La lunga vita di Marianna Ucrìa di Dacia MARAINI
“Vorrei che Marianna tenesse compagnia al lettore/trice con il suo silenzio carico di pensieri”. Questo il desiderio espresso da Dacia Maraini nella sua intervista rilasciata a Dora Marraffa. E come potrebbe non essere così? Ho conosciuto Dacia Maraini a San Marco Argentano, in occasione della presentazione di questo bellissimo libro agli studenti dell’Istituto tecnico commerciale E. Fermi. Gli studenti, affascinati, ascoltavano questa donna fine e bella, dalla voce sensuale e coinvolgente, che narrava della sua esperienza nel campo di concentramento in Giappone e che rispondeva alle loro domande con semplicità e logica chiarezza. “Lui elegante e trasandato…..lei chiusa dentro un corsetto amaranto che mette in risalto la carnagione cerea”. Padre e figlia, anzi “il signor padre” e “la mutola” avvinti in un rapporto che va oltre il muro del silenzio, che crea una sorta di legame indissolubile, fuori dal tempo. Ma “il signor padre” è un uomo e la “mutola” una donna, nel malefico ingranaggio di un mondo arcaico e onnipresente al contempo, dove certe cose sono da maschi e certe altre da femmine. Assiste, la piccola mutola innamorata profondamente del padre, alla scena cruenta e orribile della esecuzione “lo sguardo della bambina si sposta sul condannato e lo vede piegarsi penosamente sulle ginocchia.(…). Qualcosa non ha funzionato:l’impiccato, anziché penzolare come un sacco continua a torcersi sospeso per aria, il collo gonfio, gli occhi strabuzzati fuori dalle orbite.(…). Ma ora è davvero morto; lo si capisce dalla consistenza di pupazzo che ha preso il corpo appeso.(…). Il signor padre si china sulla figlia estenuato. Le tocca la bocca come se si aspettasse un miracolo.(…).La bambina prova a spiccicare le labbra ma non ce la fa…. “Scantu la ‘nsurdiu e scanto l’avi a sanare aveva trovato scritto un giorno in una lettera del signor padre alla signora madre. Ma di quale spavento parlava? C’era stato un intoppo, un inciampo, un arresto involontario del suo pensiero quando era bambina? E a cosa era dovuto?” No, Marianna non ricorda perché a un certo punto della sua vita le orecchie si siano rifiutate di ascoltare e la bocca di parlare. Né assistere all’impiccagione di un ragazzo giustiziato dal macabro Tribunale della Inquisizione era servito a nulla. Ma la sua menomazione non si traduce in una sconfitta, che anzi la diversifica dalle altre donne e riempie il suo silenzio di pensieri. Pensieri che ruba dalla mente degli altri, dove riesce a penetrare senza sforzo, pensieri che costruisce con acume e acutezza di ingegno, forte della bella filosofia del signor Davide Hume e soprattutto forte della sua intelligenza, sollecitata dalla lettura, dalle riflessioni, dalla coscienza di dover lottare per non sprofondare nel labirinto della sua menomazione senza speranza. “L’intelletto quando agisce da solo e secondo i suoi più generali principii, distrugge del tutto se stesso…noi ci salviamo da questo scetticismo totale soltanto per mezzo di quella singolare e apparentemente volgare proprietà della fantasia per la quale entriamo con difficoltà negli aspetti più reconditi delle cose…” Marianna entra negli aspetti più reconditi delle cose, senza sottrarsi al suo destino di povera femmina, nata solo per saziare l’appetito sessuale dell’uomo, allevare figli, ubbidire, sottostare, invecchiare precocemente. Lei però non invecchia precocemente, anzi “strano come regga bene l’età…neanche un filo di grasso, nessuna deformazione, snella come quando aveva vent’anni, la carnagione chiara, fresca, i capelli ancora ricci e biondi, solo una ciocca bianca sulla tempia sinistra…” Sposa a tredici anni, partorisce i suoi figli e li alleva, ma non fisicamente, perchè nella nobili famiglie ci sono i subalterni a pensare a tutto. Le sue rimangono mani “che non hanno mai percepito il peso di una pentola, di una brocca, di un catino, di uno straccio.(…). Hanno accarezzato, quelle mani, qualche testa di neonato, ma non si sono mai intrise della loro lordura.(…). Certamente si sono posate, inerti, sul grembo, non sapendo dove rintanarsi, che cosa fare; poiché ogni gesto, ogni azione, era considerata pericolosa e inopportuna per una ragazza di famiglia nobile”. Marianna alleva i suoi figli e le sue figlie con amorosa dedizione, attenta alla loro crescita mentale e psicologica, dipingendoli sulla tela e dipingendo nella sua mente la meravigliosa capacità di “essere” che ciascuno di noi ha e che ci fa individualità irripetibili e uniche. Manina, la paciera, Felice con la sua vocazione alla medicina, Giuseppa che rincorre la passione, Mariano che rifiuta di crescere e di autodeterminarsi e…Signoretto il più piccolo… il prediletto, tutti insieme a giocare, a vivere, a comunicare, sia pure per iscritto. Quella comunicazione che a lei era mancata… lei, figlia della sua “signora madre” inetta, infelice e affogata nel laudano, lontana, persa nel suo torpore di frustrazione, capace solo di ricordare alla figlioletta la sua situazione di “povera mutola”. “Chissà che aveva in quella testa sempre languidamente reclinata su una spalla la dolcissima signora madre! (…). Con quella tendenza a impigrirsi dentro un letto sfatto, dentro una poltrona, perfino dentro un vestito in cui si assestava appoggiandosi con le carni molli alle stecche di balena, ai ganci, financo alle asole. Una pigrizia più fonda di un pozzo nel tufo, un torpore che la conteneva come un baccello di carruba contiene il seme duro, morbido color della notte.” Lei, figlia prediletta del signor padre, che incapace di risolversi, la regala al cognato come si regalerebbe un gattino cieco a qualcuno che ha bisogno di un oggetto con cui riempire il vuoto dell’inettitudine, quel padre che adora, che troneggia nella sua mente, che l’accompagna per tutta la vita, anche dopo la sua morte, che ricorre nei suoi pensieri, quel signor padre “che ha un modo tutto suo di montare sul baio acchiappandosi alla criniera corvina parlando al cavallo con fare persuasivo.(…) Quando il vapore umido del mare prende a salire alle narici fresco e salato, il baio solleva le zampe anteriori e in pochi attimi, con una spinta poderosa dei fianchi, si solleva da terra. L’aria si fa più leggera, pulita; dei gabbiani vengono loro incontro stupefatti. Il signor padre incita il cavallo(…), certamente questa volta la sta conducendo con sé in paradiso….” Ma in paradiso volerà il piccolo Signoretto, quel piccolo figlio tanto amato, nato anzitempo, allegro e intelligente, che voleva stare solo in braccio a lei, che la mordeva, la stringeva, le parlava, noncurante della sua sordità, sedeva a tavola accanto a lei, contro le abitudini del casato. Finché un giorno si era ammalato. E la mamma bambina, chiusa in una disperazione sorda come le sue orecchie e muta come le sue labbra, tenta disperatamente di salvarlo. E desidera di vederlo morire subito. Marianna “appoggia la testa sul petto del figlio ascoltando i battiti di un cuore fievole appena percettibile. L’odore del latte rigurgitato e dell’olio di canfora le entra con prepotenza nelle narici.(…). Lo rivede aggrappato al suo seno nei primi mesi di vita….(…) Quando lo vede succhiare l’aria in quel modo straziante, le labbra livide, le manine aggrappate ai bordi della culla, pensa che il miglior modo di aiutarlo sarebbe di farlo morire”… Figura splendida, affascinante, coinvolgente questa Marianna senza infanzia, senza amore, senza udito, senza futuro. Sullo sfondo di una terra orgogliosamente ancorata alla sua inettitudine, profumata, arsa, sfavillante di limoni, di odori, di pietanze succulente, di estati torride, di brevi inverni ventosi che giungono all’improvviso, di cavalli, di monacazioni, di proverbi, di arroganza nobiliare, di immobilismo e di sfavillio, di località dai nomi accattivanti, musicali, di boschi di sugheri, di “distese di terreni coperti da una lanugine gialla piumata appena scossa dal vento”, e di miseria, di squallida miseria senza requie. “Ovunque giri lo sguardo è la stessa cosa: case basse addossate le une alle altre, spesso munite della sola entrata che fa da finestra e da porta. Dentro si intravedono stanze scure abitate da persone e animali in tranquilla promiscuità. E fuori, rivoli di acqua sudicia, qualche bottega di granaglie esposta in grandi cesti, un fabbro ferraio che lavora sulla soglia sprizzando scintille, un sarto che alla luce della porta taglia, cuce e stira…” Marianna Ucrìa: capace di usare la penna in un momento storico in cui le donne sono tutte analfabete o quasi, sono donne “dall’intelligenza lasciata a impigrire nei cortili delle delicate teste acconciate con arte parigina. Di madre in figlia, di figlia in nipote, sempre intente e girare intorno ai guai che portano i figli, i mariti, gli amanti, i servi, gli amici, e a inventare nuove astuzie per non farsene schiacciare”. Una femminista senza coscienza di esserlo,che prende in mano le redini delle sue proprietà quando, vedova e cosciente di due fratelli che non sanno risolversi, si determina a gestire e a capire. “Ormai sono a Torre Scannatura da venti giorni. Marianna ha imparato a distinguere i campi di grano da quelli di avena, i campi di sulla da quelli lasciati a pascolo. Conosce il costo di una forma di cacio sul mercato e quanto va al pastore e quanto agli Ucrìa. Le si sono chiariti i meccanismi degli affitti e delle mezzadrie. Ha compreso chi sono i campirei e a cosa servono: a fare da tramite fra proprietari distratti e contadini riottosi….”. Solo l’amore non sa accettare, quell’amore che non conosce, perché lei ha conosciuto solo gli amplessi a cui era necessario sottostare per dovere, quelle continue violazioni fisiche e psicologiche del “signor marito zio”che la prendeva e penetrava nel suo ventre senza il dolce della tenerezza, senza il gusto della complicità, senza parole, muto come muta è la sua sposa, sordo ai richiami della sua anima, come sordo è il suo rapporto con la società, con la storia, con il progresso. “Marianna ripensa ai loro frettolosi accoppiamenti al buio, lui armato e implacabile e lei lontana, impietrita. Dovevano essere buffi a vedersi, stupidi come possono esserlo coloro che ripetono senza un barlume di discernimento un dovere che non capiscono e per cui non sono tagliati. Eppure hanno fatto cinque figli vivi e tre morti prima di nascere che fanno otto: otto volte si sono incontrati sotto le lenzuola senza baciarsi né carezzarsi. Un assalto, una forzatura, un premere di ginocchia fredde contro le gambe, una esplosione rapida e rabbiosa”. Quel signor marito zio il cui cervello assomiglia, pensa Marianna, in un certo senso alla sua bocca “trita, scompone, pesta, arrota, impasta, inghiotte” ma niente trattiene di quel cibo e resta magro, a dispetto degli anni. Per lui la moglie è una incomprensibile bambina di un nuovo secolo, così assurda nella sua ansia di rinnovamento, così incomprensibile, tesa alla ricerca di novità, di azione. Quell’azione “aberrante, pericolosa, inutile e falsa” perché rendere familiare l’ignoto e dargli forma è tradimento di quell’ozio sublime che solo i nobili veri possono permettersi. Cento volte meglio quel quadro che tiene nel suo studio che rappresenta il martirio di san Signoretto e che porta sotto, incisa nel rame, la dicitura “Beato Signoretto Ucrìa di Fontanasalsa a Campo Spagnolo, nato a Pisa nel 1269”. L’amore tuttavia la insegue e Marianna fugge, la cerca con gli occhi, con il corpo, con la mente, con ingenui tranelli, cavaliere dai capelli ricci e neri sul suo cavallo veloce e dispettoso, la spia e lei fugge, la implora e lei resiste, la cerca, la trova, la perde… si trovano, si amano. E nel suo ventre la sensazione dell’amore, quel ventre che aveva solo subito il travaglio dei parti e il martirio del sacrificio. Un amore impossibile per Marianna, nobile, duchessa, mutola, vedova, femmina, rappresentante della regale stirpe degli Ucrìa. Un amore da cui bisogna fuggire. “Il brigantino si muove appena dondolandosi sull’acqua verde. Davanti, a ventaglio, la città di “Paliermu”: una fila di palazzi grigi e ocra, delle chiese grigie e bianche, delle stamberghe dipinte di rosa, dei negozi dai tendoni a strisce verdi, le strade delle “balati” sconnesse in mezzo a cui scorrono rivoli d’acqua sporca(…). Ora il brigantino è agiato da scosse lunghe e nervose. Le vele sono issate: la prua si dirige decisamente verso l’alto mare. Marianna si appoggia con tutte e due le mani alla balaustra laccata mentre Palermo si allontana con le sue luci pomeridiane, le sue palme, le sue immondizie spinte dal vento, la sua forca, le sue carrozze. Una parte di lei rimarrà lì, su quelle strade inzaccherate, in quel tepore che sa di gelsomini zuccherati e di escrementi di cavallo” . Profumi ed escrementi: la bellezza di un mondo che appare contro l’atrocità di un mondo che schiaccia, che opprime, che uccide, che condanna, che perseguita; la bellezza di quelle ragioni del cuore che la ragione non conosce ma che ti costringe a misconoscere…Gli escrementi di cavallo, simbolo di un logorante immobilismo mentale che si nutre di se stesso, appannaggio di un mondo maschile fatto di maschi che non hanno alcun diritto se non quello esercitato in nome di una falsa doppia morale, maschi che in fondo fanno pena, perché non trovano altro alibi alla loro prepotenza crudele che non si riduca al possesso di quel qualcosa con cui possono violarti e sentirsene orgogliosi. “La sera, alla tavola del capitano, nel saloncino dal tetto a botte, seggono strani visitatori che non si conoscono fra loro: una duchessa palermitana sordomuta chiusa in una elegante spolverina alla Watteau a rigoni bianchi e celesti…”. E “brandelli di memorie disperse e quasi dissolte” risalgono dal fondo della coscienza….immagini di tutta una vita, una lunga vita, segnata da quello “scantu” che l’ha resa sordo-muta, una menomata che ha trasformato la sua menomazione in una proficua fonte di affinamento fisico e intellettivo, che vorrebbe ritornare indietro ma che ha troppa voglia di riprendere il cammino, di percorrere la strada del suo destino fino alla fine, interrogando i suoi silenzi….interrotti solo una notte, da un assurdo grido agghiacciante che traduce finalmente la memoria di ciò che fu. “Vorrei che il romanzo comunicasse ai lettori un’idea profonda e sensuale della Sicilia”. Desiderio realizzato, cara Dacia. La “tua” e un po’ la “mia” Sicilia (VANNI il cognome di mio nonno, antica famiglia nobile dei “Principi di San Vincenzo di Pisa e di Palermo”) ha parlato al mio cuore fin da quando, bambina, ascoltavo mio nonno parlare, in quella lingua musicale e pregnante, della sua Palermo necessariamente abbandonata, della bellezza dei palazzi, del colore del mare e leggevo nei suoi occhi azzurrissimi la nostalgia che paralizza la volontà, quando è senza speranza. Una Sicilia che nel romanzo “La lunga vita di Marianna Ucrìa” riesce a soggiogarti così profondamente, da farti sentire nelle narici l’odore della menta, del mare, immaginando “una notte benigna, tiepida, allagata di profumi” e percependo “una leggera brezza salina che arriva a tratti dal mare”.
LA RIVOLTA DELLA NATURA
RECENSIONE a cura di GIANNI LATRONICO sul Romanzo di SALVO ZAPPULLA “LA RIVOLTA DELLA NATURA” TERZO millennio EDITORE Ai tempi lontani della civiltà contadina, un filo rosso legava l’uomo alla terra, agli animali, alle sacre tradizioni, in una perfetta sintonia, in una straordinaria simbiosi ed in una eccezionale armonia di intenti, risalenti ai tempi remoti della pastorizia. Allora, la natura ed i suoi elementi facevano parte integrante della vita terrena, in una osmosi dello spiritus loci, in un perenne scambio interattivo, che escludeva l’emarginazione, la discriminazione, la solitudine, lo stress, l’alienazione. Ognuno si sentiva protetto, in un bozzolo, al sicuro, in uno scrigno, a proprio agio, in casa sua: parte integrante di un tutto ed essere indispensabile alla comunità, senza mai trovarsi in stato di abbandono, di afflizione, di necessità. A Sortino (SR), nel palmo di una mano protettiva, i lamioni erano disposti a catena; le fattorie erano collegate tra loro; le case erano legate l’una all’altra, con porte comunicanti, per sentirsi vicini notte e giorno; per prestarsi reciproco soccorso nella malasorte e per gioire insieme nel benessere generale. Per laboriosità, serietà e bontà d’animo, su tutti emergeva il massaro Peppe Scarrozza, che trattava bestie e persone, vigneti ed oliveti, fiumi e mare come suoi simili, senza distinzioni di ceto, provenienza e posizione. Vivendo a diretto contatto con la natura, ne seguiva i cicli secolari, ne rispettava le disposizioni primordiali, ne agevolava la crescita regolare, senza affanni, ingordigia, sete di potere o di successo. Tutto filava liscio, finché, per un fortuito bernoccolo in testa, si mette a mungere vino o vari succhi di frutta, dalle mammelle delle sue vacche, a seconda che dia loro da mangiare uva o prodotti del suo immenso podere. Preso da smania di protagonismo, abbandona l’agricoltura tradizionale, si reca in città, ottiene il brevetto, si dà alla politica e diventa ministro, industriale, latifondista, al passo con i tempi moderni. La febbre del mattone gli fa trasformare la masseria in una reggia; l’ansia del cemento gli fa cambiare il verde della campagna in grigio del cemento e la bramosia della ricchezza gli fa perdere il lume della ragione. Comincia così “La rivolta della natura”: il mare se ne va in villeggiatura, in alta montagna; i pesci prendono il posto dei daini, in uno sciopero ad oltranza. Gli animali sono costretti a subire i nuovi criteri di allevamento razionale e l’idillio naturalistico cede il posto all’’inquinamento globale. L’uso dissennato di farine ad estrogeni fa diventare i polli barbuti e le mucche pazze, prima di condannarli a morte sicura, per mancanza di cibo fresco, naturale e genuino. I draghi industriali fanno dei contadini l’olocausto della loro ingordigia e il giardino d’Italia si trasforma in una cloaca impestata ed infestante. Quando il nero blob del petrolio sta per travolgere massaro Peppe nel suo proprio letto, questi ha un sussulto di stizza, si libera dell’incubo notturno e si sveglia alla realtà di sempre. Però s’accorge a malincuore che il tutto non è soltanto colpa del suo bernoccolo, in quanto il falso progresso industriale continua la sua irrefrenabile corsa verso l’autodistruzione. Il cielo è ancora scuro per le alte colonne di nerofumo, ossido di carbonio e smog letale. “E se fosse stato un sogno premonitore?” si chiedeva massaro Peppe, mentre sul suo volto cadeva un’ombra d’inquietudine. Come è nel suo stile, l’Autore Salvo Zappulla tratta attuali argomenti scottanti in punta di penna; alterna notizie di cronaca contemporanea a racconti di mera fantasia; condisce fatti di cruda realtà con piccanti frammenti surreali, fantasmagorici, onirici. Il tutto è condito da una prosa sobria, essenziale, dinamica, con il perenne sorriso ironico, la bonaria comprensione paesana, l’astuta furberia contadinesca, che supera ogni difficoltà, appiana ogni dissenso e risolve ogni problema. Tutto è puro per chi è puro ed il Nostro è convinto che, con l’amore per il prossimo, con il rispetto della natura, con il ritorno alla tradizione, si può porre rimedio a tutto, senza pericolo di regresso. La coscienza dei propri errori da correggere; la consapevolezza dei propri limiti da superare; la volontà dei propri danni da riparare risiedono nella personale propensione per il bene, nella naturale predisposizione all’ottimismo e nella perseveranza dello spirito di sopravvivenza. Gianni Latronico
“IL MOSTRO”
RECENSIONE di GIANNI LATRONICO SUL LIBRO “IL MOSTRO” di SALVO ZAPPULLA Armando Siciliano Editore www.armandosicilianoeditore.it Salvo Zappulla è un creativo geniale, dalla fervida fantasia, autore di una storia particolare, divertente, esilarante, che gli avrebbe dato fama, potere, ricchezza, se non ci fosse stato un incidente di percorso, per l’inaspettato sonno della sua ragione, che gli ha fatto generare “Il Mostro”. Pedro Escobar è il mostro, uscito dalla sua mente bizzarra, un personaggio in cerca non d’autore, ma di lettori, essendo lui stesso diventato un autore, che entra ed esce dai libri altrui, a suo piacimento, prescindendo dal suo libro, dal suo creatore e da tutte le regole del sistema costituito. Libero come l’aria, è un essere inafferrabile, intraprendente e attaccabrighe, che vive di vita propria, prende il posto dei personaggi storici, cambia i connotati alle figure retoriche, annulla contenuti letterari, ambienti sociali, situazioni conclamate, arrecando scompiglio, crisi, guai agli addetti ai lavori, in tutti i settori della carta stampata. Si è rintanato nella Biblioteca della Ragione, alla perenne ricerca di nuovi libri da manomettere, infestare, annientare, con la sua onnipotente, devastante, nociva presenza. Tutti gli Stati del mondo vogliono la perdizione del suo autore, la sua morte definitiva, a costo di bruciare le matrici di tutti i libri esistenti nel pianeta, aprendo così la nuova era del libro virtuale, in cd rom, e chiudendo definitivamente il capitolo della letteratura del passato, ormai superata dall’era multimediale. La prosa è esilarante; la lettura è avvincente; la satira è sottile, garbata, ironica, suscitando ilarità nei momenti tragici ed apprensione negli attimi di passione, invertendo i ruoli dei protagonisti e mettendo in ridicolo le tradizioni consacrate. Direttive morali, virtù etiche, valori sociali e civili sono a misura d’uomo, terra terra, senza pretese di principi assoluti, essendo tutto relativo, transeunte, umano, in bilico tra riso e pianto, realtà e sogno, a seconda dell’umore e dell’attimo fuggente. “La giustizia è come una certa pelle, che si restringe e si allunga a piacimento…” Salvo Zappulla ha il raro pregio di usare un linguaggio crudo, realistico, veritiero per situazioni surreali, fantascientifiche, paradossali, creando situazioni da incubo, per chi subisce innocentemente le altrui angherie, e da spasso, per chi assiste alla farsa della vita, al tran tran quotidiano, in cui ognuno recita a soggetto. I testimoni sono di parte; l’avvocato è nemico del suo cliente; il pubblico ministero è un venduto; il giudice, che dovrebbe essere imparziale, se ne lava le mani e l’unico spiraglio di luce è in un amore travolgente, ma castrante. “…Abbassò lo sguardo. Dalla scollatura ampia si vedeva la fenditura dei seni. Sentì il solito rimescolio in tutto il corpo…” - “…Facile a dirsi, tanto sono io che ci rimetto il…” Tra le tante geniali polverine, per tenere vivo, dall’inizio alla fine, la suspense, il pathos, la curiosità del lettore, ci sono scene di vita giornaliera, di lucida follia e di bollori pruriginosi al basso ventre maschile e femminile. Il libro è consigliabile ad un pubblico adulto, che sappia considerare il soggetto con distacco, con ironia, con attenzione alla battuta, allo sfottò, all’ossimoro: trattato da Salvo Zappulla, in punta di penna, per palati fini, di buongustai smaliziati e di benpensanti comprensivi. Il breve romanzo si conclude infatti con un compromesso, che è un patto di complicità tra l’autore ed il suo Mostro, l’autore ed il suo libro, l’autore ed il suo lettore, essendo indissolubilmente legati dallo stesso destino di gioia e dolore, di vita e di morte.
FLATLANDIA di Edwin A. Abbott
Un giorno un amico mi ha regalato FLATLANDIA, un libro che come sottotitolo riporta “racconto fantastico a più dimensioni”. Confesso che se non avessi temuto la classica domanda Ti è piaciuto il libro che ti ho regalato? probabilmente non avrei nemmeno iniziato a leggerlo. Mi aspettavo di trovarmi di fronte ad una storia di fantascienza, con UFO e improbabili mostriciattoli in un mondo spaziale. E invece no. Il libro si apre spiazzando subito il lettore, catapultandolo in un posto molto particolare. La voce narrante è un abitante di questo luogo ed inizia dichiarando: “…Chiamo il nostro mondo Flatlandia, non perché sia così che lo chiamiamo noi, ma per renderne più chiara la natura a voi, o Lettori beati che avete la fortuna di abitare nelle Spazio”. Perbacco! mi sono detta. Vuoi vedere che adesso l’extraterreste diventa il lettore? Questo incipit mi ha incuriosito al punto che sono andata avanti, leggendo poi l’intero racconto tutto d’un fiato. La presentazione continua “…Immaginate un vasto foglio di carta su cui delle Linee Rette, dei Quadrati, dei Triangoli, dei Pentagoni, degli Esagoni e altre Figure Geometriche, invece di restar ferme al loro posto, si muovano qua e là, liberamente, sulla superficie o dentro di essa, ma senza potervisi immergere, come delle ombre, insomma – consistenti, però, e dai contorni luminosi. Così facendo avrete un’idea abbastanza corretta del mio paese e dei miei compagni…”. Sembra assurdo impostare un racconto così, o almeno a me era parso all’inizio, ma con queste due frasi (ho capito in seguito) l’autore ha indicato dei punti, delle regole fisse, entro le quali si sarebbe svolta la storia. È stato come quanto, da bambini, si gioca a “facciamo finta di…?”. Una linea impostata all’inizio ci permette di immedesimarci in un personaggio, in un luogo o in una situazione che nella realtà non esiste. Se una bambina si trasforma con la fantasia in una principessa, lei parlerà, si muoverà e farà tutte le cose che, nella sua immaginazione, fa il suo personaggio. E chi gioca con lei, deve per forza ammettere di avere a che fare con una vera principessa. Una volta “accettato” di trovarsi in un luogo inconsueto, ho visualizzato subito i personaggi suddivisi in vari gruppi sociali e mi è sembrato ovvio che più lati aveva un abitante di Flatlandia, più esso era considerato importante. Le case, il modo di relazionarsi, la vita stessa ha assunto una caratteristica particolare, addirittura assurda se si fosse svolta al di fuori di Flatlandia Partendo da questa breve presentazione del luogo e dei suoi abitanti, l’autore ha raccontato la sua storia. Semplice, quasi banale, nella prima parte del libro. Si descrive dettagliatamente la vita e le relazioni a Flatlandia, compresa la Rivolta Cromatica. In un paese piatto (di forma e di fatto) un evento sconvolgente poteva essere solo l’introduzione dei colori. Una gran trovata. Forse è da qui che nasce il modo di dire “…ne combina di tutti i colori”! Bellissima la descrizione delle donne che ho giudicato tra le più piacevoli del romanzo. Senza differenza di ceto, “…una Donna è un ago, essendo, per così dire, tutta punta, almeno alle due estremità. Si aggiunga a ciò la sua facoltà di rendersi praticamente invisibile quando vuole, e vi renderete conto che in Flatlandia una Femmina è una creatura con cui c’è assai poco da scherzare…”. Buffo pensare che una tale concezione delle donne possa esserci anche nel paese di Flatlandia. Ma sono sempre così pungenti le donne? La seconda parte racconta della scoperta, da parte del personaggio voce narrante, che esistono altri mondi oltre a quello a due dimensioni dove è sempre vissuto lui, da buon Quadrato. Una rivelazione sconvolgente, cui come lettrice ho partecipato con emozione perché ormai immedesimata nella vita a due dimensioni. Solitamente ci si aspetta un colpo di scena leggendo un racconto, ma essendo già in un mondo particolare, non immaginavo ci potesse essere dell’altro. Finita la lettura, sono tornata indietro andando a dare un’occhiata alla premessa (che avevo colpevolmente saltato) per avere notizie sull’autore. Sono rimasta sbalordita quando ho scoperto che il racconto è stato scritto 120 anni fa! Sì, è un’opera del 1882. Ed è questo aspetto che ha dato ancora più emozione a quanto avevo appena finito di leggere: la fantasia non ha tempo e le emozioni non hanno confini. La grandezza di questo libro è di saperci accompagnare in luoghi impossibili, facendoci credere che sia tutto normale, per poi tornare alla normalità, anche credendo che sia una cosa impossibile.