Ricercario
di Luigi La Rosa
A proposito di letture:
“Racconti di demonologia ”
di
Rick Moody
 |
una raccolta di storie deliranti
che stupiscono il lettore non soltanto
per la varietà e la ricchezza dei contenuti
quanto per la capacità virtuosistica dell’autore
di adoperare la lingua al massimo livello
delle proprie potenzialità espressive
|
Amici,
Estate di fuoco. A Roma come dappertutto. In Sicilia, mi annunciano, si starà anche peggio.
Ma noi si continua imperterriti, appassionati come sempre, anche sotto il sole bruciante, in questa estate ancora fortemente lavorativa.
Riprendo in mano in questi giorni un libro uscito qualche tempo addietro, che avevo già apprezzato moltissimo.
E scopro la magia di rileggere un testo che avevo amato: “I racconti di demonologia” dell’americano Rick Moody, già numerose volte segnalato dalla critica internazionale come uno dei massimi scrittori contemporanei.
Interessante l’introduzione di Simone Barillari, capace di portarci dentro l’anima simbolica della scrittura di Moody.
Parlo di anima, perché è lì che si collocano i segni dell’espressione, in quella zona dell’essere dove acquistano una loro precisa identità, una loro prima consapevolezza di appartenenza.
Moody è davvero un narratore dell’anima, perché nel suo universo non contano i fatti, né l’oggettività delle istanze, quanto il peso che questi fatti arrivano ad assumere nella percezione che ciascuno di noi ne ha ricavato. Mi piace come Barillari scrive di “metodo dell’apnea” a proposito di una voce estremamente duttile al bisogno di esprimere il mistero delle cose e l’incanto dell’accadere (qui cito dalla prefazione: “questa capacità di comprimere la voce e trattenerla quanto più possibile, a volte alle soglie del soffocamento, accumulando così un’intollerabile pressione che rimane a lungo senza sfogo, fino a quando all’improvviso e come per caso appare un varco, una via d’uscita e di deflusso, e la voce esplode in un unico fiotto, con violenza e sollievo, senza smettere fino a quando non ha detto tutto quello che doveva dire.”)
Ecco come bisognerebbe accostarsi alle pagine di Moody: aspettandosi anzitutto una musica, un’emissione continuata e significativa di note e di colore, e quel particolare andamento del dettato che caratterizza lo stile di uno scrittore prima ancora di cogliere le fila della narrazione.
Storie di ordinaria follia e di comune dolore, ma anche storie di costante accettazione del malessere o di rimozione assoluta. Come quella in cui il protagonista vendica la sorellina morta e troppo prematuramente scordata dal fidanzato, deciso a sposarsi con la sua nuova ragazza. Delle volte sono storie di solitudine, storie di scoperta: recuperate magari in capo a un “limbo di spiaggia addobbata con festoni, spiedini di tonno e fette di ananas”.
Non ci stupiamo perciò se tutto sembra rientrare nell’ordine cosmologico di una simile visione, se a distanza di solo qualche pagina è stavolta un comò a subire – singolare protagonista del racconto – le trasformazioni meteorologiche imposte al suo corpo legnoso da una natura implacabile.
Eccezionale, a questo proposito, l’idea di quel cassetto inspiegabilmente chiuso, che nessuno riuscirà mai ad aprire.
Un po’ come la vita, mi dico. Che ne pensate?
Ricordo con un senso di strazio e stordimento le emozioni trasmesse da una mirabile pagina di letteratura intitolata “Maschietti”.
Allora, abitavo ancora in casa d’amici. Ero appena arrivato nella capitale, e mi portavo appresso la scrittura amica di Moody come a voler ritrovare costantemente un pezzetto del mondo che avevo lasciato prima di partire dalla Sicilia. Come una bussola mi muovevo con Moody tra le mani dentro il nuovo mondo che avevo disperatamente voluto e cercato, e che adesso stava giorno per giorno cominciando ad avere un volto, una fisionomia che non mi erano ostili.
Questo, probabilmente, il potere della grande letteratura: essere sempre con noi, essere dentro di noi dovunque ci troviamo a sbrogliare le intricate fila delle nostre esistenze.
Quella volta mi tuffai dentro il racconto ascoltando il rumore della pioggia fuori dalle finestre. L’espediente evocativo anaforico di Rick Moody pareva sinistramente echeggiare il più vicino rollare dell’acquazzone sui vetri della finestra. Un inverno crudele, un dicembre livido che sfociava in certe notti interminabili. E Moody mi raccontava la vita nelle storie di quei due fratelli dalle idee “grevi, riduttive, inflessibili”. Due maschietti, due gemelli, col loro odore di latte da biberon. Due uomini che ricorderanno tutto con dolore e compostezza. In fondo, è così per tutti. Un po’ alla volta.
Se dovessi spiegare cosa ricordo di più di quel pezzo parlerei di certo di quel senso di allucinazione mista a disincanto che caratterizza l’evolversi delle vicende. Due fratelli. Due bambini, due ragazzi, due esistenze che si attaccano alla ruota imperante della vita, lasciandosi trasportare lontano.
Cari amici, vi consiglio davvero di cuore le pagine che l’editore Bompiani ci propone nelle traduzioni di Licia Vighi e Sergio Claudio Perroni.
Alla prossima settimana da Ricercario.
Qualche cenno biografico
sull'autore
Rick Moody è nato a New York. Spesso accomunato dalla critica a narratori come Updike e Cheever, ha vinto il Pushcart Prize con il romanzo d’esordio, “Garden State” (1992). Ha collaborato con “Esquire”, “The New York Times”, “Harper’s” e “The New Yorker”. Presso Bompiani ha pubblicato “Tempesta di ghiaccio” e “Rosso americano”. Dopo i “Racconti di demonologia” è uscito per Minimum Fax “La più lucente corona d’angeli in cielo”.
|
Luigi La Rosa
|