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Ricercario
  a cura di Luigi La Rosa


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    Ricercario
    di Luigi La Rosa

     

    A proposito di letture:
    “Un viaggio sulla luna e altri racconti fantastici”
    di Alexandre Dumas

    Archinto manda in libreria
    una deliziosa raccolta
    di racconti brevi
    del celebre autore di
    “Il conte di Montecristo”

    il sentimento fantastico
    sposato al gusto per l’azione,
    l’accadimento e la riflessione
    in una scrittura continuamente
    irrorata dall’ironia e dal paradosso

    Carissimi amici lettori,

    Riprende la vita di sempre, riprendono gli impegni, il vostro Ricercario è ripartito con le sue lezioni di scrittura creativa.
    E mentre il romanzo cresce, giorno dopo giorno, riscopre una Roma che non è più esclusivamente quella estiva che aveva lasciato due mesi fa, ma che allo stesso tempo non ha ancora indosso i colori dell’autunno, le sue tonalità malinconiche. I mattini, qui, sono di cobalto e cristallo, come gli sfondi delle sue notti carichi di stelle.
    E’ di queste ultime settimane la lettura di un libro delizioso, del celebre Alexandre Dumas, che l’editrice Archinto manda in libreria con una sobria, sognante immagine di Kay Nielsen in copertina.
    Un viaggio sulla luna e altri racconti fantastici” (a cura di Enrico Badellino, pp.205, 11.00 euro). Lo trovo sul mio tavolo da lavoro al rientro in capitale e mi c’immergo con una curiosità divorante. Ne rimango rapito, affascinato. Leggetelo, mi raccomando.

    Conoscevamo il Dumas autore di romanzi, di reportages, memorialistica, appunti da viaggio, ma difficilmente avevamo gustato l’arte dello “scriver breve” proposta nelle pagine di questa piacevolissima raccolta antologica.
    Racconti d’immaginazione, che vengono a situarsi nell’interstizio vitale tra possibile e paradossale, tra realtà e menzogna, tra verità e utopia. E ci danno la misura della complessità di un autore che ha padroneggiato, con eleganza e spessore, tutti i generi dell’espressione narrativa del proprio tempo.
    Non mancano i passaggi nei quali il tributo alla tradizione si fa sentire: frammenti dove la lezione morale dei personaggi sottende al racconto fino a diventare manifesta, luminosa, letterale. E’ il caso della prima storia, ad esempio, dove un Giove troppo umano sogna di offrire finalmente la felicità a un’umanità buia, grossolana, incapace di comprendere. Le stelle incaricate di questo servizio scintilleranno davanti al suo cospetto regale, mostrando una grazia che gli uomini non saranno in grado di accettare, né di valorizzare in alcun modo.
    Oppure, ci soffermiamo con l’autore sullo sprovveduto ma tenerissimo Pierre, alle prese con la sua fata-oca e le quindici uova capaci di esaudire ogni suo desiderio. O sul povero Joseph, bello e dannato, innamorato della figlia del re delle talpe, che il sacrificio della madre riuscirà infine a riscattare dalle tenebre della terra, spezzando quell’incantesimo fin troppo comune che si traduce in universale, inguaribile “mancanza d’amore”.
    Amici, ho letto le sette storie raccolte nel volume con lo stesso piacere delle fiabe ascoltate nei pomeriggi della mia infanzia.
    La crescita, in tal senso, si può rivelare spesso solo un allontanamento progressivo dal candore e dall’immaginazione di quell’età.
    In queste lunghe giornate di ritorno alle cose di sempre, sono state la migliore compagnia e il tentativo di allargare i miei orizzonti letterari.
    E poi, una lezione impareggiabile, nel ricordarmi che uno scrittore non è mai solo il costruttore di imponenti affreschi storici o sublimi architetture della mente. E’ un uomo capace di raccontarci delle storie, con semplicità e intelligenza. Qualche volta, se ne è dotato, con ironia e passione.
    Doti che non mancano certamente alla scrittura di Alexandre Dumas e che ci rivelano la reale statura di un gigante della letteratura moderna, ma facendolo da un’angolazione insolita, sconosciuta, capace di stupirci.
    Torno a dirlo, amici, leggetelo. Alla prossima dal Ricercario.

    Da “Le stelle commesse viaggiatrici”

    Una volta, ma tanto tanto tempo fa, il cielo si chiamava Olimpo, e il Dio che lo abitava si chiamava Zeus, Jupiter o Giove, tre nomi che indicano suppergiù la stessa cosa. A questo Dio venne un giorno la bizzarra idea di dare la felicità agli uomini. Quand’ebbe annunciato questa strana idea al suo consiglio di reggenza, composto da Nettuno e da Plutone, le due divinità trovarono la pretesa talmente stravagante che esclamarono:
    “Che idea balzana, Sire! Caspita, è proprio un’idea balzana!”.
    Ma quando un dio ha un’idea nella testa, deve per forza portarla a compimento, buona o cattiva che sia. Restava il problema di come realizzarla. Giove rifletté un momento, poi, alzando di colpo la testa: “Ci sono” disse.
    E convocò le sette stelle del Settentrione. Le stelle ubbidirono e corsero a radunarsi ai suoi piedi. Gli astronomi, nel vedere sette meteore che tracciavano un solco luminoso nell’azzurro firmamento, annunciarono la fine del mondo: ecco come gli scienziati s’ingannano sui propositi divini!…
    Le stelle dissero: “Eccoci, splendida e terribile Maestà; cosa desideri da noi?”
    “Dovete fare i bagagli e andarvene in giro sulla terra, - rispose il figlio di Saturno e Rea; - vi darò due scudi al giorno per le spese di viaggio.”
    “E che andiamo a fare sulla terra?” chiesero le stelle.
    “Mi sono messo in testa di dare la felicità agli uomini, - rispose Giove, - ma siccome non l’apprezzerebbero se gliela dessi gratis, voglio che gliela vendiate: sarete le mie commesse viaggiatrici.”

    (Un viaggio sulla luna e altri racconti fantastici, p.15)

    Luigi La Rosa