Sono una studentessa di Amburgo mi chiamo Inga, da tre anni sono in Italia, ho letto molti libri ma quallo che mi ha colpito di più è stato un libro che ho letto all'Università, un libro di poesie dello scrittore Engel von Eiche dal titolo "Speranze fra sogno e realtà" che mi ha fatto molto riflettere, si perchè oggi sono pochi i libri che ti danno quel qualcosa per non metter la testa sotto terra e navigare in fantasie illusorie che nascondon i reali problemi, invece che affrontare problematiche di questo nostro secolo, le tematiche affrontate dallo scrittore Engel von Eiche sono ricche di insegnamenti, di riflessioni e danno un input positivo al lettore non si può che leggerlo e rileggerlo con molta attenzione. Io veramente sono contenta che esistano ancora autori com e Engel von Eiche che si lanciano in un accorato ed incisivo appello in queste sue liriche, denunciando i mali e le colpe dell'uomo, che distrugge chi lo circonda e se stesso, ma augurandosi che una flebile voce di speranza irradii l'animo umano perchè esso si redima e faccia in modo di cambiare in meglio questo mondo.Il mio augurio è che questo scrittore venga conosciuto meglio, cioè che gli venga dato un giusto spazio nel mondo della letteratura perchè è veramente in gamba, e se qualcuno che legge questa mia volesse interessarsi ne sarei felice, ho rintracciato su internet il suo indirizzo e lo scrivo con la speranza che qualcuno gli dia veramente una mano per farlo conoscere grazie
Inga Durer Engel von Eiche Ruvo del Monte(pz) Italia cell.349 /1980212 e mal freja19@virglio.it inga selenelabella@yahoo.it
Insieme in paradiso
E' una storia sostanzialmente triste nella quale si sommano le delusioni dell'esistenza di tante persone che si incontrano per caso e, nonostante tutto, la narrazione è leggera e piacevole e la trama è coinvolgente al punto che la prima impressione dopo averlo letto è che si tratti di un libro leggero. A rifletterci però, ci si accorge che non è così e che il contenuto del romanzo è più complesso di quello che sembra a prima vista. Per questo è proprio un bel romanzo che consiglio a tutti.
Ralfa 121
Benny Barbash - Il mio primo Sony
E' un libro originalissimo, dove sprazzi di attualità (la storia di Israele, in prima istanza) si insinuano entro un continuum narrativo che è una via di mezzo tra il "discorso indiretto libero" (teorizzato da Leo Spitzer) e il "flusso di coscienza" di Joyce (almeno per quanto pertiene alla punteggiatura convenzionale, che salta). Dove sta, in ciò, l'originalità? Nel fatto che questa mistura stilistica articolata e complessissima ma, al tempo stesso, anche estremamente avvincente sia enunciata da un bambino di appena dieci anni, Yotam, intento a registrare maniacalmente tutto quanto lo circonda: stralci di tediosa quotidianità e, nondimeno, di anomala bizzarria; drammi familiari e usuali dinamiche umane... con una fine/non-fine tutta da scoprire! Unica pecca: procurarsi questo piccolo capolavoro non è semplice, anche se non impossibile, ordinandolo in libreria - se abitate in una grande città - oppure - come ho fatto io - rivolgendosi direttamente alla casa Editrice La Giuntina, di Firenze (www.giuntina.it).
Belvabel.va@tin.it
Giovanni Testori, "Edipus"
La condizione preliminare dell’"Edipo re" di Sofocle, senza la quale il personaggio Edipo non sussisterebbe, è quell’ottusa caparbietà che lo contraddistingue e che lo conduce, a un tempo, verso una forsennata inchiesta alla volta della verità e verso un rifiuto endemico della medesima. Proprio in grazia di questa efferata dicotomia, la tragedia è scandita da frequenti inserti dialogici che manifestano, appunto, la stupefacente parzialità della coscienza del personaggio, contribuendo, così, allo sviluppo della vicenda, che precisamente su questa limitatezza fa presa, con un graduale disvelamento degli eventi in successione, fino alla visione totale dei fatti e alla conoscenza delle persone in essi implicati (tecnicamente, ‘riconoscimento’ o ‘agnizione’). Si consideri, a esempio, la seguente affermazione di Edipo, collocata ancora nella prima parte del dramma: “Tanto più ora, dal momento che detengo il potere che un tempo deteneva Laio, e posseggo il suo talamo, la donna che entrambi abbiamo seminato, e avremmo generato una prole, una discendenza comune di figli, fratelli fra loro, se lui nella prole non avesse fallito…”; essa sarebbe, poco dopo, vanificata dall’epidittica convinzione dell’indovino Tiresia (“Dico che tu convivi in unione incestuosa con i tuoi e non vedi l’abisso infame in cui sei precipitato”), se questa non fosse così ostinatamente impedita da Giocasta (“Assolviti pure dall’accusa di cui parli, e dammi retta: cerca di capire che nessuno al mondo è veramente in possesso dell’arte divinatoria”) e rifiutata da Edipo (“Non è forse vero che dovrò andare in esilio né potrò mai più rivedere i miei cari né calcare il suolo della patria, se non a prezzo di congiungermi con mia madre e uccidere mio padre Polibo, che mi ha nutrito e generato”). L’equivoco teleologico – ovverosia l’indefessa volontà di sfuggire all’uccisione del padre fittizio, l’adottivo Polibo, e all’unione incestuosa con la dorica Merope, moglie di lui – svia l’azione di Edipo e ne ritarda, inevitabilmente, i risultati dell’indagine, che, appunto, nel riconoscimento constano. Questa dilazione avviene anche per via di una predizione, per così dire, incrociata, le cui polarità, tuttavia, non riusciranno a incontrarsi fino alla fine del dramma, quando il vaticinio rievocato da Giocasta (“Un giorno fu predetto a Laio – non dirò proprio da Febo, ma certo dai suoi ministri – che era suo destino morire per mano del figlio che fosse nato da me e da lui”) coinciderà con quello rivangato da Edipo (“Febo ricusò di rispondere alle mie domande, e tuttavia si dichiarò a me predicendomi altre sciagure, gravi, inaudite: che era destino mi unissi con mia madre e generassi una prole intollerabile agli occhi del mondo; e che avrei ucciso il padre che mi aveva dato la vita”) e, persistentemente, replicato (“Apollo mi annunciò un giorno che avrei dovuto congiungermi con mia madre e spargere con le mie mani il sangue paterno”): “Oh! Oh! Tutto è ormai chiaro. O luce del sole, che io ti veda per l’ultima volta, perché oggi è venuta la rivelazione che sono nato da chi non mi doveva generare, mi sono congiunto con chi dovevo fuggire, ho ucciso chi non dovevo uccidere”. In questo senso, i due responsi, tra loro identici, sembrano costituire ostacolo al passaggio – per dirla in termini aristotelici – dal nodo allo scioglimento del dramma, contrastandosi vicendevolmente e concorrendo, in tal modo, alla produzione di uno dei più validi modelli di agnizione della tragedia antica. Di tutt’altra specie, rispetto all’originale sofocleo, risulta essere l’inchiesta dell’Edipus testoriano, dove l’hýsteron próteron troneggia e il protagonista si muove già, fin dal principio, guidato dalla dionisiaca volontà di punire chi l’ha generato, sciorinando la bandiera “dei maledetti dal Cristo e dal Marxo”. La cecità, dapprima solo morale, dell’Edipo sofocleo non trova alcun corrispettivo nel rifacimento testoriano, dove, anzi, l’‘ancesto’ viene perpetrato in piena consapevolezza e sotto la luce di quel sole, da cui nell’Edipo re – come si è visto – il personaggio prendeva penosamente congedo: “è l’ancesto, sì, l’ancesto, l’ancesto! Vardalo là, scritturato in grando, 'me un manefesto!”. Semmai, allora, verrebbe da domandarsi la ragione di tanto (pianificato) accanimento che, invero, non si misura solo con la madre, ma si estende anche al padre, aggiungendo alla tematica, già di per sé scabrosa, dell’amore fra consanguinei, quella omoerotica, che approderà, nondimeno, nell’evirazione, a mezzo di un rasoio, del genitore. La ragione, dicevamo, non è unicamente quella fornita a un certo punto dal personaggio, che rende conto soltanto della sua condizione psicologica e che, in questa misura, ci contenta solo parzialmente, poiché sembra dettata da un irruente (e anti-apollineo) moto di vendetta, piuttosto che da un piano premeditato: “Ciappare el suo posto, in della maniera che quello che ha fabbrecato lui, quella sira là, vegna distruggiuto, scancellato, scassato”; essa è, ragionevolmente, di natura storico-politica e, come tale, mira all’abbattimento di quella ‘poliscuria’ che è Tebe, felice connubio clerical-secolare, la cui unitaria urbanità, non priva di clangori metafisici, disturba nel profondo il laico (e anti-Laico) Edipo. In questa accesa e partitica ostilità, si può forse ravvisare quell’assunto che il teorico e critico letterario George Steiner aveva focalizzato, già all’inizio degli anni Sessanta, quando nella sua nietzschiana "Morte della tragedia" osservava: “Come il visionario medievale aveva fede assoluta nell’avvento del Regno di Dio, così il comunista è certo dell’avvento del regno della giustizia. La concezione storica del marxista è una commedia laica”. Anche se, qui, il marxista coincide col cristiano e la commedia laica vorrebbe essere una tragedia liturgica.
Belvabel.va@tin.it
Ho letto Le fiamme di Toledo, di Giulio Angioni, Sellerio 2006. Le fiamme di Toledo è un gran bel libro. Innanzitutto è un libro serio, documentato, attento. Ma il racconto soprattutto è potente. Non ha un andamento lineare, ma a salti temporali del ricordo del protagonista, e per questo è ancora più travolgente. E' un condannato al rogo che dice di sè e del mondo negli ultimi tre giorni che gli restano, e li occupa ricordando e cercando di farsi una ragione. Dopo otto anni di carcere e di processo. Un personaggio che non si dimentica. Non si dimenticano nemmeno molti dei suoi compagni di sventura e di avventura. Sigismondo Arquer (1530-1571), il protagonista, sardo di Cagliari, che racconta in prima persona, è una figura storica precisa, da collocare nel novero delle vittime illustri dell'inquisizione. Ma non è solo per il suo valore di restituzione di una vicenda che il romanzo è da consigliare, bensì per come lo fa.Meno male che per certi uomini e per certe vicende ci sono i libri. Le fiamme di Toledo è un gran bel libro serio, e forse c'entra pure, almeno per i sardi, che è la storia tragica di un sardo cagliaritano del 1500. Ma è un gran bel libro, comunque. E anche attualissimo. Anche noi, come il protagonista che vive e muore ammazzato dall'integralismo cattolico alla vigilia della battaglia di Lepanto, stiamo vivendo la vigilia di chissà che cosa. Forse c'entra anche la Barbagia, in fondo. Ma il mondo intero certamente c'entra. E io pure. Credo che sia anche in questo il pregio di questo romanzo avvincente, che tocca nel vivo dell'oggi raccontando magistralmente una storia vera di ieri, tutto dentro fatti veri, tutto dentro persone vere. Altro che i codici da Vinci e i santi Graal di turno. E' anche un romanzo inaspettatamente teologico, certamente, ma di quella teologia che ha fatto le crociate, riforma e controriforma, le guerre dei trent'anni, Lepanto, Le Torri Gemelle, l'Irak, per dire cose serie, o meno serie come le sfuriate della Fallaci o gli esibizionismi di Calderoli. Ma Le fiamme di Toledo è un romanzo, un gran bel romanzo del 2000, da consigliare a chi ama leggere romanzi, storie raccontate bene, speranze, paure, intrighi e fughe, amori e morte... e magari anche sopravvivenza. Sì perché questi nostri tempi sono di nuovo tempi malamente teologici, di integralismi ed estremismi religiosi, di laicismi confusi, di preti prepotenti e di guerre varie di religione, di indebite certezze armate. Forse almeno in Occidente oggi manca solo il peggio dell'inquisizione che ha ucciso tanti uomini migliori dei loro tempi, forse non c'è più da noi caccia alle streghe e punizione dell'eretico, non più come e quanto ai tempi del protagonista del romanzo di Angioni. Comunque, io ci ho visto e sentito soprattutto queste cose nelle Fiamme di Toledo, a parte il coraggio di affrontare a viso aperto il grande tema del senso della vita e della morte. E mi è piaciuto anche perché de te fabula narratur. Altro che i dolori del non più giovane Baricco o le barbaricinate ruspanti di Niffoi.
Mario FisioBaran333@hotmail.it
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