confiscando anche la memoria. Ci stanno riuscendo con i ritmi infernali in fabbrica, con il cottimo, con la massiccia propaganda consumistica, con la confusione”. Oggi noi non siamo più operai con la tuta blu, ma siamo sicuri che non ci siamo trasformati, senza accorgercene, in “operai” della catena di montaggio del Consumismo? E il nostro mito dell’efficienza, della “performance”? I ritmi frenetici che non ci permettono nemmeno di respirare? In che conto sono tenuti i nostri bisogni spirituali, i sentimenti, la creatività? Non siamo ancora adesso uomini dimezzati? Chissà cosa pensa oggi Tommaso che ieri odiava i “timbri”,il marchio della fabbrica sulla tuta, cosa pensa delle griffe che firmano gli uomini dalla testa ai piedi, dalla culla all’ultimo respiro.
    “Tuta blu” pur essendo passati 25 anni non ha una ruga. Era “sovversivo” allora e lo è ora perché il rischio degli individui è sempre quello, perdere l’autenticità, dimenticare che ognuno di noi è come un albero le cui radici non possono essere sradicate senza che l’albero ne soffra. Questa metafora sono sicura piacerebbe molto all’autore che ha citato un brano tratto da "L'albero" dello scrittore Guido Mina di Sospiro. Ha ricordato i filosofi che sono nati nello stivale d’Italia: Campanella, Vico, Telesio, Bruno. Anche lui orgoglioso figlio del Sud, che ha il coraggio di mantenere i sensi accesi in un mondo che spera di mettere al bando il corpo e le sue emozioni. Usciti dalla libreria l’asfalto era stato bagnato da un acquazzone estivo e “L’odore della pioggia” (libro di poesie dell’autore) ci ha piacevolmente accompagnato verso casa.
    Margherita margheritadenapoli@libero.it


    IL GIOVANE HOLDEN:
    Quel lunatico e schivo di Salinger ha piazzato uno dei più grandi romanzi americani con "Il giovane Holden". Di lui sempre fatto sapere poco al mondo. Ha sempre fatto vita ritirata ed appartata. E' sicuramente il più schivo e riservato dei grandi scrittori americani del'900.
    Tempo fa su un settimanale vidi una sua foto, o meglio un suo mancato ritratto fotografico: infatti il fotografo era riuscito a riprendere la sua figura, ma Salinger era riuscito a tapparsi il volto con la mano. La foto quindi non permetteva una completa lettura del suo viso. Ma veniamo al romanzo. Il giovane Holden innanzitutto è innovativo per la continuità impressionante del gergo giovanile.
    Dall'inizio alla fine del romanzo Salinger utilizza sapientemente un linguaggio nuovo, che realizza uno scarto significativo con la tradizione letteraria americana antecedente. L'originalità di questo suo linguaggio è sbalorditiva, se si pensa che fu scritto negli anni'50. Un'altra caratteristica saliente del libro è la sincerità allarmante del protagonista nei confronti di se stesso e degli altri.
    Di solito chi scrive cerca sempre di dare una buona impressione ai lettori. Un'alta percentuale delle persone che scrivono infatti per dare un'ottima immagine di se stessi agli altri cadono nel sentimentalismo, nella retorica, oppure in leziosismi e virtuosismi, per fare vedere quanto sono bravi. Salinger invece mette in gioco tutto se stesso. Salinger si cala in Holden, suo alter ego, e scrive nello stile più essenziale possibile per arrivare al nocciolo della questione. Questa sua sincerità, questa incessante ricerca di un brandello di verità umana, che a tratti sconfina nel disincanto e nel cinismo, permette a Salinger di riportare alla luce quella parte di ognuno di noi, che prima di questo romanzo non era mai stata scandagliata a dovere. Salinger infatti riesce a mettere sulla pagina bianca tutte quelle piccole idee banali e superficiali, che vengono in mente a tutti; tutti quei pensieri brevi e sconnessi, che rileghiamo nel subconscio. Ci sono ad esempio operazioni cognitive, come quelle per guidare una macchina, talmente automatiche e ripetitive, che dopo un minimo di esperienza non raggiungono più la soglia di coscienza.
    Salinger è riuscito a far venire fuori dalla sua testa queste piccole idee quotidiane, talvolta banali, qualche volta addirittura assurde. Ad esempio di fronte ad un laghetto di cigni Holden si chiede dove vadano i cigni, quando il lago è gelato. A leggere questo libro si rimane stupefatti, se si è letto qualche libro di filosofia di tanto in tanto. Non c'era bisogno di quelli che Ricouer chiama "i maestri del sospetto"(ovvero Marx, Nietzsche, Freud) per dimostrare al mondo la fallacia della ragione umana ed i limiti del razionalismo. Era sufficiente soltanto saper cogliere questi piccoli pensieri banali, automatici, quotidiani. Infine un altro aspetto fondamentale del libro è la messa a fuoco del disagio giovanile. Holden è il classico bravo ragazzo, che frequenta un collegio con regole ferree. E' il classico ragazzo della borghesia americana. Ma non si trova a suo agio nei suoi panni. A scuola è svogliato. Non gli vanno i professori. Non gli vanno i suoi compagni di scuola. Non gli va bene nessuna delle cricche e delle comitive del suo collegio. Non trova un senso in quel che fa. E' diffidente nei confronti degli altri. E' insofferente verso le regole ed i paletti imposti dal mondo dei grandi. E' spietato verso il grigiore della quotidianità. Il rapporto del protagonista con gli altri è sempre problematico, conflittuale, ambivalente. Holden vuole ripagarli con la stessa moneta dell'indifferenza con cui pensa che gli altri lo paghino. La sua è una sensibilità offesa.
    Di fronte a questo disagio nei confronti degli altri e della società una persona può reagire in tre modi differenti: diventare asociale, misantropo o addirittura antisociale(è forse una coincidenza il fatto che l'assassino di Lennon aveva in tasca una copia di questo libro?). Per tutto il romanzo qualsiasi sentimento e qualsiasi tipo di affetto nei confronti delle persone a lui vicine è rimosso. Ma Holden non può rimuovere totalmente ogni emozione. Deve pure investire affettivamnte su qualcuno o su qualcosa. Ecco allora che si innamora del linguaggio. Schifato dal mondo esterno e perfino dai suoi schemi mentali si aggrappa ingenuamente alle parole. Così utilizza le sue parole per mentire. Infatti di se stesso dice:" Io sono il più fenomenale bugiardo che abbiate mai incontrato in vita vostra". Alle menzogne ed alle falsità del mondo degli adulti quindi contrappone le sue menzogne ingenue, mai dannose per gli altri. Ad esempio quando incontra la madre di un suo compagno di scuola in treno mente spudoratamente, ma lo fa a fin di bene e per quieto vivere. Dice alla madre quello che vuole sentirsi dire di suo figlio. Holden dice alla madre che quel collegio è un'ottima scuola, anche se in realtà gli fa schifo: ma d'altra parte cosa dovrebbe dire ad una madre, che paga una retta salata per mantenere suo figlio in collegio ? Dice alla madre che suo figlio è un ragazzo sensibile, quando invece pensa che sia il più grande bastardo della scuola. Mente anche sulla sua vera identità, tant'è che, quando si presenta, usa il nome e il cognome del bidello della scuola, per non mettersi a raccontarle la sua vera storia. Ma d'altronde perchè non dovrebbe mentire ? La conversazione avviene in un contesto sociale, che i sociologi moderni definirebbero "un non luogo". E nel non-luogo di uno scompartimento di un treno si possono raccontare tutte le balle che si vogliono. Poi la madre del suo compagno di collegio è una bella donna ed il dialogo tra i due è infarcito di luoghi comuni. Perchè mai non dovrebbe mentire ? Solo alla fine del romanzo Salinger si concilia con altri e con il mondo esterno. Infatti scrive:"Io, supergiù, so soltanto che sento un po' la mancanza di tutti quelli di cui ho parlato. Perfino del vecchio Stradlater e del vecchio Ackley, per esempio. Credo di sentire la mancanza perfino di quel maledetto Maurice. E' buffo. Non raccontate mai niente a nessuno. Se lo fate, finisce che sentite la mancanza di tutti.". Il senso di questo libro di Salinger sta tutto nel titolo originale. Il titolo originale è "The catcher in the rye", che si potrebbe tradurre "il pescatore nella segale". Il titolo deriva da un'espressione modificata di una poesia di Robert Burns.
    La poesia in verità dice: "se scendi tra i campi di segale e ti viene incontro qualcuno". Invece Holden crede che dica:"E ti prende al volo qualcuno". E quando se ne accorge capisce anche il motivo per cui ha modificato questo verso della poesia. Lui infatti si è immaginato migliaia di ragazzi, che giocano in un immenso campo di segale. Ma questi ragazzi sono incoscienti ed ingenui, non tengono affatto conto che esiste un dirupo in cui possono cadere. Holden-Salinger scrive allora che la cosa che gli piacerebbe fare di più è quella di acchiapparli e di salvare coloro che inavvertitamente stanno per cadere nel dirupo. Fuor di metafora: il giovane Holden può ancora salvarsi e tramite le sue parole salvare altri adolescenti dalle brutture e dalle ipocrisie del mondo dei grandi. Quell'assurdità e quello squallore del mondo degli adulti se non vengono affrontati nell'adolescenza possono portare al gesto estremo più avanti, come il protagonista del racconto "un giorno ideale per i pesci banana" dell'opera successiva di Salinger "I nove racconti", che si spara un colpo alla tempia. Infatti lo scrittore americano nel giovane Holden è cinico nei confronti degli altri, perchè deve affrontare brutalmente lo schifo. Invece ne "I nove racconti", in cui prende in esame il mondo degli adulti, usa invece la pietà umana: oramai non può fare più niente per loro, le loro vite sono già compiute, le loro persone sono già gestalt finale.
    "Il giovane Holden" è stato terapeutico per lo scrittore americano. Salinger è riuscito a fare i conti con il proprio disagio. Ed è proprio per questo motivo che questo libro è stato letto da generazioni di giovani americani. E' per questo motivo che Salinger è diventato una sorta di compagno di strada dei giovani americani e non solo.
    Evidda evidda@yahoo.it


    La vita felice
    Un libro mi ha cambiato la vita...già credo, pensandoci bene, ora che mi avete sollecitato a pensarci, credo sia accaduto proprio così. Pensare che l'avevo trovato in offerta su una bancarella di piazza del Duomo, un pomeriggio di novembre, con clemente temperatura. Un'offerta ottima: "Tutto a mille lire". Sì, era ancora l'epoca delle lire. Dell'euro già si sapeva tutto ma sarebbero trascorsi ancora due anni prima della sua nascita ufficiale.
    SENECA: Il maestro e tutore di Nerone, non mi lasciava tranquillo, perchè, non conoscendolo, consideravo il pazzo re romano figlio di altrettanta pazzia. No. Mi sbagliavo. Seneca disegna un quadro fantastico di come le cose della vita vanno affrontate, di quanto è lecito "godere" e gioire per i successi, e per quanto di bello siamo in grado di procurarci.
    Seneca, mi ha avvicinato ad una felicità che avevo a portata di mano ma che non percepivo, mi ha aperto gli occhi su molti aspetti dell'animo umano che non mi erano chiari. Il suo continuo richiamo alle teorie epicuree, inoltre, con le bellissime note a margine, mi hanno fatto sbocciare come un fiore in primavera.
    Già: La vita felice. - Provare per credere.
    belencarlos belencarlos@hotmail.com



    E' vietata qualsiasi riproduzione. Tutti i diritti riservati.