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Ricercario
  a cura di Luigi La Rosa


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    di Luigi La Rosa

     

    A proposito di letture:
    “I ragazzi terribili ”
    di Jean Cocteau

    Il senso della ribellione aperta
    agli schemi della moralità borghese
    nella scrittura di uno dei più esemplari
    narratori della modernità, riproposto ora
    al lettore in un raffinato volume BUR

    Cari Amici

    Settimana siciliana per il vostro Ricercario. Ultime due lezioni di chiusura del laboratorio catanese di scrittura creativa. Poi, si ricomincia in autunno.
    Sono arrivato col solito pullman della notte, e tra le mani uno dei libri a mio parere più interessanti degli ultimi cinquant’anni.
    Jean Cocteau, “I ragazzi terribili”, adesso riproposto in una raffinata edizione dei volumetti Bur (pp. 160, 6 euro).
    Lo inizio in viaggio, come spesso mi capita di fare, finché qualche noioso salutista mosso dalla passione per il sonno non m’impone l’oscurità totale.
    Capita spesso, che fare? Nulla, il rispetto degli altri prima di ogni cosa.
    Niente più luce, segnalibro infilato tra le pagine, si continua domani.

    Ma nella penombra del cammino in autostrada, nella luce lattea dei neon diluita sui finestrini come pioggia, le immagini immagazzinate si mettono improvvisamente in moto. Silenziose, brutali, durature, riprendono a danzare come sotto l’imposizione di misteriose coazioni a ripetere.
    Paul, Gérard, Elisabeth. Protagonisti di un romanzo breve ed esemplare, nato in soli diciassette giorni da una delle più geniali penne del secolo.
    Un fratello – dicevo - una sorella e un amico particolare che scopre di amare la debolezza come la forza, la violenza quanto la sottomissione.
    Una vicenda segretamente famigliare, attraversata dalla morte e dalla scoperta del reale come territorio della lotta.
    Fuori dai vetri dell’appartamento nel quale si dipana la trama della storia raccontata: Parigi, città di perdizioni ma pure di fredde consapevolezze.
    Mi fermo davanti alla scena iniziale del romanzo: davanti al gioco dei ragazzi nel cortile di scuola coperto di neve. Una neve chiara, esaltante, polverosa come la droga dalla quale Cocteau si stava disintossicando tra il dicembre del 1928 e l’aprile del 1929, in una clinica di Saint-Cloud.
    Scopro che molte delle sensazioni evocate dal romanzo appartengono alle infanzie di tutti noi. Lo stesso sentimento imperioso e tragico, quello stesso mistero nell’intuire la possibile presenza della morte. E ancora nel sottofondo i lustrini, i magnetismi di un incanto mai abbandonato.
    Sicuramente lontani per stagioni storiche e ideologie dal lusso edipico e sfrigolante della casa borghese nella quale la vicenda si evolve, anche noi siamo stati formati alla lezione del turbamento e della caduta. Alcuni di noi non si sono mai rialzati, altri hanno invece preso possesso del loro difficile rapporto con il mondo. Tutto quanto ci appartiene è stato figlio di quelle stesse, complesse leggi di dipendenza e masochismo. Ecco perché il libro di Jean Cocteau mi ha conquistato completamente. Nonostante la studiata assenza di psicologia dei personaggi, nonostante il fatalismo di stampo neoclassico tanto caro allo scrittore parigino, ci siamo noi in quei sorrisi, in quelle ferite, in quelle attese di amore tradito. E c’è la crescita, se crescere è in qualche misura capire come stanno realmente le cose, come si costruisce il tessuto dolorante ma vivo della realtà, quali sono le zone d’ombra da attraversare per impossessarsi di qualche salvifica certezza.

    Avevo letto Cocteau tanti anni addietro, cari amici, e riprenderlo in mano è stato una autentica rivelazione.
    Sul pullman che mi riportava sulla mia isola pensavo a quanti libri letti e ignorati (per età, malessere di sviluppo, problemi personali e individuali) abbiamo relegato nel sottoscala di un inevitabile non ritorno. Per ogni romanzo che abbiamo amato, ce ne stanno dieci che abbiamo deciso di non tornare a sfogliare più.
    Tutto questo è tristissimo, lasciatemelo dire. Ho capito che i romanzi autentici andrebbero riletti ciclicamente ogni nuovo anno, anche a costo di dedicare interi pomeriggi a rispolverare pagine che abbiamo già voltato e sulle quali sono rimaste piccole tracce del passato.
    Che emozione recuperare la bolla causata dalla goccia di caffè scivolata via dalla tazzina in un sonnacchioso pomeriggio di lettura, o quell’orecchio laterale procurato da un compagno disordinato a cui avevamo consigliato di leggere immediatamente il nostro libro.
    Ogni rilettura sarà come aggiungere un ulteriore giro di vite alla spirale infinita della comprensione.
    Ogni rilettura ci farà sentire che ora siamo diversi, diversi da allora e da come saremo domani. Che probabilmente abbiamo bisogno di recuperare ciò che allora non siamo stati in grado di raccogliere.
    Tutte le riletture parlano di noi, della nostra storia. Buon Cocteau, amici, ci vediamo tra una settimana in capitale.

    Qualche cenno biografico sull'autore
    Jean Cocteau (1889-1963) è una delle personalità prime della cultura francese del Novecento. Ha compiuto le più diverse esperienze artistiche e letterarie come poeta, romanziere, drammaturgo, critico d’arte e regista cinematografico; va ricordato anche per la vasta produzione memorialistica e per l’attività di pittore e illustratore di molte delle sue opere. Tra i suoi romanzi, “Il Potomak” (1919) e “Tommaso l’impostore” (1923).

    Luigi La Rosa