"Chiamalo sonno" - Henry Roth
E' impossibile esprimere in poche righe ciò che questo libro mi ha lasciato, ma ci provo lo stesso! Chiamalo Sonno mi ha trascinato completamente dentro di sè. Mi sono sentita anch'io, come David, estranea ad una società troppo materialista, in cui tutto gira in modo troppo vorticoso. Mi sono state aperte le soglie di un mondo molto travagliato, difficile, ma necessario,essenziale e, soprattutto, desiderato. ...David poteva anche chiamarlo sonno, come tutte le notti, ma quella volta sarebbe stato un sonno diverso, speciale. Aveva infatti intravisto, attraverso le persiane del cuore di suo padre, sempre chiuse ermeticamente, uno spiraglio di luce, un barlume di speranza... Anche il linguaggio dell'autore è all'altezza della sua opera: ricco di doppi sensi, giri di parole spesso ironici, da noipurtroppo non apprezzati completamente (a causa della traduzione, comunque eccellente di Mario Materassi).Due parole, quindi, per definire il libro e il suo autore: Henry Roth:un genio, Chiamalo Sonno:un capolavoro.
Priscillaeupriari@libero.it
"Le città invisibili" - Italo calvino
Città d’oriente immaginato più che conosciuto, raccontato attraverso nomi di stoffe, profumi speziati, colori di porpora ed oro, ed immagini sorte nella memoria di Mille ed una notte, in cui arriva con la mente anche il viaggiatore che non ha mai viaggiato. L’imperatore dei Tartari non conosce le città del suo vasto impero in rovina, e sa che non riuscirà mai a vederle: Despina, Dorotea, Maurilia, Zenobia, Fedora, sono per Kublai Kan, come per noi che leggiamo, nient’altro che nomi di donna velata, con gli occhi allungati scoperti e pieni d’incanto. L'imperatore sta sul davanzale del suo palazzo d’avorio e ambra come Leopardi davanti alla sua siepe, guarda l'orizzonte che abbraccia le sue terre e città, ma non può vederle. Marco Polo è un viaggiatore. Non sappiamo se ha davvero visto le cose di cui parla o se le ha soltanto immaginate, non lo sa neanche il Gran Kan, ma non gli importa, come a noi non importa se leggiamo nomi di pietanze sconosciute, di stoffe pregiate di cui ignoriamo la pesantezza tra le mani, la consistenza sotto i polpastrelli, perché anche le parole che non conosciamo servono a rendere più vivido, nitido, esotico, il dipinto che si viene a formare nella mente. Marco Polo sa che per comprendere la natura più intima di una donna, di una città, bisogna essere prima di tutto e soprattutto uomini, ed avvicinarsi ad essa svuotati come un otre pronto a riempirsi di colori liquidi e densi di odori, delle ombre che colano tra le pietre ruvide degli archi, della luce che inquadra surreale gli angoli. Parla delle città tartare a Kublai Kan come un uomo ad un altro, non come un messo al suo imperatore, utilizzando il linguaggio descrittivo dei sensi, l’unico che rende tutti gli uomini uguali tra loro, e sa che sarà compreso. In realtà Marco Polo non parla affatto; per riprendere la similitudine dell’otre, è come se lasciasse fluire fuori da sé, scoperchiandosi, quegli odori, quei colori, e luci ed ombre, che formeranno nella mente dell’imperatore la stessa immagine che è nella sua. Lo stesso rapporto che lega i due uomini, lega noi lettori a Calvino. Le parole scritte sono più pesanti di quelle che galleggiano nell'aria: impresse sulle pagine che odorano di inchiostro, scavano nella memoria immagini di particolari realmente visti, le mescolano con quelle di quadri, di film, di altre immagini sorte nella lettura di altre storie, o con le mille forme dei desideri, con segni che richiamano altri segni (che richiamano altri segni). Le città di Calvino sono invisibili perché sono in - definite, non hanno confini come l'immaginazione da cui nascono, e nello stesso tempo sono visibili, sono intorno a noi, sono le città che abitiamo o quelle da cui veniamo e di cui proviamo nostalgia, sono la donna ideale che ogni tanto crediamo di incontrare, o quella che una volta abbiamo perso, sono il presente che ci avvolge in ogni istante, in cui in ogni istante leggiamo il passato che ci ha portato ad essere qui, ora, e le possibili altre strade che ci avrebbero portato verso un altro futuro, se le avessimo percorse.
Chiara Serrachiccaserra@yahoo.it
Bugiarda solitudine
Romanzo nel quale amore e dolore si fondono in una cosa sola. La perdita di una persona amata alla quale si è legati oltre l'amore terreno pone le basi per una disquisizione nascosta sulla difficoltà dell'uomo nel vivere il dopo. Un romanzo intenso, forse troppo, che potrebbe essere sviluppato nel doppio delle pagine utilizzate dall'autore e che potrebbe dare il via per una serie televisiva o un film d'autore.
Monica Morimomo@libero.it
"Senza sangue" - Alessandro Baricco
Per la prima volta ho letto un libro di Alessandro tutto di un fiato, poco fiato ma con ispirazioni profonde.
Peppegiucanza@tin.it
"Il giorno del cane" - Caroline Lamarche
"IL GIORNO DEL CANE", Caroline Lamarche - Voland – libri piccoli Traduzione di Stefania Ricciardi 120 pagg. - 10 Euro Ovvero, dell’abbandono. Sei sconosciuti si sfiorano, fermi sul ciglio di un’autostrada, ad osservare un cane che corre lungo lo spartitraffico. Questo il fatto minimo che fa da spunto ad un romanzo polifonico tessuto attraverso sei racconti-monologhi, sei autoritratti differentemente proiettati su quell’evento casuale, e che nello stesso trovano un proprio personale scarto, uno spunto di senso. E’ un romanzo dello sguardo e del peso, della poetica gravità delle cose fisiche così come viene ‘sentita’ dagli occhi. Come in un lucido sogno, nei sei lunghi piani-sequenza, estenuati e limati, sono assenti suoni, sapori, odori. Il mondo che si vede dalla finestra di Caroline Lamarche non è mai stucchevole, pur essendo ricco di dettagli rivelatori, di cose povere dall’inutile bellezza. Povera è infatti l’immagine del cane, con la sua corsa disperata e solitaria, multiforme privata metafora per cui, ottusi al resto, il camionista, il prete, la bella donna, l’omosessuale, la madre e la figlia obesa, discendono nei meandri della memoria per descriversi con crudele lucidità, conducendoci con leggerezza al cuore dei propri abbandoni, subiti o agiti. Fra i sei, senz’altro il più riuscito è il monologo notturno del prete vecchio: un’umanissima, religiosa ode al peso delle anime vive, una poesia luicida e senza speranza ove Dio, ossia tutto, è il viso della persona amata che lo ha abbandonato, che lo ha privato dello sguardo. Il prete appare quindi, in tutto il romanzo, il più abbandonato di tutti; è egli stesso il cane impazzito con la morte alle calcagna; la fine del suo mondo diviene la più definitiva, e nel suo doloroso ‘stare’, nella sua attesa del momento cruciale, ove non ci sarà “né padrone né Dio”, la nostalgia dell’immagine di due braccia cariche di libri diviene emblema dello strazio degli altri protagonisti, ed esemplare dell’Abbandono universale. E proprio nella capacità di rendere, con perfetto equilibrio narrativo tra partecipazione emotiva e riflessione, la natura ancestrale, esistenziale dell’Abbandono nella vita di ognuno, che ci rende tutti vittime e carnefici ad un tempo, sta la specifica bravura di Caroline Lamarche, che oltretutto ci restituisce con sensibilità, e con variazioni di stile e ritmo, sei personaggi dalla differentissima psicologia, i quali ci si descrivono nei minimi dettagli, come in certa pittura fiamminga. In definitiva, veniamo coinvolti in un racconto minimo, in cui i fatti di tutti i protagonisti appaiono chiari, bidimensionali, piatti come il Belgio, ma proprio in tutta questa apparente evidenza, attraverso la descrizione stessa d’ogni dettaglio, veniamo introdotti nell’ambiguo, disturbante mondo poetico dell’autrice, sorpresi dalla sua melodia obliqua, triste ma non deprimente (avete presente No Surprise dei Radiohead?). Due note: pur non essendo conosciuta da noi, Caroline Lamarche ha pubblicato dal 1992 otto romanzi in Francia; nel risvolto di copertina del libro c’è scritto che è nata nel 1995: non credeteci ! E’ nata nel 1955.
lorenzo masili lorenzo.ricardo@email.it
"L'educazione sentimentale" - Gustave Flaubert
Certamente la purezza di stile é il principale elemento critico che salta agli occhi del lettore nell'analisi de "L'educazione sentimentale". Del resto é facile intuire come il romanzo appartenga ad un'età matura dello scrittore.La bellezza di certe descrizioni e lo spontaneo lirismo di alcuni momenti narrativi, sono evidenti ed innegabili per una critica obiettiva , al di là delle inclinazioni personali.Nel romanzo esistono anche altre valutazioni critiche importanti. Innanzitutto il contorno storico che fa da sfondo ai fatti in cui si svolge la vicenda letteraria é curato nei minimi particolari. Sappiamo, infatti, che Flaubert fu sempre un attento osservatore della realtà circostante, e non volle mai lasciare nulla all'improvvisazione, neanche quei momenti in cui era sicuramente presente la sua migliore ispirazione. E allora tanto diverso ci appare dagli scritti di un Victor Hugo o del successivo Emile Zola. L'educazione sentimentale é quella di Federico Moreau e quindi certamente dell'autore. Il grigiore dell'esistenza é riscattato dall'amore che lega idue protagonisti della vicenda: Federico Moreau e Maria Arnoux. Esso é presente in ogni pagina, in ogni frase e in ogni sguardo di Federico.L'autore vuole che questo amore sia qualcosa di più di una semplice storia quotidiana e lo nobilita impedendo ai due amanti di consumare quell'amore stesso. Federico ha un'esperienza che gli consente di passare attraverso varie figure femminili, amandone però solo una. Lysa: l'amore ingenuo e puro; Rosannette: l'amore profano ;Vedova Dambreuse :l'amore perverso; Maria Arnoux:l'amore.L'educazione sentimentale é il romanzo della non azione. I suoi, personaggi simili a noi, solo dei poveri esseri umani, con le loro idee, difficoltà speranze e soprattutto disillusioni. Flaubert scruta dentro di sé e non trva nulla che possa nobilitare l'animo umano se non l'amore.
Paolo Avetaavetapaolo@hotmail.com
"Quando Dio ballava il tango" - Laura Pariani
L’autrice in sedici racconti narra le vicende di sedici donne vaganti in un labirinto di parentele o affinità, in una struttura narrativa somigliante ad un albero genealogico di una famiglia patriarcale dei primi del ‘900. In un arco temporale di circa un secolo intrecciato alle vicende storiche dell’Argentina (e del Cile), donne con le radici in Italia ed il presente in Sud America, evocano il senso di estraniazione, non solo rispetto alla terra d’origine ma anche nei confronti degli uomini. Da leggere lentamente (con l’aiuto di uno schema che espliciti graficamente i legami familiari tra le protagoniste), per ascoltare la voce di una dignitosa e sradicata solitudine femminile. Consigliato a quelle donne che vanno alla ricerca del significato più profondo delle “migrazioni” dell’animo umano, a compensare le superficiali pulsioni di quegli uomini sopraffatti dalla quotidianità.
Antonio D'Angiòantonio.dangio@poste.it
"Le metamorfosi" - Franz Kafka
" Strana, misteriosa , forza pericolosa, forse redentrice consilazione dello scrivere". E per Kafka fu davvero una cosolazione redentrice, unica via di salvezza l'arte dello scrivere. Egli ebbe un dono impagabile, quello di poter osservare le cose e la realtà che lo circondava, con gli occhi della mente e riuscire ad esprimere quello che egli vedeva, rendendolo in forma artistica. Ci torna utile allora, una dfinizione data dallo scrittore praghese e riferita a sé stesso bambino:"ragazzo che per timidezza era fin troppo acuto osservatore" Capacità introspettiva straordnaria, sensibilità che a volte sfiora il patologico, sono caratteristiche dominanto di Kafka. I suoi scritti, a volte incomprensibili per i più, hanno un significato che va ben al di là della realtà contingente in cui sono inseriti. Gregor Samsa "al risveglio da sonni inquieti", si trova trasformato nel suo letto in un enorme insetto, un nauseabondo scarafaggio. Qual'é la logica di tutto ciò? Apparentemente nessuna. Ed eppure cos'é che ci fa ripeterecon ossessiva qutidianeità de gesti, un'attività apparentemente anche quella senza logica? E non é forse quella quotidianeità una metamorfosi continua, tra ciò che si é e ciò che si vorrebbe esser? Allora lo scarafaggio-uomo Gregor non é più senza logica.Kafka riesce sempre con estrema naturalezza, ad introdurre il lettore nella realtà onirica,che fa sempre da sfondo ai suoi scritti. Piano fantastico e piano narrativo si sovrappongono, fino a diventare un'unica realtà nella quale non épossibile separare ciò che é reale da ciò che rimane nell'ambito della fantasia. Ma qui siamo nel campo dell'arte, quella vera e noi possiamo soltanto inchinarci alla volontà di un autore così meraviglioso e spontaneo.
Paolo Aveta avetapaolo@hotmail.com
"I Mandarini" - Simone de Beauvoir
Non avevo mai letto Simone de Beauvoir, prima, anzi meglio ci avevo provato. Senza successo, avevo per l'appunto provato a leggere I Mandarini. Senza successo, appunto. Quest'estate però l'ho scoperta e ho letto questo romanzo che secondo me fa parte dei classici, assoluti insormontabili senza tempo. inutile dire che è stupendo, bellissimo, una fotografia della Francia dell'immediato dopo guerra, dell'Europa in generale credo. Una fortissima testimonianza storica, culturale, ma anche molto di più. L'esperienza di uomini e donne che hanno visto e vissuto in prima persona sulla loro pelle gli orrori della guerra, della fame, del freddo, dei campi di concentramento. Persone che hanno perso amici parenti amanti e che sono sopravvissuti. Credo che stia proprio qui la chiave di lettura, l'elemento più importante dell'intero romanzo. Questa gente è sopravvisuta, tragicamente vorrei aggiungere. All'indomani della pace questi uomini e queste donne si svegliano un mattino come tanti altri, nel loro letto a Parigi tra le loro cose, ma improvvisamente tutto è diverso, stravolto mai più lo stesso comunque. Si può prendere un treno che veloce ci porta in Portogallo dove però altri orrori di dittatura ci aspettano a ricordarci quanto effimera sia la felicità e la pace. Si può comprare vestiti, cibi, stoffe e sete preziose. Si può parlare scrivere leggere fare politica. Ma i morti restano morti - e l'averli dimenticati, l'essere capaci di continuare a vivere di reinventarsi una vita - tutto ciò ne rende ancora più tragica la morte e la scomparsa. Ci si sente liberi di pensare di fare di dire di girare in bicicletta e di comprare una motocicletta o una macchina, liberi di volare negli Stati Uniti, liberi di vivere. Ma la libertà, credo fin troppo banalmente io, la libertà sta solo dentro di noi. Siamo schiavi dei nostri sentimenti delle nostre paure delle nostre gioie ed è soprattutto ricominciare a vivere. Nonostante tutto dopo tutto oltre tutto. Si vive comunque. Si può comunue tornare ad essere felici a condurre un'esistenza "normale". Un libro fondamentale.
giulia giulia.marchetti@unimi.it
"L'ignoranza" - Milan Kundera
L’ignoranza: l’ignorare e l’essere ignorati. Non solo la sofferenza della nostalgia, come ci spiega l’etimologia della parola all’inizio del libro. Non così semplicistica la sintesi di questo romanzo. Il famoso scrittore della Boemia abilmente mette insieme un’orchestra con temi quali la memoria, il ritorno, il passato, l’assenza, l’esilio, la storia, la nostalgia e l’amore per la patria per musicare una toccante trama. I due protagonisti, Irena e Joseph, due esuli del comunismo, sono i moderni Ulisse. La loro vita di esuli segnata dalla sofferenza nostalgica, “Tu sei lontano, e io non so che ne è di te”, e dal desiderio-paura di ritornare nell’amata Praga. L’ignorare quello che troveranno al ritorno, la paura di non essere accettati o riconosciuti. Le loro sono due storie parallele che si intrecciano per un gioco del destino. Un fortuito incontro prima dell’esilio e un incontro sulla via del ritorno che porterà ad un appuntamento e ad un liberatorio e acceso rapporto sessuale. Ma i loro ricordi su quell’episodio di vent’anni prima non si somigliano, come non riescono a sovrapporre la nuova realtà che trovano tornando nella “loro” città a quella che vive nei particolari dei loro ricordi. E tutto si conclude con la disillusione della speranza di essere accolti con calore, di essere accettati e di poter reintegrarsi. E invece “ignorano” e “sono ignorati”. E sono soli, come prima e durante l’esilio, come sempre. Un romanzo psicologico, storico, politico scritto con la lucidità e lo stile di sempre di Kundera, che mantiene inalterata la sua capacità di analisi. Un romanzo che ci lascia in mano una dimensione dell’esistenza quasi priva di spessore, fragile e contraddittoria: i due protagonisti si ritrovano a non sapere chi sono, sradicati e senza sicurezze per il futuro… è tutto pura illusione. Si vuole, forse, così rispondere alla domanda “L’epopea del ritorno, il mito di Ulisse, è ancora realizzabile nella nostra epoca?”. Possono non convincere in questo libro alcuni ragionamenti che suonano forzati, stonando e riuscendo quasi paradossali, riguardo all’importanza del passato e della memoria nell’individuo, negando quanto di sicuro e imprescindibile è stato acquisito dalla filosofia, psicologia e letteratura. Insomma, un Kundera con qualche svista di troppo?
Sabrina Menziettiyellowfragment@libero.it
"Mr Brother" - Michel Cunningham
Che dire di Mr Brother : è amore a prima vista. Il libro, pur essendo breve, risulta felicemente complesso, sia per struttura che per temi: si compone infatti di due racconti, di un breve saggio su Virginia Woolf, musa ispiratrice di Cunningham, e degli interventi gradevolmente non pedanti di Susanna Basso e Ivan Cotroneo sulla traduzione. Ma torniamo al nocciolo luminoso del libro. Mr Brother e Puttana narrano di incontri fra persone sole: nel primo racconto i protagonisti sono due fratelli ormai adulti, il cui ruolo nella vita, le fortune, e la propria coscienza di sé si sono invertiti negli anni; nel secondo sono un giovane prostituto e il suo cliente. I personaggi sono comuni uomini alla deriva, colti in un momento tristemente ordinario della loro esistenza; ma l’autore, in perfetto equilibrio fra minimalismo ed epicità, senza mai concedere nulla all’uno o all’altra, ce ne restituisce l’umanità, o meglio ci spiega senza dircelo come in essi vi sia tutta l’umanità possibile. Nei gesti resi con rapide pennellate, nei dialoghi crudeli, nelle parole non dette, nei rituali di cui si veste la nudità assoluta dei personaggi, noi avvertiamo distintamente il dolce rumore, la poesia del loro essere vivi; e l’ambiguità di un imprevisto gesto di compassione umana che nella vita ci apparirebbe incongruo, diviene nei racconti di Cunningham bellezza assoluta, unica verità possibile, unico senso dell’incontro fra esseri umani. Convincendoci così della banalità della bellezza, l’autore ci conduce nella sua silenziosa opera di carotaggio interiore ricordandoci che siamo tutti soli, marginali e bisognosi di sentire l’umanità di chi è più distante da noi, e che i dettagli inutili e vividissimi di questi incontri forse verranno preservati dal filo invisibile della nostra memoria come unico senso della nostra vita.
lorenzo masili lorenzo.ricardo@email.it
"Lettera agli americani" - Jean Cocteau - Archinto Editore
Ma tu, sei anti- o sei filo- ? “E’ l’amore che mi spinge a indirizzarvi queste righe”. Col tono e nel senso dell’episodio di Ken Loach in 11 Settembre 2001, Cocteau, dopo un breve soggiorno a New York nel 1949, durante il volo di ritorno a Parigi, scrive una lettera fiume, senza correzioni, al popolo americano. Sono istantanee in bianco e nero con un 50 mm, frontali, senza filtri, senza Gershwin in sottofondo, che rivelano un popolo di uomini giovanili incapaci di far germogliare il proprio spirito, schiavi della propria fittizia libertà, incapaci di ammettere la bellezza della complessità degli esseri, del mondo (“Voi sfiorate il vero del mondo”). Il popolo americano, secondo Cocteau, rifiutandosi di vivere gli enigmi, di ammettere la poesia del vuoto, le fini ingloriose, terrorizzato dalla noia e dall’attesa, pare tutto proteso a inventare un mondo, dentro e fuori i propri confini nazionali, in cui tutto abbia un senso, ed uno solo (“..quel modo di interrogarsi a cui temete di sottoporvi e che continuamente fate subire agli altri.”). La cultura americana, ove le idee prese agli altri, le opere d’arte, le correnti di pensiero, vengono prontamente etichettate, “arrangiate” e antologicamente, mediocremente disposte sopra la didascalia giusta, senza riflessioni, analisi o maturità critica, risulta così frammentaria, citazionistica (Walt Disney insegna), posticcia. La lettera di Cocteau è quindi documento lucido, profetico, attualissimo, dell’America -ossia del mondo - di oggi, una boccata di ossigeno puro in un tempo di pensieri idrosolubili, istantanei, disarticolati, pensieri-spot senza contesto, dalla sclerotizzata logica interna, il cui unico senso è quello della loro ossessiva ripetizione alle masse. “..si controlleranno i sogni – e non sarà il controllo degli psichiatri, ma quello della polizia. Si controlleranno i sogni e li si punirà.”.
lorenzo masili lorenzo.ricardo@email.i
Per i sognatori: il Delfino
Il Delfino – Sergio Bambarén – Un libro che richiama molto, nella memoria di chi l’ha letto, “Il gabbiano Jonathan Livingstone” di R.Bach senza dubbio indimenticabile per ogni generazione. Senza fare assurdi paragoni. Questo primo romanzo dello scrittore australiano, diventato in breve tempo un best-seller, racconta, infatti, la storia di un delfino, Daniel Alexander Dolphin il grande sognatore, che, rinnegato dal suo branco e incoraggiato dal mare, tuffo dopo tuffo si spinge oltre il limite delle acque sicure. Oltre la barriera corallina, lontano dalla laguna dove i suoi compagni, ben protetti, si dedicano alla pesca quotidiana. Segue con slancio la voce interiore che lo guiderà verso il suo sogno, nella ricerca dell’onda perfetta. E imparerà a conoscere il mare fuori del suo atollo, imparerà che non è solo e incontrerà creature diverse, sconosciute portatrici di perle di saggezza, perle strappate a quel mare, che gli faranno scoprire cose visibili solo con il cuore e lo condurranno all’appuntamento con la sua onda, l’onda perfetta, il suo momento. Una “favola per adulti”, una storia di coraggio e determinazione, la storia di un sognatore che intraprende un viaggio che cambierà per sempre la sua vita. Per assaporare la magia racchiusa nelle cose oltre l’apparenza, nei sentieri del sogno fino alla verità.
Sabrina Menzietti yellowfragment@libero.it
"Ti prendo e ti porto via" - Niccolò Ammaniti
Siamo in un paese uguale a tanti altri. Una di quelle cittadine anodine: fredde, ostili d’inverno e calde infuocate d’estate. Siamo geograficamente vicini al mare, ma tutto ciò che si respira è un’aria ristagnante di acqua salmastra. Ischiano Scalo assomiglia ad un anonimo centro di provincia, un luogo periferico e senza particolari attrattive, di quelli in cui molti di noi sono nati e cresciuti. Su questo sfondo reale e immobile si sbrogliano le vite di quattro personaggi che diventano, senza accorgersene, due coppie mancate. Pietro ha soli dodici anni, una bicicletta che lo fa sentire Coppi e un fratello metallaro che fa il pastore, ma sogna di andare in Alaska. Gloria è la sua migliore amica e preferisce passare l’estate con lui nella casetta nascosta tra le canne della laguna, piuttosto che nella sua cameretta a forma di bomboniera. Hanno appena finito la seconda media, boccheggiano e attraversano l’estate, e incrociano fatidicamente l’eccentrica vita di Graziano Biglia, ex-playboy e frikkettone, che ritorna al paese natale dopo una storia logorante, e quella piuttosto timida ma inaspettatamente morbosa della professoressa Flora Palmieri. Il contatto tra le due storie parallele dura un attimo, il tempo di un incidente scampato. Ma sarà poi il tradimento dell’insegnante - secondo l’ottica di Pietro - o la sua struggente lacerazione d’amore per Graziano, a far fronteggiare i due in uno scontro banale e cattivo. Tragicamente fatale. Attorno ai quattro gravita una costellazione di personaggi tratteggiati con spietata e calibrata lucidità. La sadica banda di teppisti capitanata da Pierini. Il laido bidello e suo figlio Bruno, un poliziotto tutto d’acciaio, ottusamente emulo dei film d’azione americani. L’aspirante valletta Erica Trettel che manipola e consuma i sentimenti di Graziano. E ancora una miriade di comparse che attraversano il libro, lo condiscono con lucida ironia. Burattinaio e abile sarto, Ammaniti cuce insieme episodi di rara freschezza in una narrazione dinamica. Monta scene con occhio cinematografico. Riesce, con studiata leggerezza, nel tentativo di proiettare un evento da due opposte angolazioni. Torna indietro a raccontare gli stessi luoghi e le stesse azioni da una prospettiva speculare, come fa Salvatores in Amnésia, dimostrando così, ad un pubblico attento, che la collaborazione tra i due artisti nasce prima della trasposizione cinematografica di Io non ho paura, ultimo romanzo dello scrittore romano, premio Viareggio 2001. Moderno prestigiatore, Ammaniti estrae dal cilindro scene tragicomiche – come il lancio in catapulta dell’asino Poppi, vittima delle sperimentazioni di papà Moroni. Si serve di un materiale da costruzione accumulato negli anni. Il cinismo spietato e surreale dei tempi di Branchie (1994), Gioventù Cannibale (1996), e Tutti i denti del mostro sono perfetti (1997), quando ancora si credeva di poter etichettare il giovane scrittore in un genere di letteratura Pulp, figlia di Tarantino, dei B-movies, di Stephen King, e della crudeltà metropolitana. Nel suo modo di narrare ci sono anche echi di cartoni animati giapponesi, con la loro ingenua lotta tra male e bene, o semplici ricordi di chi ha vissuto la propria infanzia negli anni ottanta tra le bande di teppistelli organizzati e biciclomani alla E. T. o Goonies. Ma si nutre soprattutto dell’osservazione diretta della realtà comica, grottesca e allucinata in cui persone qualunque diventano protagonisti di ingenui delitti. Ammaniti ci ricorda com’è facile uccidere e lo fa con uno stile leggero ed efficace. Diretto, senza tanti complimenti. Con Ti prendo e ti porto via si riacquista il gusto genuino di leggere una storia, senza essere invischiati in preziosismi linguistici ed esercizi di stile. L’autore cerca sì il paragone insolito e bizzarro, ma sempre restando ben vicino alla realtà quotidiana, fatta di pubblicità e mode passeggere, di disastri familiari, pericolosi qualunquismi e follie ordinarie. Un libro ironico, lucido, cinico, ma anche tenero, e dall’epilogo amaro, tragico.
Francesca Sammartinohelianto@libero.it
Liguria sconosciuta
LIGURIA Sconosciuta - Itinerari Insoliti e curiosi - Mauro Ricchetti - Rizzoli Libri Illustrati - Pagg.240 - Foto in b/n e colori - Euro 19,50. *********************** Ho comprato questo libro perchè era la continuazione ideale di Sicilia Sconosciuta scritto e curato da Matteo Collura. Il risultato è stato un incollamento alle pagine per circa tre ore ed in più una sensazione di leggerezza estrema. Non si tratta di un libro di montagna anche se nasconde tra i suoi caratteri chiari e grossi alcuni sentieri bizzarri da rammentare. Può diventare un livre de chevet per chi ama andare per sentieri agresti o aggrappati alle rocce che sfiorano il mare e ne prendono il sapore di sale. Ecco perchè diventa importante il sapore del mare ed il suo odore quando di sè impregna il basilico che soltanto così può diventare il vero pesto alla ligure. Il bello di questo libro scritto con uno stile da illustratore e da accompagnatore di gran classe - per accompagnatore intendiamo un intrattenitore da fuoco sulla sabbia - è che si può spaziare dai ritratti delle persone a quelli dei paesaggi e fino alle storie più incantevoli. La Liguria è una terra aspra e pulita come i suoi cieli d'inverno.In alcune giornate d'inverno, quando il fiato si condensa in nuvole di fiato, dal Monte Toraggio si può distinguere il profilo netto della Corsica che si incide all'orizzonte ed il profumo della salvia selvatica pizzica le narici. E poi ci sono le narrazioni intorno al mare della Liguria che è sempre chiaro e pieno di sole come il sentiero dei doganieri che attraversa il confine per insinuarsi in Francia fino quasi a perdersi negli spruzzi delle coste più frastagliate e ricche di glamour. Davvero ho avuto la sensazione di avere per le mani una gemma rara: e mi è salita un'invidia profonda e terribile per la limpidezza con cui Mauro Ricchetti ha saputo scrivere il libro. L'autore è un architetto il quale scrive pagine di intoccabile levità capaci di regalare la voglia di leggerne ancora. Il senso di quiete che spira dal libro è sicuramente debitore anche della Liguria e della sua bellezza selvatica. Per gli amanti della montagna e delle escursioni è necessario accompagnare il libro con una guida più minuziosa dei tracciati chè il nostro libro è un compagno amabile ma giustamente più generico e che preferisce il ritratto a mo' di medaglione. La sapienza sta nel cogliere in due o tre tocchi essenziali e pratici - seppur intrisi di una poesia scabra e toccante - una situazione o - cosa ancora più difficile - un'atmosfera. Potete utilizzare il libro come un trattato attento e severo di architettura, una guida dolcissima dei sentieri insoliti della Liguria ed un ricettario colto della cucina ligure divisa tra il mare e le campagne che il sale fa profumare alla notte lasciandogli addosso un'eco saporitissima. Passerete dalle valli più scoscese del Ponente Ligure al trenino a cremagliera che porta a spasso gli acini per la vendemmia alle Cinque Terre. C'è davvero da divertirsi come matti e/o come bambini con questo libro in mano. Se avete letto la Curva del Latte d Nico Orengo e vi era piaciuto - anche per le descrizioni della campagna ligure assuppata di mare - non dovete perdervi queste pagine che sanno di mare e di sole, di barche lasciate asciugare all'aria aperta con le reti impastate di salino.Poi vi torneranno in mente le descrizioni di boschi intricati e profondi ( esistono ancora oggi - tipiche di grandi libri come il Barone Rampante - meraviglioso libro ed indimenticabile affresco della natura ligure ) in cui perdere il senno. Lasciate un piccolo cantuccio per la descrizione sapida dei vini tipici sulla quale l'autore - vero incantatore rinascimentale - spende più di una pagina ma sempre in maniera istantanea e nitidamente fotografica.Ricordatevi una cosa: un libro così, intenso, dolce e selvatico è capace di farvi sentire il silenzio che vive tra le pietre grigie dei paesini oramai disabitati e le urla roche dei gabbiani quando il sole si inabissa all'orizzonte nella calura marina. Avrete un gusto maggiore a vivere in Liguria se siete liguri o semplicemente vi abitiate riuscenso a comprendere quale profonda sacca di tesori ineguagliabili possegga questa terra avara di complimenti come i suoi abitanti parchi di parole ma generosi dal profondo.
albertoalbertopez@tin.it
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