Luca Toscani, "Natale a Comodoro Rivadavia "
"La strada o è strettissima, o è coperta di sabbia, perché io non la vedo? L'unica cosa che scorgo sono le stelle, un'infinità, il manto di stelle più grande che abbia mai visto,e un silenzio di pace immensa." "E se un giorno si decidesse di partire, non per un fine settimana, una breve vacanza, o "dallamattinaallasera"!? Se si decidesse di prendere tutte le questioni in sospeso, lavoro, famiglia, doveri sociali e farne una busta da lasciare fuori, vicino al cassonetto?! Si potrebbe scegliere un posto qualsiasi dove andare, magari quello che si è sempre immaginato come irraggiungibile o troppo lontano, si potrebbe portare con noi solo l'indispensabile, solo ciò a cui teniamo e con cui vogliamo vivere questo viaggio, si potrebbe fare tutto questo ma forse sarebbe un sogno da bambini." Da bambino Luca sognava di andare in Patagonia, e da lì scendere a sud verso la Terra del Fuoco attraverso lo Stretto di Magellano, la città di Ushuaia, fino a Capo Horn, dove finisce il mondo. Da grande Luca lo fa veramente; pochi vestiti, neanche una tenda, un po' di soldi e il sogno che aveva da bambino. In Patagonia le distanze sono immense, non ci sono autostrade, non ci sono caselli, né semafori, bollette da pagare e prozie in stato di decomposizione cui fare visite di cortesia; non c'è traffico, né una società con cui confrontarsi, non ci sei altro che tu, libero da ogni cosa insieme ad altri liberi da ogni cosa, "a parte il vento." Un diario di viaggio un po' Chatwiniano con sensazioni e sapori presi qui e là senza un preciso ordine a parte quello lievemente cronologico; incontri di un giorno che valgono una vita insieme; uomini/meteore che incrociano altri uomini/meteore e che poi proseguono ognuno il proprio cammino; il desiderio di vivere e basta, magari con la donna di cui si è innamorati e che si è persa lungo la strada. Un libro col sacco in spalla ed un Moleskine consumato in tasca, con lo sguardo sempre avanti ed un biglietto singolo di sola andata.
Pier Andrea Notari pierandrea.n@inwind.it
Stefano Benni , "Saltatempo" -
"...E sullo stesso piedistallo c'eravamo noi della banda del fiume, a sette otto anni.Tutti insieme come allora, anche se qualcuno si era staccato dal piedistallo per camminare coi piedi suoi, e non eravamo andati nella stessa direzione." Come succede che si cresce? Quale è il momento esatto in cui smettiamo di essere bambini e diventiamo grandi? A molti succede per un motivo, un fatto improvviso ed incisivo, ad altri non si sa; ci si ritrova grandi senza essersene accorti e si riguarda alle fantasie di quando eravamo bambini come ad un vecchio giocattolo da cui non potevamo separarci ma che ora vive su uno scaffale insieme alla bomboniera della prima comunione. Saltatempo è il soprannome con cui il bambino diventa grande. Saltatempo perché passa imprevedibilmente dal mondo reale a quello immaginario bambinesco e viceversa. Saltatempo perché forse ha capito che il tempo i grandi lo hanno inventato e i grandi ne sono schiavi, mentre si sa che due anni di orologio, al cambio attuale, fanno due canzoni di grillo. Saltatempo vive così tutto il campionario delle fasi della crescita, dalla fanciullezza (bel termine, dovrebbe essere usato più spesso) dei sette anni alla giovinezza dei venti, a cavallo tra il tempo reale, in cui vivere il primo bacio, la prima delusione di un amico, la consapevolezza di sé e del mondo vero, l'infrangersi degli ideali, ed il tempo immaginario nel quale nuotare con un dio, parlare con gli gnomi del bosco, vedere il mondo futuro e quello reale, quello vero al di là di tutte le apparenze. Si trascorrono in amicizia gli anni 50-60, i personaggi diventano familiari, Saltatempo, la Venerelli, Gancio, Fred, zio Nevio e la Luciana e, ovviamente Selene, sono amici nostri perché anche noi ritroviamo in loro i personaggi della nostra vita. Benni, come al solito, vola con la fantasia prendendo di tanto in tanto una liana di verità, di storia vera, che lo porterà fino al prossimo volo. Un libro familiare nella realtà come nella fantasia, molto evocativo, che inizia in bianco e nero e termina a colori.
Pier Andrea Notaripierandrea.n@inwind.it
Alessandra Lavagnino, "Una granita di caffè con panna "
"Fu allora, dopo che il dottore se ne fu andato, che cominciai a capire, all'eco delle mie parole, che tutte avevano lasciato il segno..." Cosa succede se all'improvviso non si può fare a meno di dire la verità? Su tutto ed a tutti, cosa succede se ogni volta che si apre la bocca ne esce un fiume in piena, non di quelle verità personali, frutto di ragionamenti opinioni o magari di suggestioni e aspettative, la Verità con la V maiuscola, innegabile e inequivocabile, "le cose come stanno", che tutti conoscono ma che preferiscono tacere; e cosa succede se tutto questo avviene in un piccolo paese della Sicilia degli anni '60? Agata è una entomologa, la sua passione per gli insetti è quello che la distingue dagli altri; la sua vita scorre ogni giorno uguale fino al momento dell'incidente, un incidente lieve che apre, però, nella sua mente, una porta forse già accostata. La sua famiglia, il marito, Lorenzo, i genitori, il fratello stesso e la governante, Vènera, le girano intorno come personaggi sul palcoscenico, ognuno col proprio ruolo già assegnato. Come in un sistema solare ogni personaggio/pianeta si muove nella propria orbita nel silenzio più assoluto, senza interferire con gli altri; giro dopo giro i movimenti e le abitudini si ripetono sempre uguali, i gesti della governante, regina incontrastata della cucina che, soldato perfetto, comincia ogni mattina la sua missione, stessa ora stessi compiti, nel meraviglioso mondo delle faccende domestiche; la madre che sa cosa è meglio e cosa è peggio per tutti (in fondo chi non lo sa!?). Una gerarchia ben piantata, solida come la roccia, pone il padre a capo di questa piccola galassia siciliana la cui stabilità, così apparentemente imperturbabile, viene spazzata via dal piccolo pianetino/Agata che, d'improvviso, esce dalla sua orbita e gioca a flipper con gli altri pianetini/parenti, spinta da qualcosa che era dentro di lei fin dal principio. Pochi significativi personaggi, il Barone Professore e lo Zio, due aspetti diversi dello stessa mentalità, spingono Agata a rassegnarsi al suo destino di "malata", malata di verità aggiungerei, ma un incontro in extremis potrà forse ridimensionare tutto. Un libro con il sole a picco e il fazzoletto nero in testa, in cui l'unico suono sono le cicale al pomeriggio e i turbamenti interiori della protagonista.
Pier Andrea Notari pierandrea.n@inwind.it
Sonnambulismo morale - Sergej Bolmat, "I ragazzi di san Pietroburgo"
Un libro colorato, travolgente, accecante. Non per la sua copertina. Non per le immagini al suo interno. Scorrono parole ed altre parole. Forse si inseguono, forse qualcuno ne ha gettato i semi sulle pagine tempo fa e su quei vasti terreni bianchi sono spuntate le parole. Una straordinaria magia. Sergej Bolmat è il contadino che lancia i suoi frutti colorati contro le menti spente e lente dei lettori perché, lì, si schiantino. Si diverte a mirare l’effetto pulp del risultato. E desidera che coloro i quali si imbattono nel suo racconto si comportino nello stesso modo. Divertirsi davanti allo spettacolo della pazzia che sfocia nei corpi dei suoi personaggi. Un libro colorato. Le tinte forti e nauseanti vengono sviscerate fuori dalle nere righe del romanzo, come umori corporei che devono essere espulsi naturalmente. I giovani protagonisti sono come dei cartoni animati. Conducono vite spericolate a causa di strani giochi sadici del destino. I colpi di pistola, di mitraglia, di fucile trapassano i loro corpi ( o forse non è così?), creando tondi buchi neri come lo spazio più profondo e, da lì, spuntano come in un giardino ben coltivato fiori rossi zampillanti sulle camicie. Cartoni animati che si sollevano dal terreno solo leggermente sconcertati dopo un’orripilante sparatoria. Cartoni animati che cadono e si rialzano perché, forse, ciò che si è letto non lo si ha seguito con grande attenzione. Meglio riprovarci. Il tentativo è vano. Cartoni animati un po’ grotteschi, ma reali. Non sono vuoti, questi giovani di San Pietroburgo, degli anni ’90. Come in un film di Tarantino, rimbalzano come sfatte palle di gomma, si appiccicano come caramelle calpestate da scarpe sporche, si frantumano come vetri unti. E’ il corpo che non esiste più. Il cuore, seppure un po’ malandato ( o malato?), c’è. E’ il corpo ad essere ridotto ad un ingombrante involucro che non permette di mischiarsi con il mondo. L’anima è costretta dentro ad una forma che non le appartiene più, ora. Il corpo viene modificato, durante lo svolgersi della storia, da una genetica dell’immaginazione: si gonfia in Marina, che è incinta; si trucca e si imbelletta quando Charin viene deposto nella bara; si spezza come una bambola di porcellana quando un proiettile devastante disintegra la spina dorsale di Vera; si traveste da donna quando Tema non deve farsi riconoscere; si munisce di angoscianti appendici metalliche in Lecha; scompare, poi, sotto ad una sventagliata di colpi il corpo dell’intrepido ragazzino, lasciandone, al suo posto, una copia approssimativa, schiacciata, scomposta, scaraventata sotto il tavolino di un angusto bar. All’indomani della dissoluzione dell’impero sovietico, questa gioventù sbarca il lunario arrabattandosi tra ogni tipo di lavoro, preferibile se non lecito. La compattezza della città russa si sgretola in macerie fumanti. I ragazzi passano dal web design alla vendita di trastulli erotici, dalla composizione delle salme all’obitorio alla prostituzione occasionale. E poi c’è chi si ritrova a fare il killer per caso. Una videoteca semi abbandonata, una ragazza incinta e senza soldi, il primo dei molti regolamenti di conti della vicenda, calcinacci sul viso, morti abbandonati sul terreno caldo di sangue, un cellulare che suona. Così inizia la storia dal finale a sorpresa. Essi non si accorgono assolutamente che quello che fanno, il loro modo di vivere il postmoderno è erroneo, spaventevole, narcotizzato. Sonnambulismo morale. Passeggiano nel limbo tra l’amore e l’orrore. Ci si abitua ad uccidere per risolvere i problemi e, come dei funghi allucinogeni che essi assumono, non si può fare a meno neanche della morte. La morte che risolve la vita. Una serie incalzante di avvenimenti si sussegue, senza lasciar prendere fiato. Le vite dei personaggi, apparentemente separate, come se fossero storie parallele, si intrecciano spaventosamente e sconvolgono le certezze. Flashback e flashforward, storie raccontate da molteplici punti di vista, narratori che si scambiano le parti e si prendono gioco del lettore, come a volerlo far stare più attento per non perdere il bandolo della matassa che, una volta scivolata via, non cessa di scorrere e di dipanarsi. Inarrestabile come l’accadere degli avvenimenti. Dialoghi secchi e spezzati. Interrotti e psichedelici. Dissolvenze in nero, dissolvenze incrociate, ralenti, primi piani, campi lunghi, sovrapposizioni, soggettive, piani sequenza. Si respira un disagio che penetra automaticamente a fondo, come l’aria nei polmoni. E lì, sconquassa la vita vera. E’ un libro o uno straordinario film? “I ragazzi di San Pietroburgo”, da non dimenticare.
Elisa Pasinoelpasino@libero.it
Paola Pitagora, "Fiato d'artista"
Domenica. La solitudine è un verme che senza cibo, balla. Tutte le sere alle 20.30 a Piazza del Popolo il sipario s?alza sulla scena, al caffè Rosati gente in piedi, o seduta, cerca cibo per il verme che balla nella pancia. Volendo il concetto si potrebbe esprimere solo così, se di concetto si trattasse; la verità è che ciò che esce dalla penna dell'autrice non sono concetti, ma ricordi, sensazioni, ordinate, archiviate, ma pur sempre sensazioni. La prima storia importante catapulta Paola (che, beninteso, è una persona reale) e Renato (anche, ovviamente) fuori dalle vite che le rispettive famiglie avevano tanto premurosamente disposto per loro; improvvisamente i sogni non rimangono nel cassetto, prendono fiato, vita, si fanno forza, aprono il cassetto e anche la porta di casa e li accompagnano attraverso gli anni '60. La loro storia non è differente da quelle che molti hanno vissuto, il gene della ribellione è in tutti noi, si sa, e come tale (e per non deludere le aspettative), si manifesta in un preciso momento e sembra che i vent'anni gli calzino come un guanto. Due grandi passioni, per la recitazione, lei, e per la pittura, lui, li rendono simili, complici, compagni di gioco e di vita; il primo studio, le lotte per uscire dall'anonimato, le soddisfazioni e le delusioni, li uniscono per sempre, sembrano invulnerabili insieme, ma ben presto l'incantesimo si spezza, l'inquietudine di quegli anni sembra spazzare via tutto, ma probabilmente, tutto sarebbe stato spazzato via comunque. Quello che colpisce è la sensazione che si ha di ascoltare il libro stesso, come si potrebbe ascoltare la mamma che racconta di "quando era ragazza", però senza censure, quasi a parlare con un' amica seduti al tavolo di un bar. Un amico che se ne va segna la fine di tutto e l'inizio del resto. Un libro in bianco e nero e con la gonna sotto il ginocchio, a tratti irridente e spensierato come "Poveri ma Belli", a tratti malinconico e amaro come una canzone di Luigi Tenco.
Pier Andrea Notaripierandrea.n@inwind.it
Un rimpianto
Poi che ella fece l'intero e dotto libro, la lunghezza non spaventi l'abbeverata finale e il suo trasporto nella viva poesia di un dolore, di un amore, di un rimpianto. Vi verrà, amici, la luce accanto come un'ombra scotennante e, chissà, vi verrà voglia di nascondervi dentro un sogno che vi cammina accanto. E son certa, vi fidanzerete con l'aldilà in un tiepido incanto, dopo le lacrime di un rimpianto IL LIBRO, ovviamente, "IL MARE DI TOLEDO" di Anna Maria ORTESE.
FLOStitolo15@virgilio.it
Mr.Brother
Non nascondo la mia reticenza davanti alla scrittura di Cunningham.Con un'eccezione:Mr.Brother,un libro intenso,letto - e scoperto - per caso,su suggerimento di un amico.Brevi e densi i due racconti,pieni di vita-qualunque significato ad essa si possa e si voglia attribuire.Un libro vero,che parla di cose vere. Sapere che c'è qualcuno in grado di sentire e descrivere la realtà con tanta intensità fa bene all'anima:ti fa sentire meno solo. Grazie a Cunningham, per questa prova eccellente. E grazie alla persona che mi ha segnalato Mr.Brother, perchè se le buone letture non sempre ti fanno essere una "persona migliore", di certo ti rendono più libera.
francesca
"Il cielo, le spine, la pietra" - Versi di T. Di Ciaula
Da questa raccolta di poesie (pubblicata nel’95) ho rubato la frase 'come tardano a tarlare questi sogni' perché mi sembra emblematica del modo di essere al mondo di Tommaso Di Ciaula(scrittore pugliese noto per il suo romanzo 'Tuta Blu'). In un’intervista dichiarò che avrebbe voluto regalare alla gente 'una scintilla, una manciata di sogni, di calore,di stelle, di allegria, di magia'. Attraverso la scrittura il Di Ciaula cerca di raggiungere il suo ideale di 'Unità e Bellezza' e sa anche il prezzo alto che dovrà pagare per soddisfare questa sua ansia di 'Cielo' che mantiene acceso quel suo continuo sognare; struggimento e dolore accompagnano la tensione creativa durante il travaglio che porta a dar forma poetica all’utopia che gli ribolle dentro. Il poeta sembra essere stato partorito dal ventre della madre Terra e, pur se reciso il cordone che ne faceva un solo corpo con essa, conserva in sé l’impasto di tutti i suoi elementi. Con la terra ha un rapporto che è quasi carnale, olfattivo, umorale e vive fin nelle ossa i cicli di vita e di morte, generazione e corruzione della natura. Si ha la sensazione che il poeta veda proprio nell’interruzione di quel dialogo, nella frattura della originaria complicità, la causa dello smarrimento dell’uomo contemporaneo. La linfa a cui può attingere il Di Ciaula e che rende fecondo il suo linguaggio è la vitalità istintiva, quella natura selvaggia, ispida che non si è lasciata imbolsire dalla logica consumistica 'dell’avere averi' che ci fa vivere in un mondo di merci e che inevitabilmente porta ad amministrare anche la vita affettiva alla stregua di puri scambi economici. Il vuoto emotivo diventa così la realtà nella quale la nostra coscienza, sradicata, galleggia. Tommaso Di Ciaula dà uno schiaffo all’inconsistenza del mondo virtuale regalandoci parole piene, corpose (quasi a poterle addentare per sentirne il sapore), traboccanti di significati. I suoi sono versi diversi perché privi di quell’intellettualismo dal quale si lasciano sedurre alcuni autori, sono versi che dissotterrano i ricordi dall’oblio cui il tempo li aveva condannati consegnandoli al lettore rivestiti di fantasia, sono versi che suggeriscono di avvicinarci con umiltà, con l’ingenuità dei sensi, alla terra. Accarezzandone 'i suoi fianchi grassi', le sue zolle, ritroveremo il contatto con la nostra stessa pelle. Credo che nel Di Ciaula, e questa è la sua forza, non esistano fratture tra forma e contenuto,il 'naïve' è la sua identità, la sua essenza, e questa informa di sé tutto il lavoro artistico.Alcune immagini dipinte dall’autore sono molto belle, quasi elettrizzanti: 'si dice che verrà la notte sul dorso di una rana'; 'i pugnali dei briganti a sgozzar lune sui prati'. Hanno un’energia misteriosa, evocativa, sembrano visioni oniriche; momenti di magia che richiamano atmosfere felliniane. Il territorio dei simboli è privilegio di chi mantiene un dialogo costante con il proprio inconscio, sede degli archetipi che appartengono all’umanità e compito dell’artista è comunicare questi frammenti di verità capaci di spezzare le catene della dimensione reale di pietre e spine e di traghettarci in una dimensione spirituale di libertà e assoluto.
Margheritamargheritadenapoli@libero.it
Le sedie
Le sedie? Sì, quelle vuote, in semicerchio, a riempire sul finale uno spazio infinito, una scena sfondata, divorata dall'assoluto, dalla condizione umana. Questo è quello che si può vedere avvicinandosi all' "assurda", ironica, drammatica rappresentazione de "Le sedie" del signor IONESCO racchiusa in un atto unico di una potenza espressiva destabilizzante.... La storia di due esseri alla fine di un lungo "delirio a due" che si mostra in tutta la sua mostruosità proprio quando poteva tacersi. Il vaniloquio universale, la constatazione che vi sono solo parole ma mute, costrette a mostrarsi incomprensibili, nella marmorea accettazione che ognuno è solo con la sua assenza...fino alla morte. Leggete il testo: io non avrò mai a sufficienza parole da usare. L'arte è incontenibile.
Alessandro grotowsky2000@yahoo.it
Gli anni marroni
Un fenomeno, quello della "giovane letteratura inglese emergente posthatcheriana (o anche thatcheriana!)", sui quali ormai si sono spesi fin troppi articoli e parole. Ma non è una moda, e lo dimostrano questi "giovani autori emergenti" che giovani non lo sono più e continuano a sfornare titoli di ottimo livello, e a creare eventi. Io sono restia agli eventi commercial-librari, ai best seller ma...ebbene sì, aspettavo con ansia l'"ultimo" di Jonathan Coe, l'autore di quel piccolo gioiellino di sceneggiatura che è "La famiglia Winshaw". E' vero, i successivi titoli pubblicati da Feltrinelli non erano proprio all'altezza del capolavoro ma...mai perdere la fiducia! Ed ecco "La banda dei brocchi", questa fotografia di un'Inghilterra anni '70 che anche a chi non la conosce sembra di toccare con mano...Il sindacalismo, i pub fumosi, la low working class e la middle class...ma anche personaggi vivi e veri, adolescenti e adulti credibili anche se appena sbozzati. E poi, come non essere attratti irresistibilmente dalla definizione che l'autore stesso ha dato agli anni Settanta protagonisti della sua opera, "gli anni marroni"? I vestiti, le auto le foto, la moquette, i mobili...come non concordare? "Da leggere", come dicono le recensioni.
Francylibera@libero.it
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